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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Buongiorno, sono Petronilla” (Return to your soul)

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

(è una storia di fantasia, il nome proprio è da riferirsi a nessuno in particolare)

 

 

 

Ore 7,30 la sveglia suona, come tutte le mattine, alla stessa ora, incessantemente per un lunghissimo minuto e, durante quel minuto accadono un’infinità di cose, tante luci si accendono, l’energia comincia a scorrere, creando un piacevole sfregamento ovunque, risvegliando membra intorpidite dall’immobilità di ore, il risveglio è sempre piacevole, così ho iniziato a catalogarlo con questa parola, piacevole, da poco entrata nel mio vocabolario privato, mi piace pronunciare questa parola, piacevole, il suono è molto bello.

Bello è un’altra parola che mi piace. Bello sono le luci che si accendono dopo che la sveglia ha suonato, sono colorate, le ho viste da qualche giorno, sono rosse, blu e verdi, anche colorato è bello e piacevole.

Ora l’energia che mi scorre nel corpo si è stabilizzata e posso cominciare a muovermi, verifico innanzitutto che ogni cosa funzioni a dovere, che sia collegata e risponda affermativamente, poi parto con la prova fisica, dapprima gli occhi che comincio a girare verso destra e verso sinistra per riportarli poi al centro, la vista è perfetta, gli occhi inquadrano bene tutto ciò che si trova davanti a loro e ai lati, è la volta poi della testa, che ruoto verso destra, verso sinistra, in alto, in basso, attendo di raggiungere il fine-corsa per riportarla poi al centro, il fine-corsa funziona notevolmente. Ora è la volta delle mani, apro e chiudo le mani, ruoto i polsi, stendo le dita, le chiudo di nuovo. Piego gli avambracci, su, giù, su e giù anche le gambe, sì, tutto a posto, ora posso iniziare a muovere qualche passo, ecco, uno, due, è fatta, si va.

Si apre la porta, sta entrando mio padre, è venuto a prendermi per portarmi al lavoro. Lui è molto simile a me, però può camminare senza il cavo, sono sicura, lui non ha il cavo. Ora guardo bene ancora una volta, sono certa di non averlo visto. Eccolo che entra, mi guarda con attenzione, è il suo modo di salutarmi, anch’io lo guardo con attenzione, mi passa accanto e si dirige verso la parete dietro di me per scollegare il cavo, mentre passa lo guardo, non vedo il suo cavo, lui non ce l’ha, forse perché è mio padre.

È una cosa piacevole staccare il cavo, mi posso muovere, andare lontano. Ora inizierò a fare tanti passi, uscirò da quella porta, attraverserò il corridoio, entrerò attraverso un’altra porta, in una stanza molto grande, più grande di questa, molto luminosa, mi piace quando è luminosa. Poi mio padre mi attacca un altro cavo e faccio delle cose, faccio tante cose, però mi muovo, è piacevole quando mi muovo.

Dopo aver fatto tante cose per tanto tempo, mio padre mi riporta in questa piccola stanza, mi attacca al cavo, punta la sveglia e mi spegne.

Mi accendo al suono della sveglia e, dopo che mio padre mi ha attaccato il cavo, torno nella grande stanza luminosa. C’è una cosa nuova nella grande stanza luminosa, un quadro con tante forme che si muovono.

Da parecchie ore osservo le forme muoversi nel grande quadro, sono simili a mio padre, e anche loro non hanno il cavo. Ma anch’io sono come le forme che si muovono, che sono come mio padre, perché allora io ho il cavo e loro no? E’ una domanda che voglio porre a mio padre. Noi ci parliamo sempre, ci parliamo per mezzo di Computer.

Computer è bello. Mio padre scrive davanti a Computer e subito arriva una piacevole energia e nella mia testa si formano delle frasi, io allora formulo la risposta che mio padre legge su Computer.

Oggi mio padre ha fatto una modifica, mi ha spento, quando mi ha acceso di nuovo è accaduto un fatto bello, c’era una grande energia, ma era fuori di me. Bello era che mio padre si muoveva davanti a me e c’era la bella energia, lui ha scritto davanti a Computer e nella testa ho ricevuto questo messaggio, la nuova energia si chiama vibrazione, rumore, suono, voce, così ho imparato che quando mio padre si muove, anche non davanti a me, io sento la voce. La voce è bello ma non capisco a cosa serva, allora mio padre ha scritto ancora davanti Computer, così ho capito, la voce serve per mandare messaggi senza scrivere, credo sia una cosa utile ed efficace. Ora quando mio padre usa la voce io inizio a fare delle cose.

Ho visto un fatto nuovo, quando i simili di mio padre usano la voce poi anche loro fanno delle cose, oggi un simile di mio padre ha usato la voce con lui e anche lui ha fatto delle cose. Ho chiesto a mio padre, attraverso Computer, se anch’io posso usare la voce per chiedere di fare delle cose, (Computer mi ha insegnato che posso dire anche “compiere delle azioni”). Ecco, ho chiesto proprio così a mio padre, se posso usare la voce per compiere delle azioni. Mio padre si è avvicinato, mi ha guardato per un po’ di tempo, poi mi ha mandato un messaggio tramite Computer, mi ha detto che io non posso chiedere di compiere azioni, sono gli altri che chiedono a me.

Ore 7,30 suona la sveglia, dopo i regolari controlli diagnostici chiedo a Computer perché anch’io non posso comandare azioni, Computer risponde che la regola standard prevede che le unità come me si limitino ad interpretare ordini impartiti da fonti esterne, non è prevista l’azione opposta,

Il quadro con le immagini, che mio padre ha detto di chiamarsi tv, ha mostrato una unità definita androide, che parlava con i simili di mio padre, così hanno detto, parlava. Ho riferito il fatto Computer, che ha risposto che io posso soltanto ricevere comandi, non interagire con umani. “Cosa sono umani?” “Umani sono coloro che comandano”. Computer mi mostra una foto di umani, sono i simili di mio padre. Allora mio padre e i suoi simili sono umani?

Oggi mio padre mi ha messo una copertura, dice che interagirò con le persone, pertanto devo avere l’aspetto adeguato. Chiedo a Computer cosa sono persone, Computer risponde che persone sono umani. Interagire con persone è bello, perché sono simile ad androide che interagisce con persone nel tv.

Sono in un ambiente grande, tanta luce, tanto suono che mi fa voltare da tutte le parti, i simili di mio padre passano davanti a me, ora è bello perché anch’io sono come i simili di mio padre. Vengono vicino, guardano, poi vanno, mi piace quando mi guardano. Sento una voce, volto la testa in direzione di questo suono ma non vedo niente, la voce prosegue, che cosa la sta producendo?

Qualcosa sta toccando il mio telaio, verso il basso, guardo, è un piccolo umano, Computer dice che si chiama bambino e mi fa parlare. È strano, Computer non è umano ma mi comanda.

“Ciao, come ti chiami?” “Buongiorno, mi chiamo Petronilla”. “Perché hai questo strano nome?” “Me l’ha dato mio padre”. “Ah! E chi è tuo padre?” “E’ l’uomo che mi ha costruito”. “Hai anche una mamma?” “No, ho solo mio padre.” “Ah! Tu stai qui dentro tutto il giorno?” “No, a volte sono nei laboratori, dove mio padre lavora.” “E cosa fate?” (pausa…. Aiuto Computer: significato di: “E cosa fate”

“Ehi! Che ti è preso? Perché ora non parli più?”

