Articoli con tag: pensieri

I viaggi dell’Anima…tante storie: “Lo scrigno dei ricordi”

Desidero dedicare questo racconto a tutti coloro che soffrono di quella tremenda malattia che è l’Alzheimer, come è successo a mio padre, affinché non si dimentichi chi sono stati e tutte le persone che hanno amato.

dsc01649

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Tom ha compiuto da poco i 10 anni, è cresciuto molto da quando ne aveva 7, sia nel corpo che nel carattere, che ha mantenuto vivace e curioso. Ogni piccola esperienza è simile ad una grande avventura, e a Tom piace riportare nel suo diario tutto ciò che gli accade. Quel diario, che ricorda uno dei libri antichi di pelle e borchie gliel’ha regalato il nonno quando aveva compiuto 9 anni. Proprio quel giorno l’orologio a pendolo, che si trova nel soggiorno, si era rotto, (vedi https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/08/31/i-viaggi-dellanima-tante-storie-lorologio-a-pendolo/). Il papà voleva sostituirlo con uno nuovo, moderno, ma Tom aveva insistito a farlo riparare, non sapeva spiegare bene perché, ma quell’orologio gli piaceva proprio un sacco e voleva che tornasse a funzionare. Ci aveva pensato il nonno, che conosceva un amico di lunga data in grado ancora di fare quei lavori antichi che fanno rivivere le cose, così l’orologio aveva potuto tornare a segnare le ore nel soggiorno di Tom. L’evento era stato così importante per lui da essere annotato nel diario.

Quel diario è bello perché all’interno ha gli anelli di metallo, così Tom può aggiungere tutti i fogli che vuole ed utilizzarlo all’infinito. Quasi ogni giorno scrive cose che gli sono capitate, aggiungendo spesso disegni, incollando foto, biglietti, questo arricchisce ancora di più le sue giornate, rende vividi i ricordi, come quel giorno in cui, a casa di Chicco, ha assaggiato una barretta di doppio cioccolato, metà bianco, metà al latte con dentro tanti chicchi di cereali soffiati, non aveva ancora mangiato niente di più buono prima d’ora, così la carta della barretta è finita incollata nel diario, con un bello sbaffo di cacao accanto che Tom annusa spesso, perché pare ancora di sentirne il profumo.

Ogni tanto Tom va a rileggere qualche esperienza passata, è divertente, sembra di riviverla tanto le immagini, le voci, i suoni sono vivi nella memoria, a volte la mamma lo sente ridere da solo, come quella volta che il nonno stava dipingendo, un giorno d’estate, fuori sul terrazzo ed era tormentato dalle zanzare che gli avevano punto la zucca pelata, e lui se l’era dipinta di vari colori nel tentativo di grattarsi con le dita sporche di pittura. Tom era scoppiato a ridere come un matto nel vedere il nonno con la testa colorata come la sua tavolozza. E che dire poi della faccia del papà quando aveva visto il nonno conciato a quel modo!, non mancava mai di rammentarglielo.

Rileggendo il racconto di quella giornata il ricordo lo aveva fatto ridere di nuovo, aveva voglia di condividere la sua allegria con il nonno, ma lui era strano ultimamente, si sedeva spesso fuori in giardino, sulla panca e passava lì gran parte del tempo, pareva essersi dimenticato perfino del suo orto, che teneva di solito ben curato, e che ora era incolto e secco, era molto triste da vedere, ogni volta che Tom passava accanto all’orto non riusciva a non rattristarsi. Inoltre il nonno aveva anche smesso di dipingere, questa cosa preoccupava Tom, tanto che aveva chiesto alla mamma se il nonno avesse qualche specie di malattia. La mamma gli aveva semplicemente risposto che il nonno era soltanto vecchio e pertanto si sentiva stanco, ma a Tom quella cosa non piaceva, lui voleva riavere il nonno arzillo e fischiettante come se lo ricordava da sempre, come quando la nonna brontolava, dicendo: “Non sta mai fermo!”

