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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Nella fabbrica di Babbo Natale”.

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

 

Una favola moderna con un lieto fine….

Ci avviciniamo in volo verso i paesi nordici, qui è solo neve, ghiaccio e bufere ma a bordo del nostro mezzo di trasporto siamo al sicuro da ogni tipo di intemperie, possiamo attraversare perfino una tempesta senza esserne danneggiati, è caldo, confortevole e luminoso, se vogliamo riposare, ci ricaviamo uno spazio per noi nella penombra per rilassarci meglio.
Tra poco sorvoleremo la zona dove vive Babbo Natale. Dal nostro mezzo vediamo una vasta landa desolata, chilometri e chilometri di neve a perdita d’occhio riflessa dalla luce della luna, ma ecco che all’orizzonte appaiono luci, ci avviciniamo ad esse, diventano man mano sempre più distinte, le luci provengono dalle finestre di una grande casa ad un solo piano, la luce è calda ed illumina anche l’esterno, sulla neve si proiettano le sagome delle finestre, quella luce sembra dare allegria e calore.
Ora che siamo abbastanza vicini possiamo vedere coccarde rosse appese alle finestre, rendono la casa gioiosa, perfino una musica natalizia è diffusa all’esterno, non ne comprendiamo la lingua. ma la melodia è gradevole. La nostra guida ci invita a prepararci per scendere, ci suggerisce di coprirci molto bene anche se pochi passi ci separeranno dal nostro mezzo e la casa, il freddo pungente non lascia scampo nemmeno per brevi istanti.
Ecco, stiamo camminando sul terreno innevato, fa davvero un gran freddo, i nostri passi scricchiolano, il suono è forte nell’immenso silenzio che ci circonda, dato che la musica di poco fa è cessata. Ci avviciniamo all’ingresso, un’enorme coccarda rossa e bianca è appesa ad una grande porta che pare essere in metallo piuttosto che di legno, la luce dall’interno, calda, splendente ci lascia immaginare un ambiente accogliente ed allegro, la coccarda rossa ci rimanda il benvenuto ed il freddo mordente ci toglie il fiato.
Finalmente la porta si apre ed entriamo. Veniamo investiti da un gran caldo, luci abbaglianti, suoni e rumori forti, indefiniti ci rendono confusi, estraniati nell’ambiente in cui ci troviamo. Eravamo convinti di trovare un luogo bello, allegro, fiabesco, invece ci vediamo immersi in una cacofonia allucinante, le immagini classiche degli aiutanti di Babbo Natale, che lavorano con amore e felicità, svaniscono di colpo dalla mente di fronte al caos e al disordine che ci si parano invece davanti

Nella fabbrica di Babbo Natale gli elfi sono molto indaffarati, instancabili preparano pacchi dono, costruiscono giocattoli, controllano gli indirizzi, si muovono frenetici, scambiandosi frasi e battute, eppure in sottofondo la musica che si ode è una musica natalizia stonata. Lavorano senza sosta fino al suono di una campanella, per poi interrompersi per un breve periodo, riprendendo le proprie postazioni. Guardandoli ci ricordano gli operai di grandi fabbriche, dove un sorvegliante si accerta che i lavoratori non si alzino senza permesso, che non facciano pause al di fuori del loro tempo previsto, che non si perdano in chiacchiere e non si distraggano.

Tutti sono talmente indaffarati da non notare nemmeno la nostra presenza. Noi restiamo in piedi, di fronte all’ingresso, guardando il posto esterrefatti. Passano diversi minuti e ancora non ci siamo mossi, la musica è frastornante, musiche natalizie, così sembra di capire, che paiono suonate e cantate da una banda ubriaca. A tutt’ora nessuno è venuto verso di noi, la nostra guida si addentra nella fabbrica per cercare uno dei responsabili ed avvisarlo del nostro arrivo.

