Articoli con tag: casa

I viaggi dell’Anima, tante storie: “Alchimia”

DSC00013

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un brano da ascoltare durante la lettura, se gradito

 

Camminando per una via in centro città, un vicolo che passa tra due antichi palazzi, mi trovo d’improvviso ad osservare un’altra scena che si sovrappone a quella precedente’, un viottolo di campagna dove, sul limitare del bosco si erge un’antica casa abitata da un vecchio che indossa un vetusto pastrano color carta da zucchero, la testa, quasi calva, ricoperta da una bianca peluria, ed un enorme naso che forma un’unica curva con la fronte.
Non molto lontano dalla casa del vecchio si trova una piccola chiesa, la sua caratteristica è quella che ognuno, al suo interno, può trovare i propri simboli sacri. Si può dire che quella chiesetta è molto povera, poche file di panche, vecchie e un po’ sbilenche, una madonnina di legno, un bacino di marmo grezzo con l’acqua santa, un minuscolo e modesto altare con un altrettanto minuscolo vaso di fiori, candele ed un crocifisso a braccia simmetriche senza statua, icone alle pareti raffiguranti numeri romani, la sequenza della via crucis senza immagini, questo è tutto ciò che si vede una volta entrati, molti non si fermano più di qualche minuto, quel posto non ha alcun significato per loro, altri invece si soffermano sentendosene attratti, non sanno spiegare bene da cosa, alcuni dicono di vederci particolari interessanti, altri ancora rimangono più a lungo, e poi capita che il vecchio entri in chiesa e si fermi a parlare, il suo aspetto può essere piuttosto sgradevole in un primo tempo, ma dopo poche parole lo si vede con altri occhi.

Perfino l’ambiente circostante la piccola chiesa viene spesso visto in modo soggettivo, trovandolo di volta in volta interessante. Dopo esserci guardati bene attorno, percepiamo le sensazioni che il posto ci trasmette, ne ascoltiamo l’antico respiro e ci rendiamo conto di trovarci in una parte di bosco che è stato testimone della storia e ce la può raccontare, lo sappiamo guardando gli alberi, è come se essi ci parlassero, immagini si formano nella mente, rivediamo scene di migrazioni, lavori nei campi, scontri e duelli, eppure è come se tutto questo non appartenesse a questa terra, ma soltanto agli uomini che qui hanno vissuto, le loro azioni sono terminate con loro, qualcosa di ancora più antico sta emergendo, in un’epoca che non aveva ancora visto il loro passaggio. La percezione sfiora qualcosa di incomprensibile ed inspiegabile, ciò non rasenta nemmeno la dimensione umana, può forse solo dirsi magia inesauribile che si diffonde come un riflesso dalle cose viventi, sia vegetali che minerali.

Si prova un grande rispetto addentrandosi nel folto del bosco, come entrare in una cattedrale formata da alberi e a terra un tappeto d’erba, talvolta siamo cosi concentrati ed assorti da comprendere improvvisamente ciò che sta accadendo, ecco allora che la nostra mente si apre e capiamo il senso di ogni cosa, ogni dettaglio prende il suo posto e, come un puzzle il quadro si completa. Allora il vecchio ci appare come l’intermediario delle voci del posto, un’antenna umana che passa le comunicazioni tra varie dimensioni. Siamo assorti ad osservare qualcosa e accanto a noi sentiamo la presenza del vecchio che ci racconta, sebbene il suo aspetto non sia proprio gradevole, altrettanto non lo è la sua voce, pacata, calda, rasserenante, sentirlo parlare rilassa la mente e apre il cuore, è paziente e disposto a raccontarci ciò che chiediamo.

