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I viaggi dell’Anima, tante storie: “La scatola”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Il nome proprio utilizzato è il mio, ma non vuole riferirsi a nessuno in particolare, nemmeno a me stessa, la storia è inventata ed ogni riferimento è puramente casuale.

Tutte le mattine mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e mi dirigo anch’io verso il mio posto di lavoro. Mi fermo per la pausa pranzo ed esattamente un’ora dopo riprendo. Al termine della giornata di lavoro salgo di nuovo in auto diretta a casa. Mia figlia è arrivata da un pezzo, sta finendo i suoi compiti, io entro in casa, la saluto, poi vado in cucina per preparare la cena. Poco dopo arriva mio marito, entra in casa, mi saluta, va a cambiarsi, porta fuori il cane, rientra, gli dà da mangiare, si lava le mani, viene in cucina, si siede a tavola con noi e iniziamo a cenare. Ci raccontiamo i fatti della giornata, poi lui va in soggiorno a guardare la tv, io lavo i piatti e riordino la cucina, preparo la tavola per la colazione di domani, mia figlia va nella sua camera a leggere e a giocare. Io raggiungo mio marito in soggiorno, guardiamo insieme un po’ la tv, poi andiamo a dormire.

Mattina, suona la sveglia, mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e mi dirigo anch’io verso il mio posto di lavoro…..rivedo la scena della giornata dal mio letto, nella mia mente, come se guardassi un film, solo che quel film mi mostra la stessa scena infinite volte, mi domando perché sto guardando sempre la stessa scena e quando arriverà la scena successiva, la attendo, ma la scena successiva non arriva, rivedo tante e tante volte lo svolgimento della stessa giornata.

Mattina, suona la sveglia, mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e mi dirigo anch’io verso il mio posto di lavoro….lavori in corso, hanno bloccato la strada, colonna infinita di auto, processione lenta, estenuante, stressante, nervosismo da ritardo mostruoso, la carovana avanza di pochi metri alla volta, caldo, caldo, l’allegria alla radio è un pugno allo stomaco. Finalmente in ditta, si parla, si parla, molti in colonna, così anche domani, nooo!!, questi lavori stradali non finiscono mai, il tempo ci rotola addosso, ci schiaccia come una macina, tutto è in ritardo, ora di corsa…. Rivedo la scena dal mio letto, nella mia mente, come se guardassi un film, che giornata pazzesca, che disastro, nessuna cosa era al suo posto, tutto distorto, rincorrersi infinito di cose, una dietro l’altra. Il quadrato, amo il quadrato, le cose quadrate, le pareti quadrate mi danno sicurezza, mi ci sento a mio agio all’interno, gli eventi in tumulto mi spaventano, mi accelerano il respiro, malessere, ansia, mente in tumulto, voglio le cose quadrate!

Mattina, suona la sveglia, mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e mi dirigo anch’io verso il mio posto di lavoro…mi fermo per la pausa pranzo, esattamente un’ora dopo riprendo. Al termine della giornata di lavoro salgo di nuovo in auto diretta a casa. Mia figlia è arrivata da un pezzo, sta finendo i suoi compiti, io entro in casa, la saluto, poi vado in cucina per preparare la cena. Poco dopo arriva mio marito, entra in casa, mi saluta, va a cambiarsi, porta fuori il cane, rientra, gli dà da mangiare, si lava le mani, viene in cucina, si siede a tavola con noi e iniziamo a cenare. Ci raccontiamo i fatti della giornata, poi lui va in soggiorno a guardare la tv, io lavo i piatti e riordino la cucina, preparo la tavola per la colazione di domani, mia figlia va nella sua camera a leggere e a giocare. Io raggiungo mio marito in soggiorno, guardiamo insieme un po’ la tv, poi andiamo a dormire.

Nel mio letto non voglio fare considerazioni su come ho trascorso la giornata, sono soltanto contenta che tutto sia andato liscio come al solito e, augurandomi lo stesso per il giorno dopo mi addormento.

