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I viaggi dell’Anima, tante storie: “White Heart, i figli del sole”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

“Più mi avvicino e più vedo quanto sono lontano. Ci vuole il coraggio di mille uomini per guardare la Verità, vedere quanto si è lontani da essa, e affrontarla.”
“Devi bussare per cento anni alla porta di Dio per poi capire che la porta non è mai stata chiusa e che in realtà non è mai neppure esistita alcuna porta.”
“Il silenzio è la lingua di Dio, tutto il resto sono cattive traduzioni.”
(Jalāl al-Dīn Rūmī)

 

In un’epoca indefinibile è narrata una storia,  una storia vera, una storia d’Amore, scritto correttamente con la A maiuscola, perché è un Amore che ha attraversato le ere, raggiungendo i nostri giorni in forma di voce, udibile appena dai Cuori che si sono schiusi senza timore delle tempeste, che li possano rovinare, come i petali di un delicato fiore. Questi Cuori hanno accolto il canto che narra di una storia d’Amore tra un principe e la sua principessa, governatori di un piccolo regno, florido e prosperoso, in una terra che non conosceva la contaminazione del possesso e del potere, dell’avidità e della bramosia, dell’inganno e della cupidigia, questi atteggiamenti non erano ancora giunti in queste terre.

Potendo sorvolare la vasta zona del regno, si ammirava l’immenso panorama di lussureggianti colline, floridi pascoli, rigogliosi campi, maestose montagne, grandi foreste e piccoli villaggi che sorgevano vicino a limpidi corsi d’acqua, fatti di case ben curate, costruite con pietre ed ingegno. Da una casa usciva un uomo e due ragazzi, s’incamminavano lungo un sentiero che conduceva ad un grande campo coltivato con diverse qualità di ortaggi, si mettevano all’opera, iniziando il lavoro quotidiano. Di lì a breve altre persone si univano, il numero di individui aumentava, intere famiglie lavoravano nei campi, nelle fattorie, accudendo agli animali, al raccolto, trasportando, pulendo, trasformando, producendo l’utile per vivere con il lavoro comune della giornata, nella serenità di giorni trascorsi insieme per il bene del villaggio. Ciò che a loro mancava, lo chiedevano ai villaggi vicini, in un perfetto scambio amorevole.

Tutti lavoravano per il bene comune, tenendosi per sé stessi tempo sufficiente ad esprimere i propri talenti, cosicché si ammiravano arti e mestieri di ogni sorta, il passaggio del sapere avveniva in modo spontaneo e gioioso, così come i tempi ricreativi in cui ognuno manifestava la propria gioia con un’arte  o semplicemente dormendo e sognando, il sogno era importante,  poiché spunto di ricerca di nuove idee.

Il principe e la sua principessa camminavano per le strade del loro straordinario regno, parlavano con i propri concittadini, gioivano con loro, lavoravano con loro, trovavano insieme la soluzione a problemi che potevano presentarsi, riunendo il consiglio dei saggi, invitando i cittadini del regno a partecipare, ascoltando ed esprimendo la propria opinione, la parola di tutti era preziosa.

Si ritrovavano spesso nella caverna della Dea, a pregare insieme, uniti, in un sincronismo perfetto di amore e rispetto, poi uscivano e trascorrevano qualche ora ad ammirare la bellezza della natura, i suoni, i profumi, ascoltandone, in silenzio, la voce. Al calare del giorno si ritrovavano nella grande sala delle udienze, per ascoltare i racconti degli anziani, le storie dei narratori, i canti degli artisti e tutti coloro che volevano dire qualcosa. Erano momenti di ritrovo, condivisione, scambio di affetto, di cibo, poi molti si ritiravano per riposare e fare l’amore.

Il principe e la principessa si ritrovavano due volte l’anno, durante l’equinozio di primavera ed il solstizio d’inverno, con i reggenti di altri piccoli regni come il loro. In quel periodo, con i preziosi consigli dei saggi, parlavano delle proprie situazioni e cercavano insieme le migliori soluzioni per tutti. Era una grande festa che durava diversi giorni,  poiché il viaggio era stato lungo. In quel lasso di tempo i rappresentanti dei vari regni avevano modo di rivedersi, altri invece di conoscersi, di riposarsi, di parlare in privato con i saggi.