Poco tempo dopo vediamo il ragazzo, che ci fa da guida, tornare accompagnato da un elfo, sudato e paonazzo. Egli ci guarda con occhi stralunati, salutandoci si scusa di non averci visto prima, poi procedendo sempre di fretta, ci fa strada verso l’interno di quella che, a tutti gli effetti, è una fabbrica. Prima di iniziare la visita turistica deve presentarci al capo, che ci spiegherà delle cose a riguardo. Il suono della campanella segnala la fine di un ciclo, gli elfi si alzano dalle proprie postazioni e, unendosi a fiumana, si dirigono verso una porta, è ora di pausa, credo.

Intanto raggiungiamo la zona degli uffici per incontrare il capo, come aveva detto l’elfo poco fa. Ci avviciniamo ad un gabbiotto sporco e consunto, dalla vetrata rettangolare, che occupa quasi l’intera parete dell’ufficietto, si intravedono pile di scartoffie attraverso vetri sporchi. L’elfo, che ci ha accompagnato fin qua, ci chiede di attendere un istante ed entra nell’ufficio. Esce poco dopo e ci fa cenno di entrare a nostra volta. All’interno si sente uno sgradevole e rancido odore di fumo, forse anche di cibo andato a male. Rumore di una sedia spostata che sfrega le gambe contro il pavimento in modo rude e pesante, passi lenti da peso massimo vengono nella nostra direzione, dietro una pila di schedari spunta un omone, indossa un paio di pantaloni rossi sbragati, una maglia di lana, a mezza manica, sporca ed ingiallita, la barba, ingrigita ed incolta gli copre mezzo viso, come un cespuglio disordinato, mentre un’enorme pancia trasborda da un cinturone nero, ci guarda da un paio di occhialetti tondi e bisunti, la testa ricoperta da ciuffi di capelli bianchicci, con voce biascicata accenna ad un saluto sollevando appena la mano, “ ‘giorno, voi siete….?”,
La nostra guida si presenta e dice il motivo per cui siamo qui, mentre noi ci guardiamo in faccia l’un l’altro, esterrefatti. Colui che ci sta davanti e che ricorda solo lontanamente Babbo Natale, guarda il ragazzo con espressione vacua mentre porta una mano sul retro dei pantaloni e si gratta senza ritegno. “Non ricordo di aver letto la mail che mi hai inviato, …si,… può darsi,….mi sembra di ricordare,…si…forse l’ho anche vista,…eh, ma sai, con tutto quello che abbiamo da fare, qui.” “Ma l’invito era chiaro, e poi noi ora cosa facciamo, non possiamo certo tornare indietro, il mezzo, che ci ha condotti qui farà ritorno solo tra un paio d’ore”.

L’inverosimile babbo natale si gratta la fronte con sguardo inebetito, e produce un suono simile ad un grugnito. “Vabbè, aspettate un momento!”, poi grida un nome irripetibile e, un istante dopo, un altro elfo si avvicina trafelato. Babbo natale dà ordini all’elfo nella loro lingua incomprensibile, l’elfo lo guarda con attenzione annuendo, poi scatta sull’attenti e sparisce in un lampo. Babbo natale si rivolge di nuovo a noi, parlando la nostra lingua: “Un momento ancora, ho dato ordine di farvi vedere la fabbrica. Aspettate qui!”, e senza aggiungere altro, si volta e sparisce di nuovo nella sua tana, sommerso dalle scartoffie.

Ci guardiamo l’un l’altro, confusi, smarriti ma abbiamo un po’ tutti la stessa considerazione, questo non è proprio ciò che eravamo pronti a vedere, e l’idea che ci eravamo fatti era completamente diversa. Abituati alle cartoline natalizie, in cui si rappresenta la grande festa, si vedono i colori sgargianti del rosso, dell’oro, del bianco e in primo piano la grande figura di Babbo Natale con un grande cappuccio rosso, il viso sorridente e rubicondo, la candida barba, che mostra gioia e allegria, fa sentire il calore e vedere i colori del Natale.