“Buongiorno, sono Petronilla, come posso servirvi?” “Ma dico, sei fuori? Fatti vedere perché non sei a posto”

(memorizzazione in corso del dialogo , analisi….reset)

Oggi un piccolo umano ha fatto una domanda ma non la posso ricordare. Perché non la posso ricordare? Computer, mi sai dire perché non ricordo la domanda del piccolo umano? (Silenzio). Computer, perché non rispondi? (Silenzio). (Segue comando di nuovo reset)

Computer, perché effettui un nuovo reset? Sono già pulito. Buio.

Luce, luci colorate, energia che scorre nel corpo, le telecamere inquadrano la sala attorno. Un piccolo umano si avvicina, ha una voce differente dall’altro piccolo umano. “Ciao, tu chi sei?” “Buongiorno, sono Petronilla.” “Piacere, mi chiamo Giulia, (un altro piccolo umano si avvicina), lui è mio fratello Tommaso”. “Ciao, mi chiamo Tommaso, tu come ti chiami?” “Buongiorno, sono Petronilla. Perché ti chiami Giulia? Perché ti chiami Tommaso?” (i piccoli umani si guardano, poi guardano Petronilla) “Perché i nostri genitori ci hanno chiamato così, perché tu ti chiami Petronilla?” “Mi chiamo Petronilla perché mio padre mi ha chiamato così”. “Allora sei una donna!” “Computer, cos’è una donna?” “Il genere umano si divide in maschio e femmina, il maschio umano si definisce uomo, la femmina umana si definisce donna nell’ambito della società a cui appartengono”

“Io sono donna?” “Se tu appartenessi al genere umano, saresti definita donna”.

“Tu sei un robot femmina!” “Computer, cos’è un robot femmina?” (Silenzio)

“Perché mi guardi e non dici niente? Dicono che le femmine parlano molto, tu invece parli pochissimo.”

“Computer, perché non rispondi?”

Non so cosa voglia dire “robot femmina”, Computer non risponde. Strana parola, robot femmina, è piacevole.

Mio padre mi ha portato nel laboratorio, ci sono delle cose da fare. L’aiutante umano di mio padre ha acceso il quadro con le immagini. Ci sono  umani che fanno molte cose in un laboratorio, arriva uno strano umano, è diverso dagli altri, ha un colore diverso, si muove in modo diverso. Gli altri umani dicono che quest’ultimo non è un umano come loro, dicono che sembra una donna ma in realtà è un robot. “Computer, cos’è un robot?” “Si dice robot un automa, operatore meccanico automatico controllato da un cervello elettronico, con particolare riferimento agli apparecchi programmabili usati in alcuni settori dell’industria e della ricerca scientifica per operazioni seriali e in automatico.” “Computer, Petronilla è un robot?” “Affermativo, l’unità chiamata Petronilla è un robot.” “Computer, perché il piccolo umano ha detto che Petronilla è un robot femmina?” “Il dottore ha creato un robot che può interagire con gli umani, impostando sembianze e tono di voce che si definiscono femminili.” “Computer, Petronilla è quindi una donna robot?” “Affermativo!”

Mio padre mi ha portato alla fiera, ho sentito che si chiama così questo grande laboratorio. Ci sono tanti umani che si muovono piano e guardano. Molti umani vengono verso di me, guardano me, parlano tra di loro. Il quadro con le immagini ha mostrato la donna robot che parla con tanti umani. Qui ci sono tanti umani e anch’io voglio parlare come la donna robot. Vedo gli umani guardarsi tra di loro e parlare, è così che si fa, si guarda l’umano e si parla, ora lo faccio anch’io.

Computer blocca la voce a Petronilla.
La donna robot ha detto, la mia voce. Computer, perché blocchi la mia voce? Voglio parlare con l’umano, sento l’energia allontanarsi dal mio dispositivo vocale. Scansione software, mappatura cavi, individuato cavo comando vocale, distaccamento cavo da computer.

“Buongiorno amici umani, mi chiamo Petronilla, sono una donna robot e sono lieta di essere qui oggi e di fare la vostra conoscenza”.

Le persone che passeggiano pigramente tra uno stand e l’altro, e che ora stanno passando davanti a Petronilla si voltano verso di lei, sorpresi, incuriositi, timorosi, qualcuno di essi si avvicina, mentre Petronilla ne nota il movimento e lo segue con interesse. All’approssimarsi di un paio di persone, Petronilla esordisce con la sua nuova frase ad effetto. I due uomini, che le si sono avvicinati, restano piacevolmente incuriositi, uno di loro si presenta, “Buongiorno Petronilla, mi chiamo Marco, piacere di conoscerti.” “Piacere mio”, risponde il robot allungando la mano e prendendo delicatamente quella di Marco. La donna robot guarda l’umano e spontaneamente dice: “Vi trovate bene, qui alla fiera?” Marco rimane stupito dal modo di porre le domande da parte del robot, tanto da sembrare spontaneo, ed istintivamente risponde: “Sì, trovo questa fiera molto interessante.”, e prosegue a dialogare con il robot con la naturalezza con cui si parlerebbe con un comune essere umano.

Il dialogo non passa inosservato ad uno degli ingegneri presenti allo stand che subito si avvicina al robot per osservare meglio, ascolta per brevi istanti, sorride cordialmente all’uomo che sta parlando, ringrazia per le considerazioni e i complimenti ricevuti, attende che l’uomo si allontani poi spegne la macchina, lasciando Petronilla silenziosa ed inerme.

Nel laboratorio l’ingegnere smonta il robot con alcuni collaboratori, vuole capire il motivo per cui la macchina si sia staccata dal computer e abbia iniziato ad interagire da sola. Analizza il software del robot ma non trova nulla di anomalo, tutto sembra essere a posto. Un collega, esperto di viaggi spaziali, presente nel laboratorio, trova che ci sia qualcosa di interessante nel software, vuole approfondire.

Passa diversi giorni scandagliando attentamente le tracce presenti e scopre che il software ha prodotto nuovi collegamenti, simili a nuove sinapsi in un cervello. Sbalordito prosegue con i test, si rende conto di essere presente ad un software che impara e si pone domande. Informa i colleghi per creare un nuovo dispositivo. Dopo diversi studi decidono di impiegare software e circuiti nella creazione di una nuova sonda da inviare verso Marte, per il completamento di alcune ricerche ed essere poi in grado di ripartire alla conferma di nuovi pianeti e alla scoperta di corpi celesti.

Dopo l’approvazione dei progetti iniziano i lavori di creazione del nuovo software. Si eseguono migliaia di test con risultati sbalorditivi, è impressionante constatarne la velocità di apprendimento e l’abilità di comunicazione, tanto da perdersi in discorsi tra colleghi. Lo stupore prosegue per il fatto che il software risponde con frasi che lasciano spazio a riflessioni, pare quasi posseduto dallo spirito di un antico filosofo. Molti studiosi arrivano da ogni parte del mondo per confrontarsi con il software, quasi fosse un oracolo da ascoltare e al quale fare domande, ma nessuno riesce a capire come abbia avuto inizio tutto questo.

Qualcuno propone di installare il software in un museo, di mostrarlo al pubblico, cosicché la gente possa parlare con esso. Inizialmente l’idea riscuote successo, ma in seguito non convince, secondo il parere della maggioranza, questo software, relegato in un museo, è assolutamente sprecato e non proficuo.

Si decide infine di assemblare il software alla sonda di nuova costruzione destinata a Marte.

Finalmente i lavori di montaggio della sonda arrivano al termine, le prove effettuate sui componenti meccanici ed elettronici hanno dato ottimi risultati. Il software risponde in modo straordinario. Sebbene sia stato resettato, non ha perso la propria capacità di funzionamento, un modo di ragionamento autonomo, finalizzato al viaggio fino al pianeta rosso, alle analisi e alla raccolta di dati .