Domenica, tutti in famiglia ci alziamo tardi, mio marito porta fuori il cane, rientra poi andiamo tutti fuori a fare colazione. In centro incontriamo altre famiglie, nostri amici, ci uniamo per l’aperitivo, parliamo di molte cose che sono successe durante la settimana, a parte qualche piccolo contrattempo tutto il resto è andato liscio come al solito, bene! “Cosa fate voi nel pomeriggio?” “Andiamo da mia madre per il pranzo, poi faremo un giro al centro commerciale”. “Ah, bello! Anche noi vorremmo farci un giro da quelle parti.

Mattina, suona la sveglia, mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e risalgo in auto per dirigermi anch’io verso il mio posto di lavoro…..ma l’auto non parte, panico, urla e finalmente l’auto riparte. Sono per strada, diretta in ditta, metto la freccia per svoltare e l’auto non svolta, prosegue diritto, premo sul freno come una pazza, l’auto sembra invasa di vita propria, angoscia, panico, l’auto procede, prende velocità, terrore alle stelle e rumore d’impatto, ma contro cosa!, non c’è niente davanti al parabrezza, eppure qualcosa si è rotto. Mi fermo con il cuore in gola, non capisco come mai, seppur ferma in mezzo alla strada, le altre auto mi passano accanto senza neppure notarmi, nessuno che suona il clacson, nessuno che sbraita, ho bisogno di parecchi minuti prima di compiere anche un solo movimento, tanto è lo stordimento, poi mi azzardo ad aprire la portiera e mettere fuori un piede cautamente.

L’uscita dall’auto è paurosa, le altre macchine mi sfrecciano accanto, quasi mi vengono incontro ad alta velocità, eppure non mi sfiorano nemmeno, ci metto un’infinità prima di poter muovere un solo passo, ma ancora trattengo il fiato appena vedo un’auto arrivare ad alta velocità verso di me, sembra impossibile da credere che non possano investirmi o centrare la mia auto con un pauroso schianto. Poi un rumore insolito mi fa voltare, ricorda lo svolazzare di una bandiera al vento, mi giro verso la provenienza del suono e, in un primo momento non vedo alcunché di particolare, sono ancora distratta dalle auto che mi sfrecciano accanto senza però scalfirmi, cerco di concentrare l’attenzione nella direzione del suono ma sembra non ci sia nulla che lo stia producendo, poi noto un movimento di qualcosa apparentemente sospeso a mezz’aria, non capisco cosa stia realmente guardando, non mi ricorda niente di conosciuto, vedo soltanto un oggetto non ben definito che si muove al ritmo del rumore che sto sentendo. Non so bene quanto tempo trascorra guardando quella strana cosa, prima di decidermi a muovere un passo verso di esso, ne sono talmente attratta da non fare più caso alle altre auto che proseguono la loro corsa. Passo dopo passo arrivo vicino a qualcosa di sospeso che sventola, forse che sia uno di quegli strani palloni sonda di cui parlano, caduto ed impigliato non si sa bene dove? Resto per un po’ a guardare quella cosa che si muove, le giro attorno e, appena ruoto di 180 gradi attorno all’oggetto, questo sparisce. Ritorno al punto di partenza e rivedo la strana cosa, resto per un po’ di fronte ad essa, non capisco cosa sia ma mi attrae tanto da non poter distogliere lo sguardo, poi senza pensare minimamente al rischio, mi avvicino allo strano oggetto, produce in effetti un rumore simile ad una bandiera mossa dal vento, come un lembo di stoffa che appartiene a non si sa cosa, da quella che sembra una finestra aperta sul niente fuoriesce una sorta di ventata d’aria fresca ed una luce bianca lattiginosa. Mi avvicino tanto da sentire in faccia l’aria fresca, pare una ventata di aria montana, fredda, leggermente pungente, inodore. Timidamente allungo una mano, vorrei toccare l’oggetto in movimento, e più volte la ritiro, per il timore di farmi male, ma in una di queste occasioni il vento, che soffia da quella fessura  mette in contatto l’oggetto con la mia mano e ne tocco inevitabilmente la consistenza, è morbido al tatto, liscio, sembra vellutato, ricorda vagamente un nastro, il colore grigio perlato. Vinco la paura e indugio sul contatto con l’oggetto, è sottile, delicato, morbido, inevitabilmente tocco i bordi della finestra, ha una consistenza strana, sembra di toccare il cartone, tentando di sporgermi leggermente al di là dell’apertura premo contro i bordi, il materiale cede leggermente sotto le mie mani, io mi ritraggo con uno scatto, temo di aver causato un grosso guaio, resto però al contempo stupita, perché quello strano materiale dà l’impressione di essere proprio cartone. Senza pensare alle conseguenze, agendo solo d’istinto, apro ancora di più la spaccatura, la parete si rompe facilmente, l’effetto ottico che si manifesta davanti a me è fantascientifico, le auto seguitano a percorrere la grande arteria stradale sfrecciando oltre me, di fronte però a questa spaccatura non si vede nulla, come uno squarcio nella realtà che si è aperto all’improvviso e rompe il legame con il visibile ed il concreto.