Trascorrevano così dolci giornate in lieta compagnia, raccontando della vita nei propri villaggi, recitando preghiere agli dei, invocando gli spiriti della natura per chiedere loro aiuto, affinché nei propri regni prosperassero pace, collaborazione, abbondanza. Erano giorni di festa, nella foresta si diffondevano dolci musiche, appassionanti canti evocativi, danze dalle coreografie leggere, alternate a quelle forti e ritmate, si intrecciavano cesti, ghirlande, si cuocevano vivande in cooperazione, si scambiavano i frutti delle proprie terre. Dopo la celebrazione finale, con la benedizione dei saggi, che riportavano la parola degli dei, si faceva rientro nei propri luoghi con il cuore alleggerito dagli affanni e abbondante di gioia e amore da portare nel proprio regno.

Durante il percorso verso casa, il principe e la sua principessa si fermarono per trascorrere la notte, montarono le tende, con l’aiuto delle persone che li accompagnavano. Prima di cedere il tempo al sonno, i due amanti sistemarono un piccolo altare per ringraziare gli dei e, dopo aver acceso il braciere con le erbe profumate, si apprestarono a compiere il rito della sacra sessualità. Erano momenti di intensa affinità, dolcezza, passione, amore, nell’unione dei loro corpi si creava un arco di sacra energia che li univa al cosmo, influenzando benevolmente gli astri.

Nell’atto estremo della passione qualcosa interruppe però il contatto dei due amanti, un uomo, entrato furtivamente nella tenda, uccise con violenza i due giovani innamorati.

Buio e luce si fusero insieme nel trascorrere delle ere. Le anime dei due poveri ed eterni amanti fluttuarono, distanti l’uno dall’altra per un tempo che parve infinito, tanto che si dimenticarono dei loro occhi, del loro sguardo, delle loro mani unite nella tenerezza e nella passione, nella condivisione del tempo della preghiera e del lavoro, e vissero innumerevoli vite, non avendo più memoria dei loro corpi, eppure l’energia dell’amore che tutto unisce e dà vita era rimasta in loro, come una sottile scia luminosa a rincuorare le notti più buie e le giornate più grigie, e si manifestava in loro la leggera consapevolezza di un amore, distante nello spazio e nel tempo, la cui presenza però non li avrebbe mai abbandonati.

Fu così che un giorno, il principe, ora un uomo dalle mille vite e dai mille amori, che tanto aveva amato da sentirsi consumato negli occhi e nel cuore, vide una foto, in cui un gruppo di amici sorrideva all’obiettivo da una piccola aiuola erbosa. Il gruppo era piuttosto omogeneo e monotono, nessuno spiccava per abbigliamento particolare o colorato, facce pressoché sconosciute, eppure una figura tra le altre colpì la sua attenzione, non seppe dire il motivo, fu così e basta; una donna di bassa statura, completamente mimetizzata con gli altri per il colore della casacca scura, ebbe un effetto particolare su di lui. Fece in modo di conoscerla di persona, e fu così che  un gruppo di amici, seppur non intenzionalmente, organizzò un incontro durante una gita in bicicletta.

Il principe e la donna si ritrovarono soli in auto, parlarono a lungo di sé stessi, raccontandosi molte cose. Ci volle del tempo, ma i due divennero sempre più intimi. Con l’intimità crebbe quella sottile certezza che sa come sussurrare al cuore, di essersi riconosciuti e ritrovati.

Molte volte risalirono monti, attraversarono foreste, condivisero le bellezze e le emozioni che le montagne sanno donare, tra valli incantevoli,lungo rocciosi sentieri, il loro amore diventava via, via più forte, come la roccia delle montagne che tanto amavano.

Emerse, un giorno, spontaneamente una visione che raccontava del loro amore attraverso le ere, entrambe giovani e belli si amavano in un giorno di sole, in un prato accanto al casolare in pietra dove vivevano. Lui pareva un angelo uscito da un quadro, uno dei bellissimi angeli dipinti da Leonardo, lei una ninfa dei boschi, il prato intero, dove erano distesi, pareva unirsi al loro divino amplesso, i grilli suonavano un concerto al loro amore, così come gli uccelli, con il loro cinguettio, poi si posavano sui rami, avvicinandosi come in un abbraccio d’ali.