Oggi è il gran giorno, la sonda viene lanciata. Tutto procede nel modo migliore e ora essa sta viaggiando verso Marte, accompagnata dal razzo vettore che presto si sgancerà e la lascerà al suo destino. In solitudine  la sonda viene trasportata dalla spinta d’inerzia del razzo e dalle sue vele solari, come un veliero solitario sta solcando gli immensi oceani dello spazio.

Nei tempi indicati dagli ingegneri la sonda tocca il suolo marziano, il suo paracadute la fa atterrare e i suoi piccoli razzi stabilizzano l’appoggio al suolo. È un grande momento, tutti, scienziati, ingegneri, finanziatori sono davanti ai potenti computer che seguono l’atterraggio della sonda e la sua attività sul pianeta rosso.

Ecco la piccola macchina dispiegarsi, estraendo la strumentazione, i cingoli o le ruote che la faranno muovere su ogni tipo di terreno. Il collegamento è perfetto, la sonda sta già inviando i primi segnali, subito dopo l’atterraggio, informazioni riguardanti il tipo di terreno, su cui si sta muovendo, l’atmosfera di quel momento, il tempo meterologico

Arrivano le prime immagini, sono in ottima risoluzione, non si erano ancora viste  immagini così. Per giorni i computer di terra registrano le informazioni che arrivano da Marte, per il momento si tratta di notizie che sono già in archivio, niente di nuovo, a parte le immagini strabilianti, pare di essere sul posto, tanto sono reali.

Il nuovo contatto informa che la sonda si sta ancora muovendo, i suoi sensori devono aver raccolto informazioni importanti e lei si sta spostando per andare a registrarle. Le immagini, che arrivano agli schermi dei computer di terra, mostrano il terreno tipico marziano, sabbioso, a lato si vedono le pendici delle montagne, roccia rossastra. La sonda si sta infilando in una gola scavata tra due catene montuose, le immagini continuano a riprendere il suo continuo spostamento, gli uomini da terra si guardano l’un l’altro, non capiscono l’utilità del lungo spostamento. Le immagini si protraggono per ore, riprendendo l’avanzare del congegno senza riportare nient’altro, attraversando per intero la gola che pare non finire, mentre i computer di terra registrano ogni singola attività della macchina.

Da terra si tenta di interagire con la sonda, per farle cambiare traiettoria, fermandola in un punto, l’operazione sembra però essere impossibile da eseguire, la sonda pare non sentire i comandi, i programmi di comunicazione vengono controllati e ricontrollati,  tutto è in ordine, non ci sono errori nel sistema.

La sonda continua a riprendere immagini durante il suo apparente infinito avanzare, mostrando la gola di rocce rossastre ai computer di terra, finché le immagini mostrano un bagliore. La sonda avanza di un centinaio di metri, mostrando finalmente il termine della gola. Una striscia luminosa si staglia di fronte al robot, finché esso viene inghiottito dalla luce.

Appena il chiarore abbagliante diminuisce le immagini mandano una scena inverosimile, mentre i computer di terra, solerti, continuano a registrare. Sugli schermi appare un paesaggio di vasti prati fioriti che delineano morbidamente le pendici di alte montagne, coperte da verdeggianti foreste, rocciose verso la sommità, sotto un cielo luminoso ed azzurro, di fronte a queste ultime immagini la macchina arresta il suo moto.

Il silenzio nella sala è irreale, l’unico rumore è quello prodotto dalle ventole di raffreddamento dei computer. Dopo diversi, lunghissimi istanti gli ingegneri si scuotono dal torpore, tentano di comunicare con la sonda e recuperare i dati del percorso, ma si avvedono troppo tardi del danno che si è nel frattempo verificato, i computer hanno misteriosamente perso i dati del percorso della sonda. Un’ultima immagine appare, un lago color turchese, incastonato in un bacino ai piedi di montagne ricoperte da conifere, ed una voce, sorta all’improvviso, che fa rabbrividire gli uomini nella sala, la voce di una donna che, prima di interrompere definitivamente le comunicazioni, dice: “Buongiorno, sono Petronilla, vi saluto da Marte, il pianeta della Gioia”.

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“Return to your soul”

 

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Il viaggio della vita, le fiabe di Nonna Elfo: “Terra elfica”.

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Cari amici, oggi volevo portarvi a visitare uno dei tanti luoghi del nostro bellissimo Paese, davvero magico.
Non mi riferisco soltanto al paesaggio, creato dalle morbide colline piacentine della Val Trebbia, che di per sé rappresenta una meravigliosa tavolozza di colori, ma anche alla terra stessa.

Il nostro bellissimo Pianeta non è soltanto la nostra casa, è anche un essere vivente, ed essendo antico di milioni di anni ha acquisito una grande esperienza, di sé stesso ma anche dell’ancestrale conoscenza, l’intelligenza del Cosmo che noi definiamo la Magia che tutto pervade

Ecco, osservate il paesaggio, ascoltate il silenzio che aleggia lungo queste colline, è un silenzio morbido, vellutato. Ascoltate l’energia di questa Terra, prestate attenzione ai vostri piedi, se avrete pazienza, sentirete una sorta di flusso sotto di voi, come il pulsare del sangue nelle vene. Questa energia trasporta l’antica conoscenza, umana e divina, la delicatezza delle ali di una farfalla e la forza roboante di un antico drago.

Venite,percorriamo questo sentiero, se potete non distraetevi, percepite questa forza senza timore, vi sembrerà di entrare in una dimensione antica ed elevata. Permettete a questa forza di entrare in voi, di comunicare con voi, è la maniera di questa Terra di amare.
Questa terra è di origine vulcanica, rocce eruttive, così si chiamano, createsi dal magma, circa 250 milioni di anni fa. Sullo sfondo si vede la Pietra Perduca con la chiesina del X secolo. Ma ben più anticamente questa terra era abitata dai Celti, i cui sacerdoti eseguivano rituali di fertilità, immergendo le donne in vasche, dette letti dei santi, che si vedono tutt’ora sulla pietra, ricche di acque pure. La terra, Madre essa stessa, offriva l’acqua del suo grembo benedetto, per dare la vita nel grembo delle donne di quell’epoca ed ora a piccoli animaletti che abitano quelle vasche.

La chiesina è dedicata a Sant’Anna, moglie di Gioacchino, genitori della Vergine Maria. Anna concepì la figlia in età avanzata.

Con immensa gratitudine salutiamo questo posto, in silenzioso rispetto torniamo sui nostri passi. Sta calando la sera sugli antichi colli, godiamoci lo spettacolo del tramonto, poi potremo fermarci presso una tipica trattoria, lì troveremo Katia, a Pianello Val Tidone, una donna dinamica e simpatica, che ci farà gustare le prelibatezze tradizionali di questa terra.