Tom sale in soffitta, il cavalletto del nonno è lì, coperto dal lenzuolo impolverato, Tom ne solleva un lembo e guarda un piccolo insieme di colori ormai secchi e gli viene un groppo in gola. Corre giù di corsa in giardino, il nonno è lì seduto ancora sulla panca, lo sguardo fisso davanti a sé. Tom gli si siede accanto, accostandosi a lui pian piano, fino a sentirne il contatto, come quando era piccolo. Il nonno si volta verso di lui, lo guarda ma non dice nulla, rimane fermo come se guardasse il vuoto. Tom si alza, gli si mette di fronte, mentre il nonno segue i suoi movimenti fissandolo, ed esclama: “Nonno!”. Il nonno apre leggermente la bocca ma non parla,e guarda Tom come se si trovasse di fronte ad un estraneo.

Tom corre, corre in camera sua, ha le lacrime agli occhi, cosa sta succedendo al nonno? Perché si comporta così? Diversi giorni dopo Tom, tornando da scuola, non vede il nonno in casa. C’è il dottore, un amico del papà, che sta parlando con la mamma, sono così impegnati nel loro discorso da non notare Tom che si apposta dietro l’angolo ad ascoltare. Non è sicuro se stanno parlando del nonno, il dottore sta usando un linguaggio così difficile, come fa la mamma a capirlo? Finalmente il dottore se ne va e Tom corre dalla mamma. “Sai, hanno ricoverato il nonno, questa mattina è stato poco bene, ha inciampato ed è caduto”. “Mamma, perché il nonno non dipinge più? Perché passa tanto tempo seduto sulla panca, fuori in giardino, senza fare nulla?” “Te l’ho detto, tesoro, il nonno è diventato vecchio, è normale che si comporti così, capita a tutti, prima o poi.” Tom non replica, si volta e corre fuori in giardino. È molto arrabbiato e triste, prende un pezzo di legno e mena fendenti in aria, gridando: “Non è giusto! Non voglio che il nonno diventi vecchio!”

Quella sera a cena il papà e la mamma sono piuttosto silenziosi, mentre Tom sta pasticciando con il cibo. La mamma lo riprende, e il papà attacca con la critica del cibo sprecato, ma Tom li interrompe chiedendo del nonno. Entrambi sembra vogliano nascondergli qualcosa, Tom insiste, allora il papà gli risponde che il nonno ha una malattia con un nome un po’ difficile che lo rende così, apatico, senza voglia di fare nulla e gli fa dimenticare le cose, ma questo succede proprio perché il nonno invecchia e, così come tante persone ed oggetti, va incontro ad un naturale decadimento fisico. “Cosa significa decadimento fisico, papà?” “Significa che il corpo invecchia, le nostre cellule invecchiano, anche il cervello invecchia, si perde la memoria, i riflessi diventano deboli e pasticciati, si fa fatica a parlare e ad esprimersi. Purtroppo è il giro della vita, si nasce, si cresce, si invecchia e si muore. Tutti gli esseri viventi seguono lo stesso destino.”

Quella notte Tom ha un sonno un po’ agitato, e fa un sogno molto particolare. Si trova in una grande sala, sembra di essere in uno di quei palazzi dove vivevano un tempo re e regine, come Tom aveva visto durante una gita scolastica. Si sente piccolo e sperduto in quel posto, è pieno di porte, ma non sa bene da che parte dirigersi. Poi una di quelle porte si apre e ne esce il nonno, Tom gli corre incontro gioioso e lo abbraccia, anche il nonno lo abbraccia e gli dice: “Quanto sei cresciuto, giovanotto, fatti vedere!”, poi senza aggiungere altro lo prende per mano e lo conduce proprio verso una di quelle porte, la apre ed entrano dall’altra parte.

Tom si trova in un’altra sala, più piccola di quella che hanno appena lasciato, dove gli sembra quasi di essere in un museo, perché c’è una lunga fila di tavolini, posti lungo le pareti e in mezzo alla sala, distanti gli uni dagli altri quanto basta per poterci passare comodamente tra una fila e l’altra. Su ogni tavolino è posizionato un cofanetto, devono essere oggetti preziosi perché sono arricchiti di intarsi e pietre luccicanti e sembrano essere fatti d’oro o d’argento. Tom sta per fare una domanda, ma il nonno lo ferma e gli indica di guardare in una precisa direzione. Una donnetta, che pare essere più vecchia del nonno, si sta avvicinando ad uno dei cofanetti, ne apre il coperchio, e vi introduce qualcosa che sta reggendo in una mano, somiglia ad una manciata di lucciole che entrano nel cofanetto, quindi la donna chiude il coperchio, rimane di fronte all’oggetto per qualche istante, come in preghiera, poi si allontana ed esce dalla stanza.

