Articoli con tag: aspetto

I viaggi dell’Anima, tante storie: “Bambini”

Noi

foto di copertina di Rifugio Giussani Rifugio Giussani

Testo e foto finale di ©Cinzia Valtorta

Percorro una strada sterrata e polverosa che attraversa l’aperta campagna, è una bella e soleggiata giornata di luglio, nell’aria si ode il canto della cicala ed il cinguettio degli uccelli, l’aria è calda, io sono a piedi, mentre cammino respiro l’aria che profuma di terra e cereale maturo. Sul lato destro della strada vedo un campo di grano, le spighe bionde ondeggiano leggermente alla sottile brezza che ogni tanto porta un po’ di aria e sollievo alla carezza cocente del sole, sul lato sinistro le mura di cinta di una proprietà agricola costeggiano la strada, proseguono sul lato ancora per un centinaio di metri, fino al limitare di un altro campo di cereali.
D’improvviso dall’angolo del muro spunta un bambino su una bicicletta, lesto gira e comincia a percorrere la strada sterrata, andando nella direzione opposta alla mia, è così affannato a pedalare da non notarmi nemmeno, io lo guardo correre sulla sua piccola bici, arrivato all’angolo opposto del muro di cinta svolta, sparendo alla mia vista.

Intanto ho raggiunto l’angolo del muro dal quale era spuntato il bimbo, lancio un’occhiata, mi aspetto di vedere una stradina, un sentiero, ma resto di stucco vedendo le spighe di cereale delimitare il campo a ridosso del muro di cinta che prosegue per centinaia di metri. Ma allora, come ha fatto quel bimbo a sbucare da lì con la bici? Una domanda che pare a lungo restare senza una risposta.
Un rumore mi distrae alle mie spalle, mi volto per non vedere nulla mentre dietro di me odo distintamente lo scricchiolio di ruote di bicicletta sullo sterrato e l’inconfondibile suono del cricchetto che ronza, mi volto di scatto e vedo di nuovo il bimbo che mi passa accanto, veloce, come prima svolta l’angolo e lesto sparisce. Ora mi piazzo proprio dove termina il muro di cinta e inizia il campo, voglio vedere da dove arriverà il bambino. Attendo per un bel po’ ma nessuno sbuca.

Decido di proseguire e, proprio in quel momento sento di nuovo la bicicletta arrivare alle mie spalle, mi volto di scatto, il bimbo sopraggiunge trafelato nella mia direzione, pare ancora non avermi visto, ma invece che svoltare all’angolo delle mura, prosegue diritto per un centinaio di metri davanti a me, girando poi a sinistra e sparendo tra gli alberi.

Ora la situazione si sta facendo curiosa, voglio proprio vedere da dove arriverà il bambino la prossima volta, me ne sto quindi ferma ad aspettare il suo passaggio.
I minuti trascorrono senza che alcunché accada. Sto quasi per spazientirmi, quando sento il rumore della bici in avvicinamento, non capisco però stavolta da che parte stia arrivando, mi guardo intono concitata…
Eccolo, il bimbo sta giungendo dalle mura di cinta, non capisco però da dove sia sbucato, sta pedalando velocemente, come se fosse inseguito, infatti si volta indietro e prosegue spedito. Dopo pochi istanti, dal muro sbuca letteralmente un’altra bicicletta, in sella c’è una bambina che rincorre il bimbo, il quale ora mi sta passando accanto, concentrato sul suo mezzo, il busto leggermente piegato in avanti, le gambe, come due pistoni, mulinano sui pedali. La cosa sorprendente è che la bambina si è materializzata uscendo dal muro di cinta, lasciandomi stupefatta. Allora il bimbo si è manifestato allo stesso modo, apparendo all’improvviso, come se arrivasse da un’altra dimensione.
Osservo per un po’ i due bambini inseguirsi, sparire e comparire di nuovo, provando un’immensa tenerezza, sentendomi per nulla turbata dalle loro improvvise apparizioni. Ho la sensazione che questa cosa sia del tutto normale, accetto l’evento, carico di gioia e magia e lesto emerge un ricordo di me stessa bambina che, giocando, accettavo l’esistenza di un mondo invisibile ed ultraterreno, come se facesse parte della realtà, riconoscendo l’immenso potere creativo.