Ristorante Case Gazzoli
https://www.facebook.com/Ristorante-Case-Gazzoli-109955102412309/

 

 

Pietra Perduca e l'Oratorio di Sant Anna amanti

foto di Luciano Magni Bergfantouring

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Il viaggio della Vita, le fiabe di Nonna Elfo: “Il canto della Quercia”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Buongiorno cari, grazie per essere venuti di nuovo a trovarmi, avete fatto bene a fermarvi, la vostra visita non mi disturba affatto, sono ben lieta di accogliervi.
Venite, seguitemi in veranda, è una bella giornata, oggi si sta bene fuori. Venite, venite, così anch’io mi siedo con voi e mi riposo, altrimenti sarei sempre occupata in qualche lavoro domestico o fuori, nell’orto.
Ho preparato la torta con le fragole, c’è anche la panna fresca, se la gradite, con la torta di fragole è buona da non poterla descrivere. Ecco, the, limone e una bella fetta di torta.
Ed ora liberatevi da ogni pensiero di cose da fare, è tempo di indossare di nuovo le ali della fantasia e lasciarvi trasportare in alto, sempre più in alto…
(Se volete, potete ascoltare questi brani mentre leggete la fiaba )

Foresta, immensa foresta, fitta, quasi impenetrabile, dall’alto gli alberi formano una grande macchia verde. Ci avviciniamo a volo radente, da questo punto possiamo vedere delle aperture tra i rami, ci abbassiamo ulteriormente e atterriamo su un piccolo spiazzo di erba alta, il tonfo è soffice, scendiamo dai nostri piccoli mezzi di trasporto, li ringraziamo e procediamo ora a piedi, il piccolo fiore/pila che abbiamo in mano illumina molto bene il percorso lungo il quale stiamo procedendo.

Non è semplice camminare, occorre evitare continuamente gli ostacoli, rappresentati da sassi, piccoli avvallamenti, erba folta e a tratti impenetrabile, dobbiamo aggirare spesso questi alti fusti d’erba, potrebbero nascondere delle insidie. A turno procediamo in testa alla comitiva, ci spostiamo stando sempre uniti, nessuno deve essere lasciato indietro. Ogni volta che ci avviciniamo ad un sasso più grosso, dobbiamo aggirarlo a gruppi, per non incorrere tutti insieme nei pericoli.

È sera, la luna illumina il tratto da percorrere, facilitandoci il compito. Arriviamo ai piedi di un grande albero, un antico faggio, tra le sue radici troveremo riparo per la notte. Ci aiutiamo a raggiungere un punto, vicino al tronco, dove ritroviamo una grotta che ci attende ogni volta, è calda e asciutta, perfetta per passarci il tempo, soprattutto quando fuori è freddo ed è un ottimo riparo dai pericoli notturni. Entriamo, ci sediamo e ci stringiamo per portarci ancora più calore e far passare tra noi l’energia cosmica che ci unisce. Ci addormentiamo così, insieme e vicini, continuando le nostre azioni, per alcune ore, nei nostri sogni, fino a quando le energie ci avvisano che è arrivato il momento di riprendere il cammino.
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Usciamo dalla caverna, calda e confortevole, è l’alba, i grilli, nell’erba, stanno ancora cantando, il loro frinire emette vibrazioni benefiche per noi, aiutano a mutare il nostro stato da visibile ad invisibile agli occhi e ai sensi dei possibili predatori, sempre guardinghi ci incamminiamo di nuovo, uniti, dirigendoci verso la sommità di una collina. Fino a quando i grilli friniscono noi camminiamo sicuri e veloci. Ci stiamo lasciando alle spalle la foresta di faggi, e ci avviciniamo alla pineta, appena entrati nella foresta di conifere cominceremo a mutare il nostro aspetto e dimensioni.

Eccoci, nella foresta, continuiamo a camminare, e camminando, sentiamo i nostri corpi che cominciano a mutare, percepiamo un lieve pizzicore ovunque, le nostre energie si stanno muovendo, cambiando le nostre cellule, i nostri corpi crescono pian piano, vediamo gli steli d’erba diventare sempre più piccoli mentre ci alziamo.
Ora la nostra statura ha raggiunto un livello standard per un essere umano, ci muoviamo nell’erba, raggruppandoci a formare una figura che ricorda uno scudo, uniti in questo modo continuiamo a fare da schermo ai predatori, che non si lasciano sfuggire l’occasione per attaccare. Tra poco raggiungeremo una radura, lì dovremo stare ancora più allerta, se ci attaccassero durante l’attraversamento, potrebbe essere molto pericoloso, uno ad uno formuliamo pensieri positivi, elevati, d’amore, di gioia, di fiducia, per intensificare la protezione dello scudo. Subito si muove un’intensa energia sopra di noi, come un’onda di luce blu che ci sovrasta, trasparente ma evidente, mentre camminiamo, ci muoviamo allo stesso passo ed intoniamo un canto, forte, intenso, non è composto da frasi ma soltanto da suoni che la nostra voce produce, più il canto si fa potente, più l’onda blu cresce di intensità, si espande oltre noi, alziamo contemporaneamente le braccia al cielo continuando ad intonare il canto, l’onda blu si solleva in alto, espandendosi ancora.

Siamo arrivati al centro della radura, ombre scure si vedono volare oltre il velo blu dell’onda protettiva, vengono verso di noi volando in picchiata, con l’intento di colpire forte, di distruggere, dobbiamo credere molto nelle nostre capacità, fidarci l’uno dell’altro, per non permettere loro di colpirci. I colpi si susseguono pesanti, continui, ci attaccano come una grandinata. Abbiamo da poco oltrepassato il centro della radura, ancora un centinaio di metri e saremo di nuovo nel folto della foresta, dobbiamo resistere, non cediamo alla paura, confidiamo che i nostri compagni ce la faranno, come noi.
Gli attacchi sono sempre più forti, a fatica resistiamo, nonostante l’onda blu sia sempre attiva, i colpi che arrivano hanno forza distruttiva, se la fiducia in noi stessi vacilla, saremo distrutti. Alcuni compagni hanno il viso tirato per la stanchezza e la paura, gli altri fanno il possibile per dar loro coraggio, affinché non cedano, i colpi sono micidiali, senza tregua, i predatori vogliono disattivare lo scudo di onda blu per poterci attaccare, se ci riusciranno diverremo loro prede, ci priveranno della forza, facendone loro nutrimento, sono sempre in cerca di cibo energetico, si attaccano agli esseri viventi, prendendone l’energia, trasmettendo la loro essenza, e lasciano la vittima preda dei pensieri più funesti e distruttivi, inculcando paura, insicurezza, remissività.
Qualcuno comincia ad avere segni di cedimento, la convinzione che la missione sia impossibile da portare avanti sta prendendo piede, deve essersi aperto un varco nell’onda blu, piccolo, ma c’è, occorre che noi tutti siamo uniti nella nostra forza, nella fiducia che abbiamo l’uno nell’altro, non manca molto alla meta, poche centinaia di metri e saremo arrivati, non possiamo cedere ora, saremo forti anche per i nostri compagni che temono di non farcela.

Procediamo, esausti ma non cediamo, qualcuno grida di tenere il contatto forte con l’altro, in breve tutti avanziamo uniti con le nostre mani e, d’improvviso, l’onda blu s’intensifica, dal nostro gruppo unito si sprigiona ora un’energia potente, terribile, raggi blu si dipartono dall’onda, andando a colpire i predatori, li vediamo fuggire urlanti, in preda al terrore, presto non ne rimane nemmeno uno.

Stanchi ma felici avanziamo, tenendoci sempre uniti, nonostante il pericolo non abbiamo mai perso di vista la nostra meta, facendo coraggio anche ai nostri compagni di viaggio esausti, tanto da rischiare di perdere fiducia in sé stessi. Crediamo che i predatori non torneranno a breve, ma restiamo prudentemente uniti sotto al nostro scudo di luce blu, il contatto reciproco effonde in noi coraggio, fiducia, tenacia.