Di nuovo si incontrarono nel passaggio dei secoli, perché loro erano simili seppur diversi, ma l’Amore li univa, l’amore per la vita, per gli esseri viventi, per la terra che li vedeva vivere. Di vita in vita si cercavano, si trovavano, si riunivano, la natura era un simbolo forte per loro, perché essi vivevano della natura e per la natura, loro erano stelle gemelle nate dallo stesso impulso cosmico di un antico sole che scagliò il suo dardo infuocato nell’oceano siderale, loro erano i figli del sole.

“A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. A volte ve ne vengono riservate due o tre, anche quattro. Possono appartenere a generazioni diverse.
Per ricongiungersi con voi, viaggiano attraverso gli oceani del tempo e gli spazi siderali. Vengono dall’altrove, dal cielo. Possono assumere diverse sembianze, ma il vostro cuore le riconosce.
Il vostro cuore le ha già accolte come parte di sé in altri luoghi e tempi, sotto il plenilunio dei deserti d’Egitto o nelle antiche pianure della Mongolia. Avete cavalcato insieme negli eserciti di condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di sabbia dei nostri antenati.
Tra voi c’è un legame che attraversa i tempi dei tempi: non sarete mai soli.”
(Brian Weiss)

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I viaggi dell’Anima, tante storie: Un tè preso su una terrazza affacciata sull’infinito – 4° parte

Testo di ©Cinzia Valtorta – foto gentilmente concessa da Luciano Magni

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/12/18/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito-3-parte/

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/12/04/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito/

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/11/11/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito-1-parte/

…respiro con la creatura, riposo con la creatura, mi nutro con la creatura, dormo con la creatura, mi muovo ad ogni alito di vento, danzo nel vento. Il sole accarezza le foglie della maestosa quercia e io mi allungo per abbracciare il sole e lasciare che esso mi baci. Il bacio del sole mi scalda, mi illumina e io mi sento leggera, sempre più leggera.

Ora sono così leggera che ho l’impressione di librarmi in aria, tutto attorno a me è un vortice sfavillante, e io roteo, roteo leggera, eterea, finché non mi poso a terra e riprendo consistenza, ma non sono ancora un corpo. Mi ascolto, mi osservo, mi percepisco, guardo il sole e mi sembra che esso sia ad un palmo da me stessa. Muovendomi mi accorgo di ardere come il sole, tutto attorno a me è tremolante, come se l’ambiente che mi si presenta si muovesse continuamente e le cose attorno a me risplendono di un forte bagliore.

Una forza roboante, ardente, gigantesca si sprigiona dal centro di me stessa, che percepisco essere anche una forza terrificante, ne sono quasi spaventata tanto è l’impeto. A fatica porto l’attenzione all’intensità di questa forza che mi fa muovere, agitare, quasi danzare in un movimento continuo verso l’alto pur restando nello stesso posto. Appena la mia attenzione si posa sul movimento, mi accorgo di poter controllare questa forza e l’impeto si placa, ma avanza la percezione che il mio centro si apra, lasciando uscire altra energia, immensa, ardente, bellissima e terribile. Ora mi arrendo a questa forza incontenibile, l’ accetto, lascio che sia ciò che è. A questo punto ne percepisco ogni potenzialità, la sua pericolosità, ma anche la sua positività ed è come se mi consumassi continuando ad essere, ad ogni istante sono e non sono, ed allora vedo e mi accorgo di forme fluttuanti attorno a me, composte della stessa materia di cui sono fatta, figure guizzanti, consistenti ma trasparenti allo stesso tempo, so di essere nello stesso elemento sebbene quelle figure non sia io. Mi sento ricreare ad ogni istante, una sensazione indescrivibile di  essere, non essere, essere di nuovo.

Vinco la paura della mia stessa forza e comincio a muovermi con attenzione,ma mi accorgo che posso anche divertirmi, allora mi lascio andare ad una danza sempre più dinamica, gioiosa e giocosa, finché di nuovo il mio centro si apre, ed è come un’esplosione, di gioia, impetuosa, in ogni direzione, eterea e fluttuante…(continua)

(l’ultima parte del racconto è inserita nella raccolta completa che può essere scaricata gratuitamente a questo indirizzo: https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/un-t-preso-sulla-terrazza-affacciata-nellinfinito-9788892671423.html

fuoco

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I viaggi dell’Anima… tante storie: “Il fiore e la gente fredda”

Mi piace scrivere storie in prima persona perché, chiunque le legga, si possa sentire protagonista, se lo desidera, vivendo così la propria storia.
E allora, di nuovo buon viaggio.

