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Il Viaggio della Vita: La Finestra sui Mondi – Samsara

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Chiunque abbia vissuto con persone la cui mente si andava spegnendo man mano, ha visto i propri cari vivere dissociati sempre più dalla realtà in cui l’altro è invece calato. Ed è così che, pensando a loro e all’esperienza vissuta, dapprima indirettamente, tramite le testimonianze di amici e parenti, e poi direttamente anche con mio padre, un giorno si è aperta, per così dire, una specie di finestra sui mondi, mostrandomi ciò che potrebbe essere la realtà vista dall’altra parte. E’ emerso, al contempo, un racconto che descrive l’episodio. I nomi utilizzati sono soltanto finalizzati al racconto, ogni riferimento è pertanto casuale e non voluto.

LA FINESTRA SUI MONDI

La donna indossa un lungo abito che arriva fin sotto le ginocchia, grigio con piccoli fiori perlati, ed un grembiule da cucina di colore anch’esso scuro, con qualche macchia qua e là ma che profuma ancora di bucato, i capelli, imbiancati, sapientemente raccolti in uno chignon non troppo severo, qualche piccola ciocca candida è sfuggita alla presa dentata del fermaglio, come a voler dimostrare un accenno di libertà, seppur timido. Con movimenti veloci ed esperti sta finendo di pulire una gallina, che ha terminato la sua breve ed inconsapevole vita nel pollaio, fuori, al margine dell’orto. Alza lo sguardo dal lavoro minuzioso, portando l’attenzione verso un rumore, proveniente dall’ingresso della grande ed efficiente cucina di inizio novecento, il viso si distende in un benevolo sorriso…

L’immagine si trasforma, in un istante il viso della donna nella cucina viene sostituito da un altro viso, altrettanto benevolo, non al di là di un tavolo, ma a pochi metri di distanza, non porta la crocchia e nemmeno l’abito con il grembiule, sembra essere addirittura più giovane, sta parlando, ma non capisco le parole, posa amorevolmente una mano sulla mia spalla e sorride, “Ecco, ora sei a posto, hai mangiato, sei pulito, ora fai un riposino, più tardi faremo una passeggiata”. D’improvviso le nubi si diradano, la mente si alleggerisce all’istante di un pesante fardello, il viso benevolo. che sta ancora davanti, ha anche un nome, sì, lo ricordo, è facile, so di averlo sempre amato, sorrido felice a quel viso, al quale sto per pronunciare il nome, in risposta all’emozione che si sta manifestando, il viso sorride gioioso…

Nebbia, ma da dove arriva questa nebbia, non c’era poco fa! Ombre si parano davanti, figure indistinte che si muovono, poi ecco, di nuovo la luce, è pieno giorno, aperta campagna e grano maturo, biondo, un’immensa chioma dorata mossa dal vento, profumo caldo e asciutto di cereale, indimenticabile, e un nome, gridato a gran voce, non sembra provenire dal campo, nemmeno dal pascolo di fronte, in fondo una staccionata e, al di là, la casa di famiglia, grande gioia al vederla, sì, forse la voce arriva proprio da là, andiamo in quella direzione, intanto rispondiamo al richiamo….

“Mamma! Mamma! Sono qui! Sto arrivando!” D’improvviso la luce è differente, non più la bella e calda luce solare, al suo posto ora c’è la fredda luce di lampadine al neon, ma dove mi trovo? Qualcuno sta chiamando un nome. Sono nella mia cucina, sì, riconosco i mobili, e il frigorifero con le calamite, ma chi è quella donna accanto ai fornelli? L’ho già vista, ma non ricordo come si chiama. Ah! È lei che mi sta chiamando, ma chi è questo Giulio?

“Giulio, cosa c’è? Perché ti sei messo a gridare così?” “Cosa? Mamma, sei tu?” “Mamma!? Ma Giulio, sono io, Carmen!”