Diversi animali stanno uscendo dal bosco, vediamo conigli, volpi, scoiattoli, piccoli daini, costeggiano gli alberi, sembrano restare prudentemente ai margini della radura, però ci stanno seguendo, sembra vogliano accompagnarci nel nostro procedere uniti. Ci voltiamo tutti verso di loro, man mano, come un unico grande corpo, e a quel punto vediamo che anche dagli animali si sprigiona una fonte luminosa, bianca invece che blu. Pian piano acquistano coraggio e cominciano a lasciare la prudente vicinanza degli alberi per arrivare anche loro verso il centro della radura e seguirci, l’emozione che noi proviamo alla vista di questa scena è forte, i nostri cuori si aprono ancora di più sprigionando ondate di puro amore, e alla luce blu si unisce un’onda di luce bianca che va ad unirsi alla luce bianca derivante dagli animali stessi. Intanto, sopra le nostre teste possiamo vedere stormi di uccelli volteggiare e, ancora più in alto, piccoli gruppi di falchi e altri rapaci, e la nostra gioia sale alle stelle.

Da questo momento in poi le entità delle tenebre si allontanano, hanno terminato il loro compito, che era quello di nutrirsi ma anche, inconsapevolmente quello di lasciar sprigionare grande energia luminosa, quella che ora si diffonde ovunque. Ci dirigiamo sicuri verso la nostra meta.

Ad un certo punto la radura diventa scoscesa ed il bosco ai lati ne segue i profili, forma un riva erbosa di circa 50 metri per poi risalire alla medesima altezza, infatti vediamo proprio di fronte a noi, ma sull’altra riva il punto in cui ci fermeremo, sulla cui sommità si erge, maestosa, la grande quercia.
La Grande Quercia è un antico albero, è dotata di immensa saggezza e forza, perché ha potuto assistere ed affrontare innumerevoli tempeste, di vento e di neve. Ha resistito così tanto che il suo tronco, nel passare dei secoli, è diventato resistente come roccia pur mantenendo l’abilità di piegarsi ai forti venti, per non spezzarsi. Ha fronde così ampie da poter ospitare innumerevole famiglie di uccelli, scoiattoli, piccoli insetti e molte altre creature del bosco. Le sue radici sono immense, si estendono oltre la collina.

Alta e maestosa canta quando soffia il vento, le sue fronde si muovono ed emettono suoni simili a parole. Siamo scesi lungo la riva erbosa, e ci troviamo ora al centro dell’avvallamento, presto risaliremo lungo la riva di fronte, da qui l’albero appare enorme, più di quanto sia in realtà, e terribilmente forte. Man mano che ci avviciniamo alla riva da risalire, l’albero scompare alla nostra vista. Gli animali camminano ora accanto a noi, tutti insieme formiamo un grande gruppo, uniti arriviamo alla meta.
Iniziamo la risalita, un ultimo sforzo e saremo giunti. Siamo convinti che il pericolo ora sia lontano, sentiamo la forza scorrere in noi, ma teniamo ancora alto lo scudo di energia, non vogliamo certo essere sorpresi e sprovveduti proprio ora, anche se vorremmo metterci a correre, tanta è la gioia provata in questo momento, restiamo uniti in un solo grande gruppo ed un’unica grande energia d’Amore.

Ed è così che raggiungiamo la sommità e là, proprio nel centro della radura, ecco che vediamo, maestosa, la Grande Quercia, la regina della foresta, immensa, rigogliosa, enorme, potente. Noi restiamo a guardarla, ammirati, tutti noi, compresi gli animali, per un lungo istante, poi ci avviciniamo ad essa in rispettoso silenzio e, man mano che ci avviciniamo ci spostiamo attorno all’albero, così da circondarlo, formando diverse file, con gli animali che si sono sistemati accanto a noi, ed in volo sopra di noi, creiamo un grande mandala che abbraccia la grande quercia, e dopo che l’ultimo animaletto ha preso posizione, tutti insieme, in perfetto sincronismo, iniziamo un canto, formato da un suono che, da unico, si divide in molti suoni, come l’acqua che si infrange sugli scogli, dando vita ad un insieme di accordi, dolci e potenti allo stesso tempo.

Al suono della nostra voce le fronde della grande quercia si muovono emettendo, a loro volta, suoni che si accordano al nostro, creando così un coro sublime e maestoso. La frequenza del suono, elevandosi, crea una vibrazione così intensa che il suolo pare tremare. Dopo pochi istanti uno sciame di insetti ci raggiunge, posizionandosi sopra di noi, sospesi anch’essi in volo, sono tante libellule, quante siamo noi, i mezzi di trasporto che ci hanno accompagnato fin qua, quando avevamo dimensioni minuscole, così da essere trasportati agili e veloci.

Ora ci siamo davvero tutti, non manca più nessuno. Le libellule si uniscono al poderoso canto con il ronzio delle loro ali, insieme ad api, grilli e altri insetti. Vediamo il suono prendere forma, una morbida spirale bianca, azzurra e verde avvolge morbidamente l’immensa quercia che comincia a muovere leggermente le fronde, come accarezzate dal vento, frusciare di foglie si unisce al canto alimentandolo, creando un coro, espandendo la morbida energia sempre più in alto, sempre più lontano. La potenza della quercia permette all’energia bianco-azzurra di raggiungere il cielo, la vediamo oltrepassare le nubi e salire a spirale, sempre più in alto, possiamo ora vederla, con gli occhi interiori, raggiungere lo spazio, proseguire verso le stelle e oltre, un immenso, infinito messaggio d’amore per il cosmo intero.
La risposta non tarda ad arrivare, sembra pioggia dorata quella che vediamo scendere dal cielo, come gocce di sole, scende su di noi, sulla foresta e oltre, non bagna ma brilla, come gocce di luce, si deposita e fa risplendere tutto ciò che tocca, noi compresi che iniziamo a brillare come tanti piccoli fari, mentre dentro noi stessi sentiamo forti ondate d’amore avvolgerci e fuoriuscire dai nostri corpi. Il nostro canto, la nostra energia si intensifica. Ora udiamo un rombo sordo provenire da sotto di noi, dalla terra, ci sentiamo scuotere dall’interno, onde d’urto che non abbattano nulla, provocano solo forti vibrazioni che si dipartono a raggiera dal punto dove ci troviamo.
In breve tempo queste manifestazioni hanno fatto il giro del globo terrestre, un potente messaggio d’amore ha raggiunto gli anfratti più nascosti della terra, possiamo soltanto restare in attesa della risposta, che di nuovo non tarderà ad arrivare.

“Il sole spirituale brilla per le anime come il sole materiale brilla per i corpi, perchè l’universo è doppio e segue la legge delle coppie. Esso alita su tutti, e i raggi della luce spirituale illuminano ogni coscienza; quando tutti i corpi e tutte le menti rifletteranno egualmente questa doppia luce, gli uomini vedranno molto più chiaramente di quanto non vedano adesso.”
(H.P. Blavatsky)

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I viaggi dell’Anima, tante storie: Un tè preso su una terrazza affacciata sull’infinito – 4° parte

Testo di ©Cinzia Valtorta – foto gentilmente concessa da Luciano Magni

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/12/18/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito-3-parte/

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/12/04/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito/

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/11/11/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito-1-parte/

…respiro con la creatura, riposo con la creatura, mi nutro con la creatura, dormo con la creatura, mi muovo ad ogni alito di vento, danzo nel vento. Il sole accarezza le foglie della maestosa quercia e io mi allungo per abbracciare il sole e lasciare che esso mi baci. Il bacio del sole mi scalda, mi illumina e io mi sento leggera, sempre più leggera.