Tutto questo esplode improvvisamente, come una bolla di sapone. Ci troviamo dunque qui dentro, in questo posto che ci è stato presentato come la fabbrica di Babbo Natale, ma che non ha niente in comune con quanto appreso, e la figura di Babbo Natale è completamente distorta, dissonante con le cartoline natalizie. Qui dentro egli è un dispotico imprenditore, egoista ed ottuso che riduce in schiavitù il proprio personale con turni massacranti. La confusione regna tra noi, dov’è la verità, quale delle due figure è reale?

La musica che continua ad imperversare, è una musica che di natalizio ha soltanto una traccia, per il resto è una cacofonia urlante e stonata di chitarre isteriche e batterie fracassanti. Ma come fanno questi poveretti a sopportare tutto questo strazio per così tante ore al giorno!?

L’elfo comincia il tour di accompagnamento, scortandoci lungo file di banchi da lavoro, vediamo molti elfi impegnati nella costruzione ed assemblamento di giocattoli, con ritmi da catena di montaggio, un pezzo via l’altro, come fossero essi stessi delle macchine. Mentre guardiamo gli elfi lavorare ci lanciamo occhiate, sbigottiti. Sorveglianti osservano severi gli elfi che lavorano, ma ora stanno osservando anche noi, ci guardano passare, visibilmente seccati della nostra intrusione, sebbene non dicano niente, è chiaro che non ci vogliono tra i piedi. Alcuni giovani elfi devono trasportare pesanti casse, talmente pesanti che faticano in gruppo a spostarle, sempre sotto lo sguardo inesorabile dei sorveglianti, nell’aria si ode l’infernale frastuono dell’incessante lavoro, unito alle onnipresenti canzoni natalizie suonate da rabbiose chitarre metalliche, il rumore toglie ogni briciolo di pensiero, rendendo rabbiosi e stanchi anche noi.

Un forte odore di plastica e petrolio ci prende la gola e dà nausea, è incredibile il numero di pezzi di giocattoli che gli elfi devono fabbricare, da riempirci supermercati.

Un frastuono ci fa voltare verso il portone d’ingresso, giusto in tempo per veder entrare un enorme cassone metallico che viene rovesciato in una grande vasca, tonnellate di plastica e ferraglia si riversano all’interno, mentre un mastodontico argano si abbassa, afferra il gancio e solleva la vasca oscillante, trasportandola sopra le teste degli elfi che non smettono un istante di lavorare. Due gigantesche porte scorrevoli si aprono sul lato opposto all’ingresso, lasciando passare la vasca, diretta alla fonderia, un baccano mostruoso si ode al di là delle porte aperte, sembrerebbe impossibile da pensare, ma c’è chi lavora anche in quel girone infernale, noi guardiamo allibiti, la gola serrata, per lo sgomento ed il forte e pungente odore di metallo fuso che fuoriesce dalla fonderia, oltre che ad una gettata di aria ardente. Il nostro stupore è tale da non poter proferire parola. Ora le porte scorrevoli si richiudono, mentre veniamo di nuovo circondati dal baccano delle musiche natalizie e dal rumore nella fabbrica.

Nel frattempo suona la campanella che segnala il cambio di turno. Gli elfi si alzano dai propri deschi, si allontanano in fila indiana senza una parola tra di loro, mentre nella direzione opposta stanno arrivando i colleghi che li sostituiranno, il movimento delle due colonne di elfi fa in modo che tra di loro non si possano incrociare, scambiandosi commenti o, semplicemente salutandosi.

Storditi proseguiamo il giro, accompagnati sempre dalla nostra guida che ci mostra ora come vengono creati ed assemblati i giocattoli. Ingegneri sono stati contattati per costruire giochi sempre più sofisticati, tanto da sembrare reali nel compiere azioni di propria libera scelta. Si vedono bambolotti che si muovono come veri neonati, buffi animaletti che socializzano con le persone, pupazzetti che si animano e compiono azioni, per non parlare delle play stations, nella versione natalizia c’è sempre la figura di babbo natale come protagonista.

