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Il viaggio della Vita, le fiabe di Nonna Elfo: “La voce dei monti”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Buongiorno cari, ben tornati, siete mattinieri oggi. Sono da poco rientrata dall’orto, nel cesto della frutta trovate anche delle fragole, servitevi, poi venite con me, oggi andiamo nel bosco, voglio mostrarvi qualcosa di speciale….

LA VOCE DEI MONTI

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C’è una voce, discreta ma presente, delicata che diviene anche forte, fatta di colori, immagini, oltre che di suoni di sottofondo e silenzi, a volte parla con il vento, altre volte con la pioggia, diviene roboante ed austera durante i temporali, sa essere allegra e ciarliera quando cantano gli uccelli, o romantica ed avvolgente al frinire dei grilli. È la voce dei monti che ci parla con linguaggio diretto, ma che ha bisogno di essere interpretato alla mente logica e calcolatrice, perché la sua voce parla direttamente alla nostra anima, alla quale dobbiamo prestare attenzione, se vogliamo ascoltarla e comprenderla.

La voce dei monti ci parla anche attraverso immagini, giochi di luci, colori, ombre e chiome mosse dal vento. Un fiore ci chiama, attirando la nostra attenzione con le sue forme, i suoi colori, il suo profumo, parla direttamente al nostro cuore, donandoci gioia, amore, momenti felici o velati di malinconia

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Il tronco di un albero si trasforma improvvisamente sotto i nostri occhi, diventando una curiosa creatura che ci osserva, silenziosa e tenace, mentre le ombre dipingono volti fugaci

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Un lieve soffio di vento, ed ecco che semi leggeri e vellutati volano via e, come tanti piccoli paracadute, atterrano sul terreno, accanto a noi, mentre poco più in là, un torrente intona il suo canto gioioso, correndo tra i sassi.

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La voce però è udibile soltanto se le prestiamo attenzione, non è invadente, non è arrogante, non pretende di essere ascoltata, ma sa ascoltare, attenta e silente, e si rivolge pertanto solo a chi è ben disposto nei suoi confronti

Quando entriamo nelle immense ed antiche “cattedrali” di ruvida roccia e corteccia e morbido manto erboso, spegniamo la tecnologia per un po’, per ascoltare la voce dei monti che parla al nostro cuore, così da udire la sua risposta, inascoltata altrimenti alla mente troppo impegnata e satolla di informazioni e concetti.

illustrato in questo blog “Lo spirito del bosco”, un percorso fantastico e fantasioso, attraverso il bosco che, dalla fonte Gajum, nel comune di Canzo (CO), conduce verso il Terzo Alpe, dalla mulattiera in direzione Primo Alpe.

Le sculture sono ad opera dell’artista Alessandro Cortinovis

http://www.comune.canzo.co.it/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/134

 

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Alchimia”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un brano da ascoltare durante la lettura, se gradito

 

Camminando per una via in centro città, un vicolo che passa tra due antichi palazzi, mi trovo d’improvviso ad osservare un’altra scena che si sovrappone a quella precedente’, un viottolo di campagna dove, sul limitare del bosco si erge un’antica casa abitata da un vecchio che indossa un vetusto pastrano color carta da zucchero, la testa, quasi calva, ricoperta da una bianca peluria, ed un enorme naso che forma un’unica curva con la fronte.
Non molto lontano dalla casa del vecchio si trova una piccola chiesa, la sua caratteristica è quella che ognuno, al suo interno, può trovare i propri simboli sacri. Si può dire che quella chiesetta è molto povera, poche file di panche, vecchie e un po’ sbilenche, una madonnina di legno, un bacino di marmo grezzo con l’acqua santa, un minuscolo e modesto altare con un altrettanto minuscolo vaso di fiori, candele ed un crocifisso a braccia simmetriche senza statua, icone alle pareti raffiguranti numeri romani, la sequenza della via crucis senza immagini, questo è tutto ciò che si vede una volta entrati, molti non si fermano più di qualche minuto, quel posto non ha alcun significato per loro, altri invece si soffermano sentendosene attratti, non sanno spiegare bene da cosa, alcuni dicono di vederci particolari interessanti, altri ancora rimangono più a lungo, e poi capita che il vecchio entri in chiesa e si fermi a parlare, il suo aspetto può essere piuttosto sgradevole in un primo tempo, ma dopo poche parole lo si vede con altri occhi.

Perfino l’ambiente circostante la piccola chiesa viene spesso visto in modo soggettivo, trovandolo di volta in volta interessante. Dopo esserci guardati bene attorno, percepiamo le sensazioni che il posto ci trasmette, ne ascoltiamo l’antico respiro e ci rendiamo conto di trovarci in una parte di bosco che è stato testimone della storia e ce la può raccontare, lo sappiamo guardando gli alberi, è come se essi ci parlassero, immagini si formano nella mente, rivediamo scene di migrazioni, lavori nei campi, scontri e duelli, eppure è come se tutto questo non appartenesse a questa terra, ma soltanto agli uomini che qui hanno vissuto, le loro azioni sono terminate con loro, qualcosa di ancora più antico sta emergendo, in un’epoca che non aveva ancora visto il loro passaggio. La percezione sfiora qualcosa di incomprensibile ed inspiegabile, ciò non rasenta nemmeno la dimensione umana, può forse solo dirsi magia inesauribile che si diffonde come un riflesso dalle cose viventi, sia vegetali che minerali.