Ora sono così leggera che ho l’impressione di librarmi in aria, tutto attorno a me è un vortice sfavillante, e io roteo, roteo leggera, eterea, finché non mi poso a terra e riprendo consistenza, ma non sono ancora un corpo. Mi ascolto, mi osservo, mi percepisco, guardo il sole e mi sembra che esso sia ad un palmo da me stessa. Muovendomi mi accorgo di ardere come il sole, tutto attorno a me è tremolante, come se l’ambiente che mi si presenta si muovesse continuamente e le cose attorno a me risplendono di un forte bagliore.

Una forza roboante, ardente, gigantesca si sprigiona dal centro di me stessa, che percepisco essere anche una forza terrificante, ne sono quasi spaventata tanto è l’impeto. A fatica porto l’attenzione all’intensità di questa forza che mi fa muovere, agitare, quasi danzare in un movimento continuo verso l’alto pur restando nello stesso posto. Appena la mia attenzione si posa sul movimento, mi accorgo di poter controllare questa forza e l’impeto si placa, ma avanza la percezione che il mio centro si apra, lasciando uscire altra energia, immensa, ardente, bellissima e terribile. Ora mi arrendo a questa forza incontenibile, l’ accetto, lascio che sia ciò che è. A questo punto ne percepisco ogni potenzialità, la sua pericolosità, ma anche la sua positività ed è come se mi consumassi continuando ad essere, ad ogni istante sono e non sono, ed allora vedo e mi accorgo di forme fluttuanti attorno a me, composte della stessa materia di cui sono fatta, figure guizzanti, consistenti ma trasparenti allo stesso tempo, so di essere nello stesso elemento sebbene quelle figure non sia io. Mi sento ricreare ad ogni istante, una sensazione indescrivibile di  essere, non essere, essere di nuovo.

Vinco la paura della mia stessa forza e comincio a muovermi con attenzione,ma mi accorgo che posso anche divertirmi, allora mi lascio andare ad una danza sempre più dinamica, gioiosa e giocosa, finché di nuovo il mio centro si apre, ed è come un’esplosione, di gioia, impetuosa, in ogni direzione, eterea e fluttuante…(continua)

(l’ultima parte del racconto è inserita nella raccolta completa che può essere scaricata gratuitamente a questo indirizzo: https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/un-t-preso-sulla-terrazza-affacciata-nellinfinito-9788892671423.html

fuoco

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Il Viaggio della Vita: “Mi presento, sono Gea”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Mi chiamo Gea, sono la bici di Cinzia.

Cinzia va fiera di me, dice spesso che sono una bella bici, mi saluta ogni volta che mi vede, al mattino mi saluta con: “Buongiorno, Gea”, mi manda spesso pensieri d’amore e protezione.

Usciamo con frequenza per le nostre gite, ha rispetto di me, le piace lanciarmi con velocità, adoro sentire la sua forza mentre affrontiamo insieme le salite.

Mi usa con rispetto, è attenta e accorta quando mi sposta, e fa in modo che io possa funzionare al meglio, perché questo dà gioia a me e a lei.

Ogni volta che può tiene pulito il mio telaio.

Prima aveva un’altra bici, e anche di lei parla con molto rispetto.

A GEA

Benvenuta Gea, mia piccola grande amica.

Benvenuta nel mio mondo di viaggi, scoperte, voglia di conoscere e di andare sempre più lontano.

Benvenuta nel mio mondo fantastico di fantasie, luoghi lontani e variopinti, di percorsi lungo verdeggianti colline, sconfinate pianure, entusiasmanti salite.

Accanto a te mi sento forte, mi sento viva, mi sento alla ricerca di nuovi orizzonti

I tuoi colori sono i simboli della forza vitale, l’azzurro che, come l’acqua, ti conferisce fluidità ed eleganza, bianco per l’aria, che sta per leggerezza e velocità, verde che rappresenta la terra, solidità e resistenza, la sfera dorata rappresenta il fuoco, simbolo della trasformazione dell’energia in azione. Non manca nulla, cara Gea, anzi si, io, l’Energia che ti muove. Ora c’è davvero tutto, possiamo andare.

Buon Viaggio

ho trovato questo simpatico video di qualcuno che ha deciso un giorno di fare un “viaggetto” in bici

e per conoscere l’abbigliamento più adatto per escursioni si può consultare il blog: https://bergfantouring.wordpress.com/2016/04/04/tecnica-e-materiali-scegliere-labbigliamento-per-le-escursioni/

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I viaggi dell’Anima… tante storie: “Fuga”

