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I viaggi della Vita : “Ricordi di una sera d’autunno”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Come ogni sera della settimana torno dal lavoro, percorrendo un breve tratto di strada provinciale che attraversa pochi paesi ed un tratto di bosco che è parte di un parco regionale. Gli alberi a lato della strada sono fitta boscaglia, mi sento protetta da loro mentre transito, il luogo è ancora più bello quando il cielo è sereno, le stelle scorrono sopra di me come un nastro argentato. Ora le sagome scure degli alberi sono il mio riferimento verso casa, nel buio mi rimandano alla natura primaria dove luce ed ombra coesistono e si scambiano vicendevolmente, e quando è tempo dell’ombra occorre entrare in sé stessi, così come si entra nel folto di una foresta per incontrare il lato interiore più remoto e, a tratti, sconosciuto e selvaggio.

Con questi pensieri, che creano in me un’atmosfera morbida ed ovattata, quasi meditativa, faccio ritorno a casa.

Le luci soffuse, che fuoriescono dalle finestre, rimandano ad un senso di tenerezza. In casa gli inquilini stanno aspettando il mio rientro, mi accoglieranno con infinita gioia e affetto sinceri.

Spento il motore dell’auto, posso sentire il saluto dei cani, felici di avermi sentito arrivare. Sono già dietro alla porta, pronti a farmi festa. Ed è così che vengo accolta, da uggiolate di gioia e umidi abbracci poderosi.

Dall’alto della scala vengo osservata da un altro inquilino, il gatto, che se ne sta ad aspettare in disparte, ostenta un’aria indifferente, ma so che la sua è solo regale apparenza, in privato, più tardi, elargirà tutto l’affetto di cui è capace. Saluto il festoso corteo, compreso il micio finto indifferente e salgo le scale verso l’interno della casa. Io amo questa casa, per la sua luminosità durante il giorno, per l’ampio balcone che mi permette di costruire un giardino in miniatura, con tanto di orto, per il delizioso silenzio, in questo silenzio ho scritto le mie storie più belle.

Ora il silenzio della casa ha ceduto il posto all’uggiolio festoso dei cani. Tra poco usciremo per la passeggiata serale, lo capiscono dalle mie azioni e la loro gioia diventa incontenibile, si preparano davanti alla porta d’ingresso, pronti a fare irruzione fuori.

Ed eccoli, veloci e giocosi, sgusciano con impazienza dal cancelletto semiaperto e si dirigono a gran velocità verso il tratto sterrato che si inoltra nel parco.

È sera ormai, i lampioni illuminano l’ultimo tratto di strada che  congiunge la parte in sterrato al parco, da lì un ultimo centinaio di metri è illuminato, poi la strada si inoltra nel buio. Conosco bene quel sentiero, l’ho percorso tante volte, camminando nel centro si procede per un bel tratto, mentre la campagna, immersa nell’oscurità, ci scorre a lato. Si distinguono le sagome scure degli alberi e, dietro, il campo pervaso dalle tenebre, una bruma vaporosa aleggia su di esso. La luna crea giochi di chiaroscuro tra gli alberi sullo sfondo.

I cani sono già corsi avanti, sanno molto bene dove andare, la femmina, Maya, più audace, si è già inoltrata nel campo, arato da poco, lo attraversa completamente, la sua sagoma scompare nell’oscurità, il piccolo vorrebbe seguire la madre ma si limita a restarmi accanto. Io resto sul posto, lo sguardo verso la campagna tenebrosa, coglie soltanto sfumature nerastre sullo sfondo, che paiono cambiare forma attimo per attimo, le chiome degli alberi sembrano mosse da una strana corrente che le rimescola facendo loro assumere le più svariate forme e colorazioni nere punteggiate di rosso che si fonde con la tenebra. È un movimento che cattura, ipnotizza, lo sguardo resta fisso sullo sfondo e la mente si aspetta che accada qualunque cosa, pare quasi di scorgere soldati, impegnati in battaglia, avanzare con le lance e gli scudi in assetto da guerra.

Mi porto avanti di alcuni metri, fino a raggiungere un ciliegio secolare. Da qui in avanti gli alberi si diradano, ho la sensazione che se compissi qualche passo ancora, non sarei più al riparo. Resto per qualche minuto ferma sul posto, Maya ancora non si vede arrivare, il piccolo, Chicco, rimane accanto a me. Gli occhi, abituati al buio, scorgono movimenti impercettibili e continui. Mi guardo attorno, il bosco immerso nell’oscurità è affascinante, misterioso e mostra confini invisibili. Ad un centinaio di metri di distanza la fila di alberi riprende, due betulle affiancate sono poste come avvertimento del primo confine che può essere raggiunto ma, oltre il quale è meglio non avventurarsi nelle ore notturne. Mi porto fin lì, il piccolo sempre accanto a me. A distanza, gli occhi, abituati alle tenebre, scorgono una sagoma in avvicinamento. È la madre che torna da una delle sue escursioni, incurante del monito suggerito degli alberi, si avvicina per poi ripartire di corsa, fino a sparire di nuovo all’orizzonte. Dopo alcuni minuti di esitazione muovo qualche passo in avanti, gli occhi puntati sulle betulle che paiono guardarmi attentamente, lasciandomi però passare, perché così ho deciso. Le guardo mentre passo, aspettandomi un rimprovero da parte loro, ma non è così, silenziosamente ti ricordano ciò che è meglio, poi lasciano fare.