Il vecchio ha un carattere mite, paziente, comprensivo, ma è capitato di vederlo mostrare un tono di severità di fronte all’ottusità forte, lì allora sfodera una caratteristica acida anche se si comprende in seguito che è stata una modulazione della sua attitudine per poter passare un messaggio. Delle volte si vorrebbe ricevere la risposta alla domanda che si è appena posta, si guarda il vecchio con trepidazione, ma lui si limita a guardarci a sua volta dolcemente, con un sorriso e niente più. In fondo ci rendiamo conto di conoscere già la risposta, è custodita dentro di noi, ma per raggiungerla dobbiamo ripulire e togliere le ragnatele degli anni e delle esperienze, per questo motivo sentiamo il bisogno di entrare in quella chiesetta, e proprio in quelle occasioni vediamo il vecchio che si sposta lungo le pareti, in mano ha una pertica con in cima un deragnatore, uno spazzolone rettangolare che serve a togliere le ragnatele, lui lo passa sulle ragnatele penzolanti e ormai vecchie, dice che i ragni portano fortuna e hanno anche loro il diritto di vivere, perciò non toglie le ragnatele se “abitate”, come lui le definisce. Ogni sua azione ha un significato importante che però non sempre cogliamo, ma quando accade, la domanda è lì che aspetta dietro l’angolo di essere posta.
E’ capitato a qualcuno che, guardando il proprio riflesso nel bacino di marmo dell’acqua santa, vedesse delle increspature formarsi e in esse intravedere il riflesso del vecchio che spariva ad una seconda occhiata.

Un piccolo gruppo di persone si è creato, dicono tutti di aver visto il riflesso del vecchio nell’acqua benedetta, si ritrovano spesso a commentare l’accaduto e cosa hanno provato. Qualcuno di loro si è spaventato, altri invece ne sono rimasti affascinati, però tutti hanno provato molta serenità durante la visione e, perfino nei giorni a seguire, hanno mantenuto dentro sé stessi un profondo senso di serenità. Uno di loro ha notato un particolare in più e ha voluto condividerlo con il gruppo, ha sentito che la serenità proveniva da dentro sé stesso, la sensazione si è manifestata sempre più forte dopo ogni visita alla chiesetta. È bastata questa testimonianza per influenzare il gruppo, ognuno di loro, poco per volta, ha iniziato a sentire la profonda sensazione di pace emanare dal proprio centro, fino ad avere la netta impressione della profonda serenità percepita non solo dopo essere entrati in contatto con il vecchio, ma come se ci fosse sempre stata.

Questa sensazione ha dato loro accesso ad una nuova dimensione, l’impressione di trovarsi in uno spazio più ampio, quasi illimitato e di comunicare come se si conoscessero i pensieri dell’altro.

A tutt’oggi il gruppo sta crescendo, le esperienze che fanno li portano a creare sempre più legami con profondi significati, molti vedono in quelle esperienze simboli che li conducono in dimensioni della mente senza tempo, come a ritrovare parti di Sé stessi che credevano andate perdute. Ora più che mai queste situazioni sono manifeste, ora più di prima queste condizioni uniscono un gran numero di persone, creando connessioni, contatti realmente umani.

Stralcio tratto da:Channel: I medium della Nuova Era di Erik Pigani

“Etimologicamente simbolo significa ciò che collega o lega insieme due cose diverse. Da syn, insieme, e balein, legare. L’opposto di simbolo è diabole. Da dia, attraverso, e balein, legare. Diabole, cioè, diavolo, significa dunque tagliare, o separare ciò che era unito… Era dunque questa l’opera vera del diavolo: impedire che si possa comunicare, attraverso l’intermediazione di simboli, con le diensioni superiori della coscienza…”

Alcune immagini della piccola chiesa dedicata a S. Adriano in località Olgelasca – Brenna, provincia di Como

 

Annunci
Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il viaggio della vita…”Al mio dolce Angelo”