Si prova un grande rispetto addentrandosi nel folto del bosco, come entrare in una cattedrale formata da alberi e a terra un tappeto d’erba, talvolta siamo cosi concentrati ed assorti da comprendere improvvisamente ciò che sta accadendo, ecco allora che la nostra mente si apre e capiamo il senso di ogni cosa, ogni dettaglio prende il suo posto e, come un puzzle il quadro si completa. Allora il vecchio ci appare come l’intermediario delle voci del posto, un’antenna umana che passa le comunicazioni tra varie dimensioni. Siamo assorti ad osservare qualcosa e accanto a noi sentiamo la presenza del vecchio che ci racconta, sebbene il suo aspetto non sia proprio gradevole, altrettanto non lo è la sua voce, pacata, calda, rasserenante, sentirlo parlare rilassa la mente e apre il cuore, è paziente e disposto a raccontarci ciò che chiediamo.

Il vecchio ha un carattere mite, paziente, comprensivo, ma è capitato di vederlo mostrare un tono di severità di fronte all’ottusità forte, lì allora sfodera una caratteristica acida anche se si comprende in seguito che è stata una modulazione della sua attitudine per poter passare un messaggio. Delle volte si vorrebbe ricevere la risposta alla domanda che si è appena posta, si guarda il vecchio con trepidazione, ma lui si limita a guardarci a sua volta dolcemente, con un sorriso e niente più. In fondo ci rendiamo conto di conoscere già la risposta, è custodita dentro di noi, ma per raggiungerla dobbiamo ripulire e togliere le ragnatele degli anni e delle esperienze, per questo motivo sentiamo il bisogno di entrare in quella chiesetta, e proprio in quelle occasioni vediamo il vecchio che si sposta lungo le pareti, in mano ha una pertica con in cima un deragnatore, uno spazzolone rettangolare che serve a togliere le ragnatele, lui lo passa sulle ragnatele penzolanti e ormai vecchie, dice che i ragni portano fortuna e hanno anche loro il diritto di vivere, perciò non toglie le ragnatele se “abitate”, come lui le definisce. Ogni sua azione ha un significato importante che però non sempre cogliamo, ma quando accade, la domanda è lì che aspetta dietro l’angolo di essere posta.
E’ capitato a qualcuno che, guardando il proprio riflesso nel bacino di marmo dell’acqua santa, vedesse delle increspature formarsi e in esse intravedere il riflesso del vecchio che spariva ad una seconda occhiata.

Un piccolo gruppo di persone si è creato, dicono tutti di aver visto il riflesso del vecchio nell’acqua benedetta, si ritrovano spesso a commentare l’accaduto e cosa hanno provato. Qualcuno di loro si è spaventato, altri invece ne sono rimasti affascinati, però tutti hanno provato molta serenità durante la visione e, perfino nei giorni a seguire, hanno mantenuto dentro sé stessi un profondo senso di serenità. Uno di loro ha notato un particolare in più e ha voluto condividerlo con il gruppo, ha sentito che la serenità proveniva da dentro sé stesso, la sensazione si è manifestata sempre più forte dopo ogni visita alla chiesetta. È bastata questa testimonianza per influenzare il gruppo, ognuno di loro, poco per volta, ha iniziato a sentire la profonda sensazione di pace emanare dal proprio centro, fino ad avere la netta impressione della profonda serenità percepita non solo dopo essere entrati in contatto con il vecchio, ma come se ci fosse sempre stata.

Questa sensazione ha dato loro accesso ad una nuova dimensione, l’impressione di trovarsi in uno spazio più ampio, quasi illimitato e di comunicare come se si conoscessero i pensieri dell’altro.

A tutt’oggi il gruppo sta crescendo, le esperienze che fanno li portano a creare sempre più legami con profondi significati, molti vedono in quelle esperienze simboli che li conducono in dimensioni della mente senza tempo, come a ritrovare parti di Sé stessi che credevano andate perdute. Ora più che mai queste situazioni sono manifeste, ora più di prima queste condizioni uniscono un gran numero di persone, creando connessioni, contatti realmente umani.

Stralcio tratto da:Channel: I medium della Nuova Era di Erik Pigani

“Etimologicamente simbolo significa ciò che collega o lega insieme due cose diverse. Da syn, insieme, e balein, legare. L’opposto di simbolo è diabole. Da dia, attraverso, e balein, legare. Diabole, cioè, diavolo, significa dunque tagliare, o separare ciò che era unito… Era dunque questa l’opera vera del diavolo: impedire che si possa comunicare, attraverso l’intermediazione di simboli, con le diensioni superiori della coscienza…”

Alcune immagini della piccola chiesa dedicata a S. Adriano in località Olgelasca – Brenna, provincia di Como

 

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Il viaggio della Vita…”Gratitudine”

Camminando percorro un sentiero in aperta campagna che conduce verso campi coltivati al limitare di un bosco. Percorro il sentiero con animo leggero e sereno, gioiosa di ciò che sto guardando. Mi avvicino al bosco e cammino a fianco dei primi alberi che, via via si infittiscono sempre di più. Percepisco una magica unione con loro, tanto da avere l’impressione che i miei capelli si rizzino in testa, proprio come i loro rami, e nella mia testa sento un suono, simile ad un canto, potente, come il canto che percepisco provenire dagli alberi, insieme formano un coro altisonante e poderoso, desidero dedicare questo canto a Madre Terra e ai Cieli Azzurri, ovvero cieli tersi, dove la luce del Sole arriva a baciare il suolo, dove le nubi che si vedono sono nubi formate da acque pure, le piogge dissetano e rinvigoriscono la terra e tutte le creature, l’aria è pura e trasporta il canto della vita.