Raggiungo due maestose querce, una accanto all’altra, sembrano essere i guardiani del luogo, io le ho sempre viste come una porta su un’altra dimensione.

Durante il giorno mi posiziono fra di loro e, rivolta verso gli orti, formulo preghiere e pensieri d’amore alla Terra e al Cosmo. Ora, nella stessa posizione, di fronte a me, pare aprirsi una voragine tenebrosa, dove sagome indistinte si muovono, in continua evoluzione. Finalmente la madre arriva ad aggiungersi a me ed al piccolo. Insieme ci muoviamo lungo un sentiero erboso che oltrepassa gli orti e si dirige verso una piccola radura. Ogni passo che compio ha un significato importante, ogni passo, a quell’ora, mi inoltra nell’ignoto, perché ciò che vedo ora non è lo stesso che vedo durante il giorno.

Passo dopo passo le forme in movimento mi sfiorano, io le attraverso, è come sfiorare l’aria, eppure hanno una consistenza. Ora la madre cammina accanto a me, lo sguardo, con occhi che possono penetrare il buio, corre ovunque.

Il piccolo mi precede di un centinaio di metri, arriva deciso fino al termine della staccionata che delimita gli orti, gli occhi puntati sulla piccola radura davanti a sé, si ferma, la sua attenzione è stata catturata da qualcosa che solo lui può vedere, resta fermo per brevi istanti, poi si gira di scatto e inizia a correre nella nostra direzione, forse è una mia impressione ma pare essere stato spaventato da qualcosa che ha visto.

Credo di essermi inoltrata abbastanza, anch’io sono decisa a tornare indietro. Mi volto e in quel momento, sul terrapieno di fronte a me, vedo la figura di un cane della stessa dimensione di Chicco, correre nella nostra stessa direzione. Come ha fatto il piccolo ad arrivare fin là in un istante? Invece Chicco è di fronte a me ma, allo stesso tempo, è sull’altro lato. Per brevi istanti le silhouette dei due cani si muovono contemporaneamente, poi la figura dall’altra parte svanisce nelle tenebre. Questa manifestazione mi induce ad accelerare il passo per tornare indietro, alle mie spalle ho la percezione di qualcosa che si sta avvicinando.

Credo di aver disturbato, con la mia audacia, senza aver chiesto il permesso di andare oltre ad un punto posto come limite. Mi sto avvicinando al termine del sentiero, pochi metri e sarò sul piazzale asfaltato, dove sono parcheggiate le auto, mi accorgo ora di aver accelerato il passo, i cani mi seguono senza scorazzare in giro, forse sono stanchi o forse, anche loro, hanno avvertito qualcosa di diverso dal solito.

Finalmente arrivo in casa. Mi chiudo la porta alle spalle, anche il gatto è dentro che mi sta aspettando.

Sistemo le ultime cose e mi appresto per andare a dormire.

Al sicuro, nella mia camera, percepisco di nuovo inquietudine, forse un’entità è venuta a farmi visita, di nuovo si palesa nella mente l’immagine del cane di tenebra che corre nella notte.

I giorni successivi sento una persona parlare delle fate, le quali popolano quei luoghi e di come alcune specie possano ingannare il viandante. La signora in questione lamentava il fatto che questi esseri sono soliti suonare flauti nel bosco, a partire dalla sera.

https://www.rosacroceoggi.org/testi/relazioni/25_elementali.htm spiriti dei boschi

siamo circondati da creature, delle quali nemmeno sappiamo l’esistenza. Esse vibrano in altre frequenze, pertanto non le possiamo vedere. Ma non perché noi non le vediamo che loro non possano esistere.