Oso ancora di più ed infilo la testa nell’apertura, sento aria fresca sul viso, nessun odore particolare, solo aria fresca, c’è molta luce, ho difficoltà a vedere cosa ci sia di là di questa strana parete di cartone, da questa parte vedo anche meglio quello strano oggetto che produce quel suono sventolante, è un lungo nastro che pende dall’alto della parete e tocca il suolo per poi tornare a svolazzare appena il vento si alza di nuovo. Rompo la parete di cartone fino al suolo, così oltrepasso dall’altro lato, davanti a me si apre un luogo infinito, inondato di luce e accanto a me questa grande parete. Muovo alcuni passi distanziandomi dalla parete stessa per poterla osservare meglio, da qui posso vedere che ha una dimensione ed una forma, ancora qualche passo indietro e la parete prende una dimensione rettangolare, gigantesca, in mezzo al nulla, spostandomi di qualche passo lungo la parete arrivo al punto angolare, con l’altro lato che prosegue, ora la cosa ha un aspetto che la rende simile ad una scatola, un’enorme scatola, fornita del suo bel nastro da pacco regalo. Un oggetto rettangolare appare alla mia vista ad una certa altezza da questo lato, pare ci sia anche scritto qualcosa. La curiosità è più forte della paura, faccio il possibile per leggere ciò che è scritto compiendo ulteriori passi, addentrandomi nell’immensità luminosa.

“Tanti auguri Cinzia di buon compleanno, 1000 e più di questi giorni”

Mi chiamo Cinzia e vivevo in una bella scatola

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I viaggi dell’Anima…tante storie: “L’orologio a pendolo”

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Un dolce brano, per accompagnare la lettura del racconto, da ascoltare anche da solo o non ascoltare affatto 🙂

 

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Tom è un bimbo di 7 anni, vivace come i bambini della sua età, curioso, intraprendente, ma anche dolce e tenero. Abita in una graziosa casetta con un bel giardino, dove c’è tanto spazio per giocare e inventare storie fantastiche in cui vivere entusiasmanti avventure. Ogni giorno Tom è un personaggio diverso, un pirata, un astronauta, un guerriero, un marinaio, gioca fino a non poterne più con i suoi amici, poi tutti insieme corrono a fare merenda, ma c’è poco tempo per mangiare, il prossimo personaggio aspetta di essere animato.

Un altro posto che Tom ama è il tratto di bosco vicino alla sua casa che costeggia la ferrovia. Bisogna stare lontano dai binari, ma poi quel posto è pieno di fascino e avventure, il bosco è un luogo fantastico dove le storie prendono vita in ogni sasso, albero, cespuglio, un albero diventa un rifugio oppure un missile puntato verso la luna, un tratto di radura si trasforma in un lontano pianeta da scoprire e colonizzare.