Cammino e formulo una preghiera di amore e protezione nei confronti delle persone che amo, verso il mio Grande Amore, che percepisco unito e vicino e che circondo con la luce fulgida proveniente dal mio corpo astrale.

Camminando accanto agli alberi, sento la loro presenza come qualcosa di etereo che mi sfiora, è una carezza piacevole e benefica. Li ringrazio, chiamandoli Angeli Verdi e chiedo loro di aiutarmi a ripulire il mio corpo fisico ed astrale dalle tossine, sia esterne, sia provenienti da vecchi pensieri emersi, e loro non si fanno attendere, sento subito una carezza delicata e leggera avvolgermi, circondarmi, unita ad un profondo senso di pace.

Il mio animo è gioioso, sereno, pacato, sorrido mentre cammino, chiudo gli occhi e continuo a vedere il sentiero davanti a me, il colore verde del prato e delle foglie molto più intenso, splendente, perfino i profumi dell’erba, delle piante sembrano essere più penetranti. Continuo a camminare, non capisco se i miei occhi siano chiusi o aperti, ho bisogno di portare una mano al viso e toccare le palpebre abbassate per comprendere che sto vedendo il mondo con altri occhi, straordinari, potenti, la vista è così profonda che arriva al cuore che si riempie di gioia, ed è come se il cuore diventasse enorme, tanto è la sensazione di espansione che percepisco dentro di me. Cammino e mi nutro di quello che vedo, che sento , che tocco, che percepisco, mi nutro di luce, di colori, di profumi, di aria, di sole, mi rendo conto che è, in realtà, un ricevere ed un dare, ciò che prendo restituisco in perfetto equilibrio.

Cammino e sono Amore, respiro e sono Amore, mi volto e sono Amore, rammento ciò che l’Uomo ha potuto creare, che può creare e mi sento piena di gratitudine, nella mia mente è presente solo una parola, Grazie e niente di più, e Grazie è tutto ciò che basta ed è tutto ciò che adesso è.

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I viaggi dell’Anima…tante storie: “Il Lupo”

Testo di ©Cinzia Valtorta

Ogni riferimento a nomi, cose è puramente casuale e finalizzato al racconto

Il fine settimana, la sera, a volte gli amici vanno in un posto chiamato “La tana del lupo”, dove passano un po’ di tempo insieme, cenando e intrattenendosi lietamente.  È una costruzione antica, di sasso che sorge sul limitare di un bosco. La strada da percorrere per raggiungere il luogo è buia, solitaria, a tratti cupa ma conserva un fascino così particolare per il quale se ne è attratti e percorsa una volta, si ha il desiderio di transitarvi di nuovo.

Poi si arriva al rifugio, da lontano lo si percepisce come un punto luminoso nel buio, un sollievo dopo un percorso immerso nelle tenebre.

Parcheggiamo le auto nella piccola radura all’ingresso del bosco. L’erba lì è calpestata dalle auto che parcheggiano e cresce a ciuffi qua e là. Scendiamo dall’auto calda e veniamo subito investiti dall’aria fresca e umida, odorosa di foglie e resina.

Il chiarore proveniente dalla casa ci indica  il breve tratto da percorrere. Mi guardo attorno mentre cammino. Gli alberi ci fanno da corona, folti e a tratti indistinti, il cielo, sopra di noi, punteggiato di stelle.

La luce gialla, che fuoriesce dalle finestre. é una luce che promette calore e accoglienza, le finestre dei piani superiori hanno invece le persiane chiuse, le osservo ma distolgo subito lo sguardo perché vengo colta da un brivido, qualcosa che non conosco, invisibile e presente, non riesco a sentirne la natura ma so che mi spaventa. Però anche le finestre illuminate, osservandole di nuovo, lasciano trapelare qualcosa che prima non avevo percepito, o non avevo voluto percepire. Nonostante il calore e l’accoglienza sentite poco prima, fuoriesce qualcosa di sinistro, come guardare una bella porta di legno, robusta e massiccia ma con un cigolio da brivido.

Siamo ormai arrivati all’ingresso e mi domando se veramente voglio oltrepassare quella soglia, nonostante il brusio allegro di persone, proveniente dall’interno, ci inviti ad entrare.

La porta si è aperta. Gli amici a fianco e dietro di me avanzano per oltrepassarla. Non posso fare a meno di non entrare. Il profumo di legna che arde nel camino, di birra e cibi invitanti sciolgono il timore provato un momento prima. Le voci di persone allegre mi inducono a chiedermi il motivo di tutto quel timore.

Sul pavimento di assi di legno i nostri passi producono un tonfo ovattato, è piacevole camminarci. La sala è spaziosa e ben illuminata. I tavoli sono ben distribuiti e, nonostante il posto non sia molto grande ha spazio a sufficienza a contenere un buon numero di persone.