Il nonno resta in silenzio ancora per un po’, poi comincia a parlare: “Hai mai visto quegli oggetti, Tom?” Tom fa di no con la testa. “Questi sono degli scrigni, gli scrigni della memoria. Ogni persona, durante la sua esistenza, fa molte esperienze, incontra persone, alcune entrano brevemente nella sua vita, con altre invece si creano sentimenti belli ed importanti, e tutto questo viene messo in quel grande magazzino che è la memoria. Poi, un bel giorno, qualcosa si inceppa, la memoria smette di funzionare, si dimenticano cose, volti, persone, relazioni, nomi, d’improvviso tutto è confuso ed offuscato. Pare che la vita di una persona termini così, da un momento all’altro e questo crea grande sofferenza. Ma da un’altra parte, in quel luogo che si può raggiungere soltanto nei sogni, succede un miracolo. La vita è stata così preziosa, piena di risorse, di sentimenti, d’amore, che la coscienza di quella persona entra in questo luogo universale. Su uno di quei tavolini c’è un cofanetto con il suo nome, è lì che sta aspettando, e quell’uomo o quella donna lo apre. Nessun altro lo può fare, quel cofanetto sta aspettando proprio lui o lei e solo in quel momento si aprirà. Lì dentro la persona conserverà i ricordi più belli e significativi, le cose che sono state preziose per lui, le persone che ha amato e dalle quali è stato amato. Quei ricordi verranno conservati perché sono preziosi, e colui o colei al quale appartengono, li potrà recuperare quando giungerà in quel luogo dove l’eterno arcobaleno risplende e riflette i raggi del sole che illumina di colori meravigliosi ogni cosa. E così, una volta aperto il cofanetto, si ricorderà tutto, chi è stato e di tutti coloro che ha tanto amato. Perciò continuerà a vivere nell’amore”.

Mentre il nonno sta terminando il suo racconto, da una delle porte entra una donna anziana. A Tom ricorda tanto la sua cara nonna, morta un paio di anni prima. Anche il nonno si ferma a guardarla e sussurra a Tom: “Stai a vedere, Tom”. La donna gira per un po’ nella grande sala, poi si dirige senza indugio in una direzione e si avvicina ad uno dei tavolini, si ferma davanti al cofanetto che vi è posto sopra, i suoi lati, dorati, riflettono la luce, lo osserva, pare accarezzarlo, poi con grande delicatezza lo apre. Tom rimane fermo, a bocca aperta dallo stupore, quando vede una bellissima, fulgida luce uscire dal cofanetto aperto e avvolgere completamente il corpo della donna che sparisce al suo interno, di lei rimane soltanto una sagoma luminosa. La donna rimane così, per un certo tempo avvolta dalla luce, finché questa, pian piano entra nel suo corpo, facendolo risplendere come un sole. Così come è iniziata, la luce man mano diminuisce, fino a sparire, e Tom può vedere di nuovo la donna che ora si guarda attorno un po’ stupita, vede il nonno, resta per qualche istante ad osservarlo, poi il suo viso si apre in un bellissimo sorriso. Il nonno esclama: “Rosa!” La donna comincia a muovere dei passi nella sua direzione, allarga le braccia e, a sua volta, esclama: “Arturo!”, e finiscono l’uno nelle braccia dell’altra, restando così, uniti, ridendo come due bambini. Poi entrambe si voltano verso Tom, i loro visi sono radiosi di felicità, ed il nonno dice: “Grazie di tutto, Tom e a rivederci nel regno dell’arcobaleno”.

D’improvviso la grande sala svanisce, come assorbita da altre pareti attorno e Tom si trova in camera sua, nel suo letto, mentre da fuori  raggi di sole si sono infilati attraverso le fessure della tapparella ed illuminano gradevolmente la stanza.