Cippi guarda l'obbiettivo

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Il mio dolce Angelo peloso mi ha accompagnato per lungo tempo, paziente mi ha aspettato innumerevoli volte, si è adattato ad ogni situazione, anche se non me ne accorgevo sempre e talvolta non capivo il suo atteggiamento, eppure lui era lì che con grande saggezza felina aspettava e si adeguava.
Mi ha seguito ovunque, accettando tutte le esperienze che la vita gli ha dato, anche quella della malattia, così nascosta, subdola ed improvvisa che ha sopportato con umiltà, saggezza ed infinita pazienza.
Non so ancora se questa notte del 20 ottobre 2017, dopo 10 anni insieme, sia stata l’ultima notte che ho trascorso con te, dolce ed amato Cipinin, ma voglio ricordarti come sei stato, in questa foto, nell’ambiente dove sei nato, cresciuto e vissuto felice. Nella nuova casa ti sei adeguato, ti sei adattato, hai ripreso la tua vita di gatto, io ero felice perché pensavo che tu fossi di nuovo un gatto soddisfatto e non soltanto un vecchio gatto d’appartamento, avevi ripreso ad uscire, a restare fuori la notte, avevi imparato a conoscere il nuovo territorio, al quale ti sei abituato, forse qui non ci sono state molte prede da cacciare come là dove avevi vissuto prima, o forse eri diventato un po’ troppo vecchio per la caccia e preferivi mangiare croccantini.
Poi un giorno non hai voluto uscire di casa, parevi molto spaventato, forse qualcuno davvero ti aveva messo paura, chissà o forse le tue condizioni di salute si stavano deteriorando e tu eri spaventato in realtà per ciò che ti stava capitando, finché poco a poco hai iniziato a mangiare sempre meno, fino a smettere del tutto, diventando così leggero che saresti svanito in una nuvola di polvere e pelo, se non fosse arrivata la dottoressa che ti ha fatto un po’ paura, ma ha tentato di fare ciò che è in suo potere per darti un’altra occasione di restare qui, su questa terra.

Dimmi, dolce angelo, è possibile che io abbia visto un gatto bianco, di tanto in tanto, aggirarsi per la casa, un’apparizione fugace di brevissimi istanti, sfocata come fosse al di là di un velo, conosci forse quel gatto, angioletto? È magari venuto per te, per accompagnarti nelle tue nuove avventure?
La sera del 15 ottobre 2017, una musica dolce e malinconica mi è venuta alla mente, accompagnata dalla tua immagine, sul letto, accovacciato, il musino triste. Perché quell’immagine, perché quel musino triste dolce Cipinin. La musica è proseguita nella mia mente e, nel contempo ho visto te, ancora giovane, come sei in questa foto, che mi stavi precedendo lungo un percorso alberato, forse un parco, ogni tanto ti voltavi, per vedere se ti seguivo, finché sei arrivato nei pressi di un grande albero, ti sei nascosto alla mia vista, dietro di esso, hai fatto capolino ancora una volta, fissandomi per un lungo istante con i tuoi occhioni dolci, io ti ho chiamato, ti ho chiesto di aspettarmi, tu, in risposta, hai ammiccato, il tuo modo di dirmi che mi vuoi bene, hai di nuovo svoltato dietro all’albero, che poco dopo ho raggiunto, e ti ho visto dirigerti pacatamente verso un folto gruppo di alberi, così tanti da creare un bosco che non avevo notato poco prima, ti sei fermato e ti sei ancora voltato, subito è sbucato un altro gatto, tutto bianco, ti ha raggiunto, vi siete annusati, poi lui si è incamminato verso il gruppo più fitto di alberi, tu mi hai guardato come poco prima, con dolcezza hai ammiccato di nuovo, occhi negli occhi leggendoci nell’anima, ti sei voltato e sei sparito anche tu nel folto del bosco.

Ma in cuor nostro, dolce tesoro peloso, sappiamo che quando ci saluteremo non sarà per sempre, sarà solo un arrivederci, perché ancora tante volte ci incontreremo e io ti abbraccerò come ho fatto fin’ora, con tanto amore.
Il dolce Cipinin è andato sull’Arcobaleno il 21 ottobre 2017, buon viaggio dolce tesoro, ti voglio tanto bene.