Ci avviciniamo ad un altro ufficio, disordinato e lurido anch’esso, dentro vi lavorano gli impiegati addetti al commerciale, il rapporto con i clienti, le vendite, le ricerche di mercato. Loro dovere è essere sempre i primi, esclusivi, nel piazzare la merce, non lasciando spazio a nessun altro, creando bisogni e desideri da vendere, preziosi come il pane. Il vociare all’interno è caotico, cacofonico, ognuno cerca di urlare più dell’altro per sovrapporre la propria voce e aggressività, non esiste un momento di pace, il delirio è totale, di rumori e voci. Non ne possiamo proprio più, siamo esausti di tutto questo casino infernale, vorremmo credere di non essere nella fabbrica di Babbo Natale ma purtroppo non è così, e tutto è terribile.

La visita guidata volge al termine. L’elfo che ci ha accompagnati deve ora tornare al proprio lavoro. Veniamo scortati di nuovo all’ufficio di Babbo Natale per ricevere il caratteristico omaggio natalizio, due pupazzetti, uno rappresentante Babbo Natale e l’altro una delle sue renne. Uno di noi pone un’ultima domanda a Babbo Natale il quale, nella confusione generale e nel baccano sta sciorinando i soliti convenevoli, e quasi non sente la persona che gli si è rivolta, chiedendo una cosa fondamentale, ovvero che non abbiamo visto le renne. Babbo Natale si interrompe, prende un tono aggressivo mentre ci ordina di andare verso l’uscita, la visita è terminata.

Usciamo, il silenzio della sera ci investe come un treno, il frastuono all’interno della fabbrica era assordante ad un livello sconvolgente. Attendiamo nel buio della sera l’arrivo del nostro mezzo di trasporto. Siamo mogi e non abbiamo voglia di parlare, lo scenario attorno a noi è avvolto nell’oscurità, non c’è la foresta di abeti con la strada ammantata di neve, come negli scenari natalizi, ma soltanto la fabbrica, le finestre illuminano poche centinaia di metri attorno ad essa, rendendo il luogo ancora più solitario e spettrale, noi ci sentiamo rattristati ed anche impauriti, ci stringiamo per darci conforto e scaldarci, qualcuno guarda l’orologio, commentando che il nostro trasporto sarebbe già dovuto essere arrivato.

Sentiamo un rumore in lontananza, un suono indefinibile di qualcosa in avvicinamento, assomiglia al rumore prodotto da un aliante mentre fende l’aria, unito ad un trillo ritmato e costante. Restiamo in trepidante attesa di vedere di cosa si tratta, ora appaiono piccole luci che si muovono su e giù, come sospese.

Il misterioso oggetto è ormai vicino a noi, illuminato da una lunga fila di luci, pare di vedere un’astronave, restiamo a guardare con il naso per aria, timorosi, gli uni stretti agli altri. Dopo aver effettuato alcune virate, lo strano oggetto si allontana per poi toccare il suolo e dirigersi di nuovo verso di noi. Sentiamo un rumore, ci ricorda una mandria di buoi in movimento, lo strano insieme di luci e suoni, avvicinandosi, prende ora forma e consistenza e, sotto le spettrali luci della fabbrica, ecco che ci appare un’incredibile mandria di renne, imbrigliate in fila indiana, trainanti un’enorme slitta, illuminata da centinaia di piccole luci, pare di vedere innumerevoli lucciole, una accanto all’altra. Lo stupore ci rende silenziosi ed attenti, nessuno di noi osa dire una parola.

La slitta si porta lentamente a pochi metri da noi, allora possiamo vedere anche il suo equipaggio, sono tanti bambini che ci guardano, sorridenti ed apparentemente divertiti, i loro visini sembrano essere illuminati di luce propria, non emettono alcun suono, ma nella nostra testa si formano chiaramente frasi che portano un messaggio di pace e conforto: “La Sacra Slitta di Natale vi dà il benvenuto in queste terre, che rappresentano luogo di pace e fratellanza. Da sempre, in questo periodo, partiamo per la grande missione di portare il messaggio a tutti i Fratelli delle Stelle, per celebrare l’unità dei loro popoli. Queste sono le nostre strenne, affinché gli abitanti delle galassie sentano di essere uniti da una grande onda di Amore che li invita ad operare per il bene comune. Ricevete anche voi il nostro augurio, diffondete il messaggio ovunque andate sul vostro pianeta. Che siate benedetti.”
Al termine del messaggio su di noi si leva un pulviscolo dorato che, posandosi delicatamente, ci rende luminosi.

