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I viaggi dell’Anima, tante storie: “White Heart, i figli del sole”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

“Più mi avvicino e più vedo quanto sono lontano. Ci vuole il coraggio di mille uomini per guardare la Verità, vedere quanto si è lontani da essa, e affrontarla.”
“Devi bussare per cento anni alla porta di Dio per poi capire che la porta non è mai stata chiusa e che in realtà non è mai neppure esistita alcuna porta.”
“Il silenzio è la lingua di Dio, tutto il resto sono cattive traduzioni.”
(Jalāl al-Dīn Rūmī)

 

In un’epoca indefinibile è narrata una storia,  una storia vera, una storia d’Amore, scritto correttamente con la A maiuscola, perché è un Amore che ha attraversato le ere, raggiungendo i nostri giorni in forma di voce, udibile appena dai Cuori che si sono schiusi senza timore delle tempeste, che li possano rovinare, come i petali di un delicato fiore. Questi Cuori hanno accolto il canto che narra di una storia d’Amore tra un principe e la sua principessa, governatori di un piccolo regno, florido e prosperoso, in una terra che non conosceva la contaminazione del possesso e del potere, dell’avidità e della bramosia, dell’inganno e della cupidigia, questi atteggiamenti non erano ancora giunti in queste terre.

Potendo sorvolare la vasta zona del regno, si ammirava l’immenso panorama di lussureggianti colline, floridi pascoli, rigogliosi campi, maestose montagne, grandi foreste e piccoli villaggi che sorgevano vicino a limpidi corsi d’acqua, fatti di case ben curate, costruite con pietre ed ingegno. Da una casa usciva un uomo e due ragazzi, s’incamminavano lungo un sentiero che conduceva ad un grande campo coltivato con diverse qualità di ortaggi, si mettevano all’opera, iniziando il lavoro quotidiano. Di lì a breve altre persone si univano, il numero di individui aumentava, intere famiglie lavoravano nei campi, nelle fattorie, accudendo agli animali, al raccolto, trasportando, pulendo, trasformando, producendo l’utile per vivere con il lavoro comune della giornata, nella serenità di giorni trascorsi insieme per il bene del villaggio. Ciò che a loro mancava, lo chiedevano ai villaggi vicini, in un perfetto scambio amorevole.

Tutti lavoravano per il bene comune, tenendosi per sé stessi tempo sufficiente ad esprimere i propri talenti, cosicché si ammiravano arti e mestieri di ogni sorta, il passaggio del sapere avveniva in modo spontaneo e gioioso, così come i tempi ricreativi in cui ognuno manifestava la propria gioia con un’arte  o semplicemente dormendo e sognando, il sogno era importante,  poiché spunto di ricerca di nuove idee.

Il principe e la sua principessa camminavano per le strade del loro straordinario regno, parlavano con i propri concittadini, gioivano con loro, lavoravano con loro, trovavano insieme la soluzione a problemi che potevano presentarsi, riunendo il consiglio dei saggi, invitando i cittadini del regno a partecipare, ascoltando ed esprimendo la propria opinione, la parola di tutti era preziosa.

Si ritrovavano spesso nella caverna della Dea, a pregare insieme, uniti, in un sincronismo perfetto di amore e rispetto, poi uscivano e trascorrevano qualche ora ad ammirare la bellezza della natura, i suoni, i profumi, ascoltandone, in silenzio, la voce. Al calare del giorno si ritrovavano nella grande sala delle udienze, per ascoltare i racconti degli anziani, le storie dei narratori, i canti degli artisti e tutti coloro che volevano dire qualcosa. Erano momenti di ritrovo, condivisione, scambio di affetto, di cibo, poi molti si ritiravano per riposare e fare l’amore.

Il principe e la principessa si ritrovavano due volte l’anno, durante l’equinozio di primavera ed il solstizio d’inverno, con i reggenti di altri piccoli regni come il loro. In quel periodo, con i preziosi consigli dei saggi, parlavano delle proprie situazioni e cercavano insieme le migliori soluzioni per tutti. Era una grande festa che durava diversi giorni,  poiché il viaggio era stato lungo. In quel lasso di tempo i rappresentanti dei vari regni avevano modo di rivedersi, altri invece di conoscersi, di riposarsi, di parlare in privato con i saggi.

Trascorrevano così dolci giornate in lieta compagnia, raccontando della vita nei propri villaggi, recitando preghiere agli dei, invocando gli spiriti della natura per chiedere loro aiuto, affinché nei propri regni prosperassero pace, collaborazione, abbondanza. Erano giorni di festa, nella foresta si diffondevano dolci musiche, appassionanti canti evocativi, danze dalle coreografie leggere, alternate a quelle forti e ritmate, si intrecciavano cesti, ghirlande, si cuocevano vivande in cooperazione, si scambiavano i frutti delle proprie terre. Dopo la celebrazione finale, con la benedizione dei saggi, che riportavano la parola degli dei, si faceva rientro nei propri luoghi con il cuore alleggerito dagli affanni e abbondante di gioia e amore da portare nel proprio regno.