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , , , ,

…i viaggi dell’Anima, tante storie: “Un tè preso su una terrazza affacciata sull’infinito – 1° parte

dscn1213

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Suono alla porta di una casa dall’aspetto antiquato anche se ben tenuta, circondata da un bel giardino, con alberi, fiori e cespugli di rose. Il profumo di fiori e di foglie si spande nell’aria, dando un aspetto ancora più bello e profondo al giardino. Apre la porta una donna poco più alta di me, magra ma con le guance piene, morbide e rosee, quasi un personaggio da Holly Hobbies che ben si adatta all’aspetto della casa. Noto con un certo piacere che la donna mi somiglia, sebbene un po’ diversa da me, e sento subito una certa affinità verso di lei. Lei mi sorride mentre mi guarda, percepisco già una certa confidenza anche se ancora non ci conosciamo di persona.
Avevo iniziato a conversare con questa donna via mail, lei si era interessata ad alcuni articoli nel mio blog, e da allora siamo rimaste in contatto, ma oggi è la prima volta che la incontro di persona, mi ha invitata poco tempo fa a prendere un tè a casa sua, e io ho accettato ben volentieri.
Felice che abbia accettato l’invito mi fa entrare. La casa è molto bella, tanto quanto il giardino, l’ingresso si apre su una grande sala, dove al centro si trova un bel salotto di fronte ad un grande camino, il pavimento è in pietra, liscia e scura, mi soffermo qualche istante ad osservarlo, non so perché ma questo pavimento mi dà l’impressione di camminare come sospesa nello spazio, forse è il colore scuro che stuzzica la mia fantasia in questo modo. Dietro al salotto c’è il tavolo da pranzo con 8 sedie, tappeti di fantasia blu sono stesi al centro del salotto e sotto il tavolo. Contro la parete di fronte all’ingresso c’è una grande credenza di legno scuro e massiccio e subito accanto una scala porta al piano di sopra, a fianco si nota anche la porta della cucina.
Alle pareti sono appesi diversi quadri, alcuni ritraggono paesaggi, altri persone che sono sicuramente appartenute a questa famiglia, accanto alle grandi finestre, drappeggiate da vaporosi tendaggi, ci sono grandi piante ornamentali.
Dal soffitto pende un grande lampadario, la luce arriva però soffusa da alcune lampade poste agli angoli della sala, di colore blu. Penso che il colore blu sia il suo preferito.
Diana, questo è il suo nome, mi dà la mano e, parlando convenenvolmente mi accompagna a vedere la casa. Attraversiamo la sala, passando da una porta a lato del camino mi trovo nella biblioteca. Anche questa sala è ben illuminata da ampie finestre, con piante alle pareti. Alla parete adiacente al camino si trova una stufa in maiolica che dovrebbe riscaldare piacevolmente l’ambiente. La biblioteca è molto bella, molti libri sugli scaffali, un tavolo piuttosto grande nel mezzo, con alcune sedie, 8 per la precisione, come nella sala da pranzo e un paio di poltrone agli angoli del locale. Anche qui un bel lampadario appeso nel centro ed un paio di lampade accanto alle poltrone, anch’esse di colore blu. Sotto al tavolo nella biblioteca si nota un tappeto blu, il pavimento invece è chiaro, a differenza del soggiorno, rende la stanza ancora più luminosa. Un paio di quadri alle pareti mostrano paesaggi silvestri molto realistici, potrei stare a guardarli senza stancarmi. Diana mi dice di sentirmi libera di prendere qualche libro, se lo trovassi di mio interesse, la ringrazio e le rispondo che darò un’occhiata alla biblioteca più che volentieri.