Un volto è davanti a me, una donna, non capisco cosa faccia qui, nella mia cucina, dov’è la mamma? E d’improvviso…” Carmen!” Una sola parola e poi un vortice scuro…

Di nuovo la luce, bianca, non si vede altro, è abbagliante, come essere sotto ad un potente riflettore, ed un suono, unico, infinito, simile ad un ronzio, come quando si passa accanto ad una cabina dell’alta tensione, dopo un tempo, altrettanto infinito, finalmente le immagini tornano, apparse, come per incanto, attraverso la potente luce, ecco di nuovo un luogo familiare, all’aperto e, al di là di questo immenso prato l’amata casa, voglia di correre, distendendo le mani accarezzo i fili d’erba, pungono al tatto, il prato è un immenso dipinto verde punteggiato di colori,… i papaveri!… Che belli, i papaveri!…

E poi,… di nuovo, il volto di prima, ma ora so chi sei, ti riconosco, perché ti ho conosciuto da sempre, e so di averti tanto amato, e ora so anche come ti chiami,…

“Carmen! Carmen!” “Giulio! Dimmi, tesoro!”

Un forte e lungo abbraccio, e una sola parola, il riepilogo di una vita, di mille vite d’amore che mai si spegnerà: “Grazie!”, una sola parola, prima che quella finestra sull’incanto del grande prato fiorito di apra di nuovo e, questa volta, definitivamente.

…e l’infinito vortice della vita continua….

Dal blog: Riflessioni – https://www.riflessioni.it/enciclopedia/samsara.htm

Samsara

Samsara (pali, sanscrito) trascritto anche sangsara.

Letteralmente: percorrimento del flusso del divenire. Il mondo del flusso, del mutamento e dell’incessante divenire in cui viviamo. Vita quotidiana o anche tempo ciclico (il ciclo: vita, morte e rinascita).

Nel Buddhismo il Samsara è il campo della liberazione dal suo carico di limiti; non ve n’è altro. Nello stesso mondo in cui i “tre fuochi” dell’odio, della brama e dell’illusione sono tenuti in vita dal desiderio egoistico dell’uomo, va cercata la liberazione dalla Ruota del Divenire, sulla quale, legati da noi stessi, ci rivolgiamo vita dopo vita [momento dopo momento]. Il fine del Nobile Ottuplice Sentiero è di permettere il distacco dalla Ruota e l’entrata nello stato del Nirvana. Nella scuola Mahayana si insegna che questa fuga è impossibile, perché Samsara e Nirvana sono due aspetti di una sola Realtà; essi sono un aspetto inseparabile e duplice del Non-dualismo assoluto.

https://www.youtube.com/watch?v=zHDMEyFAXfI

 

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I viaggi dell’Anima… tante storie: “Fuga”