Tom sente di non essere più triste, anzi è sicuro che oggi sarà un giorno grandioso, da ricordare, così come lo sarà domani e domani ancora, ogni giorno sarà importante per Tom, ogni giorno scriverà nel suo diario ciò che ha fatto e le persone che avrà incontrato ed amato, i ricordi saranno molto preziosi quando li metterà nel suo cofanetto, nel suo scrigno dei ricordi

 

Annunci
Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , , ,

I viaggi dell’Anima…tante storie: “Viaggio”

dscn0991

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

 

Lei non aveva proprio voglia di essere lì oggi, non si impegna nemmeno a portare avanti le cose con il gruppo di lavoro, ogni pretesto è buono per litigare. Ripassa rapidamente una serie di cause per elaborare l’uscita da quel posto. Non trova un vero e proprio motivo di lite, gli altri sono così assorti nel loro lavoro da non notare quasi la sua presenza/assenza,  non chiedono il suo parere, anzi, preferiscono non chiederlo affatto, dato che il rivolgerle la parola è sinonimo di polemica,  ecco un buon pretesto per andarsene, se qualcuno avesse qualcosa da dire, questo è ciò che lei rinfaccerà al gruppo oggi.

Esce dalla sala nell’indifferenza generale, un atteggiamento che la irrita ma la soddisfa al contempo, era ciò che voleva, andarsene da lì.

Era arrivata con il treno e si dirige di nuovo verso la stazione. Non ha detto a nessuno che se ne stava andando, tanto è convinta che saranno soddisfatti della sua assenza. Gente distratta va e viene per i corridoi del palazzo, lei può defilarsi indisturbata. Finalmente all’aperto, però il tempo è nuvoloso, sebbene non piova, ma il grigiore della giornata non le risolleva l’umore. Cammina frettolosamente lungo i marciapiedi, talvolta evitando a malapena gli altri passanti, qualcuno accenna ad un commento, lei non ci fa caso e continua a camminare a ritmo serrato.

Arriva alla stazione, il suo treno non è ancora nell’elenco delle partenze, è giunta con largo anticipo, così si siede e aspetta, mentre guarda distrattamente il via-vai di gente, i treni in arrivo, in partenza. La sua attenzione è catturata dalla forma dei treni, i fanali accesi, posizionati a quell’altezza, sembrano occhi fissi che guardano soltanto quando si entra nel loro “campo visivo”. Strano termine da utilizzare, campo visivo, si tratta solo di fanali. Eppure è attratta da quei fanali, li cerca, vorrebbe che si girassero al suo passaggio, prova un brivido all’idea, ma è anche un brivido che le dà piacere.

Si scuote all’improvviso, come risvegliata d’un tratto nel sonno. Seduta sulla panca della stazione si guarda attorno smarrita, poi ricorda e lo sguardo va ansioso al pannello delle partenze, nota con sollievo che il suo treno è segnalato ma non è ancora arrivato al binario, deve essersi addormentata soltanto per pochi minuti

C’è poca gente alla stazione, si alza dalla panchina e si dirige verso il binario segnalato dal pannello. Mentre cammina dà un’occhiata verso i binari, non capisce però se è un’illusione ottica, le sembra di vedere i fanali dei treni che seguono il suo passaggio. Si ferma all’improvviso nel tratto di corridoio che costeggia le banchine guardando nel contempo verso i treni, che restano immobili alla loro postazione. Dandosi della stupida, a causa anche dello sguardo stupito di qualche passante, riprende a camminare, lancia però di nuovo un’occhiata nervosa verso i treni, di nuovo l’illusione ottica di fanali che seguono i suoi movimenti, è quasi insopportabile.

Arriva al binario segnalato, in quel momento sopraggiunge il treno che prenderà, si sta avvicinando al termine del binario con una lentezza quasi irreale, di nuovo l’illusione ottica di fanali che la seguono, emettono bagliori giallastri e vaporosi. Non è certa di voler salire a bordo, ma le porte si aprono, poche persone scendono sulla banchina, figure anonime come tante altre, ognuno di loro chiuso nel proprio mondo di pensieri sospesi senza una direzione.

Sale in treno, va su per la breve rampa di scale che porta al livello superiore e prende posto, la vettura è vuota, si siede accanto al finestrino e guarda distrattamente fuori, nessuno sta camminando sulla banchina ora, e nessuno sale a bordo, lei rimane apparentemente l’unica occupante della vettura, poi il treno parte. Si appoggia meglio contro lo schienale, per un momento i pensieri vanno al rovinoso pomeriggio appena trascorso, ma subito distoglie l’attenzione da quei ricordi e torna a guardare distrattamente fuori dal finestrino, la visione all’esterno è sempre quella di grigi palazzi e anonime strade che scorrono a velocità costante. Il cielo è cupo, aleggia un grigiore irreale che rende ancora più squallido l’ambiente circostante.