Parlando con serenità e leggerezza delle nostre cose, Diana mi propone di prendere il tè di sopra, in terrazza, dove staremmo comode e rilassate. L’idea mi va e lei mi conduce verso la scala che iniziamo a salire. Dopo aver fatto solo pochi gradini avverto come un leggero stordimento, forse un calo di pressione, impercettibile, non ci faccio caso e proseguo. Arriviamo al corridoio che porta verso la zona notte della casa, Diana mi invita a proseguire lungo la seconda rampa di scale, fino ad arrivare ad un pianerottolo dove ci sono due porte. Lei apre la porta di fronte alle scale ed entriamo in una mansarda arredata con semplicità, dall’aspetto confortevole ed accogliente. Nel centro si trova un divano a tre posti, di fronte un tavolino basso, di legno, sotto un tappeto blu, e una credenza, formata per la metà da scaffali con libri. Di fronte alla credenza, alla parete opposta, si trova un baule di antica fattura, sopra il baule si vedono una serie di mensole con alcuni soprammobili rappresentanti creature da fiaba, gnomi, fate, un paio di draghi, piccoli animali. Accanto al baule si trova un tavolino rotondo con un vassoio di legno, un barattolo di miele con il suo cucchiaio a spirale, una candela già consumata in un portacandele ricoperto di cera, una ciotola con erbe e fiori essiccati che diffondono una leggera e gradevole fragranza, un piatto di legno contenente pietre di vari colori, giallo, rosa, rosso, blu, arancio, verde, violetto. Gli oggetti così disposti mi incuriosiscono, tanto che mi soffermo ad osservarli, Diana si discosta leggermente per lasciarmi il tempo di guardare. Mi volto, lei sta aprendo la porta-finestra che dà sulla terrazza, la seguo fuori.
La terrazza è ampia, ci sono diverse piante e fiori accanto alla ringhiera che creano un piccolo giardino, da quassù si gode di una bella vista sull’ampio giardino sottostante e oltre. Diana mi lascia per un po’, scende a preparare il tè, mi dice di attenderla dove desidero, fuori in terrazza o in mansarda, e se c’è un libro che mi interessa di non esitare a prenderlo, e se avessi bisogno del bagno, lo trovo alla porta accanto, fuori sul pianerottolo. La ringrazio e rimango ancora un po’ appoggiata alla ringhiera. Resto lì senza fare altro, il mio sguardo è rivolto verso il giardino ma non si fissa su niente in particolare, la testa vuota di pensieri. Mi scosto a fatica dalla ringhiera, come se qualcosa mi avesse trattenuto lì per tutto il tempo, rientro in mansarda, mi avvicino al tavolino con il miele, il mio sguardo si posa sulla ciotola delle erbe, la fragranza mi inebria, ne assaporo le sfumature, chiudo gli occhi, attirata dagli aromi, come se ogni aroma portasse il proprio messaggio, mi lascio condurre, nella mente mi appaiono immagini di un grande giardino, io lo percorro in lungo ed in largo, le piante diventano via via più varie, più folte, più grandi, fino a ritrovarmi in un bosco fatto da immensi alberi che paiono essere vecchi di secoli, percepisco quasi l’umidità del bosco, la frescura sulla pelle, mi sembra di udire il cinguettio di migliaia di uccelli, mentre cammino su terra battuta, foglie secche, ciuffi d’erba. Qualcosa guizza al mio fianco