È così che Tom ama trascorrere le giornate, all’aperto dalla mattina alla sera. I giorni di pioggia sono una sofferenza per Tom, non può stare fuori a giocare, la mamma e la nonna non vogliono, lo sgridano se esce e si bagna, anche se a lui piace stare sotto la pioggia, ti fa il solletico, è divertente. E poi quando sei bagnato entri in casa, ti metti accanto al camino e ti asciughi, intanto la mamma ti porta la cioccolata calda, buonissima, con i biscotti che diventano morbidi. Però la mamma dice che ha molto da fare con i vestiti bagnati di Tom, sono tutti da lavare, comprese le scarpe, e Tom non vuole che la mamma si arrabbi per i vestiti bagnati, anzi a lui piace che la mamma si sieda con lui a bere la cioccolata con i biscotti, allora cerca di non bagnarsi quando fuori piove, però è così tanto una noia!

Si può leggere un libro quando fuori piove, Tom ha già letto tutti i libri che sono nella sua libreria. Ci sono tanti altri libri in casa, però sono libri così difficili, non si capisce niente. La mamma gli aveva comprato dei libri nuovi, ma anche quelli li ha già letti, rileggerli è noioso.

Un giorno di pioggia Tom sale in soffitta, vuole guardare in giro, magari trova qualche libro che ancora non ha visto. Le soffitte sono un po’ come le cantine, sono affascinanti ma ti mettono anche un po’ di paura, c’è tanta polvere, ti devi poi lavare le mani, altrimenti quando tocchi le porte o il divano lasci le impronte. Ci sono anche strani odori in soffitta, odori forti, indefiniti e poi quelle strane cose sotto alle lenzuola, cose misteriose, sembrano fantasmi impolverati. Quando era molto piccolo suo zio l’aveva spaventato dicendogli che in soffitta si nascondeva un mostro che mangiava i bambini che entravano da soli, quando invece c’era un adulto il mostro rimaneva nella sua tana. Però lo zio amava anche molto scherzare, così Tom non aveva mai saputo se gli aveva raccontato bugie o se la storia del mostro fosse vera. Sta di fatto che Tom il mostro non l’aveva mai visto. Una volta aveva detto a suo zio di non aver mai incontrato il mostro, e lui gli aveva risposto che se n’era andato in un’altra soffitta a spaventare un altro bambino.

Tom non aveva mai incontrato il mostro ma almeno aveva la certezza che non viveva più nella sua soffitta. Quella mattina di pioggia Tom sale in soffitta. Il suo amico Chicco non è venuto, i suoi genitori non hanno potuto accompagnarlo, allora Tom si ritrova lì da solo. Si guarda intorno, tante delle cose che sono in soffitta le ha già viste, però c’è sempre qualcosa che l’altra volta gli era sfuggito, così fa un giro alla ricerca della novità. Tutti gli oggetti sotto alle le lenzuola sono già stati scoperti, la sedia a dondolo, la macchina da cucire della nonna,l’attaccapanni, il piedistallo, il cavalletto con le tele per dipingere del nonno, però queste il nonno le usa ancora, ci sono i vasetti con i pennelli e i colori che Tom non deve assolutamente toccare, lo zio dice che se Tom tocca i colori del nonno richiama il mostro. Ha sentito dire dal papà che il nonno fa l’imbrattatele, Tom non ha capito bene cos’è, però deve essere il mestiere del nonno. Tom non può toccare le cose del nonno però nessuno gli ha detto che non le deve annusare, così guarda i colori sulla tavolozza, gli piace tanto il colore rosso, luccica se lo guardi controluce, anche il blu è molto bello, ma la cosa curiosa è che tutti i colori hanno lo stesso odore. Non è male quell’odore, ma dopo un po’ che annusi ti fa un po’ male la testa, allora Tom non annusa molto i colori, è brutto quando si ha il mal di testa, non c’è più divertimento nel fare le cose.