“Le cose sono unite da legami invisibili: non si può cogliere un fiore senza turbare una stella. ”
Albert Einstein

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

C’è un luogo dal quale passo ogni giorno, una via di periferia della mia città, con case e palazzi, una normale via, quasi anonima, sebbene aleggi nell’aria sensazioni di freddezza e chiusura che una persona particolarmente sensibile percepisce e distingue dal resto, come se tutto ciò fosse concentrato qui.

A volte queste sensazioni sono così sgradevoli da voler quasi cambiare strada. Un giorno però, passando da lì ecco emergere qualcosa di completamente diverso, quasi un effluvio dolce come una primavera, leggero come una risata; lo seguo come fosse un profumo, mi conduce verso il centro della via, dove sorge una palazzina di nuova costruzione, squadrata come un blocco di granito dal colore metallico e dalle finestre incassate, quasi temessero la luce.
Ecco allora riemergere la sensazione pesante di poco fa, fredda e chiusa, mi allontana come uno spintone, distolgo lo sguardo, gli occhi vanno verso il basso, si posano sul misero fazzoletto di prato davanti alla palazzina e lì la sensazione cambia di nuovo, trasformandosi ancora nella lieve brezza primaverile.

Fisso a lungo il prato, erba verde punteggiata da qualche fiorellino, qua e là. La sensazione si fa però più forte quando il mio sguardo si posa al centro del praticello, osservo meglio, la sensazione cresce, diventa una pressione che rimbomba nelle orecchie, si ode quasi un rumore, un suono ritmico ed espanso, come quando si riesce ad ascoltare il fluire del proprio sangue nelle orecchie. L’attenzione cade su un minuscolo fiore bianco; entro nel prato, mi avvicino al fiorellino, mi chino ad osservarlo, sembra un giglio in miniatura, con i suoi piccoli stami gialli che fuoriescono dalla corolla.

Mi inginocchio per osservarlo meglio, ma soprattutto per sentire quella sensazione che si espande ora dentro di me, come essere sospinti da una forte corrente ascensionale, tanto da sentire il vuoto nella testa. Possibile che questa forza provenga da questo minuscolo fiore? Resto ancora un istante lì inginocchiata, poi mi alzo, a malincuore devo tornare alle mie faccende e mi allontano, senza però prima voltarmi più di una volta, a riguardare il piccolo lembo di prato con al centro il magico fiore.

Non passa giorno che io non vada a far visita al dolce fiorellino, l’incantevole giglio in miniatura che mi ha rapito il cuore e l’ha sospinto in alto, in volo come farfalle in una tiepida giornata primaverile. Ogni volta che mi allontano dal piccolo prato sono felice.

Poi un giorno, mentre sono inginocchiata davanti a quella meraviglia della natura, uno degli abitanti del palazzo transita lungo il vialetto che conduce sulla strada, con la sua grossa auto, nera e lucida. Muovendosi lentamente mi guarda con fare torvo, nei suoi occhi mi sembra di leggere qualcosa di minaccioso che fa male al cuore, torna ancora quella sensazione fredda e cupa che sento sempre provenire dal palazzo. Sono quasi tentata di circondare il fiore con le mie mani per proteggerlo da quell’ondata di disprezzo, guardandolo di nuovo il suo magico e gioioso effluvio non è affatto cambiato, mi commuovo per questo piccolo, tenero fiore che continua a trasmettere la purezza della sua anima nonostante viva in un ambiente abitato da gente fredda e insensibile alla bellezza semplice e mite.
Passano i giorni, poi in una giornata grigia che incupisce l’animo, fermandomi davanti al prato non riesco a vedere il fiore, sento una stretta al cuore e una sensazione di paura salire lentamente dal mio ventre. Entro nel prato e subito un grosso pugno di ferro mi strizza il cuore: il piccolo e candido fiore giace ricurvo e calpestato.
Sento le gambe diventare deboli, devo inginocchiarmi prima di perdere le forze. Davanti al tenero fiore deturpato e morente non posso trattenere le lacrime che cominciano a scendere copiose lungo il mio viso. Più in alto, dal palazzo sento provenire sguardi segreti, strali d’acciaio che penetrano come lame, non me ne curo e piango sopra il piccolo fiore, il tenero, minuscolo giglio.