Testo di ©Cinzia Valtorta

Sono invitata a casa di amici con la famiglia, persone che conosco da una vita e che considero la mia seconda famiglia. È bello essere a casa loro, è un luogo caldo, accogliente, rilassante, ci si sente liberi di essere sé stessi e mi piace l’odore della casa, un profumo misto di biancheria pulita, appretto, canfora profumata e buon cibo.
È ora di cena, ci riuniamo attorno al tavolo a consumare un pasto preparato in collaborazione, anche questo rende bello lo stare lì, si vive appieno ogni momento.
Dopo cena i miei genitori parlano allegramente con gli amici, la loro figlia si intrattiene piacevolmente con mio fratello nell’altra stanza, parlando delle loro esperienze e guardando la tv. Io mi sento molto rilassata, mi sento a casa, tranquilla, sicura, mi siedo sul comodo e ampio divano e mi beo della mia pace, ascoltando distrattamente i discorsi degli altri e la voce di fondo che proviene dal televisore.
Mi sveglio che è notte fonda, o così sembra, perché le luci del soggiorno sono spente e la casa è silenziosa, solo il bagliore del lampione dalla strada illumina il locale. Dopo un attimo di smarrimento, in cui mi guardo in giro, non trovando nessuno, mi domando perché gli altri se ne siano andati via senza avermi avvisata. Il fatto mi stupisce all’inizio e mi inquieta subito dopo.
Mi alzo dal divano, giro per la casa avvolta nella penombra, solo una piccola lampada è accesa nell’anticamera, ma tutto il resto è silenzioso e deserto. Chiedendomi dove siano andati gli altri torno in soggiorno, mi dirigo alla finestra e guardo di sotto, vedo solo una figura, giù in strada, un uomo che non conosco e che sta guardando proprio nella mia direzione. Indossa un impermeabile marrone chiaro, pantaloni scuri, un cappello a tese larghe che gli copre parzialmente il viso, ma capisco che mi sta fissando, io lo guardo a mia volta. Lui parla, incredibilmente lo sento, o meglio, sento la sua voce nella mia testa, mi dice di scendere. Io rimango ferma a guardare dalla finestra, non mi raccapezzo del perché debba scendere, del perché ero con certe persone prima e ora sono qui, da sola, in una casa semi- buia, del perché lui mi stia cercando e io senta la sua voce, chiara e distinta, dalle finestre chiuse. Di nuovo la sua voce a rompere il filo dei miei pensieri e dubbi, di nuovo mi dice di scendere e di sbrigarmi stavolta, c’è poco tempo ora. Poco tempo per cosa? Sempre più confusa rimango ferma sul posto a fissare fuori dalla finestra ma subito lui rincalza, stavolta con energia, mi ordina quasi di uscire da questa casa. La perentorietà della sua voce mi scuote dal torpore, mi allontano dalla finestra e, senza pensare a cosa avevo portato con me prima, quando ero arrivata, apro la porta d’ingresso, scendo le scale e arrivo giù in strada.
Il cancelletto è aperto, salgo sul marciapiede, l’uomo è lì che mi aspetta, ora riesco a vederlo bene, è alto, magro, il viso un po’ scarno, le sopracciglia folte e scure, così come gli occhi, penetranti, dallo sguardo severo e preoccupato allo stesso tempo. Mi chiedo chi sia e lui, stavolta, mi parla direttamente, dicendomi di doverci affrettare ad allontanarci da quel posto. La sua voce è apprensiva ma si intuisce una certa determinazione e sicurezza di fondo, quell’uomo ha il controllo delle proprie azioni e io posso ascoltarlo e fidarmi di lui. Si volta per incamminarsi, lo seguo, stavolta senza esitare. Ci allontaniamo dalla casa, percorriamo la via illuminata solo dai lampioni, in completa solitudine, mi guardo intorno ma, apparentemente non noto luci provenire da alcuna finestra.
Lasciamo la strada e svoltiamo in un vicolo che percorriamo nella penombra, lì i lampioni sono in minor numero e tracciano pochi aloni luminosi sull’asfalto. Il vicolo termina verso la rete del campo sportivo, ne costeggiamo il perimetro per un tratto, poi entriamo attraverso un’apertura e continuiamo a camminare al di là della rete, all’interno del campetto di calcio. Lo attraversiamo e saliamo sugli spalti fin sotto la tettoia. Lì siamo immersi nel buio ma riusciamo a vedere molto bene il campo e oltre, fino alle finestre della casa dei nostri amici. La finestra che vedo bene è quella della camera da letto della figlia, i vetri sono chiusi e le tende tirate. Fisso per un po’ quella finestra, la testa vuota di pensieri, fino a quando lui mi parla di nuovo, rivolgendomi una sola parola che mi fa voltare la testa verso di lui con uno scatto, il tono serio e preoccupato allo stesso tempo: “Arrivano”.