Tom continua nella perlustrazione della soffitta, ecco la sagoma della vecchia radio sotto il lenzuolo, quante volte ha girato le sue manopole mentre guardava le levette spostarsi. Ora è lì silenziosa, il nonno gli aveva raccontato di tutte le volte in cui lui aveva ascoltato la radio, quando trasmettevano il radio-giornale, le commedie, le canzoni. Un giorno il nonno, preso dalla nostalgia, aveva provato ad accenderla. Si era accesa una lucina, il nonno aveva girato le manopole e la radio aveva gracchiato come una cornacchia stonata, ma niente di più. Tom rimette il lenzuolo sopra la radio. Ecco accanto la sagoma del televisore e altri oggetti che un tempo erano stati usati in casa, Tom guarda con curiosità alcune ragnatele tra la parete ed il televisore, le cose vecchie si riconoscono proprio dalle ragnatele, qualcuno le accantona,smette di usarle e subito arriva un ragno a costruirci intorno una ragnatela. Infatti in quella c’è in un buffo ragnetto, fermo, appeso proprio nel centro, lì che aspetta la sua preda, proprio come la maestra aveva spiegato a scuola. Tom si è chiesto se un ragno si annoi a stare fermo tutto il tempo appeso al centro della sua tela, pensa che se fosse lui stesso un ragno si annoierebbe terribilmente, il tempo non gli passerebbe mai.

Tom si gira, dando di spalle la finestra e, proprio in un angolo, accanto ad un vecchio mobile, c’è un altro oggetto sotto al lenzuolo impolverato, alto fin quasi al soffitto, delle dimensioni di un pilastro. Tom non ricorda di aver visto quell’oggetto prima d’ora. Si avvicina pian piano e si ferma a pochi metri di distanza.  Osserva per un po’ quella sagoma, cercando di indovinare cosa possa essere, poi si china a terra, afferra un lembo del lenzuolo e lo solleva lentamente. L’oggetto ha i piedini come i mobili, è di legno, è lungo e stretto. Solleva il lenzuolo un altro po’, sopra la base in legno c’è una vetrina, e attraverso il vetro si vede una cosa di forma sferica sospesa all’estremità di un’asta. Tom ha capito che l’oggetto di fronte a lui è un orologio a pendolo, non ricorda però di averlo mai visto in casa. Vorrebbe guardarlo meglio ma la mamma lo sta chiamando da basso, deve scendere subito di sotto. Guarda ancora un istante l’orologio, poi riabbassa il lenzuolo ed esce dalla soffitta.

I giorni successivi Tom si dimentica dell’orologio, è tornato il sole ed esce a giocare con il suo amico del cuore Chicco, un bimbo minore un anno di Tom, piccolo, magrolino, vispo e allegro, con folti capelli, scuri e ricci e due occhioni marroni dallo sguardo dolce e intenso. Stanno giocando nel bosco, vicino alla ferrovia. Tom dice di indovinare quando passerà il prossimo treno. Chicco sorride affascinato e divertito mentre Tom guarda il suo orologio da polso di cui va orgoglioso, un regalo dello zio, sul quadrante è disegnato un piccolo gufo che muove leggermente la testa segnando i secondi. A Tom era piaciuto subito l’orologio, nessuno dei suoi amici ha un orologio simile al suo, con il gufetto che si muove.

Tom guarda il suo orologio, il nonno gli aveva spiegato come trascorrono i minuti contando i secondi, così si mette a contare e d’un tratto qualcuno dice una cifra nella sua testa, lui la ripete. Chicco chiede  a Tom perché abbia detto quel numero e Tom, senza pensarci, risponde che si tratta del tempo che manca all’arrivo del treno, due minuti e trenta secondi. Poco dopo infatti si ode uno sferragliare e un treno arriva sfrecciando. Chicco rimane a bocca aperta mentre guarda il treno passare e ride divertito del giochetto di Tom, dicendogli: “Dai! Fallo di nuovo!”  Ma Tom risponde che non può, perché non c’è nessuno ora che gli sta suggerendo un numero.

A casa Tom sta ora guardando fuori dalla finestra, la mamma sta terminando di preparare la cena, papà dovrebbe arrivare di lì a poco, di nuovo la voce dell’altra volta risuona nella sua testa, gli dice “fra mezz’ora”. Tom chiede ad alta voce cosa intende per mezz’ora, la voce ripete “fra mezz’ora” e poi “papà”. Dalla cucina la mamma chiede a Tom cos’ha detto, Tom, trotterellando dal soggiorno alla cucina, dice allegramente che il papà arriverà tra mezz’ora. La mamma lo guarda stupita, poi gli chiede come faccia a saperlo, e lui candidamente le risponde che un signore parla nella sua testa e gli dice delle cose, poi si volta e corre via come un furetto.

