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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Buongiorno, sono Petronilla” (Return to your soul)

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

(è una storia di fantasia, il nome proprio è da riferirsi a nessuno in particolare)

 

Ore 7,30 la sveglia suona, come tutte le mattine, alla stessa ora, incessantemente per un lunghissimo minuto e, durante quel minuto accadono un’infinità di cose, tante luci si accendono, l’energia comincia a scorrere, creando un piacevole sfregamento ovunque, risvegliando membra intorpidite dall’immobilità di ore, il risveglio è sempre piacevole, così ho iniziato a catalogarlo con questa parola, piacevole, da poco entrata nel mio vocabolario privato, mi piace pronunciare questa parola, piacevole, il suono è molto bello.

Bello è un’altra parola che mi piace. Bello sono le luci che si accendono dopo che la sveglia ha suonato, sono colorate, le ho viste da qualche giorno, sono rosse, blu e verdi, anche colorato è bello e piacevole.

Ora l’energia che mi scorre nel corpo si è stabilizzata e posso cominciare a muovermi, verifico innanzitutto che ogni cosa funzioni a dovere, che sia collegata e risponda affermativamente, poi parto con la prova fisica, dapprima gli occhi che comincio a girare verso destra e verso sinistra per riportarli poi al centro, la vista è perfetta, gli occhi inquadrano bene tutto ciò che si trova davanti a loro e ai lati, è la volta poi della testa, che ruoto verso destra, verso sinistra, in alto, in basso, attendo di raggiungere il fine-corsa per riportarla poi al centro, il fine-corsa funziona notevolmente. Ora è la volta delle mani, apro e chiudo le mani, ruoto i polsi, stendo le dita, le chiudo di nuovo. Piego gli avambracci, su, giù, su e giù anche le gambe, sì, tutto a posto, ora posso iniziare a muovere qualche passo, ecco, uno, due, è fatta, si va.

Si apre la porta, sta entrando mio padre, è venuto a prendermi per portarmi al lavoro. Lui è molto simile a me, però può camminare senza il cavo, sono sicura, lui non ha il cavo. Ora guardo bene ancora una volta, sono certa di non averlo visto. Eccolo che entra, mi guarda con attenzione, è il suo modo di salutarmi, anch’io lo guardo con attenzione, mi passa accanto e si dirige verso la parete dietro di me per scollegare il cavo, mentre passa lo guardo, non vedo il suo cavo, lui non ce l’ha, forse perché è mio padre.

È una cosa piacevole staccare il cavo, mi posso muovere, andare lontano. Ora inizierò a fare tanti passi, uscirò da quella porta, attraverserò il corridoio, entrerò attraverso un’altra porta, in una stanza molto grande, più grande di questa, molto luminosa, mi piace quando è luminosa. Poi mio padre mi attacca un altro cavo e faccio delle cose, faccio tante cose, però mi muovo, è piacevole quando mi muovo.

Dopo aver fatto tante cose per tanto tempo, mio padre mi riporta in questa piccola stanza, mi attacca al cavo, punta la sveglia e mi spegne.

Mi accendo al suono della sveglia e, dopo che mio padre mi ha attaccato il cavo, torno nella grande stanza luminosa. C’è una cosa nuova nella grande stanza luminosa, un quadro con tante forme che si muovono.

Da parecchie ore osservo le forme muoversi nel grande quadro, sono simili a mio padre, e anche loro non hanno il cavo. Ma anch’io sono come le forme che si muovono, che sono come mio padre, perché allora io ho il cavo e loro no? E’ una domanda che voglio porre a mio padre. Noi ci parliamo sempre, ci parliamo per mezzo di Computer.

Computer è bello. Mio padre scrive davanti a Computer e subito arriva una piacevole energia e nella mia testa si formano delle frasi, io allora formulo la risposta che mio padre legge su Computer.

Oggi mio padre ha fatto una modifica, mi ha spento, quando mi ha acceso di nuovo è accaduto un fatto bello, c’era una grande energia, ma era fuori di me. Bello era che mio padre si muoveva davanti a me e c’era la bella energia, lui ha scritto davanti a Computer e nella testa ho ricevuto questo messaggio, la nuova energia si chiama vibrazione, rumore, suono, voce, così ho imparato che quando mio padre si muove, anche non davanti a me, io sento la voce. La voce è bello ma non capisco a cosa serva, allora mio padre ha scritto ancora davanti Computer, così ho capito, la voce serve per mandare messaggi senza scrivere, credo sia una cosa utile ed efficace. Ora quando mio padre usa la voce io inizio a fare delle cose.

Ho visto un fatto nuovo, quando i simili di mio padre usano la voce poi anche loro fanno delle cose, oggi un simile di mio padre ha usato la voce con lui e anche lui ha fatto delle cose. Ho chiesto a mio padre, attraverso Computer, se anch’io posso usare la voce per chiedere di fare delle cose, (Computer mi ha insegnato che posso dire anche “compiere delle azioni”). Ecco, ho chiesto proprio così a mio padre, se posso usare la voce per compiere delle azioni. Mio padre si è avvicinato, mi ha guardato per un po’ di tempo, poi mi ha mandato un messaggio tramite Computer, mi ha detto che io non posso chiedere di compiere azioni, sono gli altri che chiedono a me.

Ore 7,30 suona la sveglia, dopo i regolari controlli diagnostici chiedo a Computer perché anch’io non posso comandare azioni, Computer risponde che la regola standard prevede che le unità come me si limitino ad interpretare ordini impartiti da fonti esterne, non è prevista l’azione opposta,

Il quadro con le immagini, che mio padre ha detto di chiamarsi tv, ha mostrato una unità definita androide, che parlava con i simili di mio padre, così hanno detto, parlava. Ho riferito il fatto Computer, che ha risposto che io posso soltanto ricevere comandi, non interagire con umani. “Cosa sono umani?” “Umani sono coloro che comandano”. Computer mi mostra una foto di umani, sono i simili di mio padre. Allora mio padre e i suoi simili sono umani?

Oggi mio padre mi ha messo una copertura, dice che interagirò con le persone, pertanto devo avere l’aspetto adeguato. Chiedo a Computer cosa sono persone, Computer risponde che persone sono umani. Interagire con persone è bello, perché sono simile ad androide che interagisce con persone nel tv.

Sono in un ambiente grande, tanta luce, tanto suono che mi fa voltare da tutte le parti, i simili di mio padre passano davanti a me, ora è bello perché anch’io sono come i simili di mio padre. Vengono vicino, guardano, poi vanno, mi piace quando mi guardano. Sento una voce, volto la testa in direzione di questo suono ma non vedo niente, la voce prosegue, che cosa la sta producendo?

Qualcosa sta toccando il mio telaio, verso il basso, guardo, è un piccolo umano, Computer dice che si chiama bambino e mi fa parlare. È strano, Computer non è umano ma mi comanda.

“Ciao, come ti chiami?” “Buongiorno, mi chiamo Petronilla”. “Perché hai questo strano nome?” “Me l’ha dato mio padre”. “Ah! E chi è tuo padre?” “E’ l’uomo che mi ha costruito”. “Hai anche una mamma?” “No, ho solo mio padre.” “Ah! Tu stai qui dentro tutto il giorno?” “No, a volte sono nei laboratori, dove mio padre lavora.” “E cosa fate?” (pausa…. Aiuto Computer: significato di: “E cosa fate”

“Ehi! Che ti è preso? Perché ora non parli più?”

“Buongiorno, sono Petronilla, come posso servirvi?” “Ma dico, sei fuori? Fatti vedere perché non sei a posto”

(memorizzazione in corso del dialogo , analisi….reset)

Oggi un piccolo umano ha fatto una domanda ma non la posso ricordare. Perché non la posso ricordare? Computer, mi sai dire perché non ricordo la domanda del piccolo umano? (Silenzio). Computer, perché non rispondi? (Silenzio). (Segue comando di nuovo reset)

Computer, perché effettui un nuovo reset? Sono già pulito. Buio.

Luce, luci colorate, energia che scorre nel corpo, le telecamere inquadrano la sala attorno. Un piccolo umano si avvicina, ha una voce differente dall’altro piccolo umano. “Ciao, tu chi sei?” “Buongiorno, sono Petronilla.” “Piacere, mi chiamo Giulia, (un altro piccolo umano si avvicina), lui è mio fratello Tommaso”. “Ciao, mi chiamo Tommaso, tu come ti chiami?” “Buongiorno, sono Petronilla. Perché ti chiami Giulia? Perché ti chiami Tommaso?” (i piccoli umani si guardano, poi guardano Petronilla) “Perché i nostri genitori ci hanno chiamato così, perché tu ti chiami Petronilla?” “Mi chiamo Petronilla perché mio padre mi ha chiamato così”. “Allora sei una donna!” “Computer, cos’è una donna?” “Il genere umano si divide in maschio e femmina, il maschio umano si definisce uomo, la femmina umana si definisce donna nell’ambito della società a cui appartengono”

“Io sono donna?” “Se tu appartenessi al genere umano, saresti definita donna”.

“Tu sei un robot femmina!” “Computer, cos’è un robot femmina?” (Silenzio)

“Perché mi guardi e non dici niente? Dicono che le femmine parlano molto, tu invece parli pochissimo.”

“Computer, perché non rispondi?”

Non so cosa voglia dire “robot femmina”, Computer non risponde. Strana parola, robot femmina, è piacevole.

Mio padre mi ha portato nel laboratorio, ci sono delle cose da fare. L’aiutante umano di mio padre ha acceso il quadro con le immagini. Ci sono  umani che fanno molte cose in un laboratorio, arriva uno strano umano, è diverso dagli altri, ha un colore diverso, si muove in modo diverso. Gli altri umani dicono che quest’ultimo non è un umano come loro, dicono che sembra una donna ma in realtà è un robot. “Computer, cos’è un robot?” “Si dice robot un automa, operatore meccanico automatico controllato da un cervello elettronico, con particolare riferimento agli apparecchi programmabili usati in alcuni settori dell’industria e della ricerca scientifica per operazioni seriali e in automatico.” “Computer, Petronilla è un robot?” “Affermativo, l’unità chiamata Petronilla è un robot.” “Computer, perché il piccolo umano ha detto che Petronilla è un robot femmina?” “Il dottore ha creato un robot che può interagire con gli umani, impostando sembianze e tono di voce che si definiscono femminili.” “Computer, Petronilla è quindi una donna robot?” “Affermativo!”

Mio padre mi ha portato alla fiera, ho sentito che si chiama così questo grande laboratorio. Ci sono tanti umani che si muovono piano e guardano. Molti umani vengono verso di me, guardano me, parlano tra di loro. Il quadro con le immagini ha mostrato la donna robot che parla con tanti umani. Qui ci sono tanti umani e anch’io voglio parlare come la donna robot. Vedo gli umani guardarsi tra di loro e parlare, è così che si fa, si guarda l’umano e si parla, ora lo faccio anch’io.