Il treno entra in galleria, lei ha lo sguardo ancora rivolto al finestrino che ora riflette la sua immagine e parte della vettura, accanto e dietro di lei. Con la coda dell’occhio registra un movimento dalla coppia di sedili nella parte opposta a dove è seduta, il finestrino le mostra una silhouette che si muove, con un brivido di paura volta la testa da un lato ma nessuno è seduto sui sedili, né su quelli accanto a lei, né su nessun altro.

La galleria prosegue fino ad una stazione dove il treno si ferma. Oltre a questo c’è un altro treno fermo, si trova dalla parte opposta, di quello si vede la vettura di coda con i fanali rossi accesi, emettono una luce intensa e liquida, ricordano gli occhi di un drago.

Nessuno è presente sulle banchine, nessun passeggero sale sui treni, nessuno scende. Dopo alcuni minuti un uomo sale in treno, nella vettura dove lei è seduta, è l’unico passeggero che sale a bordo, lei nota soltanto che è scuro di capelli, un po’ ondulati, lunghi fino alle spalle, di statura media e di corporatura asciutta. Poco dopo che l’uomo è salito a bordo il treno riparte.

Lei si fa piccola piccola nel sedile, spera che l’uomo non l’abbia vista, non le piace. Il viaggio prosegue, il tragitto in galleria è stranamente lungo, il buio esterno la inquieta molto, la fa sentire ancora più sola su quel treno insolito ed inquietante. È snervante non poter guardare dal finestrino nient’altro che la propria immagine; questa rimanda all’esperienza di gruppo appena trascorsa e, come reazione a catena, altri ricordi simili vengono sviscerati.

Non potendo vedere altro che il buio e la propria immagine emergono i rapporti avuti con i compagni di lavoro, ma non solo, ora emergono i rapporti con i propri parenti, con gli amici, con i propri partner, rapporti intessuti in trame di ego, rabbia, delusione, gelosia, invidia, senso d’impotenza, di frustrazione, di fallimento, sottomissione.

Immersa in ricordi e pensieri percepisce d’improvviso movimenti dietro e attorno a lei e, di scatto, si volta, ciò che vede la lascia senza parole e senza fiato. La vettura, vuota fino a poco tempo prima, si è ora animata di persone, apparentemente sconosciute, ma i loro volti e atteggiamenti hanno qualcosa che attira la sua attenzione.

Si guarda attorno stordita, poi si alza e comincia a camminare lungo la vettura. Le figure sedute sui sedili interagiscono tra loro, in parte la guardano, ma lei nota, con non poco imbarazzo, che ognuna di loro ha qualcosa di familiare. Inizialmente fatica a comprendere, poi, rendendosi conto di poter osservare liberamente, si accorge che ognuno di loro mette in atto comportamenti che la caratterizzano, la permalosità, l’invidia, la gelosia, la malafede, la scontrosità, il timore del giudizio, il giudicare, l’essere sottomessa e avere voglia di predominio, la paura di sbagliare, il senso di colpa.  Guardando tutte quelle persone in una farsa ai limiti della follia, le viene alla mente chiaro un concetto, di trovarsi di fronte ad un grande specchio dove il suo aspetto viene riflesso in modo multi sfaccettato e diverso per ogni immagine che rimanda però ad un singolo soggetto, così come comincia a percepire essere la sua personalità esteriore. La riflessione che ne consegue è che tutto questo è contenuto in una sola persona.

Alla luce di questa considerazione tutte le persone presenti a bordo svaniscono nel nulla, lei si ritrova di nuovo da sola nella vettura. Si risiede sul sedile lasciandosi quasi cadere, nello sconforto totale. Dopo un po’ di tempo sorge in lei la domanda, se effettivamente lei si comporta nel modo messo in atto dai passeggeri. Inevitabile poi è l’andare con il pensiero a vari episodi che caratterizzano vari atteggiamenti. Il ricordo però è quasi insopportabile, una parte di lei non vuole vedere e, con un moto di stizza, si alza dal sedile. Proprio perché non può andare da nessun’altra parte, si aggira per la vettura come un animale in gabbia. Scende al livello inferiore. Dalla porta comunicante con la vettura precedente intravede una figura, è un uomo seduto su uno dei sedili, le pare che sia il passeggero che era salito a bordo quando il treno si era fermato alla stazione in galleria. Lei lo guarda per un istante e lui la guarda a sua volta, due occhi penetranti la fissano, lei, sentendosi osservata in quel modo, si allontana, salendo di nuovo al piano superiore. Si risiede al suo posto, sconvolta dall’esperienza, spera che il tipo non venga di sopra.