Testo di ©Cinzia Valtorta

Sono invitata a casa di amici con la famiglia, persone che conosco da una vita e che considero la mia seconda famiglia. È bello essere a casa loro, è un luogo caldo, accogliente, rilassante, ci si sente liberi di essere sé stessi e mi piace l’odore della casa, un profumo misto di biancheria pulita, appretto, canfora profumata e buon cibo.
È ora di cena, ci riuniamo attorno al tavolo a consumare un pasto preparato in collaborazione, anche questo rende bello lo stare lì, si vive appieno ogni momento.
Dopo cena i miei genitori parlano allegramente con gli amici, la loro figlia si intrattiene piacevolmente con mio fratello nell’altra stanza, parlando delle loro esperienze e guardando la tv. Io mi sento molto rilassata, mi sento a casa, tranquilla, sicura, mi siedo sul comodo e ampio divano e mi beo della mia pace, ascoltando distrattamente i discorsi degli altri e la voce di fondo che proviene dal televisore.
Mi sveglio che è notte fonda, o così sembra, perché le luci del soggiorno sono spente e la casa è silenziosa, solo il bagliore del lampione dalla strada illumina il locale. Dopo un attimo di smarrimento, in cui mi guardo in giro, non trovando nessuno, mi domando perché gli altri se ne siano andati via senza avermi avvisata. Il fatto mi stupisce all’inizio e mi inquieta subito dopo.
Mi alzo dal divano, giro per la casa avvolta nella penombra, solo una piccola lampada è accesa nell’anticamera, ma tutto il resto è silenzioso e deserto. Chiedendomi dove siano andati gli altri torno in soggiorno, mi dirigo alla finestra e guardo di sotto, vedo solo una figura, giù in strada, un uomo che non conosco e che sta guardando proprio nella mia direzione. Indossa un impermeabile marrone chiaro, pantaloni scuri, un cappello a tese larghe che gli copre parzialmente il viso, ma capisco che mi sta fissando, io lo guardo a mia volta. Lui parla, incredibilmente lo sento, o meglio, sento la sua voce nella mia testa, mi dice di scendere. Io rimango ferma a guardare dalla finestra, non mi raccapezzo del perché debba scendere, del perché ero con certe persone prima e ora sono qui, da sola, in una casa semi- buia, del perché lui mi stia cercando e io senta la sua voce, chiara e distinta, dalle finestre chiuse. Di nuovo la sua voce a rompere il filo dei miei pensieri e dubbi, di nuovo mi dice di scendere e di sbrigarmi stavolta, c’è poco tempo ora. Poco tempo per cosa? Sempre più confusa rimango ferma sul posto a fissare fuori dalla finestra ma subito lui rincalza, stavolta con energia, mi ordina quasi di uscire da questa casa. La perentorietà della sua voce mi scuote dal torpore, mi allontano dalla finestra e, senza pensare a cosa avevo portato con me prima, quando ero arrivata, apro la porta d’ingresso, scendo le scale e arrivo giù in strada.
Il cancelletto è aperto, salgo sul marciapiede, l’uomo è lì che mi aspetta, ora riesco a vederlo bene, è alto, magro, il viso un po’ scarno, le sopracciglia folte e scure, così come gli occhi, penetranti, dallo sguardo severo e preoccupato allo stesso tempo. Mi chiedo chi sia e lui, stavolta, mi parla direttamente, dicendomi di doverci affrettare ad allontanarci da quel posto. La sua voce è apprensiva ma si intuisce una certa determinazione e sicurezza di fondo, quell’uomo ha il controllo delle proprie azioni e io posso ascoltarlo e fidarmi di lui. Si volta per incamminarsi, lo seguo, stavolta senza esitare. Ci allontaniamo dalla casa, percorriamo la via illuminata solo dai lampioni, in completa solitudine, mi guardo intorno ma, apparentemente non noto luci provenire da alcuna finestra.
Lasciamo la strada e svoltiamo in un vicolo che percorriamo nella penombra, lì i lampioni sono in minor numero e tracciano pochi aloni luminosi sull’asfalto. Il vicolo termina verso la rete del campo sportivo, ne costeggiamo il perimetro per un tratto, poi entriamo attraverso un’apertura e continuiamo a camminare al di là della rete, all’interno del campetto di calcio. Lo attraversiamo e saliamo sugli spalti fin sotto la tettoia. Lì siamo immersi nel buio ma riusciamo a vedere molto bene il campo e oltre, fino alle finestre della casa dei nostri amici. La finestra che vedo bene è quella della camera da letto della figlia, i vetri sono chiusi e le tende tirate. Fisso per un po’ quella finestra, la testa vuota di pensieri, fino a quando lui mi parla di nuovo, rivolgendomi una sola parola che mi fa voltare la testa verso di lui con uno scatto, il tono serio e preoccupato allo stesso tempo: “Arrivano”.
Rimango senza parole e forse senza fiato per un istante che sembra un’ora, poi il ricordo di quel verbo mi dà una scossa, torno a guardare in direzione della finestra e di nuovo l’uomo, prendo fiato e attanagliata da crampi di paura, con un filo di voce, chiedo: “Chi sta arrivando?”
Lui non risponde in un primo istante, lo sguardo fisso alla finestra, dà però soltanto un’altra indicazione, “Non ti muovere, non ti possono vedere se non ti muovi”.
“Chi, per l’amore di Dio, non mi può vedere, chi o cosa sta arrivando, dove?”, tutto questo mi esce in un fiato, forse l’ho perfino urlato, non lo so. Lui ora si volta a guardarmi, la severità dello sguardo mi paralizza, “Ti spiegherò ogni cosa a suo tempo, ora voglio che tu stia qui e che non ti muova, qui siamo al sicuro, non vedono bene a questa distanza e possiamo allontanarci indisturbati”
Io mi volto nuovamente verso la finestra della camera e attendo, sentendo crescere una paura raggelante. L’uomo mi parla di nuovo: “E’ normale che tu stia provando paura, la tua parte cosciente, terrena, non è avvezza a questi argomenti, ma tu sai, nel profondo del tuo cuore, di aver cercato quest’esperienza e di avermi chiamato a farti da guida, così che anche la parte più terrena non debba temere ad oltranza”.
Io ascolto la sua voce, le sue parole, in uno stato quasi ipnotico, in questa condizione, la mia mente si calma e si prepara a conoscere questa nuova realtà, supportata dalla parte più profonda e sottile di me stessa, ed ora sa che può fidarsi di quest’uomo.
Osservo con attenzione, ma non più con apprensione, la finestra della camera, e sento nell’aria uno strano sibilo, sembra quasi il soffio di un serpente. L’uomo mi dice che l’udito astrale si è attivato e posso percepire qualunque suono. Mi accorgo inoltre che la vista si sta facendo sempre più acuta, da dove mi trovo vedo l’intonaco della casa, sebbene ci troviamo a parecchie centinaia di metri di distanza. Addirittura la vista può penetrare la materia, così passa attraverso i muri, ed ora vedo l’interno della stanza, proprio come se fossi là dentro.
Quel suono sibilante riempie l’intera stanza, l’aria si sta facendo tremolante, come se si stesse riscaldando, e in quel tremolio si stanno muovendo strane forme, figure astratte, fluttuanti in quello stato d’energia, mentre il sibilo si fa sempre più intenso, quasi assordante.
A stento sento la voce dell’uomo che spiega, dice che si tratta di entità che vivono in altri piani della materia, i quali si nutrono di sogni e desideri degli umani che hanno smesso di ascoltare il loro cuore, il quale sta diventando duro come sasso, mentre la mente si fa arida e rende l’uomo simile ad un robot.
Queste creature si nutrono di scorie, in un essere umano con il cuore attivo, pulsante di vita, ripuliscono il campo energetico dalle scorie mentali che appesantiscono l’anima, in un essere umano con il cuore spento, si nutrono dei suoi desideri, perché essi vengono espulsi come fossero scorie nocive.
Avverto un’insolita sensazione dentro di me, come se nella mia testa si fosse aperta una finestra e la luce del sole avesse illuminato una zona rimasta in ombra da secoli; improvvisamente comprendo quanto sia importante esprimere desideri, anche esagerare nell’esprimere desideri, perché soltanto così si può capire quale esperienza si voglia fare, in quale direzione andare ed agire subito, appena si manifesta un’idea, la volontà di compiere un’azione, di raggiungere un luogo o qualcuno.
È vitale l’importanza di dare forma ai propri pensieri, non soltanto crogiolarsi nelle proprie immagini o ricordi, come guardare un film alla tv.
Con questa nuova consapevolezza mi volto verso l’uomo che mi ha accompagnata fin lì, ma lui non è al mio fianco. Guardo in ogni direzione, lo cerco in ogni angolo, ma lui non c’è, come se non fosse mai esistito, ciononostante non mi sento inquieta per la sua assenza, so che quell’uomo è stata una mia proiezione, forse un ologramma che il mio Sé superiore aveva assunto, per farmi uscire dal torpore dell’abitudine, del sedermi nella sonnolenza di cose fatte e ripetute ma rassicuranti e confortevoli, non provando l’emozione di nuove esperienze, mettendo in atto ogni mia capacità, di sentire la mia forza fatta azione, di sentirmi viva in ogni cellula ed agire con coraggio, cor agere, agire con il cuore, e di non fuggire più davanti alla vita, davanti a me stessa.
Mi alzo dal gradino, il cuore colmo di gratitudine che pare quasi esplodere e, con passo leggero, mi incammino verso dove la vita mi porterà.

Sentiero Adolf Munkel sotto le Odle

 

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I viaggi dell’Anima… tante storie: “Il fiore e la gente fredda”

Mi piace scrivere storie in prima persona perché, chiunque le legga, si possa sentire protagonista, se lo desidera, vivendo così la propria storia.
E allora, di nuovo buon viaggio.

“Le cose sono unite da legami invisibili: non si può cogliere un fiore senza turbare una stella. ”
Albert Einstein

24

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

C’è un luogo dal quale passo ogni giorno, una via di periferia della mia città, con case e palazzi, una normale via, quasi anonima, sebbene aleggi nell’aria sensazioni di freddezza e chiusura che una persona particolarmente sensibile percepisce e distingue dal resto, come se tutto ciò fosse concentrato qui.

A volte queste sensazioni sono così sgradevoli da voler quasi cambiare strada. Un giorno però, passando da lì ecco emergere qualcosa di completamente diverso, quasi un effluvio dolce come una primavera, leggero come una risata; lo seguo come fosse un profumo, mi conduce verso il centro della via, dove sorge una palazzina di nuova costruzione, squadrata come un blocco di granito dal colore metallico e dalle finestre incassate, quasi temessero la luce.
Ecco allora riemergere la sensazione pesante di poco fa, fredda e chiusa, mi allontana come uno spintone, distolgo lo sguardo, gli occhi vanno verso il basso, si posano sul misero fazzoletto di prato davanti alla palazzina e lì la sensazione cambia di nuovo, trasformandosi ancora nella lieve brezza primaverile.