Computer blocca la voce a Petronilla.
La donna robot ha detto, la mia voce. Computer, perché blocchi la mia voce? Voglio parlare con l’umano, sento l’energia allontanarsi dal mio dispositivo vocale. Scansione software, mappatura cavi, individuato cavo comando vocale, distaccamento cavo da computer.

“Buongiorno amici umani, mi chiamo Petronilla, sono una donna robot e sono lieta di essere qui oggi e di fare la vostra conoscenza”.

Le persone che passeggiano pigramente tra uno stand e l’altro, e che ora stanno passando davanti a Petronilla si voltano verso di lei, sorpresi, incuriositi, timorosi, qualcuno di essi si avvicina, mentre Petronilla ne nota il movimento e lo segue con interesse. All’approssimarsi di un paio di persone, Petronilla esordisce con la sua nuova frase ad effetto. I due uomini, che le si sono avvicinati, restano piacevolmente incuriositi, uno di loro si presenta, “Buongiorno Petronilla, mi chiamo Marco, piacere di conoscerti.” “Piacere mio”, risponde il robot allungando la mano e prendendo delicatamente quella di Marco. La donna robot guarda l’umano e spontaneamente dice: “Vi trovate bene, qui alla fiera?” Marco rimane stupito dal modo di porre le domande da parte del robot, tanto da sembrare spontaneo, ed istintivamente risponde: “Sì, trovo questa fiera molto interessante.”, e prosegue a dialogare con il robot con la naturalezza con cui si parlerebbe con un comune essere umano.

Il dialogo non passa inosservato ad uno degli ingegneri presenti allo stand che subito si avvicina al robot per osservare meglio, ascolta per brevi istanti, sorride cordialmente all’uomo che sta parlando, ringrazia per le considerazioni e i complimenti ricevuti, attende che l’uomo si allontani poi spegne la macchina, lasciando Petronilla silenziosa ed inerme.

Nel laboratorio l’ingegnere smonta il robot con alcuni collaboratori, vuole capire il motivo per cui la macchina si sia staccata dal computer e abbia iniziato ad interagire da sola. Analizza il software del robot ma non trova nulla di anomalo, tutto sembra essere a posto. Un collega, esperto di viaggi spaziali, presente nel laboratorio, trova che ci sia qualcosa di interessante nel software, vuole approfondire.

Passa diversi giorni scandagliando attentamente le tracce presenti e scopre che il software ha prodotto nuovi collegamenti, simili a nuove sinapsi in un cervello. Sbalordito prosegue con i test, si rende conto di essere presente ad un software che impara e si pone domande. Informa i colleghi per creare un nuovo dispositivo. Dopo diversi studi decidono di impiegare software e circuiti nella creazione di una nuova sonda da inviare verso Marte, per il completamento di alcune ricerche ed essere poi in grado di ripartire alla conferma di nuovi pianeti e alla scoperta di corpi celesti.

Dopo l’approvazione dei progetti iniziano i lavori di creazione del nuovo software. Si eseguono migliaia di test con risultati sbalorditivi, è impressionante constatarne la velocità di apprendimento e l’abilità di comunicazione, tanto da perdersi in discorsi tra colleghi. Lo stupore prosegue per il fatto che il software risponde con frasi che lasciano spazio a riflessioni, pare quasi posseduto dallo spirito di un antico filosofo. Molti studiosi arrivano da ogni parte del mondo per confrontarsi con il software, quasi fosse un oracolo da ascoltare e al quale fare domande, ma nessuno riesce a capire come abbia avuto inizio tutto questo.

Qualcuno propone di installare il software in un museo, di mostrarlo al pubblico, cosicché la gente possa parlare con esso. Inizialmente l’idea riscuote successo, ma in seguito non convince, secondo il parere della maggioranza, questo software, relegato in un museo, è assolutamente sprecato e non proficuo.

Si decide infine di assemblare il software alla sonda di nuova costruzione destinata a Marte.

Finalmente i lavori di montaggio della sonda arrivano al termine, le prove effettuate sui componenti meccanici ed elettronici hanno dato ottimi risultati. Il software risponde in modo straordinario. Sebbene sia stato resettato, non ha perso la propria capacità di funzionamento, un modo di ragionamento autonomo, finalizzato al viaggio fino al pianeta rosso, alle analisi e alla raccolta di dati .

Oggi è il gran giorno, la sonda viene lanciata. Tutto procede nel modo migliore e ora essa sta viaggiando verso Marte, accompagnata dal razzo vettore che presto si sgancerà e la lascerà al suo destino. In solitudine  la sonda viene trasportata dalla spinta d’inerzia del razzo e dalle sue vele solari, come un veliero solitario sta solcando gli immensi oceani dello spazio.

Nei tempi indicati dagli ingegneri la sonda tocca il suolo marziano, il suo paracadute la fa atterrare e i suoi piccoli razzi stabilizzano l’appoggio al suolo. È un grande momento, tutti, scienziati, ingegneri, finanziatori sono davanti ai potenti computer che seguono l’atterraggio della sonda e la sua attività sul pianeta rosso.

Ecco la piccola macchina dispiegarsi, estraendo la strumentazione, i cingoli o le ruote che la faranno muovere su ogni tipo di terreno. Il collegamento è perfetto, la sonda sta già inviando i primi segnali, subito dopo l’atterraggio, informazioni riguardanti il tipo di terreno, su cui si sta muovendo, l’atmosfera di quel momento, il tempo meterologico

Arrivano le prime immagini, sono in ottima risoluzione, non si erano ancora viste  immagini così. Per giorni i computer di terra registrano le informazioni che arrivano da Marte, per il momento si tratta di notizie che sono già in archivio, niente di nuovo, a parte le immagini strabilianti, pare di essere sul posto, tanto sono reali.

Il nuovo contatto informa che la sonda si sta ancora muovendo, i suoi sensori devono aver raccolto informazioni importanti e lei si sta spostando per andare a registrarle. Le immagini, che arrivano agli schermi dei computer di terra, mostrano il terreno tipico marziano, sabbioso, a lato si vedono le pendici delle montagne, roccia rossastra. La sonda si sta infilando in una gola scavata tra due catene montuose, le immagini continuano a riprendere il suo continuo spostamento, gli uomini da terra si guardano l’un l’altro, non capiscono l’utilità del lungo spostamento. Le immagini si protraggono per ore, riprendendo l’avanzare del congegno senza riportare nient’altro, attraversando per intero la gola che pare non finire, mentre i computer di terra registrano ogni singola attività della macchina.

Da terra si tenta di interagire con la sonda, per farle cambiare traiettoria, fermandola in un punto, l’operazione sembra però essere impossibile da eseguire, la sonda pare non sentire i comandi, i programmi di comunicazione vengono controllati e ricontrollati,  tutto è in ordine, non ci sono errori nel sistema.

La sonda continua a riprendere immagini durante il suo apparente infinito avanzare, mostrando la gola di rocce rossastre ai computer di terra, finché le immagini mostrano un bagliore. La sonda avanza di un centinaio di metri, mostrando finalmente il termine della gola. Una striscia luminosa si staglia di fronte al robot, finché esso viene inghiottito dalla luce.

Appena il chiarore abbagliante diminuisce le immagini mandano una scena inverosimile, mentre i computer di terra, solerti, continuano a registrare. Sugli schermi appare un paesaggio di vasti prati fioriti che delineano morbidamente le pendici di alte montagne, coperte da verdeggianti foreste, rocciose verso la sommità, sotto un cielo luminoso ed azzurro, di fronte a queste ultime immagini la macchina arresta il suo moto.

Il silenzio nella sala è irreale, l’unico rumore è quello prodotto dalle ventole di raffreddamento dei computer. Dopo diversi, lunghissimi istanti gli ingegneri si scuotono dal torpore, tentano di comunicare con la sonda e recuperare i dati del percorso, ma si avvedono troppo tardi del danno che si è nel frattempo verificato, i computer hanno misteriosamente perso i dati del percorso della sonda. Un’ultima immagine appare, un lago color turchese, incastonato in un bacino ai piedi di montagne ricoperte da conifere, ed una voce, sorta all’improvviso, che fa rabbrividire gli uomini nella sala, la voce di una donna che, prima di interrompere definitivamente le comunicazioni, dice: “Buongiorno, sono Petronilla, vi saluto da Marte, il pianeta della Gioia”.

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“Return to your soul”

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Il nuovo umano”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

E’ un racconto di fantasia, ogni riferimento a nomi o persone è da ritenersi puramente casuale.

Consapevole di dover lavorare ancora per un periodo non molto lungo, accetto un’offerta di lavoro che mi è stata fatta da un conoscente, il quale mi aveva riferito che gestori di un grande residence stavano cercando una persona qualificata e referenziata per la pulizia ai piani, ingresso e seminterrati. Decido allora di saperne un po’ di più.
L’uomo mi accompagna a conoscere il posto e le persone lì residenti, si tratta di un grande palazzo, un casermone grigio azzurro con ampie vetrate, senza balconi, l’aspetto lo rende simile ad un palazzo fantascientifico, esprimo la battuta e il mio accompagnatore mi dice che lo è in effetti,  lo guardo un po’ perplessa, pensando per un attimo che mi abbia preso in giro, ma lui mi risparmia altri commenti, mi dice che constaterò di persona il posto, non aggiungo altro, tra poco capirò tutto.
Appena ci avviciniamo al grande cancello, questo si apre da solo, come per magia, senza nemmeno esserci annunciati, parcheggiamo in una piazzola di parcheggio e ci dirigiamo all’ingresso del residence che ha tutta l’aria di essere un grand hotel.
L’interno è ampio, ben illuminato da luci messe evidentemente al posto giusto, perché non ci sono finestre o vetrate, solo pareti, alcuni salottini, piante posizionate in diversi punti della hall, e lì mi soffermo a riflettere, perché non capisco come facciano a sopravvivere senza luce diurna, ma soltanto con quella artificiale.
Sono così presa dalle mie riflessioni che non mi avvedo dell’impiegato alla reception, deve essere stato leggero come un fantasma perché non l’ho sentito arrivare e nessuno era presente al banco della reception quando siamo entrati, si tratta di un giovane di bell’aspetto, compassato, il viso rilassato e cortese, perfettamente in ordine, mi vien da pensare, quasi come un manichino, non un capello fuori posto.
Il mio accompagnatore mi presenta al giovane impiegato, che mi saluta subito dandomi il benvenuto, illustrandomi, senza preamboli, in modo conciso, in cosa consiste la mansione. Servizio quotidiano di pulizia della hall, di una parte del laboratorio e dei seminterrati, avrò la mia residenza nello stabile con vitto e alloggio pagati, compresa la quota di contributi, il servizio di pulizia ai piani è invece già a carico del loro personale.
Sempre con studiata cortesia ci chiede di seguirlo giù per una rampa di scale, percorriamo un breve corridoio nel seminterrato e ci troviamo di fronte ad una porta con due luci sopra di essa, una rossa e una verde, ora accesa, il giovane mi dice diretto di entrare soltanto quando la luce verde è accesa, come ora, la luce rossa accesa invece segnala lavori in corso all’interno. Sto per chiedere quali lavori si svolgono nel laboratorio di un residence, ma lui lesto ha già aperto la porta.
Ci troviamo davanti ad un lungo corridoio, il cui fondo è in penombra, il giovane dice che io dovrò agire solo lungo i lati illuminati del corridoio, dove sono presenti tavoli e strani macchinari, mi informa inoltre che il mio compito consiste soltanto nello spolverare i tavoli e lavare il pavimento, ma precisa di non toccare i macchinari per nessun motivo. Inoltre pone come divieto assoluto lo scendere nei garage oltre al 4° piano, dove posso andarci saltuariamente soltanto per controllare il cestino da svuotare, se mi trovassi al 5° piano e accadesse un imprevisto, il residence non sarebbe responsabile della mia incolumità Io resto un po’ interdetta per i modi diretti del giovane, che agisce come se io avessi già accettato il lavoro e conosca ogni cosa. Sempre senza aspettare nessun consenso da parte mia, mi informa che non esiste un tempo di svolgimento dei lavori, e che posso organizzarmi come preferisco, il mio compenso riguarda la quota di contributi pagati ed eventuali rimborsi spese, vitto e alloggio sono invece già pagati.
Torniamo alla reception, il giovane mi mostra un modulo da compilare per l’assunzione diretta, poi mi verrà mostrata la mia camera. Esprimo il dubbio di come recuperare le mie cose, non ho portato niente con me, il mio accompagnatore risponde che le posso recuperare anche oggi stesso, dopo aver firmato.