Alcune lacrime finiscono proprio sul fiore, lo bagnano, scivolando lungo la piccola corolla che giace lì a terra, calpestata. D’improvviso però il fiore pare muoversi, infatti ora ha un sussulto, così forte che la corolla si apre in due, quasi compio un balzo all’indietro per lo stupore. Dalla corolla aperta si sprigiona una vivida luce, un piccolo e brillante bagliore dorato, si libra a mezz’aria nella forma di una sfera grande forse come una pallina da tennis. A bocca aperta, fissando la sfera, mi chiedo se anche coloro che abitano il palazzo stiano vedendo questa scena miracolosa, ma ritiro il pensiero, sentendomi stupida e impotente di fronte a tale meraviglia.
Ora anche la sfera si apre, propagando un bagliore luminoso e iridescente, a fatica riesco a tenere gli occhi aperti, nel mezzo si intravede una minuscola figura, immersa in questa luce vivida, come un piccolo sole sospeso a nemmeno mezzo metro dal prato, tutto, attorno a me tutto si fa luminoso, rischiarando il grigiore di questa giornata. Appena posso guardare di nuovo vedo la figura più nitida, riconosco una minuscola, graziosa, tenera bambina, indossa un abitino bianco, i bordi appena tondeggianti ricordano la corolla del piccolo giglio, il suo viso delizioso mi sta guardando, occhi innocenti e divertiti si fissano nei miei, risuona nella mia testa la sua risata argentina, tutto il resto attorno non esiste più, come se fossimo soltanto lei ed io. Si libra nell’aria, leggera come una piuma, fino ad arrivare all’altezza del mio viso, si avvicina, labbra minuscole si posano sulla mia fronte e mi lasciano un bacio. Quel bacio mi racconta una storia alla velocità del lampo, dice di chiamarsi Energia, usa questo nome comprensibile per noi, nella sua lingua sarebbe altrimenti impossibile da intendere. Dice che il Tutto, il Grande Padre/Grande Madre l’hanno creata, così come hanno creato le sue innumerevoli sorelle, per aiutare le creature che abitano i pianeti, milioni e milioni, che popolano il Cosmo, e permettere loro di lasciar brillare il proprio sole interiore, la propria energia che tutto crea e dà vita.

Purtroppo esistono però esseri che hanno permesso alle forze oscure di circondare il proprio sole, soffocandolo, fino a non sentirlo più. Alcuni di loro possono ancora essere aiutati, basta la presenza di qualcuno con il proprio sole vivido dentro di sé, per permettere loro di splendere di nuovo, per altri invece, anche la presenza più luminosa non riesce a destare il loro sole, dovranno attendere ancora a lungo prima del risveglio. Altri ancora, invece, per loro libera scelta, hanno permesso a queste forze oscure di ghermirli a tal punto da far implodere il proprio sole, trasformandolo in un buco nero che li auto-fagocita, ma questa è un’altra storia.

Uno di questi esseri, dal sole addormentato, ha calpestato la forma che Energia aveva preso per svolgere il proprio compito, ad esso era insopportabile l’aura candida che si librava dal fiore, ma non per questo va detestato, occorre pazientare affinché anch’ esso senta il calore del proprio sole irradiarsi dentro di sé.
La bimba mi dice che il sentimento d’Amore che provavo per il fiore ha accelerato il processo di far emergere quella grande quantità di energia per rischiarare quel luogo, portando sicuramente beneficio a coloro che lì vivono. Benché Energia fosse stata calpestata non sarebbe morta, l’Energia non muore, mai, avrebbe mutato la sua forma, ma ha lasciato che l’Amore, provato per la Vita, contribuisse alla trasformazione, affinché il sole interiore di ognuno splendesse allo stesso modo.

Alla fine, quello che conta, è l’Amore, e gli eventi, anche quelli apparentemente spiacevoli, possono contribuire a farci risplendere come tanti soli, se ci permettiamo di dar voce e luce al nostro centro luminoso.
Non c’è ombra senza luce, non c’è luce senza ombra, uno è indispensabile all’altro, occorre osservarli, senza timore né pregiudizi, ascoltare cosa ci comunicano attraverso le nostre sensazioni ed emozioni ed agire, sperimentando e stupendoci, come bambini.

“Tutto è determinato… da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Lo è per l’insetto come per le stelle. Esseri umani, vegetali, o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.” Albert Einstein

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