Distratta da questi ricordi e pensieri, mi avvedo solo adesso che la bambina si è fermata di fronte a me e mi sta guardando, io la guardo a mia volta, il suo aspetto mi incuriosisce, mi rendo conto che ricorda me stessa quando avevo la sua età. La bambina, guardandomi, mi sorride e mi saluta, ricambiata da me e subito dopo le chiedo il nome. Lei non risponde ma continua a guardarmi sorridente. Il bimbo intanto è sopraggiunto e si ferma accanto a lei, per la prima volta mi vede, mi osserva, non dice nulla, un bimbo grazioso, capelli biondi, leggermente ondulati, piccoli occhiali tondi sul nasino coperto di lentiggini, una bella carnagione appena abbronzata, di chi è spesso all’aperto e vellutata, incantati occhi azzurri. La bambina mi fissa per un lungo istante, non dice niente ma i suoi occhi parlano per lei, pare vogliano dire: “Ti ricordi?”.

Sì, che mi ricordo, quando alla sua età giocavo spensierata nel giardino di casa e, dal nulla mi inventavo tanti giochi, il mondo si trasformava davanti ai miei occhi e tra le mie manine, perfino un sasso diventava un oggetto prezioso e, soprattutto, quando gli altri bambini erano ancora nelle loro case, e io ero fuori a giocare da sola, in realtà non lo ero mai, perché insieme a me c’era un mondo intero, invisibile solo agli occhi degli adulti che avevano perduto la magia che è dentro ad ognuno di noi, e dimenticato il potere di risvegliarla.
Sì, che mi ricordo, di tutte le volte che il giardino di casa era un mondo da scoprire e di quanta paura avessi a scendere in cantina da sola, perché là, nel sottoscala, si apriva una voragine nera dalla quale uscivano esseri spiritati, e delle parole magiche da pronunciare per tenerli a bada e, di ogni volta in cui salivo sulla mia bici e partivo per viaggi lontani e di quando mi fermavo contro il muro e pretendevo di passarci attraverso. Sebbene il muro non si spostasse, il mio pensiero formulava l’azione e nella mia fantasia lo oltrepassavo.
Sono ancora concentrata sui miei ricordi quando i due bambini ripartono sulle loro biciclette, svoltando lungo un sentiero tra gli alberi, affiancati si prendono per mano e, continuando a pedalare, svaniscono come i sogni allo spuntare del giorno.

io-nelle-terre-di-coppi

 

 

 

Annunci
Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , , ,

I viaggi dell’Anima, tante storie: “Alchimia”

DSC00013

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un brano da ascoltare durante la lettura, se gradito

 

Camminando per una via in centro città, un vicolo che passa tra due antichi palazzi, mi trovo d’improvviso ad osservare un’altra scena che si sovrappone a quella precedente’, un viottolo di campagna dove, sul limitare del bosco si erge un’antica casa abitata da un vecchio che indossa un vetusto pastrano color carta da zucchero, la testa, quasi calva, ricoperta da una bianca peluria, ed un enorme naso che forma un’unica curva con la fronte.
Non molto lontano dalla casa del vecchio si trova una piccola chiesa, la sua caratteristica è quella che ognuno, al suo interno, può trovare i propri simboli sacri. Si può dire che quella chiesetta è molto povera, poche file di panche, vecchie e un po’ sbilenche, una madonnina di legno, un bacino di marmo grezzo con l’acqua santa, un minuscolo e modesto altare con un altrettanto minuscolo vaso di fiori, candele ed un crocifisso a braccia simmetriche senza statua, icone alle pareti raffiguranti numeri romani, la sequenza della via crucis senza immagini, questo è tutto ciò che si vede una volta entrati, molti non si fermano più di qualche minuto, quel posto non ha alcun significato per loro, altri invece si soffermano sentendosene attratti, non sanno spiegare bene da cosa, alcuni dicono di vederci particolari interessanti, altri ancora rimangono più a lungo, e poi capita che il vecchio entri in chiesa e si fermi a parlare, il suo aspetto può essere piuttosto sgradevole in un primo tempo, ma dopo poche parole lo si vede con altri occhi.

Perfino l’ambiente circostante la piccola chiesa viene spesso visto in modo soggettivo, trovandolo di volta in volta interessante. Dopo esserci guardati bene attorno, percepiamo le sensazioni che il posto ci trasmette, ne ascoltiamo l’antico respiro e ci rendiamo conto di trovarci in una parte di bosco che è stato testimone della storia e ce la può raccontare, lo sappiamo guardando gli alberi, è come se essi ci parlassero, immagini si formano nella mente, rivediamo scene di migrazioni, lavori nei campi, scontri e duelli, eppure è come se tutto questo non appartenesse a questa terra, ma soltanto agli uomini che qui hanno vissuto, le loro azioni sono terminate con loro, qualcosa di ancora più antico sta emergendo, in un’epoca che non aveva ancora visto il loro passaggio. La percezione sfiora qualcosa di incomprensibile ed inspiegabile, ciò non rasenta nemmeno la dimensione umana, può forse solo dirsi magia inesauribile che si diffonde come un riflesso dalle cose viventi, sia vegetali che minerali.