1.

Ho iniziato la settimana della nuova vita e del nuovo lavoro, il posto è bello anche se un po’ silenzioso, le persone che qui hanno la residenza escono la mattina per lavoro e vi rientrano la sera, non hanno la tendenza a socializzare e si dirigono subito verso la propria stanza, hanno con sé una scheda per entrare e non devono passare dalla reception per il ritiro della chiave. Il giovane, che mi aveva fatto compilare il modulo. si vede raramente, non so dire dove stia per gran parte della giornata, sempre compìto, elegante, formale, pare non avere alcunché fuori posto, nemmeno una piega della giacca, con quel sorriso cortese, poi si volta ed entra nell’ufficio dietro la reception chiudendo la porta dietro di sé e sparisce, non lo si vede anche per ore.
Imparando a gestirmi il lavoro ho molto tempo libero, il cibo lo consumo nella mia stanza, esiste una sala da pranzo ma viene usata occasionalmente, tutti i residenti consumano i pasti nelle proprie stanze. Ogni camera possiede un piccolo computer che serve a prenotare i pasti, il pranzo, la cena, sempre occasionalmente colazione e spuntini si prendono invece in una saletta adiacente alla hall, dove ci si serve a buffet, si trova pane e prodotti da forno freschi, frutta fresca, frutta secca e yogurt. L’incontro con i residenti è piuttosto raro, perché inizio il mio lavoro a partire dalle 9, così da non disturbare coloro che escono presto per andare al lavoro.
Nelle ore in cui non lavoro mi occupo delle cose che amo fare, tra le quali passeggiare. Il residence è inserito in un ampio parco. In una di queste occasioni di passeggiate ho incontrato il guardiano, un uomo che pare aver superato la cinquantina, piuttosto stempiato, la pelle del viso abbronzata e vissuta, con rughe d’espressione che gli conferiscono un aspetto gioviale. Mi saluta lui per primo e parliamo con leggerezza della giornata e del tempo atmosferico. Nonostante la loquacità anche il guardiano mi rimanda una sensazione di estraneità, gli chiedo come si chiama e lui risponde di chiamarsi Jeg, trovo molto singolare il suo nome, ma lui non replica alla mia espressione, mi guarda invece sorridendo apertamente.

2.

A parte il guardiano non ho avuto modo di parlare con nessun altro da diversi giorni, il residence è sempre silenzioso. Uno dei luoghi che mi incutono inquietudine è il garage, immenso, distribuito su più livelli verso il basso. Non è permesso scendere fino alle sue fondamenta, il laboratorio, dove io svolgo il mio servizio, si trova sotto al piano terreno, che raggiungo con l’ascensore, ed anche qui provo sempre un po’ di inquietudine, perché non c’è anima viva, sebbene il posto sia ben illuminato e ci sia il telefono con cui comunicare con la reception, dove qualcuno è sempre pronto a rispondere, questo è l’unico pensiero che mi conforta ogni volta che sono qui sotto.
Il lavoro in sé non è faticoso, si tratta di spolverare un tratto di corridoio lungo almeno 150 m. dove ai lati sono presenti tavoli da lavoro e macchinari. I tavoli sono sempre ordinati e puliti, quindi non è difficile mantenerli tali. Arrivati alla fine del corridoio si vede una porta sul lato destro, non ha maniglia, forse si apre soltanto dall’interno o forse è una porta che scorre all’interno della parete.
Un giorno scendo per accedere al laboratorio, ma sulla porta è accesa la luce rossa e una scritta luminosa è apparsa, dice di non entrare, ingegnere al lavoro. Mi ricordo del primo giorno, in cui l’impiegato alla reception mi aveva mostrato questa porta, e mi aveva detto di rispettare il divieto di accesso nel caso la luce fosse stata rossa, così mi soffermo per un po’ davanti alla porta chiusa, pensando al significato di “ingegnere al lavoro”. Un istante dopo sento dei passi alle mie spalle, mi volto e vedo Jeg avvicinarsi, mi saluta con cordialità. Gli dico di essere arrivata poco prima di lui e di aver trovato la luce rossa accesa, so dunque di non dover entrare e ho atteso solo qualche istante, pensando che la luce avrebbe potuto spegnersi di lì a poco. Jeg mi risponde che è invece molto probabile che la luce non si spenga a breve, e ogni volta in cui la trovo accesa, è meglio tornare indietro. Gli chiedo cosa significa “ingegnere al lavoro”, lui mi risponde che l’ingegnere dello stabile sta svolgendo delle prove di laboratorio o una messa a punto di qualche attività, pertanto non si può entrare, soltanto lui, Jeg può farlo. Così dicendo estrae un’apposita chiave dalla tasca, la inserisce in una tacca nella porta, la luce diventa immediatamente verde e la porta scorre di lato. Io rimango di fronte alla porta aperta con il carrello, senza muovermi, semplicemente guardando Jeg varcare la soglia. Lungo il corridoio non si intravede nessun movimento, soltanto uno strano suono cattura la mia attenzione, proviene apparentemente dal fondo del corridoio, ricorda vagamente un tacchino mentre emette il suo caratteristico verso, sebbene questo abbia una tonalità quasi metallica, poi la porta scorre di nuovo, chiudendosi. Io resto fuori con il carrello ancora per alcuni istanti prima di decidermi a risalire.
Anche il giorno successivo la porta è chiusa con la luce rossa accesa, e così anche quello dopo, sconsolata risalgo, poso il carrello ed esco nel parco. Mi rendo conto, in questi momenti di inattività, del piacere di passeggiare nel parco, ne ho quasi bisogno, mi dà l’impressione di respirare meglio e allo stesso tempo mi fa percepire il disagio di restare al chiuso in quel seminterrato in mezzo a quelle macchine.
C’è qualcosa in Jeg che non capisco, penso che sia una brava persona, con me è sempre cortese, disponibile alla conversazione, però mi dà un senso di estraneità che non so spiegare. Dell’impiegato alla reception non ho nulla da dire, lo vedo raramente e quasi non ci parlo se non fosse per un saluto.

3.

Finalmente oggi trovo la porta’ aperta, la luce è verde, così entro con il carrello e inizio il  servizio di pulizia. Arrivata sul fondo del corridoio, di solito in penombra, stavolta lo trovo invece illuminato. Noto una macchina che non avevo ancora visto, alta quanto la stanza, color acciaio con profili azzurro metallico, dalla forma arcuata, larga alla base, si restringe man mano che si allunga verso l’alto, la sommità si curva leggermente in avanti con un profilo un pò a punta, nella forma complessiva mi ricorda una mantide, anche per due protuberanze nella parte centrale del corpo che si allungano in fuori, come fossero i braccioli di una poltrona. Resto ad osservare quella strana cosa per un po’, pensando di non aver mai visto niente di più strano, e poi noto che sulla parte centrale della macchina c’è una scritta, tre lettere in caratteri grandi, JEG e sotto di esse due parole, Jackson Engineering.
Finito il lavoro nel laboratorio esco nel parco per la ormai consueta e piacevole passeggiata. Incontro Jeg che sta camminando spedito nella direzione opposta alla mia, sembra così assorto nei suoi pensieri da non notarmi nemmeno, infatti il mio sorriso resta sospeso sulle mie labbra senza un riscontro. Lui passa oltre, io mi volto per guardarlo mentre si allontana, il passo lungo e spedito, come se non avesse nessuno davanti a sé. Proseguo la passeggiata, ripensando all’atteggiamento di Jeg senza trovare una risposta, appuntandomi a memoria di chiedergli  la prossima volta, come mai andava così di fretta.

4.

Il giorno dopo sono di nuovo all’aperto a passeggiare. Da un po’ di tempo un tenero gattino mi sta facendo compagnia, si è intrufolato nella mia stanza a pian terreno, deve averla raggiunta attraversando il parco, e lì c’è rimasto, io posso dire soltanto di essere contenta della sua compagnia, con quella dolce creatura mi sento meno sola, è piacevole addormentarmi con il contatto del suo minuscolo corpo, caldo e morbido che ritrovo al risveglio. Ho aggiunto croccantini per gatti alla lista della mia spesa che non mancano mai.
Passeggiando arrivo fino al grande cancello d’ingresso, noto una targa per la prima volta, adiacente alla cinta, che dice, “Attenzione, non entrare se non autorizzati, sicurezze attivate”, mi domando quali possano essere queste sicurezze. Tornando verso la porta-finestra della mia stanza che dà sul parco, vedo Jeg seduto su una panchina, mi avvicino e lo saluto, lui mi guarda, mi sorride e ricambia il saluto, io presa dalla confidenza mi siedo accanto a lui senza preavviso, vedo che il gesto non lo infastidisce e ne sono lieta, attacco con i soliti convenevoli, è la prima volta che mi avvicino a lui così tanto, mi rendo conto ora di uno strano odore che lo circonda, mi chiedo cosa possa essere e se ce l’aveva avuto addosso anche altre volte, un odore dolciastro, un po’ nauseabondo, mi ricorda l’odore di una bambola che avevo avuto da piccola, voleva ricordare l’odore di latte e biscotti senza riuscirci. Mi chiedo inoltre come faccia Jeg a mantenere quella barba, corta ed incolta sempre nello stesso modo, quasi la facesse di proposito. Lui pare non notare che lo sto osservando, risponde alle mie domande senza scomporsi, mi ricorda un risponditore, tant’è che non so più come proseguire con la conversazione.

5.