Fisso a lungo il prato, erba verde punteggiata da qualche fiorellino, qua e là. La sensazione si fa però più forte quando il mio sguardo si posa al centro del praticello, osservo meglio, la sensazione cresce, diventa una pressione che rimbomba nelle orecchie, si ode quasi un rumore, un suono ritmico ed espanso, come quando si riesce ad ascoltare il fluire del proprio sangue nelle orecchie. L’attenzione cade su un minuscolo fiore bianco; entro nel prato, mi avvicino al fiorellino, mi chino ad osservarlo, sembra un giglio in miniatura, con i suoi piccoli stami gialli che fuoriescono dalla corolla.

Mi inginocchio per osservarlo meglio, ma soprattutto per sentire quella sensazione che si espande ora dentro di me, come essere sospinti da una forte corrente ascensionale, tanto da sentire il vuoto nella testa. Possibile che questa forza provenga da questo minuscolo fiore? Resto ancora un istante lì inginocchiata, poi mi alzo, a malincuore devo tornare alle mie faccende e mi allontano, senza però prima voltarmi più di una volta, a riguardare il piccolo lembo di prato con al centro il magico fiore.

Non passa giorno che io non vada a far visita al dolce fiorellino, l’incantevole giglio in miniatura che mi ha rapito il cuore e l’ha sospinto in alto, in volo come farfalle in una tiepida giornata primaverile. Ogni volta che mi allontano dal piccolo prato sono felice.

Poi un giorno, mentre sono inginocchiata davanti a quella meraviglia della natura, uno degli abitanti del palazzo transita lungo il vialetto che conduce sulla strada, con la sua grossa auto, nera e lucida. Muovendosi lentamente mi guarda con fare torvo, nei suoi occhi mi sembra di leggere qualcosa di minaccioso che fa male al cuore, torna ancora quella sensazione fredda e cupa che sento sempre provenire dal palazzo. Sono quasi tentata di circondare il fiore con le mie mani per proteggerlo da quell’ondata di disprezzo, guardandolo di nuovo il suo magico e gioioso effluvio non è affatto cambiato, mi commuovo per questo piccolo, tenero fiore che continua a trasmettere la purezza della sua anima nonostante viva in un ambiente abitato da gente fredda e insensibile alla bellezza semplice e mite.
Passano i giorni, poi in una giornata grigia che incupisce l’animo, fermandomi davanti al prato non riesco a vedere il fiore, sento una stretta al cuore e una sensazione di paura salire lentamente dal mio ventre. Entro nel prato e subito un grosso pugno di ferro mi strizza il cuore: il piccolo e candido fiore giace ricurvo e calpestato.
Sento le gambe diventare deboli, devo inginocchiarmi prima di perdere le forze. Davanti al tenero fiore deturpato e morente non posso trattenere le lacrime che cominciano a scendere copiose lungo il mio viso. Più in alto, dal palazzo sento provenire sguardi segreti, strali d’acciaio che penetrano come lame, non me ne curo e piango sopra il piccolo fiore, il tenero, minuscolo giglio.

Alcune lacrime finiscono proprio sul fiore, lo bagnano, scivolando lungo la piccola corolla che giace lì a terra, calpestata. D’improvviso però il fiore pare muoversi, infatti ora ha un sussulto, così forte che la corolla si apre in due, quasi compio un balzo all’indietro per lo stupore. Dalla corolla aperta si sprigiona una vivida luce, un piccolo e brillante bagliore dorato, si libra a mezz’aria nella forma di una sfera grande forse come una pallina da tennis. A bocca aperta, fissando la sfera, mi chiedo se anche coloro che abitano il palazzo stiano vedendo questa scena miracolosa, ma ritiro il pensiero, sentendomi stupida e impotente di fronte a tale meraviglia.
Ora anche la sfera si apre, propagando un bagliore luminoso e iridescente, a fatica riesco a tenere gli occhi aperti, nel mezzo si intravede una minuscola figura, immersa in questa luce vivida, come un piccolo sole sospeso a nemmeno mezzo metro dal prato, tutto, attorno a me tutto si fa luminoso, rischiarando il grigiore di questa giornata. Appena posso guardare di nuovo vedo la figura più nitida, riconosco una minuscola, graziosa, tenera bambina, indossa un abitino bianco, i bordi appena tondeggianti ricordano la corolla del piccolo giglio, il suo viso delizioso mi sta guardando, occhi innocenti e divertiti si fissano nei miei, risuona nella mia testa la sua risata argentina, tutto il resto attorno non esiste più, come se fossimo soltanto lei ed io. Si libra nell’aria, leggera come una piuma, fino ad arrivare all’altezza del mio viso, si avvicina, labbra minuscole si posano sulla mia fronte e mi lasciano un bacio. Quel bacio mi racconta una storia alla velocità del lampo, dice di chiamarsi Energia, usa questo nome comprensibile per noi, nella sua lingua sarebbe altrimenti impossibile da intendere. Dice che il Tutto, il Grande Padre/Grande Madre l’hanno creata, così come hanno creato le sue innumerevoli sorelle, per aiutare le creature che abitano i pianeti, milioni e milioni, che popolano il Cosmo, e permettere loro di lasciar brillare il proprio sole interiore, la propria energia che tutto crea e dà vita.

Purtroppo esistono però esseri che hanno permesso alle forze oscure di circondare il proprio sole, soffocandolo, fino a non sentirlo più. Alcuni di loro possono ancora essere aiutati, basta la presenza di qualcuno con il proprio sole vivido dentro di sé, per permettere loro di splendere di nuovo, per altri invece, anche la presenza più luminosa non riesce a destare il loro sole, dovranno attendere ancora a lungo prima del risveglio. Altri ancora, invece, per loro libera scelta, hanno permesso a queste forze oscure di ghermirli a tal punto da far implodere il proprio sole, trasformandolo in un buco nero che li auto-fagocita, ma questa è un’altra storia.

Uno di questi esseri, dal sole addormentato, ha calpestato la forma che Energia aveva preso per svolgere il proprio compito, ad esso era insopportabile l’aura candida che si librava dal fiore, ma non per questo va detestato, occorre pazientare affinché anch’ esso senta il calore del proprio sole irradiarsi dentro di sé.
La bimba mi dice che il sentimento d’Amore che provavo per il fiore ha accelerato il processo di far emergere quella grande quantità di energia per rischiarare quel luogo, portando sicuramente beneficio a coloro che lì vivono. Benché Energia fosse stata calpestata non sarebbe morta, l’Energia non muore, mai, avrebbe mutato la sua forma, ma ha lasciato che l’Amore, provato per la Vita, contribuisse alla trasformazione, affinché il sole interiore di ognuno splendesse allo stesso modo.

Alla fine, quello che conta, è l’Amore, e gli eventi, anche quelli apparentemente spiacevoli, possono contribuire a farci risplendere come tanti soli, se ci permettiamo di dar voce e luce al nostro centro luminoso.
Non c’è ombra senza luce, non c’è luce senza ombra, uno è indispensabile all’altro, occorre osservarli, senza timore né pregiudizi, ascoltare cosa ci comunicano attraverso le nostre sensazioni ed emozioni ed agire, sperimentando e stupendoci, come bambini.

“Tutto è determinato… da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Lo è per l’insetto come per le stelle. Esseri umani, vegetali, o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.” Albert Einstein

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