Il ricordo di quello sguardo non vuole andarsene finché lei non si arrende a quell’insistenza. Straordinariamente l’arrendesi produce in lei una grande calma, la testa le si svuota di pensieri, ricordi, considerazioni, rimane come una bolla vuota. E lei comincia ad osservare quel vuoto.

Non sa per quanto tempo resta in osservazione, una sorta di meditazione. Il treno, ad un certo punto si ferma, una stazione in apparenza sconosciuta, anche per la fitta nebbia che si vede fuori. Lei non si è accorta di quando il treno sia uscito dalla galleria e quali paesi abbia attraversato.

Dal finestrino si vede poco o nulla. Con la testa nel pallone si alza, scende di sotto, le porte sono aperte. Nella vettura accanto l’uomo non c’è, forse è sceso. Lei guarda fuori dalla porta, nessuno sta scendendo dal treno, nessuno sta salendo, nessuno è presente in stazione. Di fronte a lei c’è solo una piccola costruzione, sembra piuttosto recente. Cerca il cartello con il nome della località ma non ne vede, attorno solo nebbia, è quasi impossibile dire se si trova in città o in aperta campagna. Rimane per un po’ ferma sulla soglia, poi d’istinto scende dal treno, si allontana di qualche passo dal convoglio.

Il treno chiude le porte e riparte, così improvvisamente, da coglierla di sorpresa. Si guarda attorno, la nebbia è come un guanto che tutto avvolge e, inaspettatamente, lei si sente quasi protetta. Con questo stato d’animo comincia a camminare senza una destinazione. Passo dopo passo prova una strana sensazione alla quale tenta di dare un senso; attraversando la nebbia le sembra di camminare dentro sé stessa, una parte di sé trova assurda questa ipotesi, ma è solo una piccola parte che, poco a poco, perde importanza. Si concentra sulla sensazione che prova e trova sempre di più familiare quella nebbia, paradossalmente ne ha quasi bisogno, perché ha l’impressione di guardare nel proprio inconscio.

Continuando a camminare trova una panchina e vi si siede, non sente freddo, non si sente disturbata, si lascia avvolgere pacificamente dalla nebbia e così si addormenta.

Si sveglia in pieno giorno, la giornata è bella, un bel sole caldo sta splendendo ora, lei si trova ancora seduta sulla panchina, qualcuno sta passeggiando poco distante, lungo un viale, si rende conto di essere in un parco. Raggiunge l’uscita e, dopo  pochi passi si trova alla stazione. Via vai di gente, nota adesso il cartello identificativo del luogo, non sapeva di essere scesa alla sua fermata, è arrivata a casa. In quel momento arriva un treno che si ferma, gente che scende, gente che sale. Con loro scende il controllore che lei riconosce essere l’uomo visto la sera prima sul treno. Lui guarda nella sua direzione, le si avvicina, la saluta, le chiede come va, lei risponde che ora va bene, anzi ora va molto bene, ora è tutto a posto. Lui è lieto di saperlo, le poggia la mano su una spalla, le sorride caldamente e risale sul treno.

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , ,

I viaggi dell’Anima… tante storie: “Fuga”