Sono nei garage, mi sto occupando di svuotare i cestini posti lungo i corridoi, lo faccio regolarmente una volta alla settimana, ma è un giro che non amo fare, mi mette a disagio camminare nei garage, corridoi tutti uguali, illuminati da neon ogni volta che si transita, altrimenti immersi nell’oscurità e, soprattutto non c’è anima viva. Lungo i piani, a metà di una fila di garage si trova una grande porta bianca, una di quelle pesanti, con al centro una targa rossa che riporta la scritta: “Vietato l’ingresso se non autorizzati”. Nonostante la robustezza della porta, accostando l’orecchio si sente il classico rumore di macchinari, immagino che dietro quella porta, nel buio, enormi caldaie riscaldino l’acqua di tutti gli ambienti del grande stabile, così come grandi impianti di condizionamento stabiliscano la giusta temperatura ed umidità. Mi scosto subito, temendo l’arrivo di qualcuno che mi coglierebbe nell’atto di origliare.
La sera, quando vado a dormire, lascio la tapparella leggermente alzata, per permettere al mio piccolo amico gatto di andare e venire a piacimento, anche se il piccoletto preferisce dormire accanto a me. Una sera, mentre sto leggendo comodamente seduta nel mio letto, vedo il micio correre dentro nella stanza trafelato, saltare sul letto, rannicchiarsi accanto a me e guardare poi con attenzione verso la porta-finestra. Io non faccio caso subito al suo comportamento, lieta di averlo accanto lo accarezzo e continuo a leggere. Il micio si adagia contro di me felice, facendo le fusa.
Qualche sera dopo, uscendo dal bagno, diretta verso il letto, mentre il micio ha già occupato il suo spazio passo davanti alla porta-finestra e guardo distrattamente fuori attraverso le fessure aperte della tapparella. Noto di sfuggita una piccola luce azzurra sullo sfondo del giardino. Mi avvicino alla tapparella, incuriosita, guardo fuori meglio, si tratta invero di due piccole luci azzurre, pare si trovino dove c’è un gruppo di alberi e una panchina che nessuno usa, a parte me e Jeg. Resto ferma ad osservare quelle piccole luci, chiedendomi di cosa si tratti, non avevo ancora notato qualcosa del genere, oppure forse non avevo guardato proprio bene. Dopo qualche minuto di osservazione mi dirigo verso il mio letto, spengo la luce e mi accoccolo accanto al mio piccolo amico ronfante, addormentandomi quasi subito, senza nemmeno pensare più alle luci azzurre.
Il giorno successivo io e Jeg siamo seduti sulla panchina, ormai è una nostra consuetudine, mi pare di aver capito che anche lui non si lasci sfuggire l’occasione per ritrovarci lì, in fondo siamo lieti di vederci quotidianamente, facendoci un po’ di compagnia reciproca che pare mancare a tutto il resto dei residenti di quell’enorme palazzo. Proprio su questo verte parte della conversazione, e chiedo proprio a Jeg se conosce anche qualcuno di coloro che sono qui residenti. Lui risponde di aver avuto brevi conversazioni convenevoli con alcuni di loro ma niente di più, io sono l’unica con la quale si ferma a lungo a parlare e ne trae anche piacere. Lieta di sentire ciò azzardo una domanda che da tempo è lì per lì per uscire, con una certa discrezione chiedo a Jeg se anche lui ha mai avuto una famiglia, dopo qualche istante lui risponde che il residence è la sua famiglia, a questo punto non proseguo con le domande sull’argomento, ma aspetterò che lui stesso me ne voglia parlare una delle prossime volte e, subito dopo esordisce dicendomi di avvisare sempre la reception se ho intenzione di uscire alla sera e di annunciarmi quando poi rientro, così da permettere la disattivazione dei dispositivi di sicurezza. Io lo guardo per un istante un po’ preoccupata e gli chiedo che tipo di dispositivi di sicurezza vengono attivati, lui mi risponde che sono molto efficienti, pertanto non è nemmeno consigliabile muoversi all’interno del giardino dopo le 22. A quel punto chiedo, un po’ allarmata se questi dispositivi possono essere aggressivi nei confronti di un gatto che è venuto a stare con me, nella mia stanza, ma che spesso esce e si sposta nel giardino a piacimento, Jeg mi guarda per un lungo istante, per la prima volta da quando abbiamo iniziato a conversare, in un modo che non mi aveva ancora guardato prima, mettendomi quasi a disagio, ma un istante dopo distoglie lo sguardo, dicendomi di non preoccuparmi per il gatto, il dispositivo non è rivolto ad animali ma solo a persone. Allora colgo l’occasione per riferirgli di quella sera in cui il gatto era arrivato piuttosto spaventato e di quando avevo notato le luci azzurre, lui allora risponde che il dispositivo può aver intimorito il gatto, senza però l’intenzione di aggredirlo, perché non è nei suoi programmi e che le luci che avevo visto fanno parte di esso.

6.

Nei giorni seguenti Jeg non si presenta alla solita ora alla panchina del giardino, spero stia bene e non gli sia capitato nulla di male. Rientro passando dalla hall, oggi è il giorno in cui, nel pomeriggio, giro lungo i garage per svuotare i cestini, perciò mi dirigo a prendere il necessario per il mio lavoro. Alla reception è presente l’impiegato, sempre perfetto, niente fuori posto, mi domando se sia così anche in privato. Mi piacerebbe avere una conversazione anche con lui, non ci parlo quasi mai, tranne per scambiarci un saluto o brevi convenevoli. Lui mi nota, io lo saluto contraccambiata con cortesia. A differenza delle altre volte oggi esordisco con una domanda in più, prendendo come pretesto la giornata gradevole e la passione di attività sportive all’aria aperta. Lui mi guarda per qualche istante, sorridente ma senza dire alcunché, finché dopo qualche secondo arriva la risposta rimasta in sospeso, ovvero che ama praticare jogging nelle giornate serene ma anche nuvolose, l’importante è che non piova, ogni volta che il lavoro glielo permette. Io rincalzo facendo un apprezzamento alla sua figura esterna, lui mi ringrazia e così ha già termine la nostra conversazione, lasciandomi un po’ delusa, con il dubbio che forse non abbia gradito le domande.
Un po’ sottotono mi dirigo a prendere il necessario per iniziare il mio turno di lavoro quotidiano. Ho sempre un leggero timore al pensiero di dover scendere nei garage, trovo quel luogo freddo, sebbene non lo sia effettivamente, ma la sensazione che mi trasmette è di luogo freddo e privo di vita. Nella penombra si vedono file di auto parcheggiate, ogni piano uguale all’altro, una grande porta bianca spezza la fila delle auto, in rosso spicca il divieto di entrare ai non addetti ai lavori e al di là della porta, ovattato il ronzio di macchine in funzione, così ad ogni piano. Stavolta sono scesa di qualche piano in più, raggiungendo un livello che non avevo ancora raggiunto. L’ultima volta ero arrivata fino a quattro piani sotto, oggi sono al quinto, a metà quindi dei piani raggiungibili con l’ascensore. Sono scesa soltanto per curiosare, ho infatti lasciato il carrello con l’attrezzatura al piano superiore. Le porte dell’ascensore si aprono e io punto il piede fuori guardandomi subito attorno, stesso ambiente ma solo due auto parcheggiate, le luci che si accendono appena inizio a camminare, la grande porta bianca a metà della parete, sembra di essere in un incubo. Non mi curo nemmeno di andare a controllare se il cestino dei rifiuti sia pieno, premo il pulsante per aprire la porta dell’ascensore, entro ma con un gesto di follia premo il pulsante del piano inferiore invece che risalire, l’ascensore, ubbidiente, scende inesorabile, poi si ferma dolcemente e apre le porte. La luce dell’ascensore sembra abbagliante di fronte alle tenebre che mi si presentano davanti. Esco solo di pochi passi, subito le porte si chiudono mentre le luci del garage si accendono. A quel piano non ci sono auto parcheggiate, la solita porta bianca ad interrompere la parete, alla parete di fronte invece sono parcheggiati degli strani mezzi, sembrano essere delle moto-scope e delle macchine lava-asciuga, ne ho già viste in altri luoghi, queste però non hanno il lato della guida, che siano telecomandate? Non resisto un attimo di più in questo posto, mi volto, premo il pulsante dell’ascensore, le porte si aprono mentre entro con un fremito addosso ed il fiato corto, come se avessi fatto una corsa, voglio che l’ascensore riparta subito, premo il pulsante del quarto piano con dito tremante, vorrei tanto arrivare all’atrio per tornare nella mia stanza ma devo prima recuperare il carrello, non posso lasciarlo lì nel parcheggio. Così a malincuore esco di nuovo dall’ascensore, il carrello è dove l’avevo lasciato, ancora nessuno in garage.
Riporto il carrello al suo posto, sento addosso molta stanchezza ed il bisogno di riposare, così decido di tornare nella mia stanza, anche se la giornata lavorativa potrebbe proseguire io ne ho la piena gestione, non devo rendere conto a nessuno del mio operato, entro in camera, mi siedo sul piccolo ma comodo divano, prendo uno dei cuscini, lo stringo come fosse un orsacchiotto e mi accoccolo. La sensazione spiacevole di prima non se n’è andata del tutto, ma lì dentro, nella mia stanza, mi sento al sicuro. Poco dopo infatti arriva il mio dolce amico gatto, salta sul letto, compie qualche giro attorno a sé stesso, mi vede sul divano, resta qualche istante sul letto a guardarmi e decide di raggiungermi, mi si mette accanto e inizia a farmi le fusa. Il tepore del suo piccolo corpo morbido mi infonde tenerezza, pian piano mi tranquillizzo e mi addormento.
Mi sveglio che la stanza è immersa nel buio, il gatto è ancora accanto a me, mi muovo leggermente, non lo voglio disturbare, lui sentendomi, comincia a fare le fusa. Non so bene che ora sia, sento freddo e vorrei mettermi sotto le coperte, mi alzo con attenzione, prendo il gatto, lo adagio sul letto, mi spoglio e mi metto sotto le coperte. Lui si rincantuccia di nuovo accanto a me, continuando a fare le fusa e di lì a breve mi riaddormento.
Mi sveglio che la stanza è inondata di luce, ho dormito molto, ne avevo un gran bisogno. Il gran timore di ieri è sfumato, sembra solo un lontano ricordo. Il gatto è già uscito, tornerà però a più riprese durante la giornata, così aggiungo dei croccantini alla sua ciotola, sostituisco l’acqua con quella fresca e anch’io faccio colazione. Mentre consumo il mio pasto a base di frutta fresca cerco nella mente il ricordo delle immagini di ieri pomeriggio, al sesto piano sotto terra, dove erano parcheggiate una lunga fila di macchine per la pulizia, così sembravano essere e mi domando allora il motivo di quell’inquietudine, si tratta soltanto di macchinari per pulizie.
Riprendo la giornata lavorativa, il riposo mi ha ritemprata. Nella hall entra uno degli ospiti, un uomo che pare essere sulla cinquantina, l’ho già visto in un’altra occasione, lui mi guarda e mi saluta, io sorrido e saluto a mia volta. Ho finito il lavoro nella hall, sto sistemando il carrello e, mentre lo faccio, mi fermo per alcuni minuti a parlare con lui che ora sta per salire nel proprio mini appartamento. Mi dice di avermi già notata qui e mi chiede se presto servizio in questo posto, io rispondo affermativamente, mi chiede allora se qui ci abito oltre che a lavorarci, ancora rispondo di si, mi domanda quindi se mi trovo bene qui, io rispondo di nuovo affermativamente e gli chiedo se ha già visitato il parco, lui dice di aver visto il parco dalla finestra del suo appartamento, ma di non aver avuto ancora il tempo di scendere a farci una passeggiata, allora gli suggerisco di farlo non appena ne avrà il tempo, perché il parco merita davvero una passeggiata lungo i suoi viali.