Voci allegre e musica si fondono assieme, il timore provato poco fa sembra ora solo un ricordo.  Alcune ragazze si muovono nella sala, agili e veloci servono ai tavoli. Sono giovani, dall’aspetto forse poco più che adolescenti, indossano jeans, magliette comode con ampi scolli, quasi a scoprire le spalle, scarpe da ginnastica, i corpi snelli, attraenti di viso. Una di loro ci nota, viene verso di noi, sta portando un vassoio con dei bicchieri da lavare. Ci saluta e con fare dinamico e spigliato chiede in quanti siamo e se vogliamo sederci. Ha i capelli corti, scuri con un ciuffo scalato che scende lungo un lato del viso. Gli occhi sono di un verde che ricorda il colore del sottobosco, è molto bella. Per un istante i nostri sguardi si incontrano, due occhi penetranti mi fissano, provo un brivido di paura. Non so nemmeno io bene di che cosa, non ho mai visto prima quella ragazza. È qualcosa di sconosciuto che mi inquieta. Mi chiedo se anche gli altri hanno provato una simile emozione, la cerco nell’espressione dei loro visi ma non riesco a scorgerla. Noto però un aspetto preoccupato in una delle donne che è con noi, ma ora non ricordo di averla vista così anche prima, quando ci siamo incontrati per venire qui. Forse prima non avevo notato niente di particolare.

La ragazza ci conduce ad uno dei tavoli rimasti liberi, prendiamo posto, nonostante il calore nell’ambiente, serpeggia in me ancora un po’ di disagio.

Uno dei nostri amici, un giovane uomo dall’aspetto semplice e mite e dal carattere dolce e comprensivo pare conoscere bene la ragazza che ci ha accompagnato al tavolo, perché lei gli sorride in modo amichevole e sembra lieta di vederlo.

Anche l’altro nostro amico, un uomo che ha già superato la cinquantina, dal carattere forte, sicuro di sé, e che conduce una vita avventurosa ed in continuo fermento fa un’ottima impressione sulla ragazza. Ora una delle colleghe si avvicina al nostro tavolo, rivolge un saluto e una battuta scherzosa all’uomo che le sorride, felice di rivederla, chiedendole informazioni su una cosa accaduta tempo fa che ha suscitato l’ilarità di entrambe al ricordo.

Le ragazze ci lasciano le liste per le ordinazioni che cominciamo a sfogliare. Il menù è vario e simile ad altri locali. La maggior parte ordina hamburger e patatine. Io non mangio carne, molto raramente formaggio. Noto con piacere che si possono ordinare anche insalate, così non mi faccio mancare una porzione di patate fritte e un bicchiere di birra scura. Le ordinazioni vengono servite e mangiamo allegramente. La tensione si scioglie anche per merito del cibo e della birra. Trascorriamo serenamente la serata. Finito di cenare ci alziamo e ci avviamo alla cassa per pagare il conto. La donna, che prima aveva parlato con il nostro amico più anziano, ci riceve alla cassa. Ognuno di noi paga la propria consumazione. Quando arriva il mio turno incontro lo sguardo della donna, non mi fa rabbrividire come l’altra collega, anzi dal suo sguardo pare proprio che le sia del tutto indifferente. Ne sono sollevata.

Usciamo dal rifugio che è sera tardi. L’aria è quasi gelida, il cielo ancora  punteggiato di stelle. Mi volto a guardare il rifugio dall’esterno. Di nuovo la sensazione sgradevole di prima torna a farsi sentire. Lo sguardo va alle finestre chiuse del piano superiore, i brividi che provo non sono soltanto per il freddo. Stavolta sento qualcosa dentro di me muoversi all’altezza dello stomaco. Oltre ai brividi di paura mi sembra di percepire qualcosa di ancora più profondo, nella mente mi arriva l’immagine di un pesce che si tuffa nelle acque nere di un mare notturno senza luna. Ma nonostante l’oscurità il pesce conosce quelle acque e sa come muoversi. Allora una nuova sensazione emerge dal profondo, quella di conoscere qualcosa di immenso e antico, aldilà della natura umana che è sempre stato lì, guardiano dei segreti che si perdono nella notte dei tempi. Mentre questo pensiero sorge mi accorgo di non provare più timore, ho perfino smesso di rabbrividire, una strana forza si irradia dal centro del mio corpo e sento che in quel momento potrei fare qualunque cosa. Sono sicura che qualcuno o qualcosa sta osservando dal rifugio in quel momento. Un’altra immagine si fa spazio nella mia mente, vedo una grande foresta verdeggiante e selvaggia, tra gli alberi intravedo la sagoma di un lupo che corre veloce e sicuro. Stranamente trovo l’immagine familiare e una sensazione di appartenenza a quello splendido animale si fa strada dentro di me.

Saliamo in auto. Gli amici parlano, ridono e scherzano. Non fanno caso a me che siedo silenziosa e assorta, nell’intimità del mio silenzio pieno di immagini provo allora un sentimento di gratitudine verso quella parte di me stessa che si è manifestata, risvegliando in me una forza antica e selvaggia che ora riconosco essere parte di quella natura femminile a contatto con gli elementi.