tra le foglie, forse una lucertola o un topo, il rumore mi fa sussultare, le immagini attorno a me sono così vivide che per un attimo credo di essere proprio nel mezzo del bosco, questo mi spaventa al punto da aprire gli occhi, provo grande sollievo trovandomi nella mansarda. Dopo pochi istanti la porta si apre, Diana entra reggendo un vassoio con il tè, il mi affretto ad aprirle la porta-finestra per permetterle di uscire in terrazza. Lei appoggia il vassoio su un tavolino da giardino posizionato accanto alla ringhiera, mi dice di accomodarmi mentre torna in cucina a prendere la torta che ha preparato per il tè. Le mostro gratitudine per l’ospitalità ma al contempo temo di averla disturbata eccessivamente con la mia presenza, lei replica di avermi invitata volentieri, preparare torte è una sua consuetudine, le piace avere ospiti, la sua gioia si esprime anche nel preparare qualcosa per loro. Lascio quindi che Diana torni in cucina a prendere la torta, io resto di nuovo a guardare dalla ringhiera, di nuovo lo sguardo preso da qualcosa che non riesco ad identificare, viene distratto dal ritorno di Diana con una bella ed invitante torta di mele dal profumo inebriante. Si siede, versa il tè per tutte e due, taglia due fette di torta, l’aroma di mele e vaniglia di spande più forte, il sapore è delizioso tanto quanto il profumo, le faccio i complimenti per la sua torta, Diana li apprezza molto, per lei è una gioia ed un piacere invitare amici a prendere il tè. Anche il tè è incantevole, ai frutti di bosco, dal sapore deciso, robusto, caldo, speziato. Il gusto della torta mischiato all’aroma del tè crea un sapore forte e delicato allo stesso tempo, una vera delizia per il palato che mi distrae, mi fa perdere la cognizione del tempo, poso la tazza e mi accorgo che è già calata la sera. Ma quanto tempo siamo rimaste su questa terrazza? Volgo lo sguardo dalla ringhiera, mi aspetto di intravedere le sagome delle piante nella luce crepuscolare, in un primo momento però non riesco a vedere nulla, il giardino sembra scomparso, inghiottito dall’oscurità. Osservo meglio per individuare la forma di qualche pianta, vedere il nulla mi sembra una cosa sbagliata, ho bisogno di trovare la sagoma di qualcosa, una pianta o altro, una forma, non è possibile non vedere nulla. Scorgo una piccola luce, rincuorata credo di vedere un faretto, poi ne vedo un’altra e un’altra ancora, sono sparse qua e là, sembrano stelle, come un cielo al contrario, non è possibile guardare il cielo giù da una terrazza, la mia mente si rifiuta fermamente di osservare qualcosa di impossibile per lei, ma non riesco a distogliere lo sguardo. Poi mi rendo conto che la ringhiera è scomparsa, quasi non mi accorgo di aver aperto la bocca dallo stupore, lì seduta, con in mano la tazza di tè, il liquido rossastro di fragole e ribes che segue i miei movimenti, tremolando, anche perché mi avvedo proprio in questo momento di essere seduta sul nulla, perfino la sedia è scomparsa, sotto e attorno a me un cielo nero punteggiato di stelle, solo io e Diana, una di fronte all’altra, entrambe reggiamo la tazza di tè, nella stessa posizione, all’altezza del cuore, io con la mano destra, lei con la sinistra, speculari, e così restiamo a guardarci, per un tempo che pare infinito, guardandoci negli occhi, dove, nei suoi vedo lo stesso cielo stellato ….. (continua)