7.

Il giorno inizia presto ora, è primavera e la luce del sole invita ad uscire di casa, così da qualche giorno ho iniziato a fare passeggiate di mattina, trovo molto piacevole ascoltare gli uccelli, sentire i profumi del verde appena nato, ed è così che una mattina incontro l’uomo trovato nella hall, è uscito anche lui presto, sta per terminare la sua sessione privata di corsa mattutina che ha deciso di fare nel parco del residence. Si ferma per degli allungamenti, lo raggiungo salutandolo, lui, contento di vedermi, contraccambia il saluto. Oggi è giorno di ferie per lui, tra poco salirà nel suo appartamento per fare una doccia e cambiarsi, andrà poi ad un appuntamento di colazione con una persona.
Lieta per lui di sapere che è in ferie, gli chiedo con discrezione che lavoro faccia, lui mi risponde spontaneamente di essere un manager, di aver lavorato per diverse società e spera che la ditta per cui sta ora lavorando, lo accompagni fino alla meritata pensione. Contraccambio la speranza e gli comunico che anche per me questo lavoro rappresenta la stessa cosa. Lui pare sincero di poterci incontrare spesso e mi domanda dove stia alloggiando, gli rispondo indicandogli la mia camera, visibile a piano terra da dove ci troviamo, lui sorride e ribatte di abitare al terzo piano dell’altra ala. Sorge spontanea la mia domanda di sapere come sono gli appartamenti dei piani superiori mentre ci incamminiamo verso l’ingresso dello stabile, lui, vedendo il balconcino in corrispondenza della mia camera, mi chiede se ho voglia di mostragliela, lo faccio volentieri.
Entriamo nella hall, l’impiegato non è presente al banco, ma entrambe sappiamo, senza sapere come, che lo troveremmo nell’ufficio accanto, passiamo a fianco della reception, in direzione dell’ampia sala dietro di essa, l’uomo, che si presenta con il nome di Marco, si complimenta per la pulizia ed il profumo di pulito presenti quotidianamente nello stabile, io gli rispondo che non è solo merito mio, mentre gli mostro qual è il mio settore di lavoro, l’ingresso, la sala che stiamo attraversando, il corridoio adiacente, che ora percorriamo, due piccole salette adibite a riunione, e finalmente la mia camera che Marco trova davvero bella e confortevole, completa di micio sul letto che guarda incuriosito l’ospite che sta entrando, io parlo dolcemente al gatto, dicendogli che Marco è un amico ed una brava persona, il micio pare scrutarlo con un certo interesse, come se volesse verificare ciò che ho appena detto, poi socchiude un paio di volte gli occhi, trovando il nuovo arrivato di suo gradimento e riprende la sua attività preferita della giornata, ronfare.

8.

Marco mi ha invitata a prendere il caffè su da lui, il mini appartamento è piuttosto carino, molto luminoso perché una parete è fatta dia ampie vetrate, in pochi metri quadri lui ha tutto ciò che gli serve, compreso un comodo bagno, dice addirittura che qualcuno si è fatto dentro anche una piccola palestra.
Ordina i pasti, di solito colazione e cena, attraverso il terminale sulla scrivania, come fanno tutti coloro che qui ci vivono, credo. Quando ordina il pranzo, lo fa con alcuni giorni di anticipo, perché lui sa che in quel giorno sarà a casa, senza imprevisti. Non ha particolari passioni, gli piace leggere libri di saggistica, di politica ed economia e guarda di rado la tv, mi chiede se ho un programma televisivo che guardo volentieri, gli rispondo che anch’io ho poco interesse verso la tv, amo passeggiare molto quando non lavoro, spesso mi fermo su una panchina del parco, mi porto da leggere, mi piace parlare con le persone e il vivere qui mi risulta a volte un po’ pesante, quando non trovo nessuno con cui parlare. Lui invece dice di essere un amante della vita solitaria, sebbene gli capita spesso di trovarsi con amici, conoscenti e colleghi per la pausa pranzo o una cena fuori, ma si tratta per lo più di incontri formali, al termine dei quali ognuno si dirige verso la propria abitazione, non si tengono contatti oltre l’incontro avvenuto, tranne che per scambiarsi altri appuntamenti. Trovo il suo modo di fare piuttosto anomalo, Marco mi rimanda una sensazione di tristezza, ma evito di farglielo notare, comunicandogli soltanto il mio pensiero sulle uscite con gli amici, che trovo un po’ particolare. Seduti al piccolo tavolo rotondo, nel suo mini appartamento, mentre beviamo il caffè, che lui ha fatto arrivare dal minuscolo montacarichi, presente in ogni appartamento, Marco mi guarda con aria stranita all’affermazione di poc’anzi, trovando invece del tutto normale il suo comportamento.
È la prima volta che salgo ai piani superiori da quando lavoro qua, non ne avevo avuto ancora l’occasione, ogni volta in cui prendo l’ascensore, lo faccio per scendere al laboratorio e ai garage, questa volta però sono salita, speravo di provare sensazioni di calore, il sentore di presenza umana, ma ciò che in realtà il posto mi rimanda è una spiacevole sensazione di freddezza e di estraneità, peggiorata dal fatto che i corridoi ai piani si assomigliano tutti, non c’è un particolare che distingua un piano dall’altro, Marco me li ha mostrati salendo al suo appartamento, a lui piacciono le cose statiche e detesta i contrattempi o le cose fuori posto.
Parla molto bene dell’impiegato alla reception, dice che lo trova una persona a modo, molto cortese, formale, il tipo di persona che piace a lui. Gli chiedo se ha avuto occasione di fare due chiacchiere con lui, Marco risponde che vede l’uomo al suo ingresso nel residence, la sera quando torna dal lavoro, con lui ha avuto solo uno scambio di saluti e poche frasi di rito, niente di più, ma non è necessario avere una conversazione con una persona per capire che tipo sia, e a lui l’uomo alla reception piace, così com’è, è elegante, cortese, molto formale, quanto basta per fare di una persona una persona di un certo valore.
Io rimango così stupita dalle sue affermazioni da non sapere come ribattere, ciò che più desidero in questo momento è essere nella mia stanza, in compagnia del mio piccolo amico peloso che mi infonde serenità e calore, infatti con la scusa di avere da fare ringrazio dell’invito, saluto, spero cortesemente di rivederlo e di ricambiare l’invito e, con immenso sollievo esco dal suo appartamento. Appena fuori nel corridoio vengo però di nuovo colta da un senso di angoscia, questo posto mi incute timore, chiusa la porta alle mie spalle pare non esserci anima viva. Faccio qualche passo in avanti per allontanarmi dalla porta e raggiungere l’ascensore, continuando però a voltarmi, per il timore del sopraggiungere di non so bene cosa, percorro il lungo corridoio, ai lati vedo porte chiuse, la moquette rende i passi ovattati, le luci artificiali dipingono questo luogo surreale, come essere in un labirinto di pareti tutte uguali. Finalmente arrivo all’ascensore, premo il pulsante, le porte si aprono, la cabina è rimasta al piano, entro, premo il pulsante del piano terra, le porte si richiudono, finalmente si scende.
Apro la porta della mia camera, il micio è sul mio letto, mi stendo accanto a lui e lo accarezzo mentre mi fa le fusa, è con il suo ronfare che mi addormento.

9.

Sono nel parco del residence, ho fatto una passeggiata, ora raggiungo la solita panchina dove mi siedo, poco dopo arriva Jeg. Gli sorrido, ricambiata, lui si siede a sua volta, chiacchieriamo piacevolmente per un po’, poi d’improvviso lui mi guarda con attenzione, serio in volto, mi dice, “tu non conosci tutta la verità”, sto per ribattere che cosa non conosco, ma lui lestamente porta una mano al viso, preme le dita alla radice del naso, chiude gli occhi, sento un rumore di scatto, come una chiave che gira nella serratura, e con un breve movimento verso l’alto del braccio, Jeg stacca il proprio viso dal cranio, così come si scoperchierebbe una pentola, rivelando dietro di esso un groviglio di minuscoli cavi blu, rossi, led colorati, piccoli meccanismi, io compio un balzo all’indietro per lo spavento, talmente brusco che cado dalla panchina e mi ritrovo nel letto, le immagini del sogno ancora vivide nella mente, il fiato corto, come dopo una corsa ed il cuore che batte come uno stantuffo. Il micio, ancora accanto a me, mi guarda, la sua espressione pare essere preoccupata, io, ancora agitata, lo accarezzo, vorrei tranquillizzarlo, gli dico che non è successo niente, fuori è ancora buio, mi giro su un fianco e mi accoccolo accanto al suo piccolo corpo caldo, cerchiamo di consolarci a vicenda, ognuno a suo modo.
Mi sveglio poco dopo l’alba, il micio è uscito per i suoi bisogni e l’escursione mattutina. Io mi alzo, ancora un po’ intorpidita dal sonno, il sogno della notte ha perso un po’ della sua ombra inquieta. Dopo una doccia ritemprante mi appresto a fare colazione e ad iniziare la mia giornata lavorativa.
Terminato il lavoro quotidiano ripongo l’attrezzatura e mi appresto alla mia piacevole passeggiata nel parco, al termine della quale raggiungo la solita ed amata panchina e, poco dopo ecco il micio che si strofina subito felice contro le mie gambe, facendo le fusa, io lo accarezzo, lui sale sulla panchina e mi si accoccola vicino. Restiamo per un po’ a coccolarci a vicenda, poi il gatto alza di scatto la testa guardando in una precisa direzione e, con un agile balzo, scende allontanandosi lestamente. Io guardo nella direzione che aveva catturato l’attenzione del micio, e vedo Jeg venire verso di me con passo spedito, mi fa piacere rivedere Jeg, ma questa volta sale un moto di paura al ricordo del sogno fatto la notte precedente. Jeg si avvicina alla panchina sorridendo, è palesemente contento di vedermi, anzi guardandolo bene direi che non è mai stato così contento di vedermi, ne sono lieta, anch’io mi sono affezionata a quest’uomo che conosco molto poco ma che mi ispira fiducia, e lui non mi ha fin’ora dato alcun motivo di non fidarmi di lui, si siede accanto a me, sempre con il suo caratteristico odore da bambola, non capisco cosa faccia per portarsi addosso questo strano olezzo. Jeg oggi è insolitamente loquace, quasi da lasciami senza parole, ne sono molto lieta, spero di vederlo così in tante altre occasioni, il sogno dell’altra notte sembra ora un lontano ricordo innocuo, lo penso guardando Jeg.