Le auto si muovono per uscire dal parcheggio. Sono seduta accanto al finestrino e guardo fuori in direzione del bosco immerso nell’oscurità. Qualcosa cattura il mio sguardo, nonostante il buio intravedo una silhouette fra gli alberi, pare acquattata ma appena si muove capisco che cammina a quattro zampe come un grosso cane. Succede tutto alla velocità del lampo, la strana figura guarda in direzione dell’auto, due occhi fosforescenti si fissano nei miei e la strana creatura china leggermente la testa, come in un’affermazione e io, ancor prima di rendermene conto, ripeto il gesto d’intesa, una parte di me ha recepito il messaggio dell’essere e ha dato la sua approvazione. L’auto parte lentamente, per via del terreno un po’ sconnesso. Io per un attimo distolgo lo sguardo. Poco prima di partire guardo nuovamente nella stessa direzione, ma la creatura è sparita.

Durante il viaggio di ritorno rimango in silenzio. Gli amici sembrano non accorgersi, impegnati nei loro allegri schiamazzi e io ne sono grata. Una volta a casa ripenso a quanto è accaduto, ripercorrendo le azioni nella mente, cercando di cogliere più dettagli possibili. Voglio capire perché quelle persiane chiuse abbiano attirato la mia attenzione.

Mi ritrovo a ripercorrere la strada che conduce alla Tana del Lupo, sono a piedi e sono sola. È buio, il bosco è oscuro e tenebroso e io sono molto inquieta. Continuo ad avanzare lungo il sentiero ghiaioso, ai lati gli alberi formano un tunnel con  le loro chiome e rendono il percorso ancora più oscuro. Un guizzo tra gli alberi e il rumore di frusciare di cespugli portano la mia attenzione verso il bosco ai lati della strada. Ma non c’è nulla, solo oscurità e fitto fogliame. Quando torno a guardare davanti a me però, in fondo al sentiero, noto una sagoma muoversi. Nonostante il buio vedo che cammina a quattro zampe. Il paragone con la creatura intravista dal parcheggio è immediato, come inconfondibili sono gli occhi fosforescenti. La creatura avanza decisa verso di me. Più si avvicina e più riconosco essere un grosso lupo. Io sono ancora bloccata, il respiro fermo in gola. Ora il lupo ha preso velocità, mi ha quasi raggiunta, faccio in tempo a percepire l’enorme mole dell’animale quando questo,  con un balzo mi investe ma non mi butta a terra, entra in me passandomi attraverso, smaterializzando le sue molecole e fondendole con le mie. Il fatto è così eclatante che mi sveglio di soprassalto, compiendo quasi un balzo nel letto.

Mi alzo ancora frastornata per il sogno, vorrei capirci qualcosa, ma più ci penso e meno ci capisco. La giornata procede in modo normale, ma spesso il mio pensiero va al sogno incredibile che ho fatto. Una voce nella testa, alla quale vorrei non dare ascolto, mi dice che quello non è stato un sogno.

I giorni vanno avanti in modo regolare, quasi in modo banale, come sempre e per questo fatico a credere all’esperienza vissuta. Sono inquieta al ricordo di quel sogno, ma ora una parte di me vorrebbe essere in quell’altra realtà.

La sera nel mio letto ripenso ancora al sogno incredibile, cerco di figurarmi di nuovo in quel bosco, di percorrere il sentiero, fino ad incontrare il lupo.

Sto camminando lungo il sentiero, nel bosco immerso nell’oscurità. Non capisco però se sono in un sogno o se è la realtà. Ecco davanti a me la sagoma del lupo, è apparsa all’improvviso, come materializzatasi dal nulla. Ora corre verso di me, spicca il balzo e si unisce a me. Nel bosco è calato un silenzio irreale e solenne.

Il lupo sta percorrendo il sentiero. Io non ci sono più, perché quel lupo sono io, cammino a quattro zampe e scruto l’oscurità con occhi nuovi, vedo tutto, i contorni sono nitidi, nonostante il buio vedo come se fosse giorno.

Percorro il sentiero che riconosco essere quello che conduce alla Tana del lupo. Poco dopo dalla strada, attraverso il fogliame, riconosco la casa. Le finestre sono illuminate, come un faro nella notte. Lo sono anche le finestre del piano superiore.

Mi avvicino alla porta d’entrata nelle mie nuove sembianze di lupo. Per un momento ho la tentazione di aprire la porta usando le mani ma subito mi accorgo di non poterlo fare. Ancora prima di pensare a come aprire la porta questa si apre da sola.

Davanti ai miei occhi di lupo mi si mostra la sala con i tavoli non apparecchiati, non ci sono clienti ora sebbene l’interno sia illuminato. Dopo un istante di esitazione varco la soglia ed entro. Sento delle voci provenire dalla cucina dalla quale, in quel momento, sta uscendo qualcuno. È la ragazza giovane e bella che l’altra volta serviva ai tavoli. Io mi fermo a guardarla, aspettandomi reazioni di paura o odio. Lei si accorge della mia presenza, si ferma a guardarmi a sua volta e il suo viso si illumina in un ampio sorriso. Si china leggermente nella mia direzione e, guardandomi negli occhi mi dice: “Bentornata”. Allunga una mano e mi accarezza la testa. Il suo tocco mi procura un brivido, una sorta di corrente che percorre l’intero mio corpo.

Dopo qualche istante, dalla cucina, esce anche la donna più anziana che l’altra volta era alla cassa, mi vede, si avvicina e anche lei sorride.. Mi dice di seguirla al piano superiore, c’è qualcuno che mi farà piacere rivedere. Io la seguo, la testa vuota di pensieri.