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , ,

I viaggi dell’Anima… tante storie: “Fuga”

Testo di ©Cinzia Valtorta

Sono invitata a casa di amici con la famiglia, persone che conosco da una vita e che considero la mia seconda famiglia. È bello essere a casa loro, è un luogo caldo, accogliente, rilassante, ci si sente liberi di essere sé stessi e mi piace l’odore della casa, un profumo misto di biancheria pulita, appretto, canfora profumata e buon cibo.
È ora di cena, ci riuniamo attorno al tavolo a consumare un pasto preparato in collaborazione, anche questo rende bello lo stare lì, si vive appieno ogni momento.
Dopo cena i miei genitori parlano allegramente con gli amici, la loro figlia si intrattiene piacevolmente con mio fratello nell’altra stanza, parlando delle loro esperienze e guardando la tv. Io mi sento molto rilassata, mi sento a casa, tranquilla, sicura, mi siedo sul comodo e ampio divano e mi beo della mia pace, ascoltando distrattamente i discorsi degli altri e la voce di fondo che proviene dal televisore.
Mi sveglio che è notte fonda, o così sembra, perché le luci del soggiorno sono spente e la casa è silenziosa, solo il bagliore del lampione dalla strada illumina il locale. Dopo un attimo di smarrimento, in cui mi guardo in giro, non trovando nessuno, mi domando perché gli altri se ne siano andati via senza avermi avvisata. Il fatto mi stupisce all’inizio e mi inquieta subito dopo.
Mi alzo dal divano, giro per la casa avvolta nella penombra, solo una piccola lampada è accesa nell’anticamera, ma tutto il resto è silenzioso e deserto. Chiedendomi dove siano andati gli altri torno in soggiorno, mi dirigo alla finestra e guardo di sotto, vedo solo una figura, giù in strada, un uomo che non conosco e che sta guardando proprio nella mia direzione. Indossa un impermeabile marrone chiaro, pantaloni scuri, un cappello a tese larghe che gli copre parzialmente il viso, ma capisco che mi sta fissando, io lo guardo a mia volta. Lui parla, incredibilmente lo sento, o meglio, sento la sua voce nella mia testa, mi dice di scendere. Io rimango ferma a guardare dalla finestra, non mi raccapezzo del perché debba scendere, del perché ero con certe persone prima e ora sono qui, da sola, in una casa semi- buia, del perché lui mi stia cercando e io senta la sua voce, chiara e distinta, dalle finestre chiuse. Di nuovo la sua voce a rompere il filo dei miei pensieri e dubbi, di nuovo mi dice di scendere e di sbrigarmi stavolta, c’è poco tempo ora. Poco tempo per cosa? Sempre più confusa rimango ferma sul posto a fissare fuori dalla finestra ma subito lui rincalza, stavolta con energia, mi ordina quasi di uscire da questa casa. La perentorietà della sua voce mi scuote dal torpore, mi allontano dalla finestra e, senza pensare a cosa avevo portato con me prima, quando ero arrivata, apro la porta d’ingresso, scendo le scale e arrivo giù in strada.
Il cancelletto è aperto, salgo sul marciapiede, l’uomo è lì che mi aspetta, ora riesco a vederlo bene, è alto, magro, il viso un po’ scarno, le sopracciglia folte e scure, così come gli occhi, penetranti, dallo sguardo severo e preoccupato allo stesso tempo. Mi chiedo chi sia e lui, stavolta, mi parla direttamente, dicendomi di doverci affrettare ad allontanarci da quel posto. La sua voce è apprensiva ma si intuisce una certa determinazione e sicurezza di fondo, quell’uomo ha il controllo delle proprie azioni e io posso ascoltarlo e fidarmi di lui. Si volta per incamminarsi, lo seguo, stavolta senza esitare. Ci allontaniamo dalla casa, percorriamo la via illuminata solo dai lampioni, in completa solitudine, mi guardo intorno ma, apparentemente non noto luci provenire da alcuna finestra.
Lasciamo la strada e svoltiamo in un vicolo che percorriamo nella penombra, lì i lampioni sono in minor numero e tracciano pochi aloni luminosi sull’asfalto. Il vicolo termina verso la rete del campo sportivo, ne costeggiamo il perimetro per un tratto, poi entriamo attraverso un’apertura e continuiamo a camminare al di là della rete, all’interno del campetto di calcio. Lo attraversiamo e saliamo sugli spalti fin sotto la tettoia. Lì siamo immersi nel buio ma riusciamo a vedere molto bene il campo e oltre, fino alle finestre della casa dei nostri amici. La finestra che vedo bene è quella della camera da letto della figlia, i vetri sono chiusi e le tende tirate. Fisso per un po’ quella finestra, la testa vuota di pensieri, fino a quando lui mi parla di nuovo, rivolgendomi una sola parola che mi fa voltare la testa verso di lui con uno scatto, il tono serio e preoccupato allo stesso tempo: “Arrivano”.