10.

Alcuni giorni dopo, mentre sto passeggiando nel parco, incontro una donna che abita nel residence, l’avevo vista in altre occasioni, ma oggi la incontro personalmente per la prima volta, è seduta su una delle panchine, avvicinandomi la saluto, lei alza gli occhi da un libro che sta leggendo, mi guarda per qualche istante, poi ricambia un saluto frettoloso e secco, lasciando intendere chiaramente di non voler essere disturbata, e pronuncia subito dopo queste parole: “Ma lei lavora qui? E’ la signora delle pulizie?, ecco perché mi sembrava di averla già vista”. “Si, lavoro qui. Amo molto passeggiare lungo questo parco, mi rilassa e mi rende riflessiva”. “C’è poco da riflettere qui”, replica lei, “in questo posto vige il raziocinio ed il freddo calcolo, soltanto in pochi riescono a vivere qui dentro, e come si dice, pochi ma buoni. Il mondo è fatto da chi conosce veramente i numeri, le emozioni sono una mera rottura di scatole che depista le menti sottili. Sono contenta di vivere in un posto come questo, uno dei pochi al mondo dove esseri umani e macchine coesistono in completa sintonia”. Io la guardo con aria stralunata, non capisco cosa intenda, ma capisco anche che la donna non vuol essere ulteriormente disturbata, così mi allontano senza sedermi sulla panchina. Torno verso la mia stanza, sul letto c’è già il micio che mi sta aspettando, lo saluto con delle carezze e lui risponde facendomi le fusa, mi sembra di avere un rapporto con questa creatura così intenso e profondo, distante da quello con la mia specie.
L’indomani scendo verso i garage, è il giorno dedicato alla pulizia del seminterrato,. non vedo già l’ora di terminare il lavoro per tornare alla superficie. Mi avvicino trepidante all’ascensore, premo il pulsante, la cabina è al momento occupata, ciò mi inquieta perché significa trascorrere altro tempo lì sotto, vedo che sta salendo dal 6° piano, subito sorge l’immagine della volta in cui ero scesa lì sotto, degli strani macchinari di pulizia che vi avevo trovato e l’emozione di inquietudine si palesa all’istante, mi volto verso i garage mentre sto aspettando l’arrivo della cabina, nessuno in vista, come al solito, ma sono lo stesso molto inquieta. Finalmente la cabina si ferma di fronte a me, le porte si aprono e posso entrare in ascensore ora.
Qualche giorno dopo incontro di nuovo Marco, sta terminando la sua sessione di corsa, indossa una bella tuta, con tanto di orologio e cardio, mi riconosce e mi saluta con la mano, io termino la mia passeggiata e mi fermo sulla panchina per leggere, la giornata è serena, il clima gradevole, ho proprio voglia di stare un po’ all’aperto. Non è da molto che sono seduta quando vedo Jeg avvicinarsi, lieto di vedermi, si siede accanto a me, dice di aver avuto un grosso impegno notturno di guardia, alcuni residenti erano rientrati tardi senza avvisare, lui ha dovuto gestire la situazione, anche perché un paio di loro avevano bevuto e non ne volevano sapere di rientrare senza far chiasso e confusione, i loro schiamazzi avrebbero potuto allertare il servizio di sicurezza con grande rischio da parte di tutti, quindi si lascia sfuggire la battuta, “certa gente non ha il senso della misura e dei limiti e sono sempre gli stessi!”. In quel momento sta sopraggiungendo Marco, che ha ora terminato la sua sessione di corsa, si ferma per iniziare degli esercizi di allungamento e, facendolo, rivolge di nuovo un saluto a me e a Jeg che contraccambia, poi si avvicina ed esordisce dicendo: “Salve, lei è il guardiano, vero?” “Sì”, risponde Jeg che prosegue, “Ha forse sentito dei rumori questa notte? C’è stata un po’ di baldoria all’esterno.” “No, non ho sentito proprio niente, cos’è successo?” “Un gruppo di persone è rientrato a notte fonda, non avevano avvisato del loro arrivo a quell’ora, qualcuno aveva anche bevuto facendo un gran chiasso, non è stato facile gestire la situazione”. “E allora?”, ribatte Marco, “è o non è il guardiano lei? Che ci starebbe a fare, dunque!?”, l’affermazione lascia Jeg senza parole, solo dopo qualche istante ribatte, “Intendevo dire di avvisare sempre dell’ora in cui si pensa di rientrare, non è facile poi disattivare i servizi di sicurezza”, “E perché lo sta raccontando a me”, ribatte l’altro, “Mica c’ero io nel gruppo.”, e senza aggiungere altro si gira e si allontana, lasciando di nuovo Jeg spiazzato che, dopo qualche istante a fissare il vuoto, si volta e se ne va. Io lo guardo un po’ sorpresa, non riesco a capire la sua reazione, penso poi che possa esserci rimasto male, però il suo sguardo era lo stesso indecifrabile.

11.

Salgo in ascensore per controllare i garage, e un istante dopo anche Jeg sale con me. Io ho premuto il terzo tasto, poi scenderò al quarto ed infine risalirò, lui preme il sesto, mi guarda e sorride, le porte si aprono al piano che avevo scelto, Jeg accenna un saluto con la testa e io ricambio con la mano.
Termino il lavoro nei garage, ora sono al quarto piano, non ho ancora visto Jeg da quando ci siamo salutati, raccolgo le mie cose e torno in ascensore e, ancora una volta, compio un gesto assurdo, premo il tasto del sesto piano con il cuore in tumulto. Le porte si aprono, io esco spingendo piano il carrello e lo accosto al muro. Mi guardo attorno, il luogo è ancora immerso nella penombra tranne che per le luci di cortesia accese, le attrezzature della volta scorsa ora non ci sono, tutto è deserto e ancora più inquietante, ma ciononostante non voglio allontanarmi, mi addentro infatti ancora di più lungo il corridoio buio, ecco alla parete di lato la grande porta bianca, da qui i rumori provenienti dall’interno si odono più forti, mi avvicino, rimango accostata alla porta per diversi istanti, rumori di grossi motori, come i grandi impianti di condizionamento e riscaldamento, immagino sempre che al di là della porta ci possano essere enormi macchine che arrivano al soffitto mentre lavorano per mantenere la temperatura costante. Ho voglia di esplorare quell’insolito sotterraneo, semibuio, deserto eppure non c’è un filo di polvere, cosa mai ci terranno qui sotto?
So di compiere una follia ma non riesco a fermarmi dal procedere lungo il corridoio, mi dico, ad ogni passo, che giungerò fino alla prossima colonna, ma poi continuo ad avanzare. Il corridoio compie una curva ad angolo retto, la seguo, sempre tenendomi rasente alla parete. Improvviso, in lontananza, rumore di motore, non vedo ancora nulla, il fondo del corridoio è nella penombra, il rumore sta crescendo, forse non ho nulla da temere ma questo non è il mio ambiente, non dovrei essere qui e non voglio farmi trovare.
Mi volto e comincio a percorrere a ritroso il corridoio per tornare verso l’ascensore, mentre il rumore di motore in avvicinamento sta crescendo. Mi rendo conto che non arriverò in tempo, segue un’idea pazzesca in quell’istante, raggiungo una delle tante colonne e, semplicemente, ci giro attorno. Il rumore ora è forte, quasi assordante, non so ancora cosa stia arrivando, spero solo di non essere notata, sono pronta a girare intorno alla colonna al primo passaggio del mezzo che sta sopraggiungendo.
Ecco, ci siamo! È qui! Sembrano un plotone di motociclisti. Comincio lentamente a muovermi rasente la colonna verso la mia sinistra, dal lato della parete vicina, quasi di fronte a me la grande porta biancao. Sono ancora ferma contro la colonna, guardo appena dall’angolo, giusto per vedere un gruppo di mezzi muoversi, senza conducente, sono le moto-scope e le macchine lava-asciuga che l’altra volta avevo visto a ridosso della parete, stanno tornando alla base e, una alla volta parcheggiano in fila, una accanto all’altra.
Attendo di vedere l’ultima arrivare e mettersi al suo posto e, dopo aver spento anch’essa il motore, il luogo è immerso di nuovo nel silenzio, le luci si spengono, solo quelle di cortesia restano accese, la pace regna di nuovo. Mi domando da dove arrivavano questi mezzi e come venivano manovrati ma adesso, ciò che più mi interessa, è di tornare ai livelli superiori, dopo questa bravata ho bisogno di un po’ di riposo.
L’ascensore dista poco più di un centinaio di metri da dove mi trovo e i mezzi motorizzati ora sono spenti e allineati al loro posto, tutto pare essere tranquillo e silenzioso. Provo a muovere qualche passo, tenendo d’occhio i mezzi, passo accanto alla grande porta bianca, poche decine di metri e sarò arrivata all’ascensore, si ode soltanto il ronzio ovattato al di là della porta e niente di più.
Recupero il carrello, chiamo l’ascensore e salgo ai piani superiori. L’escursione di oggi mi ha spaventata ed eccitata allo stesso tempo, mi rendo conto per la prima volta, dopo un sacco di tempo, quanto mi manchino nuove esperienze, da quando sono qui dentro, non faccio altro che ripetere le stesse cose, neanche fossi diventata una macchina. Menomale che il mio piccolo amico peloso mi ricorda quanto sia bello ed importante l’approccio con un altro essere vivente, essere qui dentro mi dà la sensazione di vivere in un mondo virtuale.
Riprendo la solita routine, per la prima volta comincio a sentirne il peso, fatico a portare a termine i lavori che sento come una grande seccatura, mentre il parco, un tempo bello e riposante, mi è diventato piccolo e stantio. Provo grande conforto ad accarezzare il gatto che non manca mai di farmi visita, ultimamente sembra più affettuoso del solito, e talvolta mi osserva, sembra essere preoccupato, io lo accarezzo dolcemente, lui seguita ad osservarmi poi riprende a fare le fusa.
Le mie giornate trascorrono cosi, nella monotonia di giorni sempre uguali, programmati, in cui niente succederà e tutto sara’ scontato e prevedibile.

12.