Entriamo in una sala grande quanto il piano inferiore, grande quanto la sala e la cucina assieme,  priva però di suppellettili, il pavimento fatto di assi di legno. Sono presenti alcune persone di cui non ho memoria, ma con grande sorpresa vedo che tra di loro c’è l’amico quello più anziano e avventuroso.

Solo ora mi rendo conto che ho nutrito un fascino particolare per lui, qualcosa di così recondito da non rendermene quasi conto, ma ora che lui è davanti a me, il mio cuore compie un tuffo. Lui mi vede, si avvicina, anche le altre persone si avvicinano a noi, fanno quasi cerchio attorno a noi.

Provo un brivido che mi percorre fino alla punta della coda mentre lo guardo negli occhi, lui mi guarda a sua volta. E guardandolo negli occhi, quasi senza accorgermene, riprendo le mie sembianze umane. Ora sono davanti a lui, molto vicino a lui, sento il suo respiro, il mio cuore in tumulto, lo fisso negli occhi, quasi senza sbattere le palpebre, lui fa lo stesso, mi perdo nel colore azzurro dei suoi occhi, d’improvviso è come se fossi entrata nella sua testa nonostante sia ancora davanti a lui, in piedi, due corpi, una sola mente, un solo sguardo.

Il nostro sguardo va a ritroso nel tempo, ad una velocità inimmaginabile, vortici di luce e stelle ci passando accanto, come se stessimo percorrendo un tunnel. D’improvviso lo sguardo si ferma in un luogo, all’inizio scuro, ma ora si vede qualche luce fioca, quella di torce che illuminano morbidamente la stanza, l’aspetto ricorda quello di un antico tempio, con arcate, tappeti, un braciere, un’ara, noi ora ci troviamo al centro del tempio, il nostro aspetto è diverso ma ci riconosciamo comunque, siamo nudi e ci accingiamo a compiere un atto di sacra sessualità in onore degli dei.

 

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…i viaggi dell’Anima, tante storie: “Un tè preso su una terrazza affacciata sull’infinito – 1° parte