Il giorno dopo Tom sta giocando da solo, la mamma ancora non si capacita di come lui avesse saputo che il marito sarebbe tornato esattamente mezz’ora dopo l’orario solito. Arrivare in ritardo è comprensibile, non lo è un se è un bambino a dirlo spaccando il secondo.

Intanto Tom è salito in soffitta, c’era una cosa che aveva visto e che voleva ritrovare, non pensa però di dire alla mamma dove si trova ora. Entrato in soffitta si dirige subito verso il tavolo dove sono appoggiati la radio ed il televisore ma viene distratto da un particolare che nota in quel momento: l’orologio a pendolo, che aveva scoperto giorni fa, ora non è coperto dal solito lenzuolo impolverato, Tom si ferma a fissarlo, incantato, non sa perché ma gli sembra bellissimo, la cassa lucida, la vetrina trasparente, il pendolo dorato che riflette la luce, il quadrante con le ore e le lancette intarsiato di disegni e colori, Tom fissa a bocca aperta l’orologio, estasiato. D’improvviso il pendolo compie un piccolo movimento, mettendosi in moto da solo. Nonostante il fatto insolito il bimbo non si spaventa per niente, rimane anzi ancora più affascinato e si avvicina all’orologio, a quel punto la lancetta dei secondi comincia a girare velocemente all’indietro, in senso anti-orario, seguita subito da quella delle ore, Tom ha un sussulto di sorpresa. Così come si sono messe in moto, le lancette si fermano all’improvviso, il quadrante diventa lo schermo di una sala cinematografica, e Tom vede una scena, il papà, un po’ più giovane di adesso, sta portando il televisore in soffitta, lo appoggia sul tavolo, dice a sé stesso che lo farà riparare mentre lo copre con un telo. Ecco che ora le lancette cominciano a correre in senso orario per poi fermarsi, e Tom vede un’altra scena, di nuovo il televisore, è ancora lì, appoggiato su quel tavolo, il lenzuolo impolverato, proprio come Tom l’aveva visto le altre volte, e accanto c’è la tela con il ragnetto nel mezzo. Poi la scena cambia ancora rapidamente, ora Tom vede il ragnetto arrampicarsi sul televisore, lanciare un filo della sua tela che si attacca alla parete, poi lanciarne un altro in un’altra direzione formando un incrocio di fili e, dal centro dei fili cominciare a tessere la tela, con rapidità e precisione, degno di un grande artista. Tom esclama “Caspita!”, affascinato. Rapito dalle immagini quasi non sente la mamma che lo sta chiamando a gran voce.

Scende di malavoglia di sotto. La mamma è piuttosto seccata, deve uscire e vuole che Tom ubbidisca subito quando lei lo chiama. Tom chiede scusa alla mamma per non averle risposto e tenta di raccontarle la straordinaria esperienza che ha appena avuto, ma la mamma lo liquida con un secco “Non ora, non ho tempo!”. Tom ci rimane molto male, si chiede perché spesso gli adulti ripetano quella frase.

Il giorno successivo Tom gioca di nuovo senza Chicco, la mamma gli ha detto che i suoi genitori non hanno avuto tempo di accompagnarlo lì da loro. Di nuovo quella frase così triste, quando un adulto ti dice di non avere tempo, vuol dire che non ti può ascoltare, non ti può accompagnare o giocare con te, e questo rende Tom abbastanza triste. Così a malincuore Tom si appresta a giocare da solo. Decide poi di salire in soffitta, è un po’ di malumore, è un’altra giornata piovosa e fuori non c’è nessuno con cui giocare.