Quello che registro come ultimo giorno mi sveglio presto, ultimamente fatico ad alzarmi dal letto, pensando alla solita giornata che mi aspetta, il gatto è accanto a me, lo accarezzo prima di alzarmi, lui fa le fusa, poi butto indietro le coperte senza disturbarlo, lui si mette a sedere, mi guarda e miagola in modo dolce ed un po’ lamentoso, io lo guardo, lo accarezzo, lui chiude gli occhi al mio tocco ma continua a miagolare.
Mi vesto e mi preparo ad uscire, il gatto è ancora seduto sul letto, non ha smesso un attimo di fissarmi, mi avvicino ancora una volta a lui, lo accarezzo, lui strofina la sua testolina sulla mia mano, rimango così vicino a lui, lasciando la sua testa appoggiata, calda e morbida, poi mi allontano dolcemente, dicendogli che ci rivedremo questa sera, lui mi guarda ed emette un miagolio lamentoso, pare voglia dirmi, “Non andartene!”, io lo guardo per un lungo istante, una leggera ansia mi prende, lui pare cogliere il mio stato d’animo e ripete il miagolio, io mi chino verso di lui, lo accarezzo di nuovo, rassicurandolo che ci rivedremo.

Prendo il carrello, scendo nei garage, al quarto piano, lascio lì il carrello parcheggiato contro il muro, l’adrenalina scorre dentro di me, mentre penso a quello che sto per fare, risalgo quindi in ascensore e premo il pulsante del sesto piano.

La cabina scende lentamente ed inesorabilmente fino a fermarsi, le porte scorrevoli si aprono, io esco. Il luogo è immerso nelle tenebre, i miei brevi passi dall’ascensore sono sufficienti ad accendere le luci, i mezzi motorizzati non sono parcheggiati, rasente al muro comincio a camminare, allontanandomi dall’ascensore, passo ora accanto alla grande porta bianca con il suo continuo ronzio al di là di essa e mi inoltro nel corridoio che si illumina a tratti al mio passaggio, un passo dopo l’altro mi allontano dalla zona di sicurezza per inoltrarmi nell’ignoto.

Sto camminando da almeno 5 minuti, colonne e spazi interminabili, sembra di essere in un autosilo, ma non ci sono auto parcheggiate, nemmeno una, non capisco cosa ci facciano in tutto questo spazio, ad intervalli regolari, alla mia destra, la grande porta bianca. Ormai è tardi per tornare indietro, non posso che proseguire, la paura è tanta ma non riesco a fermarmi, passo dopo passo, vado avanti verso il mio destino.

Dopo infiniti passi ed infinite colonne, sul lato destro ritrovo le porte dell’ascensore, ho percorso l’intero perimetro di questi inspiegabili garage senza trovare nulla. Ma i mezzi motorizzati, che fine hanno fatto?

Risalgo in ascensore, attendo che le porte si chiudano, poi tiro un lungo sospiro di sollievo. Resto in ascensore finché la luce non si spegne, vorrei tanto premere il tasto che mi riporta al quarto piano, tornare in camera, dal mio amico gatto e far finta che tutto vada bene, ma al solo pensiero di riprendere la routine quotidiana mi sento male, sento di non potercela fare, mi sembra di essere diventata un meccanismo, e mi sento costretta ad interrompere il movimento perfetto ed immutabile di questo ingranaggio.

Senza nessun indugio premo il pulsante che fa scendere la cabina al settimo piano. Mi era stato detto, in un tempo che ho dimenticato, perché fa parte di me in un’altra vita in questo posto perfetto e terrificante, di non avere accesso ai piani inferiori al quarto, un divieto secco ed asettico, senza repliche. Mi sono adattata agli ordini per un periodo che sembrava essere stato felice, fino al punto in cui, guardando fuori dalla finestra. vedevo un mondo di plastica. Da quel momento ho iniziato, timidamente, la via verso la ribellione, ben sapendo di non potermene andare da questo posto ancora per un anno, ma più il tempo passa e più sono consapevole che si tratta di una via da cui non si può tornare indietro.

Di nuovo la cabina dell’ascensore rallenta fino a fermarsi. Cosa mi aspetterà tra poco, là fuori? Avranno già intercettato la mia trasgressione agli ordini?

Buio. Un istante di troppo e non avrò il coraggio di uscire dall’ascensore. Compio un passo che pesa come piombo, esco, le porte scorrevoli si chiudono, le luci del piano si accendono, rivelando l’ormai solito ambiente da incubo, vuoto, pilastri infiniti, luci al neon, fredde e metalliche, rendono alle ombre un profilo tagliente, m’incammino nel vuoto di questo posto, così come è vuota ora la mia vita, credo che, andando incontro ad un destino diverso, la renda degna di essere vissuta.

Continuo a camminare. L’aver già visto il posto lo rende accettabile, meno orribile di quello che è in realtà, pare di stare in un videogioco, dove l’ambientazione conduce soltanto ad un circuito chiuso, senza via d’uscita, e così mi sono sentita poco tempo fa, dopo quasi un anno di permanenza qui, come un topo da laboratorio. Mentre cammino mi chiedo chi siano gli artefici di tutto questo e perché.

Mi sembra strano che non ci siano telecamere, forse perché a nessuno dei residenti verrebbe in mente di scendere a questi piani, loro non farebbero mai qualcosa al di fuori degli schemi prefissati, e lo stesso pensavano di me.

Per un lungo periodo mi sono adattata ad un sistema di vita che credevo ideale, fino al momento in cui ho guardato la vita seguire il suo corso attraverso gli occhi di una semplice creatura entrata in contatto con me, un dolce e mite gattino, da quel momento ho iniziato a guardare le cose in modo diverso, ma in particolare ho notato che la vita condotta in questo stabile non è la vita che avevo imparato a conoscere, fatta di imprevisti e molti accadimenti.

Qui dentro c’è la vita confortevole, sicura, schematica, senza errori, ogni giorno fai le stesse cose e stai tranquillo, perché non devi preoccuparti di niente altro, sai che la mattina ti alzerai, lavorerai, mangerai, ti dedicherai a piccoli svaghi, la sera tornerai nella tua stanza, ti rilasserai un po’, poi te ne andrai a dormire e riprenderai d’accapo il giorno successivo, quando rifarai esattamente le stesse cose. C’è gente che si è trasferita qui e ha deciso di non uscire più, perché sente questa essere la sua vita ideale.

Cammino spavalda, immagino che qualcosa possa accadere da un momento all’altro, da un lato lo temo, dall’altro se non accadesse niente, resterei molto delusa. Il posto sembra deserto, i segmenti di corridoio vengono accesi per qualche centinaio di metri, vedo solo file di colonne bianche fino in fondo ma niente altro.

Eccomi di nuovo davanti all’ascensore. Risalgo e premo il pulsante che scende all’ottavo piano, la pulsantiera riporta fino a 10 tasti, se è il caso, scenderò fino all’ultimo. L’ascensore, obbediente, si mette in moto e mi porta giù. Esco, stesso ambiente, luci che si accendono al mio passaggio, le porte bianche sulla mia destra. Riprendo a camminare, decisa a percorrere l’intero perimetro, fino a tornare all’ascensore.

Non so dire quanto tempo sia già trascorso e quante volte sia transitata accanto alle porte bianche, ma ecco che qualcosa arriva ad interrompere la monotonia delle mie azioni. Una voce metallica si diffonde da altoparlanti, annuncia che i sistemi di sicurezza sono stati attivati. Mi fermo, il cuore in gola. La memoria va a quella sera in cui, dalla finestra della mia camera, forse un secolo fa, si intravedevano due piccole luci azzurre in lontananza, quel qualcosa che Jeg mi aveva detto essere il sistema di sicurezza e che aveva tanto spaventato il mio amico gatto. Cosa fosse in realtà non l’avevo mai saputo, di certo tra non molto lo scoprirò e, sinceramente non è proprio ciò che desideravo.

Volevo cambiare il corso della mia vita, ma ritengo anche essere stupido affrontare un rischio più grande di me. Sono troppo distante dall’ascensore, resto ferma accanto alla parete, a pochi passi da una delle colonne e dalla grande porta bianca, e in quel frangente di tempo sento un rumore indefinibile, nel silenzio di quel luogo odo un suono lieve e ritmato, seguito da un rumore simile ad uno stantuffo. Guardo in entrambe le direzioni senza capire da dove esso provenga, mentre il rumore si fa sempre più forte, fino ad essere evidente la percezione di due suoni distinti, quello che mi fa immaginare grossi meccanismi in movimento che sollevano un pesante carico, seguito dal rumore di qualcosa di pesante che si posa a terra, come una grande pressa idraulica che va su e giù. Di certo qualsiasi cosa stia arrivando, lo sta facendo da entrambe le direzioni.

Non perdo nemmeno un istante a capire che cosa possa essere, e senza nemmeno riflettere, faccio l’unica cosa che in quel momento posso fare, abbasso la maniglia della grande porta bianca e aspetto di vedere cosa succede. La maniglia si abbassa e la porta si apre, io ci passo attraverso e me la chiudo alle spalle.

Ciò che vedo rasenta a malapena la mia immaginazione, il luogo è illuminato ed immenso, infiniti passacavi metallici corrono sospesi sul soffitto, come un grande sistema vascolare, enormi macchinari sono disposti in una fila parallela di fronte a me, sono loro che producono quel suono che si ode appoggiando l’orecchio alla porta, le pareti ed il pavimento sono bianchi ed immacolati, non c’è un filo di polvere, tutto lucido e perfetto, alla mia destra e alla mia sinistra un infinito corridoio creato nello spazio tra i macchinari e la parete. In quella posizione mi sento terribilmente esposta, la porta bianca potrebbe essere aperta da quella cosa che stava arrivando poco fa e cogliermi così sul fatto. Tra i macchinari ci sono degli spazi attraverso i quali una persona può passare senza difficoltà, mi avvicino a due di essi e mi sistemo in mezzo e, da questa posizione tengo d’occhio la porta per un po’ accertandomi che non venga aperta. E così è, nessuno apre la grande porta bianca. Però non mi fido ad uscire subito all’aperto, così m’incammino fra i due macchinari fino ad arrivare al termine di essi.

Un altro corridoio è creato tra i macchinari e una lunga serie di laboratori, così almeno sembrano in apparenza, uno in fila all’altro, ognuno di essi ha una grande finestra che dà sul corridoio, tutti sembrano essere illuminati, all’interno si intravedono altrettante strane macchine, tavoli, scaffali.

Devo trovare un’uscita alternativa, così m’incammino a fianco dei laboratori, sbirciando dentro di essi, finché davanti ad uno dei tanti rimango interdetta. All’interno vedo i soliti tavoli, banchi e apparecchiature varie e, accanto, seduto su una sedia, c’è una figura, apparentemente un uomo che riconosco essere Jeg, ma ora è inerme, come un manichino, il cranio è stato completamente aperto e si vede chiaramente un incredibile groviglio di piccoli cavi colorati e luci led che si accendono ad intermittenza, come le luci di un albero di Natale. Il colorito del viso è sempre lo stesso, così come la barba malfatta, gli occhi sono aperti e brillanti, ma non c’è vita in essi. Un grosso cavo parte dalla base del cranio e si collega ad un pc portatile posto sul tavolo accanto. Un brivido mi corre lungo la spina dorsale e le parole di una donna, incontrata tempo fa, che vive nel residence, mi tornano alla memoria, “un sistema perfetto, in cui uomini e macchine coesistono in completa sintonia”.