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Suono alla porta di una casa dall’aspetto antiquato anche se ben tenuta, circondata da un bel giardino, con alberi, fiori e cespugli di rose. Il profumo di fiori e di foglie si spande nell’aria, dando un aspetto ancora più bello e profondo al giardino. Apre la porta una donna poco più alta di me, magra ma con le guance piene, morbide e rosee, quasi un personaggio da Holly Hobbies che ben si adatta all’aspetto della casa. Noto con un certo piacere che la donna mi somiglia, sebbene un po’ diversa da me, e sento subito una certa affinità verso di lei. Lei mi sorride mentre mi guarda, percepisco già una certa confidenza anche se ancora non ci conosciamo di persona.
Avevo iniziato a conversare con questa donna via mail, lei si era interessata ad alcuni articoli nel mio blog, e da allora siamo rimaste in contatto, ma oggi è la prima volta che la incontro di persona, mi ha invitata poco tempo fa a prendere un tè a casa sua, e io ho accettato ben volentieri.
Felice che abbia accettato l’invito mi fa entrare. La casa è molto bella, tanto quanto il giardino, l’ingresso si apre su una grande sala, dove al centro si trova un bel salotto di fronte ad un grande camino, il pavimento è in pietra, liscia e scura, mi soffermo qualche istante ad osservarlo, non so perché ma questo pavimento mi dà l’impressione di camminare come sospesa nello spazio, forse è il colore scuro che stuzzica la mia fantasia in questo modo. Dietro al salotto c’è il tavolo da pranzo con 8 sedie, tappeti di fantasia blu sono stesi al centro del salotto e sotto il tavolo. Contro la parete di fronte all’ingresso c’è una grande credenza di legno scuro e massiccio e subito accanto una scala porta al piano di sopra, a fianco si nota anche la porta della cucina.
Alle pareti sono appesi diversi quadri, alcuni ritraggono paesaggi, altri persone che sono sicuramente appartenute a questa famiglia, accanto alle grandi finestre, drappeggiate da vaporosi tendaggi, ci sono grandi piante ornamentali.
Dal soffitto pende un grande lampadario, la luce arriva però soffusa da alcune lampade poste agli angoli della sala, di colore blu. Penso che il colore blu sia il suo preferito.
Diana, questo è il suo nome, mi dà la mano e, parlando convenenvolmente mi accompagna a vedere la casa. Attraversiamo la sala, passando da una porta a lato del camino mi trovo nella biblioteca. Anche questa sala è ben illuminata da ampie finestre, con piante alle pareti. Alla parete adiacente al camino si trova una stufa in maiolica che dovrebbe riscaldare piacevolmente l’ambiente. La biblioteca è molto bella, molti libri sugli scaffali, un tavolo piuttosto grande nel mezzo, con alcune sedie, 8 per la precisione, come nella sala da pranzo e un paio di poltrone agli angoli del locale. Anche qui un bel lampadario appeso nel centro ed un paio di lampade accanto alle poltrone, anch’esse di colore blu. Sotto al tavolo nella biblioteca si nota un tappeto blu, il pavimento invece è chiaro, a differenza del soggiorno, rende la stanza ancora più luminosa. Un paio di quadri alle pareti mostrano paesaggi silvestri molto realistici, potrei stare a guardarli senza stancarmi. Diana mi dice di sentirmi libera di prendere qualche libro, se lo trovassi di mio interesse, la ringrazio e le rispondo che darò un’occhiata alla biblioteca più che volentieri.
Parlando con serenità e leggerezza delle nostre cose, Diana mi propone di prendere il tè di sopra, in terrazza, dove staremmo comode e rilassate. L’idea mi va e lei mi conduce verso la scala che iniziamo a salire. Dopo aver fatto solo pochi gradini avverto come un leggero stordimento, forse un calo di pressione, impercettibile, non ci faccio caso e proseguo. Arriviamo al corridoio che porta verso la zona notte della casa, Diana mi invita a proseguire lungo la seconda rampa di scale, fino ad arrivare ad un pianerottolo dove ci sono due porte. Lei apre la porta di fronte alle scale ed entriamo in una mansarda arredata con semplicità, dall’aspetto confortevole ed accogliente. Nel centro si trova un divano a tre posti, di fronte un tavolino basso, di legno, sotto un tappeto blu, e una credenza, formata per la metà da scaffali con libri. Di fronte alla credenza, alla parete opposta, si trova un baule di antica fattura, sopra il baule si vedono una serie di mensole con alcuni soprammobili rappresentanti creature da fiaba, gnomi, fate, un paio di draghi, piccoli animali. Accanto al baule si trova un tavolino rotondo con un vassoio di legno, un barattolo di miele con il suo cucchiaio a spirale, una candela già consumata in un portacandele ricoperto di cera, una ciotola con erbe e fiori essiccati che diffondono una leggera e gradevole fragranza, un piatto di legno contenente pietre di vari colori, giallo, rosa, rosso, blu, arancio, verde, violetto. Gli oggetti così disposti mi incuriosiscono, tanto che mi soffermo ad osservarli, Diana si discosta leggermente per lasciarmi il tempo di guardare. Mi volto, lei sta aprendo la porta-finestra che dà sulla terrazza, la seguo fuori.
La terrazza è ampia, ci sono diverse piante e fiori accanto alla ringhiera che creano un piccolo giardino, da quassù si gode di una bella vista sull’ampio giardino sottostante e oltre. Diana mi lascia per un po’, scende a preparare il tè, mi dice di attenderla dove desidero, fuori in terrazza o in mansarda, e se c’è un libro che mi interessa di non esitare a prenderlo, e se avessi bisogno del bagno, lo trovo alla porta accanto, fuori sul pianerottolo. La ringrazio e rimango ancora un po’ appoggiata alla ringhiera. Resto lì senza fare altro, il mio sguardo è rivolto verso il giardino ma non si fissa su niente in particolare, la testa vuota di pensieri. Mi scosto a fatica dalla ringhiera, come se qualcosa mi avesse trattenuto lì per tutto il tempo, rientro in mansarda, mi avvicino al tavolino con il miele, il mio sguardo si posa sulla ciotola delle erbe, la fragranza mi inebria, ne assaporo le sfumature, chiudo gli occhi, attirata dagli aromi, come se ogni aroma portasse il proprio messaggio, mi lascio condurre, nella mente mi appaiono immagini di un grande giardino, io lo percorro in lungo ed in largo, le piante diventano via via più varie, più folte, più grandi, fino a ritrovarmi in un bosco fatto da immensi alberi che paiono essere vecchi di secoli, percepisco quasi l’umidità del bosco, la frescura sulla pelle, mi sembra di udire il cinguettio di migliaia di uccelli, mentre cammino su terra battuta, foglie secche, ciuffi d’erba. Qualcosa guizza al mio fianco tra le foglie, forse una lucertola o un topo, il rumore mi fa sussultare, le immagini attorno a me sono così vivide che per un attimo credo di essere proprio nel mezzo del bosco, questo mi spaventa al punto da aprire gli occhi, provo grande sollievo trovandomi nella mansarda. Dopo pochi istanti la porta si apre, Diana entra reggendo un vassoio con il tè, il mi affretto ad aprirle la porta-finestra per permetterle di uscire in terrazza. Lei appoggia il vassoio su un tavolino da giardino posizionato accanto alla ringhiera, mi dice di accomodarmi mentre torna in cucina a prendere la torta che ha preparato per il tè. Le mostro gratitudine per l’ospitalità ma al contempo temo di averla disturbata eccessivamente con la mia presenza, lei replica di avermi invitata volentieri, preparare torte è una sua consuetudine, le piace avere ospiti, la sua gioia si esprime anche nel preparare qualcosa per loro. Lascio quindi che Diana torni in cucina a prendere la torta, io resto di nuovo a guardare dalla ringhiera, di nuovo lo sguardo preso da qualcosa che non riesco ad identificare, viene distratto dal ritorno di Diana con una bella ed invitante torta di mele dal profumo inebriante. Si siede, versa il tè per tutte e due, taglia due fette di torta, l’aroma di mele e vaniglia di spande più forte, il sapore è delizioso tanto quanto il profumo, le faccio i complimenti per la sua torta, Diana li apprezza molto, per lei è una gioia ed un piacere invitare amici a prendere il tè. Anche il tè è incantevole, ai frutti di bosco, dal sapore deciso, robusto, caldo, speziato. Il gusto della torta mischiato all’aroma del tè crea un sapore forte e delicato allo stesso tempo, una vera delizia per il palato che mi distrae, mi fa perdere la cognizione del tempo, poso la tazza e mi accorgo che è già calata la sera. Ma quanto tempo siamo rimaste su questa terrazza? Volgo lo sguardo dalla ringhiera, mi aspetto di intravedere le sagome delle piante nella luce crepuscolare, in un primo momento però non riesco a vedere nulla, il giardino sembra scomparso, inghiottito dall’oscurità. Osservo meglio per individuare la forma di qualche pianta, vedere il nulla mi sembra una cosa sbagliata, ho bisogno di trovare la sagoma di qualcosa, una pianta o altro, una forma, non è possibile non vedere nulla. Scorgo una piccola luce, rincuorata credo di vedere un faretto, poi ne vedo un’altra e un’altra ancora, sono sparse qua e là, sembrano stelle, come un cielo al contrario, non è possibile guardare il cielo giù da una terrazza, la mia mente si rifiuta fermamente di osservare qualcosa di impossibile per lei, ma non riesco a distogliere lo sguardo. Poi mi rendo conto che la ringhiera è scomparsa, quasi non mi accorgo di aver aperto la bocca dallo stupore, lì seduta, con in mano la tazza di tè, il liquido rossastro di fragole e ribes che segue i miei movimenti, tremolando, anche perché mi avvedo proprio in questo momento di essere seduta sul nulla, perfino la sedia è scomparsa, sotto e attorno a me un cielo nero punteggiato di stelle, solo io e Diana, una di fronte all’altra, entrambe reggiamo la tazza di tè, nella stessa posizione, all’altezza del cuore, io con la mano destra, lei con la sinistra, speculari, e così restiamo a guardarci, per un tempo che pare infinito, guardandoci negli occhi, dove, nei suoi vedo lo stesso cielo stellato ….. (continua)