Si prova un grande rispetto addentrandosi nel folto del bosco, come entrare in una cattedrale formata da alberi e a terra un tappeto d’erba, talvolta siamo cosi concentrati ed assorti da comprendere improvvisamente ciò che sta accadendo, ecco allora che la nostra mente si apre e capiamo il senso di ogni cosa, ogni dettaglio prende il suo posto e, come un puzzle il quadro si completa. Allora il vecchio ci appare come l’intermediario delle voci del posto, un’antenna umana che passa le comunicazioni tra varie dimensioni. Siamo assorti ad osservare qualcosa e accanto a noi sentiamo la presenza del vecchio che ci racconta, sebbene il suo aspetto non sia proprio gradevole, altrettanto non lo è la sua voce, pacata, calda, rasserenante, sentirlo parlare rilassa la mente e apre il cuore, è paziente e disposto a raccontarci ciò che chiediamo.

Il vecchio ha un carattere mite, paziente, comprensivo, ma è capitato di vederlo mostrare un tono di severità di fronte all’ottusità forte, lì allora sfodera una caratteristica acida anche se si comprende in seguito che è stata una modulazione della sua attitudine per poter passare un messaggio. Delle volte si vorrebbe ricevere la risposta alla domanda che si è appena posta, si guarda il vecchio con trepidazione, ma lui si limita a guardarci a sua volta dolcemente, con un sorriso e niente più. In fondo ci rendiamo conto di conoscere già la risposta, è custodita dentro di noi, ma per raggiungerla dobbiamo ripulire e togliere le ragnatele degli anni e delle esperienze, per questo motivo sentiamo il bisogno di entrare in quella chiesetta, e proprio in quelle occasioni vediamo il vecchio che si sposta lungo le pareti, in mano ha una pertica con in cima un deragnatore, uno spazzolone rettangolare che serve a togliere le ragnatele, lui lo passa sulle ragnatele penzolanti e ormai vecchie, dice che i ragni portano fortuna e hanno anche loro il diritto di vivere, perciò non toglie le ragnatele se “abitate”, come lui le definisce. Ogni sua azione ha un significato importante che però non sempre cogliamo, ma quando accade, la domanda è lì che aspetta dietro l’angolo di essere posta.
E’ capitato a qualcuno che, guardando il proprio riflesso nel bacino di marmo dell’acqua santa, vedesse delle increspature formarsi e in esse intravedere il riflesso del vecchio che spariva ad una seconda occhiata.

Un piccolo gruppo di persone si è creato, dicono tutti di aver visto il riflesso del vecchio nell’acqua benedetta, si ritrovano spesso a commentare l’accaduto e cosa hanno provato. Qualcuno di loro si è spaventato, altri invece ne sono rimasti affascinati, però tutti hanno provato molta serenità durante la visione e, perfino nei giorni a seguire, hanno mantenuto dentro sé stessi un profondo senso di serenità. Uno di loro ha notato un particolare in più e ha voluto condividerlo con il gruppo, ha sentito che la serenità proveniva da dentro sé stesso, la sensazione si è manifestata sempre più forte dopo ogni visita alla chiesetta. È bastata questa testimonianza per influenzare il gruppo, ognuno di loro, poco per volta, ha iniziato a sentire la profonda sensazione di pace emanare dal proprio centro, fino ad avere la netta impressione della profonda serenità percepita non solo dopo essere entrati in contatto con il vecchio, ma come se ci fosse sempre stata.

Questa sensazione ha dato loro accesso ad una nuova dimensione, l’impressione di trovarsi in uno spazio più ampio, quasi illimitato e di comunicare come se si conoscessero i pensieri dell’altro.

A tutt’oggi il gruppo sta crescendo, le esperienze che fanno li portano a creare sempre più legami con profondi significati, molti vedono in quelle esperienze simboli che li conducono in dimensioni della mente senza tempo, come a ritrovare parti di Sé stessi che credevano andate perdute. Ora più che mai queste situazioni sono manifeste, ora più di prima queste condizioni uniscono un gran numero di persone, creando connessioni, contatti realmente umani.

Stralcio tratto da:Channel: I medium della Nuova Era di Erik Pigani

“Etimologicamente simbolo significa ciò che collega o lega insieme due cose diverse. Da syn, insieme, e balein, legare. L’opposto di simbolo è diabole. Da dia, attraverso, e balein, legare. Diabole, cioè, diavolo, significa dunque tagliare, o separare ciò che era unito… Era dunque questa l’opera vera del diavolo: impedire che si possa comunicare, attraverso l’intermediazione di simboli, con le diensioni superiori della coscienza…”

Alcune immagini della piccola chiesa dedicata a S. Adriano in località Olgelasca – Brenna, provincia di Como

 

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Blog su WordPress.com.