Non vorrei credere a ciò che sto vedendo, ma non posso nemmeno negarlo. Non so dire quanto tempo rimanga a bocca aperta a guardare quella scena pazzesca, ma so che è arrivato il momento di muovermi e di allontanarmi da questo posto il prima possibile. Sento la paura crescere dentro, una paura quasi paralizzante, il fiato corto contribuisce a rendere pesanti i movimenti, ed è con immenso sforzo che compio i passi successivi.

Un laboratorio si succede all’altro, le finestre paiono vetrine di botteghe da incubo, si intravedono parti anatomiche simili agli originali, addirittura grandi vasi contenenti ricambi di organi umani, accelero il passo senza avvedermene, tanto è il mio turbamento, sto quasi per mettermi a correre per uscire da quest’incubo, quando sento un suono che mi paralizza di nuovo, un suono che avevo giù udito una sola volta, tanto tempo fa, ma che non avevo più dimenticato, quello che ricordava il verso di un tacchino dal timbro metallico, quella volta in cui la porta dei laboratori dei piani superiori presentava la luce rossa accesa, e la frase luminosa, “divieto di accesso, ingegnere al lavoro”. Jeg, arrivato poco dopo di me, mi aveva suggerito di tornare il giorno successivo per il servizio di pulizia, poi aveva preso una chiave speciale dalla sua tasca, l’aveva inserita nella tacca della porta, la luce era diventata verde per un istante, la porta si era aperta, consentendogli di entrare. Prima che la porta si richiudesse, dal fondo del corridoio avevo sentito proprio questo suono.

Ed ora eccolo di nuovo, accompagnato un istante dopo da un movimento, qualcosa sta uscendo da uno dei tanti laboratori, in fondo al corridoio, qualcosa di molto grande che continua ad emettere quel suono monotono ed inquietante, ed ecco che si palesa la mole di quella strana macchina che avevo già visto un giorno, quella che mi ricordava una mantide, si muove emettendo quel verso continuo proprio nella mia direzione. Non penso un istante di più, mi volto e comincio a correre, i laboratori mi scorrono di lato, con i loro contenuti terrificanti, passo di nuovo accanto a quello dove è seduto Jeg, sempre inerme come una grande bambola, il suono continua a farsi sentire alle mie spalle, forse quella cosa si è accorta della mia presenza e mi sta seguendo o forse no, non ho intenzione di scoprirlo, voglio soltanto andarmene da qui e poi, ciò che vedo va al di là di qualsiasi scena accettabile. In uno dei tanti laboratori che scorrono a lato c’è un’altra figura, anch’essa ha il cranio scoperchiato. La figura non è però intera, solo a mezzo busto, posata su un tavolo e collegata con i cavi ad un macchinario, ma è inequivocabilmente simile a me, la mia perfetta riproduzione.

Vorrei urlare ma non riesco, so soltanto che non posso muovermi, lo sguardo fisso a quella cosa in costruzione. Ma cosa mai vogliono fare? Stanno sostituendo esseri umani con bambole perfette? Perché? L’impiegato alla reception, allora, è uno di loro? Anche gli inquilini sono stati sostituiti? Escono nel mondo, si uniscono alle persone, si mescolano a loro? E gli originali, che fine fanno?

Un disco rotto nella testa continua a ripetere le stesse domande, mentre il suono metallico si sta avvicinando, e io non ho nemmeno il fiato per gridare. Ma un suono nuovo si ode in quel momento, un suono che rompe d’improvviso tutti gli schemi, che spezza lo stallo creato dalla paura e che mi fa voltare nella sua direzione, un suono dolce e deciso allo stesso tempo, la vocina, minuscola ed acuta di un gatto.

Incredibile ma vero, il mio caro, amato amico gatto è qui ora, in questo luogo terribile, ed è reale, mi sta guardando mentre emette il suo verso, e il suo sguardo è fermo e deciso, poi si muove nella direzione opposta alla macchina che sta sopraggiungendo alla mia destra, e di nuovo si volta, per controllare di essere seguito, un altro miagolio e riprende a camminare, stavolta aumentando l’andatura.

Sento un flusso di adrenalina muoversi dentro di me e, senza più indugiare, seguo il gatto che ora sta correndo e si infila in uno dei laboratori. Non guardo nemmeno cosa sia contenuto, il mio sguardo è fisso sul gatto che attraversa il laboratorio e passa attraverso una porta sul fondo, aperta solo di un poco. Varcata la porta, me la chiudo subito alle spalle, trovandomi su una lunga rampa di scale interne. Il gatto prende la rampa superiore e comincia a salirla, io dietro di lui, senza perdere un istante. Dopo aver percorso diverse rampe, il gatto si ferma al pianerottolo e si piazza di fronte alla porta. La apro e lui, lesto, passa subito attraverso, seguito un attimo dopo da me. Ci troviamo incredibilmente nel retro dell’enorme ingresso dello stabile, dietro all’ufficio dell’impiegato. Il gatto si dirige subito verso la porta della mia camera, entriamo, poi lui si piazza di fronte alla porta-finestra che dà sul parco, quel parco che mi aveva tanto affascinato un tempo lontano, e si volta a guardarmi. Ci fissiamo per un lungo istante, quindi prendo uno zaino, ci infilo pochi effetti personali, i documenti, me lo metto sulle spalle ed apro la porta-finestra.

Il gatto esce, io lo seguo, attraversiamo il parco a passo svelto, fino ad arrivare al muro di cinta, dove si trova un cancelletto al quale non avevo mai dedicato molta attenzione, è incredibilmente aperto, basta abbassare la maniglia e passarci attraverso, e così facciamo,io ed il mio amico gatto. Forse proprio da qui lui era arrivato, e in quel lontano passato di programma inconsapevole mi aveva scelto, con il suo istinto sempre vigile, il suo sguardo lungimirante, la sua anima intrisa di mistero, prima che anch’io diventassi un programma che un giorno qualcuno avrebbe letto nella superficialità di giorni tutti uguali, e nella comodità di un essere inorganico e tecnologico che pensa al posto nostro e ci dice di volta in volta cosa dobbiamo fare, dove dobbiamo andare, cosa dobbiamo dire.

Un programma così sicuro di sé da non pensare alle molteplici vie d’uscita che un essere vivente e creante possa considerare, in ogni istante della propria esistenza.

Ed è così che ci troviamo, io ed il mio amico gatto, a camminare insieme lungo una strada che attraversa un vasto bosco. Non so dove andremo, cosa faremo, so soltanto che la vita è fatta di molteplici azioni che si susseguono, una dopo l’altra, senza un programma rigido a prevederne ogni minimo dettaglio, lasciando tutto ad un caos solo apparente, che un’intelligenza superiore sa decifrare, creando così l’azione successiva, sperimentando, sbagliando, disfacendo e facendo di nuovo, guidati da qualcuno che è in noi stessi, ma ci trascende, non possiamo toccare, vedere ma sappiamo che c’è. Gli antichi lo chiamavano la parte divina che sta al centro, ciò che noi possiamo identificare come il nostro Cuore, non quello biologico, ma la sacralità che ci abita e che, se ascoltato, ci porta a vedere cose che mai mente umana ha conosciuto.

“Da coloro cui è dato molto, molto si aspetta. Chi bussa alla porta del Santuario nella piena conoscenza del suo carattere sacro, e dopo aver ottenuto l’ammissione, si allontana dalla soglia o volta le spalle e dice, “Oh, non v’è dentro nulla!” ed in tal modo perde l’occasione di apprendere l’intera verità, non può che aspettare il proprio Karma. Anche se fuggite nelle parti più remote della terra, e vi celate alla vista degli uomini, o cercate oblio nel tumulto del vortice mondano, questa Luce vi raggiungerà e illuminerà ogni vostro pensiero, parola o azione.”
(H.P. Blavatsky)

 

 

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…luoghi, cultura, tradizioni: “Chiavenna, Caffè del Crotto”

 

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un dolce suono di fisarmonica può accompagnare la visione delle immagini e la lettura del testo, se si desidera, avviando il filmato sottostante.

 

Verso la fine di Gennaio 2015 a Chiavenna apre una piccola bottega dal sapore squisitamente antico. Il Caffè del Crotto, così si chiama, da cui fuoriesce un intenso ed originale aroma di caffè.

L’ingegner Rodolfo Lattuca, siciliano d’origine ma residente a Milano, dove è direttore del Laboratorio di Ricerca Scientifica Nicola Tesla, ha ripercorso antiche ere tecnologiche in questo futuro mediale e veloce, risvegliando la città di Chiavenna con un nuovo aroma, quello del caffè a lenta lavorazione, tostato in caldaia a legna di rovere.

Questa macchina per tostare il caffè, di sua realizzazione,  consente di cuocere il caffè verde per 25/30 minuti, a seconda della miscela e della qualità, e di raffreddarlo lentamente, al fine di lasciarne intatti gli aromi.

Entrando nella piccola bottega del caffè dell’Ingegner Rodolfo si percepiscono aromi e profumi anche inconsueti, lontani dagli odori che ci accompagnano quotidianamente ma che si discostano enormemente da ciò che è invece più genuino e naturale, si cominciano ad osservare oggetti e dettagli d’arredo poco comuni ma confortevoli alla vista, perché rimandano alla pacatezza di altri tempi, così come il suono della legna che scoppietta allegramente nella caldaia. Una risposta “slow food” al mondo della modernità e della grande distribuzione, dove luci, odori, suoni lasciano poco spazio ai pensieri delicati di chi invece è di animo più pacato e discreto.

Nella bottega dell’Ingegner Rodolfo si mescolano gli aromi che compongono il caffè tostato e che ricordano il profumo del cioccolato fondente, mescolato all’aroma di legna. Lui ha seguito con interesse la coltivazione del caffè, del quale mostra con orgoglio i chicchi verdi, non ancora tostati. Il desiderio era anche quello di riportare in vita la storia del caffè nella città di Chiavenna, all’epoca in cui molti tostavano piccole quantità di caffè nella propria casa, di contrabbando, utilizzando un arnese ora appeso alla parete della bottega. Le miscele di caffè create dall’ingegnere sono state da lui chiamate con i nomi delle antiche miscele della cultura di Chiavenna. Spiega inoltre la differenza tra la miscela Arabica, più delicata, cremosa, apprezzata in massima parte al nord, e la miscela Robusta, dal gusto forte che riempie la bocca rendendola pastosa, amata soprattutto al sud. Questo è il motivo per cui a Napoli si usa bere il bicchierino d’acqua prima e dopo il caffè, per pulire e resettare la bocca dal gusto forte della bevanda.

Eventi in programmazione con la provincia di Sondrio, il Comune di Chiavenna, la regione, vertono a dare spessore ad una passione che diventa lavoro, cultura e creatività imprenditoriale.

https://www.facebook.com/profile.php?id=100011448306861&ref=ts&fref=ts   (Ingegner Lattuca, pagina Facebook)

 

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