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Il Viaggio della Vita: ” La carezza dell’albero”.

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Cammino per le vie cittadine fino ad arrivare al parco pubblico, un’oasi verde di bosco protetta da polvere e cemento. Varco il suo cancello e mi incammino lungo il breve viale che costeggia un grande prato. Mi dirigo verso una piccola collinetta dove sorgono grandi alberi secolari, le loro fronde sono così ampie, avvolgenti, anche d’inverno, tanto da attutire il rumore del traffico. Mi giro attorno sul posto, sono circondata da alberi, l’aria è fresca e umida, chiudo gli occhi per sentire meglio la sensazione di pace che mi sorge dentro, che sia la vicinanza di queste bellissime creature? Rimango ferma e guardo gli alberi attorno a me, sono sola e mi prendo tutto il tempo che desidero per guardare e sentire questi magnifici giganti verdi. Mantengo gli occhi aperti, fissi sugli alberi e so che la vista non m’inganna, vedo molti filamenti bianchi, provenire dagli alberi, sfiorarmi, avvolgermi con estrema delicatezza. Ora mi muovo con molta lentezza, un passo dopo l’altro accanto agli alberi, questi filamenti bianchi continuano ad accarezzarmi, sento che è il loro modo di conoscere, esplorare, sentire, provo tanta tenerezza e commozione per queste creature e sento una profonda pace nascere dentro di me, ringrazio gli alberi per questa bellissima condivisione di esperienze e pian piano mi allontano.

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Gli alberi sono nostri alleati, non sono solo organismi di un’altra specie, con una sensibilità molto bassa, che li rende estranei a ciò che li circonda. Sappiamo che comunicano tra di loro attraverso una fitta rete di radici, che usano dunque non solo per assorbire i nutrienti dal terreno.

Sappiamo inoltre che ci donano l’ossigeno, che trasformano grazie ad un complicato processo di fotosintesi che si attiva con il sole.

Quello che non sappiamo o che ignoriamo è che comunicano anche con noi, e lo fanno attraverso un canale insolito per noi, la telepatia o le energie sottili. Quei filamenti bianchi che si dipartono dalla loro aura raggiungono noi, donandoci quella pace di cui sono pervasi, anche perché sono in profondo contatto con Madre Terra, della quale diffondono i messaggi. .

Gli alberi sono anche antenne che trasmettono e ricevono messaggi da e verso il Cosmo, Madre Terra comunica attraverso di loro. Se si rimane fermi sul terreno, in un luogo dove ci sono alberi, si percepisce, attraverso la pianta dei piedi delle sottili vibrazioni. Se si rimane ulteriormente in ascolto, si sente la presenza discreta ma costante di quelle meravigliose creature.

Dai rami degli alberi fuoriescono anche fasci di luce lattiginosa che raggiungono il cielo, quei fasci di luce sono in grado di neutralizzare le scie chimiche, la loro energia viene potenziata se noi portiamo l’attenzione al nostro petto, all’altezza del cuore, dove il chakra del cuore ci mette in contatto con l’esterno.

Con l’attenzione rivolta al nostro quarto chakra, immaginiamo dunque di portare amore, ondate di amore verso gli alberi, e loro, come grandi antenne, convoglieranno l’Amore verso il cielo, centuplicato, così da neutralizzare ogni energia negativa.

Proprio come gli alberi, anche noi costruiamo la nostra rete, intessuta della purezza dell’oro che proviene dal nostro cuore, possiamo raggiungere così ogni angolo del pianeta, entrare in contatto con tutti coloro che inviano pensieri d’Amore ed operano per una vita migliore.

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