Da sempre hanno popolato il mondo delle fiabe che, da piccoli, ci raccontavano. Crescendo, ci siamo allontanati da quel mondo e, volenti o nolenti, non lo abbiamo più riconosciuto. Ma ad un certo punto, esso richiama la sua esistenza, e si mostra di nuovo a noi, che ormai abbiamo occhi pieni di doveri e regole e, velati, non possono ora vedere dalla finestra sui mondi

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “White Heart, i figli del sole”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

“Più mi avvicino e più vedo quanto sono lontano. Ci vuole il coraggio di mille uomini per guardare la Verità, vedere quanto si è lontani da essa, e affrontarla.”
“Devi bussare per cento anni alla porta di Dio per poi capire che la porta non è mai stata chiusa e che in realtà non è mai neppure esistita alcuna porta.”
“Il silenzio è la lingua di Dio, tutto il resto sono cattive traduzioni.”
(Jalāl al-Dīn Rūmī)

 

In un’epoca indefinibile è narrata una storia,  una storia vera, una storia d’Amore, scritto correttamente con la A maiuscola, perché è un Amore che ha attraversato le ere, raggiungendo i nostri giorni in forma di voce, udibile appena dai Cuori che si sono schiusi senza timore delle tempeste, che li possano rovinare, come i petali di un delicato fiore. Questi Cuori hanno accolto il canto che narra di una storia d’Amore tra un principe e la sua principessa, governatori di un piccolo regno, florido e prosperoso, in una terra che non conosceva la contaminazione del possesso e del potere, dell’avidità e della bramosia, dell’inganno e della cupidigia, questi atteggiamenti non erano ancora giunti in queste terre.

Potendo sorvolare la vasta zona del regno, si ammirava l’immenso panorama di lussureggianti colline, floridi pascoli, rigogliosi campi, maestose montagne, grandi foreste e piccoli villaggi che sorgevano vicino a limpidi corsi d’acqua, fatti di case ben curate, costruite con pietre ed ingegno. Da una casa usciva un uomo e due ragazzi, s’incamminavano lungo un sentiero che conduceva ad un grande campo coltivato con diverse qualità di ortaggi, si mettevano all’opera, iniziando il lavoro quotidiano. Di lì a breve altre persone si univano, il numero di individui aumentava, intere famiglie lavoravano nei campi, nelle fattorie, accudendo agli animali, al raccolto, trasportando, pulendo, trasformando, producendo l’utile per vivere con il lavoro comune della giornata, nella serenità di giorni trascorsi insieme per il bene del villaggio. Ciò che a loro mancava, lo chiedevano ai villaggi vicini, in un perfetto scambio amorevole.

Tutti lavoravano per il bene comune, tenendosi per sé stessi tempo sufficiente ad esprimere i propri talenti, cosicché si ammiravano arti e mestieri di ogni sorta, il passaggio del sapere avveniva in modo spontaneo e gioioso, così come i tempi ricreativi in cui ognuno manifestava la propria gioia con un’arte  o semplicemente dormendo e sognando, il sogno era importante,  poiché spunto di ricerca di nuove idee.

Il principe e la sua principessa camminavano per le strade del loro straordinario regno, parlavano con i propri concittadini, gioivano con loro, lavoravano con loro, trovavano insieme la soluzione a problemi che potevano presentarsi, riunendo il consiglio dei saggi, invitando i cittadini del regno a partecipare, ascoltando ed esprimendo la propria opinione, la parola di tutti era preziosa.

Si ritrovavano spesso nella caverna della Dea, a pregare insieme, uniti, in un sincronismo perfetto di amore e rispetto, poi uscivano e trascorrevano qualche ora ad ammirare la bellezza della natura, i suoni, i profumi, ascoltandone, in silenzio, la voce. Al calare del giorno si ritrovavano nella grande sala delle udienze, per ascoltare i racconti degli anziani, le storie dei narratori, i canti degli artisti e tutti coloro che volevano dire qualcosa. Erano momenti di ritrovo, condivisione, scambio di affetto, di cibo, poi molti si ritiravano per riposare e fare l’amore.

Il principe e la principessa si ritrovavano due volte l’anno, durante l’equinozio di primavera ed il solstizio d’inverno, con i reggenti di altri piccoli regni come il loro. In quel periodo, con i preziosi consigli dei saggi, parlavano delle proprie situazioni e cercavano insieme le migliori soluzioni per tutti. Era una grande festa che durava diversi giorni,  poiché il viaggio era stato lungo. In quel lasso di tempo i rappresentanti dei vari regni avevano modo di rivedersi, altri invece di conoscersi, di riposarsi, di parlare in privato con i saggi.

Trascorrevano così dolci giornate in lieta compagnia, raccontando della vita nei propri villaggi, recitando preghiere agli dei, invocando gli spiriti della natura per chiedere loro aiuto, affinché nei propri regni prosperassero pace, collaborazione, abbondanza. Erano giorni di festa, nella foresta si diffondevano dolci musiche, appassionanti canti evocativi, danze dalle coreografie leggere, alternate a quelle forti e ritmate, si intrecciavano cesti, ghirlande, si cuocevano vivande in cooperazione, si scambiavano i frutti delle proprie terre. Dopo la celebrazione finale, con la benedizione dei saggi, che riportavano la parola degli dei, si faceva rientro nei propri luoghi con il cuore alleggerito dagli affanni e abbondante di gioia e amore da portare nel proprio regno.