Rimango senza parole e forse senza fiato per un istante che sembra un’ora, poi il ricordo di quel verbo mi dà una scossa, torno a guardare in direzione della finestra e di nuovo l’uomo, prendo fiato e attanagliata da crampi di paura, con un filo di voce, chiedo: “Chi sta arrivando?”
Lui non risponde in un primo istante, lo sguardo fisso alla finestra, dà però soltanto un’altra indicazione, “Non ti muovere, non ti possono vedere se non ti muovi”.
“Chi, per l’amore di Dio, non mi può vedere, chi o cosa sta arrivando, dove?”, tutto questo mi esce in un fiato, forse l’ho perfino urlato, non lo so. Lui ora si volta a guardarmi, la severità dello sguardo mi paralizza, “Ti spiegherò ogni cosa a suo tempo, ora voglio che tu stia qui e che non ti muova, qui siamo al sicuro, non vedono bene a questa distanza e possiamo allontanarci indisturbati”
Io mi volto nuovamente verso la finestra della camera e attendo, sentendo crescere una paura raggelante. L’uomo mi parla di nuovo: “E’ normale che tu stia provando paura, la tua parte cosciente, terrena, non è avvezza a questi argomenti, ma tu sai, nel profondo del tuo cuore, di aver cercato quest’esperienza e di avermi chiamato a farti da guida, così che anche la parte più terrena non debba temere ad oltranza”.
Io ascolto la sua voce, le sue parole, in uno stato quasi ipnotico, in questa condizione, la mia mente si calma e si prepara a conoscere questa nuova realtà, supportata dalla parte più profonda e sottile di me stessa, ed ora sa che può fidarsi di quest’uomo.
Osservo con attenzione, ma non più con apprensione, la finestra della camera, e sento nell’aria uno strano sibilo, sembra quasi il soffio di un serpente. L’uomo mi dice che l’udito astrale si è attivato e posso percepire qualunque suono. Mi accorgo inoltre che la vista si sta facendo sempre più acuta, da dove mi trovo vedo l’intonaco della casa, sebbene ci troviamo a parecchie centinaia di metri di distanza. Addirittura la vista può penetrare la materia, così passa attraverso i muri, ed ora vedo l’interno della stanza, proprio come se fossi là dentro.
Quel suono sibilante riempie l’intera stanza, l’aria si sta facendo tremolante, come se si stesse riscaldando, e in quel tremolio si stanno muovendo strane forme, figure astratte, fluttuanti in quello stato d’energia, mentre il sibilo si fa sempre più intenso, quasi assordante.
A stento sento la voce dell’uomo che spiega, dice che si tratta di entità che vivono in altri piani della materia, i quali si nutrono di sogni e desideri degli umani che hanno smesso di ascoltare il loro cuore, il quale sta diventando duro come sasso, mentre la mente si fa arida e rende l’uomo simile ad un robot.
Queste creature si nutrono di scorie, in un essere umano con il cuore attivo, pulsante di vita, ripuliscono il campo energetico dalle scorie mentali che appesantiscono l’anima, in un essere umano con il cuore spento, si nutrono dei suoi desideri, perché essi vengono espulsi come fossero scorie nocive.
Avverto un’insolita sensazione dentro di me, come se nella mia testa si fosse aperta una finestra e la luce del sole avesse illuminato una zona rimasta in ombra da secoli; improvvisamente comprendo quanto sia importante esprimere desideri, anche esagerare nell’esprimere desideri, perché soltanto così si può capire quale esperienza si voglia fare, in quale direzione andare ed agire subito, appena si manifesta un’idea, la volontà di compiere un’azione, di raggiungere un luogo o qualcuno.
È vitale l’importanza di dare forma ai propri pensieri, non soltanto crogiolarsi nelle proprie immagini o ricordi, come guardare un film alla tv.
Con questa nuova consapevolezza mi volto verso l’uomo che mi ha accompagnata fin lì, ma lui non è al mio fianco. Guardo in ogni direzione, lo cerco in ogni angolo, ma lui non c’è, come se non fosse mai esistito, ciononostante non mi sento inquieta per la sua assenza, so che quell’uomo è stata una mia proiezione, forse un ologramma che il mio Sé superiore aveva assunto, per farmi uscire dal torpore dell’abitudine, del sedermi nella sonnolenza di cose fatte e ripetute ma rassicuranti e confortevoli, non provando l’emozione di nuove esperienze, mettendo in atto ogni mia capacità, di sentire la mia forza fatta azione, di sentirmi viva in ogni cellula ed agire con coraggio, cor agere, agire con il cuore, e di non fuggire più davanti alla vita, davanti a me stessa.
Mi alzo dal gradino, il cuore colmo di gratitudine che pare quasi esplodere e, con passo leggero, mi incammino verso dove la vita mi porterà.

Sentiero Adolf Munkel sotto le Odle

 

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