Testo di ©Cinzia Valtorta

Sono invitata a casa di amici con la famiglia, persone che conosco da una vita e che considero la mia seconda famiglia. È bello essere a casa loro, è un luogo caldo, accogliente, rilassante, ci si sente liberi di essere sé stessi e mi piace l’odore della casa, un profumo misto di biancheria pulita, appretto, canfora profumata e buon cibo.
È ora di cena, ci riuniamo attorno al tavolo a consumare un pasto preparato in collaborazione, anche questo rende bello lo stare lì, si vive appieno ogni momento.
Dopo cena i miei genitori parlano allegramente con gli amici, la loro figlia si intrattiene piacevolmente con mio fratello nell’altra stanza, parlando delle loro esperienze e guardando la tv. Io mi sento molto rilassata, mi sento a casa, tranquilla, sicura, mi siedo sul comodo e ampio divano e mi beo della mia pace, ascoltando distrattamente i discorsi degli altri e la voce di fondo che proviene dal televisore.
Mi sveglio che è notte fonda, o così sembra, perché le luci del soggiorno sono spente e la casa è silenziosa, solo il bagliore del lampione dalla strada illumina il locale. Dopo un attimo di smarrimento, in cui mi guardo in giro, non trovando nessuno, mi domando perché gli altri se ne siano andati via senza avermi avvisata. Il fatto mi stupisce all’inizio e mi inquieta subito dopo.
Mi alzo dal divano, giro per la casa avvolta nella penombra, solo una piccola lampada è accesa nell’anticamera, ma tutto il resto è silenzioso e deserto. Chiedendomi dove siano andati gli altri torno in soggiorno, mi dirigo alla finestra e guardo di sotto, vedo solo una figura, giù in strada, un uomo che non conosco e che sta guardando proprio nella mia direzione. Indossa un impermeabile marrone chiaro, pantaloni scuri, un cappello a tese larghe che gli copre parzialmente il viso, ma capisco che mi sta fissando, io lo guardo a mia volta. Lui parla, incredibilmente lo sento, o meglio, sento la sua voce nella mia testa, mi dice di scendere. Io rimango ferma a guardare dalla finestra, non mi raccapezzo del perché debba scendere, del perché ero con certe persone prima e ora sono qui, da sola, in una casa semi- buia, del perché lui mi stia cercando e io senta la sua voce, chiara e distinta, dalle finestre chiuse. Di nuovo la sua voce a rompere il filo dei miei pensieri e dubbi, di nuovo mi dice di scendere e di sbrigarmi stavolta, c’è poco tempo ora. Poco tempo per cosa? Sempre più confusa rimango ferma sul posto a fissare fuori dalla finestra ma subito lui rincalza, stavolta con energia, mi ordina quasi di uscire da questa casa. La perentorietà della sua voce mi scuote dal torpore, mi allontano dalla finestra e, senza pensare a cosa avevo portato con me prima, quando ero arrivata, apro la porta d’ingresso, scendo le scale e arrivo giù in strada.
Il cancelletto è aperto, salgo sul marciapiede, l’uomo è lì che mi aspetta, ora riesco a vederlo bene, è alto, magro, il viso un po’ scarno, le sopracciglia folte e scure, così come gli occhi, penetranti, dallo sguardo severo e preoccupato allo stesso tempo. Mi chiedo chi sia e lui, stavolta, mi parla direttamente, dicendomi di doverci affrettare ad allontanarci da quel posto. La sua voce è apprensiva ma si intuisce una certa determinazione e sicurezza di fondo, quell’uomo ha il controllo delle proprie azioni e io posso ascoltarlo e fidarmi di lui. Si volta per incamminarsi, lo seguo, stavolta senza esitare. Ci allontaniamo dalla casa, percorriamo la via illuminata solo dai lampioni, in completa solitudine, mi guardo intorno ma, apparentemente non noto luci provenire da alcuna finestra.
Lasciamo la strada e svoltiamo in un vicolo che percorriamo nella penombra, lì i lampioni sono in minor numero e tracciano pochi aloni luminosi sull’asfalto. Il vicolo termina verso la rete del campo sportivo, ne costeggiamo il perimetro per un tratto, poi entriamo attraverso un’apertura e continuiamo a camminare al di là della rete, all’interno del campetto di calcio. Lo attraversiamo e saliamo sugli spalti fin sotto la tettoia. Lì siamo immersi nel buio ma riusciamo a vedere molto bene il campo e oltre, fino alle finestre della casa dei nostri amici. La finestra che vedo bene è quella della camera da letto della figlia, i vetri sono chiusi e le tende tirate. Fisso per un po’ quella finestra, la testa vuota di pensieri, fino a quando lui mi parla di nuovo, rivolgendomi una sola parola che mi fa voltare la testa verso di lui con uno scatto, il tono serio e preoccupato allo stesso tempo: “Arrivano”.