Durante il percorso verso casa, il principe e la sua principessa si fermarono per trascorrere la notte, montarono le tende, con l’aiuto delle persone che li accompagnavano. Prima di cedere il tempo al sonno, i due amanti sistemarono un piccolo altare per ringraziare gli dei e, dopo aver acceso il braciere con le erbe profumate, si apprestarono a compiere il rito della sacra sessualità. Erano momenti di intensa affinità, dolcezza, passione, amore, nell’unione dei loro corpi si creava un arco di sacra energia che li univa al cosmo, influenzando benevolmente gli astri.

Nell’atto estremo della passione qualcosa interruppe però il contatto dei due amanti, un uomo, entrato furtivamente nella tenda, uccise con violenza i due giovani innamorati.

Buio e luce si fusero insieme nel trascorrere delle ere. Le anime dei due poveri ed eterni amanti fluttuarono, distanti l’uno dall’altra per un tempo che parve infinito, tanto che si dimenticarono dei loro occhi, del loro sguardo, delle loro mani unite nella tenerezza e nella passione, nella condivisione del tempo della preghiera e del lavoro, e vissero innumerevoli vite, non avendo più memoria dei loro corpi, eppure l’energia dell’amore che tutto unisce e dà vita era rimasta in loro, come una sottile scia luminosa a rincuorare le notti più buie e le giornate più grigie, e si manifestava in loro la leggera consapevolezza di un amore, distante nello spazio e nel tempo, la cui presenza però non li avrebbe mai abbandonati.

Fu così che un giorno, il principe, ora un uomo dalle mille vite e dai mille amori, che tanto aveva amato da sentirsi consumato negli occhi e nel cuore, vide una foto, in cui un gruppo di amici sorrideva all’obiettivo da una piccola aiuola erbosa. Il gruppo era piuttosto omogeneo e monotono, nessuno spiccava per abbigliamento particolare o colorato, facce pressoché sconosciute, eppure una figura tra le altre colpì la sua attenzione, non seppe dire il motivo, fu così e basta; una donna di bassa statura, completamente mimetizzata con gli altri per il colore della casacca scura, ebbe un effetto particolare su di lui. Fece in modo di conoscerla di persona, e fu così che  un gruppo di amici, seppur non intenzionalmente, organizzò un incontro durante una gita in bicicletta.

Il principe e la donna si ritrovarono soli in auto, parlarono a lungo di sé stessi, raccontandosi molte cose. Ci volle del tempo, ma i due divennero sempre più intimi. Con l’intimità crebbe quella sottile certezza che sa come sussurrare al cuore, di essersi riconosciuti e ritrovati.

Molte volte risalirono monti, attraversarono foreste, condivisero le bellezze e le emozioni che le montagne sanno donare, tra valli incantevoli,lungo rocciosi sentieri, il loro amore diventava via, via più forte, come la roccia delle montagne che tanto amavano.

Emerse, un giorno, spontaneamente una visione che raccontava del loro amore attraverso le ere, entrambe giovani e belli si amavano in un giorno di sole, in un prato accanto al casolare in pietra dove vivevano. Lui pareva un angelo uscito da un quadro, uno dei bellissimi angeli dipinti da Leonardo, lei una ninfa dei boschi, il prato intero, dove erano distesi, pareva unirsi al loro divino amplesso, i grilli suonavano un concerto al loro amore, così come gli uccelli, con il loro cinguettio, poi si posavano sui rami, avvicinandosi come in un abbraccio d’ali.

Di nuovo si incontrarono nel passaggio dei secoli, perché loro erano simili seppur diversi, ma l’Amore li univa, l’amore per la vita, per gli esseri viventi, per la terra che li vedeva vivere. Di vita in vita si cercavano, si trovavano, si riunivano, la natura era un simbolo forte per loro, perché essi vivevano della natura e per la natura, loro erano stelle gemelle nate dallo stesso impulso cosmico di un antico sole che scagliò il suo dardo infuocato nell’oceano siderale, loro erano i figli del sole.

“A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. A volte ve ne vengono riservate due o tre, anche quattro. Possono appartenere a generazioni diverse.
Per ricongiungersi con voi, viaggiano attraverso gli oceani del tempo e gli spazi siderali. Vengono dall’altrove, dal cielo. Possono assumere diverse sembianze, ma il vostro cuore le riconosce.
Il vostro cuore le ha già accolte come parte di sé in altri luoghi e tempi, sotto il plenilunio dei deserti d’Egitto o nelle antiche pianure della Mongolia. Avete cavalcato insieme negli eserciti di condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di sabbia dei nostri antenati.
Tra voi c’è un legame che attraversa i tempi dei tempi: non sarete mai soli.”
(Brian Weiss)

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