Rimango senza parole e forse senza fiato per un istante che sembra un’ora, poi il ricordo di quel verbo mi dà una scossa, torno a guardare in direzione della finestra e di nuovo l’uomo, prendo fiato e attanagliata da crampi di paura, con un filo di voce, chiedo: “Chi sta arrivando?”
Lui non risponde in un primo istante, lo sguardo fisso alla finestra, dà però soltanto un’altra indicazione, “Non ti muovere, non ti possono vedere se non ti muovi”.
“Chi, per l’amore di Dio, non mi può vedere, chi o cosa sta arrivando, dove?”, tutto questo mi esce in un fiato, forse l’ho perfino urlato, non lo so. Lui ora si volta a guardarmi, la severità dello sguardo mi paralizza, “Ti spiegherò ogni cosa a suo tempo, ora voglio che tu stia qui e che non ti muova, qui siamo al sicuro, non vedono bene a questa distanza e possiamo allontanarci indisturbati”
Io mi volto nuovamente verso la finestra della camera e attendo, sentendo crescere una paura raggelante. L’uomo mi parla di nuovo: “E’ normale che tu stia provando paura, la tua parte cosciente, terrena, non è avvezza a questi argomenti, ma tu sai, nel profondo del tuo cuore, di aver cercato quest’esperienza e di avermi chiamato a farti da guida, così che anche la parte più terrena non debba temere ad oltranza”.
Io ascolto la sua voce, le sue parole, in uno stato quasi ipnotico, in questa condizione, la mia mente si calma e si prepara a conoscere questa nuova realtà, supportata dalla parte più profonda e sottile di me stessa, ed ora sa che può fidarsi di quest’uomo.
Osservo con attenzione, ma non più con apprensione, la finestra della camera, e sento nell’aria uno strano sibilo, sembra quasi il soffio di un serpente. L’uomo mi dice che l’udito astrale si è attivato e posso percepire qualunque suono. Mi accorgo inoltre che la vista si sta facendo sempre più acuta, da dove mi trovo vedo l’intonaco della casa, sebbene ci troviamo a parecchie centinaia di metri di distanza. Addirittura la vista può penetrare la materia, così passa attraverso i muri, ed ora vedo l’interno della stanza, proprio come se fossi là dentro.
Quel suono sibilante riempie l’intera stanza, l’aria si sta facendo tremolante, come se si stesse riscaldando, e in quel tremolio si stanno muovendo strane forme, figure astratte, fluttuanti in quello stato d’energia, mentre il sibilo si fa sempre più intenso, quasi assordante.
A stento sento la voce dell’uomo che spiega, dice che si tratta di entità che vivono in altri piani della materia, i quali si nutrono di sogni e desideri degli umani che hanno smesso di ascoltare il loro cuore, il quale sta diventando duro come sasso, mentre la mente si fa arida e rende l’uomo simile ad un robot.
Queste creature si nutrono di scorie, in un essere umano con il cuore attivo, pulsante di vita, ripuliscono il campo energetico dalle scorie mentali che appesantiscono l’anima, in un essere umano con il cuore spento, si nutrono dei suoi desideri, perché essi vengono espulsi come fossero scorie nocive.
Avverto un’insolita sensazione dentro di me, come se nella mia testa si fosse aperta una finestra e la luce del sole avesse illuminato una zona rimasta in ombra da secoli; improvvisamente comprendo quanto sia importante esprimere desideri, anche esagerare nell’esprimere desideri, perché soltanto così si può capire quale esperienza si voglia fare, in quale direzione andare ed agire subito, appena si manifesta un’idea, la volontà di compiere un’azione, di raggiungere un luogo o qualcuno.
È vitale l’importanza di dare forma ai propri pensieri, non soltanto crogiolarsi nelle proprie immagini o ricordi, come guardare un film alla tv.
Con questa nuova consapevolezza mi volto verso l’uomo che mi ha accompagnata fin lì, ma lui non è al mio fianco. Guardo in ogni direzione, lo cerco in ogni angolo, ma lui non c’è, come se non fosse mai esistito, ciononostante non mi sento inquieta per la sua assenza, so che quell’uomo è stata una mia proiezione, forse un ologramma che il mio Sé superiore aveva assunto, per farmi uscire dal torpore dell’abitudine, del sedermi nella sonnolenza di cose fatte e ripetute ma rassicuranti e confortevoli, non provando l’emozione di nuove esperienze, mettendo in atto ogni mia capacità, di sentire la mia forza fatta azione, di sentirmi viva in ogni cellula ed agire con coraggio, cor agere, agire con il cuore, e di non fuggire più davanti alla vita, davanti a me stessa.
Mi alzo dal gradino, il cuore colmo di gratitudine che pare quasi esplodere e, con passo leggero, mi incammino verso dove la vita mi porterà.

Sentiero Adolf Munkel sotto le Odle

 

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.