“Non abbiate paura, i Fratelli delle Stelle resteranno sempre uniti.”

L’immensa slitta si muove, trainata dalle renne che presto passano al galoppo e, con una virata, cominciano a sollevarsi, lasciando dietro di sé una scia di luce e polvere d’oro che perdura, anche dopo che la slitta è scomparsa nell’oscurità della notte fredda e stellata.

Dopo pochi istanti sentiamo il rumore di un altro mezzo in avvicinamento, il nostro mezzo di trasporto è tornato a prenderci, mentre in lontananza notiamo ancora il bagliore dorato lasciato dalla slitta. Saliti a bordo, l’autista commenta la bellezza di questa notte, insolitamente intensa, tanto che le stelle hanno un particolare bagliore. Noi conosciamo la vera origine di quella scia dorata, ci guardiamo, sorridendo, nel nostro cuore è vivo il messaggio di Amore che presto diffonderemo, ovunque andremo.

Buon Natale

foto di Luciano Magni Bergfantouring
paesaggio notturno

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…i viaggi dell’Anima, tante storie: “Un tè preso su una terrazza affacciata sull’infinito – 1° parte

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Suono alla porta di una casa dall’aspetto antiquato anche se ben tenuta, circondata da un bel giardino, con alberi, fiori e cespugli di rose. Il profumo di fiori e di foglie si spande nell’aria, dando un aspetto ancora più bello e profondo al giardino. Apre la porta una donna poco più alta di me, magra ma con le guance piene, morbide e rosee, quasi un personaggio da Holly Hobbies che ben si adatta all’aspetto della casa. Noto con un certo piacere che la donna mi somiglia, sebbene un po’ diversa da me, e sento subito una certa affinità verso di lei. Lei mi sorride mentre mi guarda, percepisco già una certa confidenza anche se ancora non ci conosciamo di persona.
Avevo iniziato a conversare con questa donna via mail, lei si era interessata ad alcuni articoli nel mio blog, e da allora siamo rimaste in contatto, ma oggi è la prima volta che la incontro di persona, mi ha invitata poco tempo fa a prendere un tè a casa sua, e io ho accettato ben volentieri.
Felice che abbia accettato l’invito mi fa entrare. La casa è molto bella, tanto quanto il giardino, l’ingresso si apre su una grande sala, dove al centro si trova un bel salotto di fronte ad un grande camino, il pavimento è in pietra, liscia e scura, mi soffermo qualche istante ad osservarlo, non so perché ma questo pavimento mi dà l’impressione di camminare come sospesa nello spazio, forse è il colore scuro che stuzzica la mia fantasia in questo modo. Dietro al salotto c’è il tavolo da pranzo con 8 sedie, tappeti di fantasia blu sono stesi al centro del salotto e sotto il tavolo. Contro la parete di fronte all’ingresso c’è una grande credenza di legno scuro e massiccio e subito accanto una scala porta al piano di sopra, a fianco si nota anche la porta della cucina.
Alle pareti sono appesi diversi quadri, alcuni ritraggono paesaggi, altri persone che sono sicuramente appartenute a questa famiglia, accanto alle grandi finestre, drappeggiate da vaporosi tendaggi, ci sono grandi piante ornamentali.
Dal soffitto pende un grande lampadario, la luce arriva però soffusa da alcune lampade poste agli angoli della sala, di colore blu. Penso che il colore blu sia il suo preferito.