Si siede di fronte all’orologio a pendolo che però rimane immobile, non muove le sue lancette come l’altra volta. Allora Tom comincia a raccontargli delle cose che gli sono accadute, poi gli chiede se lui sa perché spesso gli adulti dicono di non avere tempo e se ne sta lì fermo, seduto, mogio mogio. D’improvviso l’orologio fa compiere un giro in senso orario alle lancette e una voce parla nella testa di Tom, gli dice che tante volte gli adulti perdono il senso del tempo e, di conseguenza lo fanno poi anche i bambini. Tom gli chiede cosa significa perdere il senso del tempo, la voce risponde che gli adulti hanno inventato gli orologi perché così credono di poter fare più cose possibili, ma in questo modo si perdono il gusto vero del farle, ad esempio il papà va al lavoro e, durante la giornata lavorativa deve fare un determinato numero di cose, che potrebbe compiere più lentamente e con molto gusto, ma si costringe a fare più in fretta possibile, perché teme di non finire prima degli altri, per questo non riceverebbe il compenso promesso. L’orologio continua, “guarda il ragno, ad esempio, lui si costruisce attorno una tela molto elaborata, che richiede abilità ed arte, per il ragno la tela è vitale, gli permette di sopravvivere, di nutrirsi, ma non per questo costruisce la tela tentando di fare più in fretta che può, la costruisce basandosi soltanto sulla sua arte, questa è l’unica cosa che conta e, se la tela si disfa per qualunque motivo, il ragno la ricostruisce proprio come aveva fatto prima. L’uomo ha creduto di fare del tempo uno strumento per ottenere delle cose in cambio, costruire delle cose in cambio del denaro, più ne costruisce prima degli altri e più denaro ottiene, ma così facendo ha dimenticato il piacere invece di fare, disegnare, suonare, modellare un vaso, costruire una casa, oppure stare con i suoi simili, parlare con loro, scambiarsi affetto e amore per il solo piacere di farlo, non esiste un tempo per fare le cose ma esiste un tempo per ogni cosa e il valore di aver visto ed imparato. Anche guardare fuori dalla finestra la pioggia che scende diventa un piacere, se guardo soltanto la pioggia che scende, i cerchi che crea sul terreno, il profumo che si solleva dalla terra quando è bagnata, perdersi nelle proprie fantasie osservando semplicemente le nubi, ascoltare il suono della pioggia, sentire quel brivido creato dall’umidità e coprirsi subito dopo e sentire il tepore di un abito caldo addosso,

gli adulti hanno inventato orologi sempre più precisi e complicati, ma gli orologi migliori restano sempre il sole e la luna, con loro non puoi sbagliare, le piante si regolano ancora con quegli orologi, anche gli animali lo fanno, non sbagliano mai, non perdono tempo e nemmeno si annoiano e tutto acquista dunque il giusto significato.”

L’orologio prosegue a parlare nella testa di Tom, :”Ora non puoi dire alla mamma o al papà che possono lavorare o vivere senza temere di perdere tempo, però tu puoi ricordare queste parole e quest’esperienza, per te stesso, creando così il tuo tempo per le persone e le cose che ami, osserva spesso la natura, i suoi ritmi, guarda la luna alta in cielo, è lì da quando è stata creata, compie ogni giorno lo stesso percorso, così come il sole, compiono il loro percorso nel loro tempo e nel loro ritmo. È un tempo ed un ritmo giusto per loro ma anche per tutti gli altri, immutabile nel passare dei secoli perché è il tempo giusto per la vita stessa, quello è il giusto tempo.”

Tom è seduto a terra, appoggiato sui gomiti fissa l’orologio a bocca aperta, ascoltando ogni parola con grande concentrazione, niente e nessuno potrebbe distrarlo in quel momento, perché quello è ciò che conta per lui.

“In realtà la vita è fatta di tanti momenti, uno dopo l’altro, che ogni essere vivente e non vivente crea e vive, istante dopo istante, e tutto è governato da quel grande orologio che si chiama Cosmo”

Tom non capisce quelle parole ma crede che siano molto importanti e lascia che il suo tempo le fissi dentro di sé.

L’orologio a pendolo è stato sistemato in un angolo del soggiorno, con la sua bella vetrina trasparente e il legno lucido. Tom non ricorda cosa l’orologio gli abbia detto,o se mai abbia parlato,  ma ciò che è stato detto non sarà dimenticato, perché la coscienza di Tom ha registrato l’esperienza, parola per parola ed immagine per immagine, e tutto servirà al momento giusto, a suo tempo.

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