Rimango senza parole e forse senza fiato per un istante che sembra un’ora, poi il ricordo di quel verbo mi dà una scossa, torno a guardare in direzione della finestra e di nuovo l’uomo, prendo fiato e attanagliata da crampi di paura, con un filo di voce, chiedo: “Chi sta arrivando?”
Lui non risponde in un primo istante, lo sguardo fisso alla finestra, dà però soltanto un’altra indicazione, “Non ti muovere, non ti possono vedere se non ti muovi”.
“Chi, per l’amore di Dio, non mi può vedere, chi o cosa sta arrivando, dove?”, tutto questo mi esce in un fiato, forse l’ho perfino urlato, non lo so. Lui ora si volta a guardarmi, la severità dello sguardo mi paralizza, “Ti spiegherò ogni cosa a suo tempo, ora voglio che tu stia qui e che non ti muova, qui siamo al sicuro, non vedono bene a questa distanza e possiamo allontanarci indisturbati”
Io mi volto nuovamente verso la finestra della camera e attendo, sentendo crescere una paura raggelante. L’uomo mi parla di nuovo: “E’ normale che tu stia provando paura, la tua parte cosciente, terrena, non è avvezza a questi argomenti, ma tu sai, nel profondo del tuo cuore, di aver cercato quest’esperienza e di avermi chiamato a farti da guida, così che anche la parte più terrena non debba temere ad oltranza”.
Io ascolto la sua voce, le sue parole, in uno stato quasi ipnotico, in questa condizione, la mia mente si calma e si prepara a conoscere questa nuova realtà, supportata dalla parte più profonda e sottile di me stessa, ed ora sa che può fidarsi di quest’uomo.
Osservo con attenzione, ma non più con apprensione, la finestra della camera, e sento nell’aria uno strano sibilo, sembra quasi il soffio di un serpente. L’uomo mi dice che l’udito astrale si è attivato e posso percepire qualunque suono. Mi accorgo inoltre che la vista si sta facendo sempre più acuta, da dove mi trovo vedo l’intonaco della casa, sebbene ci troviamo a parecchie centinaia di metri di distanza. Addirittura la vista può penetrare la materia, così passa attraverso i muri, ed ora vedo l’interno della stanza, proprio come se fossi là dentro.
Quel suono sibilante riempie l’intera stanza, l’aria si sta facendo tremolante, come se si stesse riscaldando, e in quel tremolio si stanno muovendo strane forme, figure astratte, fluttuanti in quello stato d’energia, mentre il sibilo si fa sempre più intenso, quasi assordante.
A stento sento la voce dell’uomo che spiega, dice che si tratta di entità che vivono in altri piani della materia, i quali si nutrono di sogni e desideri degli umani che hanno smesso di ascoltare il loro cuore, il quale sta diventando duro come sasso, mentre la mente si fa arida e rende l’uomo simile ad un robot.
Queste creature si nutrono di scorie, in un essere umano con il cuore attivo, pulsante di vita, ripuliscono il campo energetico dalle scorie mentali che appesantiscono l’anima, in un essere umano con il cuore spento, si nutrono dei suoi desideri, perché essi vengono espulsi come fossero scorie nocive.
Avverto un’insolita sensazione dentro di me, come se nella mia testa si fosse aperta una finestra e la luce del sole avesse illuminato una zona rimasta in ombra da secoli; improvvisamente comprendo quanto sia importante esprimere desideri, anche esagerare nell’esprimere desideri, perché soltanto così si può capire quale esperienza si voglia fare, in quale direzione andare ed agire subito, appena si manifesta un’idea, la volontà di compiere un’azione, di raggiungere un luogo o qualcuno.
È vitale l’importanza di dare forma ai propri pensieri, non soltanto crogiolarsi nelle proprie immagini o ricordi, come guardare un film alla tv.
Con questa nuova consapevolezza mi volto verso l’uomo che mi ha accompagnata fin lì, ma lui non è al mio fianco. Guardo in ogni direzione, lo cerco in ogni angolo, ma lui non c’è, come se non fosse mai esistito, ciononostante non mi sento inquieta per la sua assenza, so che quell’uomo è stata una mia proiezione, forse un ologramma che il mio Sé superiore aveva assunto, per farmi uscire dal torpore dell’abitudine, del sedermi nella sonnolenza di cose fatte e ripetute ma rassicuranti e confortevoli, non provando l’emozione di nuove esperienze, mettendo in atto ogni mia capacità, di sentire la mia forza fatta azione, di sentirmi viva in ogni cellula ed agire con coraggio, cor agere, agire con il cuore, e di non fuggire più davanti alla vita, davanti a me stessa.
Mi alzo dal gradino, il cuore colmo di gratitudine che pare quasi esplodere e, con passo leggero, mi incammino verso dove la vita mi porterà.

Sentiero Adolf Munkel sotto le Odle

 

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.