Diana, questo è il suo nome, mi dà la mano e, parlando convenenvolmente mi accompagna a vedere la casa. Attraversiamo la sala, passando da una porta a lato del camino mi trovo nella biblioteca. Anche questa sala è ben illuminata da ampie finestre, con piante alle pareti. Alla parete adiacente al camino si trova una stufa in maiolica che dovrebbe riscaldare piacevolmente l’ambiente. La biblioteca è molto bella, molti libri sugli scaffali, un tavolo piuttosto grande nel mezzo, con alcune sedie, 8 per la precisione, come nella sala da pranzo e un paio di poltrone agli angoli del locale. Anche qui un bel lampadario appeso nel centro ed un paio di lampade accanto alle poltrone, anch’esse di colore blu. Sotto al tavolo nella biblioteca si nota un tappeto blu, il pavimento invece è chiaro, a differenza del soggiorno, rende la stanza ancora più luminosa. Un paio di quadri alle pareti mostrano paesaggi silvestri molto realistici, potrei stare a guardarli senza stancarmi. Diana mi dice di sentirmi libera di prendere qualche libro, se lo trovassi di mio interesse, la ringrazio e le rispondo che darò un’occhiata alla biblioteca più che volentieri.
Parlando con serenità e leggerezza delle nostre cose, Diana mi propone di prendere il tè di sopra, in terrazza, dove staremmo comode e rilassate. L’idea mi va e lei mi conduce verso la scala che iniziamo a salire. Dopo aver fatto solo pochi gradini avverto come un leggero stordimento, forse un calo di pressione, impercettibile, non ci faccio caso e proseguo. Arriviamo al corridoio che porta verso la zona notte della casa, Diana mi invita a proseguire lungo la seconda rampa di scale, fino ad arrivare ad un pianerottolo dove ci sono due porte. Lei apre la porta di fronte alle scale ed entriamo in una mansarda arredata con semplicità, dall’aspetto confortevole ed accogliente. Nel centro si trova un divano a tre posti, di fronte un tavolino basso, di legno, sotto un tappeto blu, e una credenza, formata per la metà da scaffali con libri. Di fronte alla credenza, alla parete opposta, si trova un baule di antica fattura, sopra il baule si vedono una serie di mensole con alcuni soprammobili rappresentanti creature da fiaba, gnomi, fate, un paio di draghi, piccoli animali. Accanto al baule si trova un tavolino rotondo con un vassoio di legno, un barattolo di miele con il suo cucchiaio a spirale, una candela già consumata in un portacandele ricoperto di cera, una ciotola con erbe e fiori essiccati che diffondono una leggera e gradevole fragranza, un piatto di legno contenente pietre di vari colori, giallo, rosa, rosso, blu, arancio, verde, violetto. Gli oggetti così disposti mi incuriosiscono, tanto che mi soffermo ad osservarli, Diana si discosta leggermente per lasciarmi il tempo di guardare. Mi volto, lei sta aprendo la porta-finestra che dà sulla terrazza, la seguo fuori.
La terrazza è ampia, ci sono diverse piante e fiori accanto alla ringhiera che creano un piccolo giardino, da quassù si gode di una bella vista sull’ampio giardino sottostante e oltre. Diana mi lascia per un po’, scende a preparare il tè, mi dice di attenderla dove desidero, fuori in terrazza o in mansarda, e se c’è un libro che mi interessa di non esitare a prenderlo, e se avessi bisogno del bagno, lo trovo alla porta accanto, fuori sul pianerottolo. La ringrazio e rimango ancora un po’ appoggiata alla ringhiera. Resto lì senza fare altro, il mio sguardo è rivolto verso il giardino ma non si fissa su niente in particolare, la testa vuota di pensieri. Mi scosto a fatica dalla ringhiera, come se qualcosa mi avesse trattenuto lì per tutto il tempo, rientro in mansarda, mi avvicino al tavolino con il miele, il mio sguardo si posa sulla ciotola delle erbe, la fragranza mi inebria, ne assaporo le sfumature, chiudo gli occhi, attirata dagli aromi, come se ogni aroma portasse il proprio messaggio, mi lascio condurre, nella mente mi appaiono immagini di un grande giardino, io lo percorro in lungo ed in largo, le piante diventano via via più varie, più folte, più grandi, fino a ritrovarmi in un bosco fatto da immensi alberi che paiono essere vecchi di secoli, percepisco quasi l’umidità del bosco, la frescura sulla pelle, mi sembra di udire il cinguettio di migliaia di uccelli, mentre cammino su terra battuta, foglie secche, ciuffi d’erba. Qualcosa guizza al mio fianco tra le foglie, forse una lucertola o un topo, il rumore mi fa sussultare, le immagini attorno a me sono così vivide che per un attimo credo di essere proprio nel mezzo del bosco, questo mi spaventa al punto da aprire gli occhi, provo grande sollievo trovandomi nella mansarda. Dopo pochi istanti la porta si apre, Diana entra reggendo un vassoio con il tè, il mi affretto ad aprirle la porta-finestra per permetterle di uscire in terrazza. Lei appoggia il vassoio su un tavolino da giardino posizionato accanto alla ringhiera, mi dice di accomodarmi mentre torna in cucina a prendere la torta che ha preparato per il tè. Le mostro gratitudine per l’ospitalità ma al contempo temo di averla disturbata eccessivamente con la mia presenza, lei replica di avermi invitata volentieri, preparare torte è una sua consuetudine, le piace avere ospiti, la sua gioia si esprime anche nel preparare qualcosa per loro. Lascio quindi che Diana torni in cucina a prendere la torta, io resto di nuovo a guardare dalla ringhiera, di nuovo lo sguardo preso da qualcosa che non riesco ad identificare, viene distratto dal ritorno di Diana con una bella ed invitante torta di mele dal profumo inebriante. Si siede, versa il tè per tutte e due, taglia due fette di torta, l’aroma di mele e vaniglia di spande più forte, il sapore è delizioso tanto quanto il profumo, le faccio i complimenti per la sua torta, Diana li apprezza molto, per lei è una gioia ed un piacere invitare amici a prendere il tè. Anche il tè è incantevole, ai frutti di bosco, dal sapore deciso, robusto, caldo, speziato. Il gusto della torta mischiato all’aroma del tè crea un sapore forte e delicato allo stesso tempo, una vera delizia per il palato che mi distrae, mi fa perdere la cognizione del tempo, poso la tazza e mi accorgo che è già calata la sera. Ma quanto tempo siamo rimaste su questa terrazza? Volgo lo sguardo dalla ringhiera, mi aspetto di intravedere le sagome delle piante nella luce crepuscolare, in un primo momento però non riesco a vedere nulla, il giardino sembra scomparso, inghiottito dall’oscurità. Osservo meglio per individuare la forma di qualche pianta, vedere il nulla mi sembra una cosa sbagliata, ho bisogno di trovare la sagoma di qualcosa, una pianta o altro, una forma, non è possibile non vedere nulla. Scorgo una piccola luce, rincuorata credo di vedere un faretto, poi ne vedo un’altra e un’altra ancora, sono sparse qua e là, sembrano stelle, come un cielo al contrario, non è possibile guardare il cielo giù da una terrazza, la mia mente si rifiuta fermamente di osservare qualcosa di impossibile per lei, ma non riesco a distogliere lo sguardo. Poi mi rendo conto che la ringhiera è scomparsa, quasi non mi accorgo di aver aperto la bocca dallo stupore, lì seduta, con in mano la tazza di tè, il liquido rossastro di fragole e ribes che segue i miei movimenti, tremolando, anche perché mi avvedo proprio in questo momento di essere seduta sul nulla, perfino la sedia è scomparsa, sotto e attorno a me un cielo nero punteggiato di stelle, solo io e Diana, una di fronte all’altra, entrambe reggiamo la tazza di tè, nella stessa posizione, all’altezza del cuore, io con la mano destra, lei con la sinistra, speculari, e così restiamo a guardarci, per un tempo che pare infinito, guardandoci negli occhi, dove, nei suoi vedo lo stesso cielo stellato ….. (continua)

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