Durante il percorso verso casa, il principe e la sua principessa si fermarono per trascorrere la notte, montarono le tende, con l’aiuto delle persone che li accompagnavano. Prima di cedere il tempo al sonno, i due amanti sistemarono un piccolo altare per ringraziare gli dei e, dopo aver acceso il braciere con le erbe profumate, si apprestarono a compiere il rito della sacra sessualità. Erano momenti di intensa affinità, dolcezza, passione, amore, nell’unione dei loro corpi si creava un arco di sacra energia che li univa al cosmo, influenzando benevolmente gli astri.

Nell’atto estremo della passione qualcosa interruppe però il contatto dei due amanti, un uomo, entrato furtivamente nella tenda, uccise con violenza i due giovani innamorati.

Buio e luce si fusero insieme nel trascorrere delle ere. Le anime dei due poveri ed eterni amanti fluttuarono, distanti l’uno dall’altra per un tempo che parve infinito, tanto che si dimenticarono dei loro occhi, del loro sguardo, delle loro mani unite nella tenerezza e nella passione, nella condivisione del tempo della preghiera e del lavoro, e vissero innumerevoli vite, non avendo più memoria dei loro corpi, eppure l’energia dell’amore che tutto unisce e dà vita era rimasta in loro, come una sottile scia luminosa a rincuorare le notti più buie e le giornate più grigie, e si manifestava in loro la leggera consapevolezza di un amore, distante nello spazio e nel tempo, la cui presenza però non li avrebbe mai abbandonati.

Fu così che un giorno, il principe, ora un uomo dalle mille vite e dai mille amori, che tanto aveva amato da sentirsi consumato negli occhi e nel cuore, vide una foto, in cui un gruppo di amici sorrideva all’obiettivo da una piccola aiuola erbosa. Il gruppo era piuttosto omogeneo e monotono, nessuno spiccava per abbigliamento particolare o colorato, facce pressoché sconosciute, eppure una figura tra le altre colpì la sua attenzione, non seppe dire il motivo, fu così e basta; una donna di bassa statura, completamente mimetizzata con gli altri per il colore della casacca scura, ebbe un effetto particolare su di lui. Fece in modo di conoscerla di persona, e fu così che  un gruppo di amici, seppur non intenzionalmente, organizzò un incontro durante una gita in bicicletta.

Il principe e la donna si ritrovarono soli in auto, parlarono a lungo di sé stessi, raccontandosi molte cose. Ci volle del tempo, ma i due divennero sempre più intimi. Con l’intimità crebbe quella sottile certezza che sa come sussurrare al cuore, di essersi riconosciuti e ritrovati.

Molte volte risalirono monti, attraversarono foreste, condivisero le bellezze e le emozioni che le montagne sanno donare, tra valli incantevoli,lungo rocciosi sentieri, il loro amore diventava via, via più forte, come la roccia delle montagne che tanto amavano.

Emerse, un giorno, spontaneamente una visione che raccontava del loro amore attraverso le ere, entrambe giovani e belli si amavano in un giorno di sole, in un prato accanto al casolare in pietra dove vivevano. Lui pareva un angelo uscito da un quadro, uno dei bellissimi angeli dipinti da Leonardo, lei una ninfa dei boschi, il prato intero, dove erano distesi, pareva unirsi al loro divino amplesso, i grilli suonavano un concerto al loro amore, così come gli uccelli, con il loro cinguettio, poi si posavano sui rami, avvicinandosi come in un abbraccio d’ali.

Di nuovo si incontrarono nel passaggio dei secoli, perché loro erano simili seppur diversi, ma l’Amore li univa, l’amore per la vita, per gli esseri viventi, per la terra che li vedeva vivere. Di vita in vita si cercavano, si trovavano, si riunivano, la natura era un simbolo forte per loro, perché essi vivevano della natura e per la natura, loro erano stelle gemelle nate dallo stesso impulso cosmico di un antico sole che scagliò il suo dardo infuocato nell’oceano siderale, loro erano i figli del sole.

“A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. A volte ve ne vengono riservate due o tre, anche quattro. Possono appartenere a generazioni diverse.
Per ricongiungersi con voi, viaggiano attraverso gli oceani del tempo e gli spazi siderali. Vengono dall’altrove, dal cielo. Possono assumere diverse sembianze, ma il vostro cuore le riconosce.
Il vostro cuore le ha già accolte come parte di sé in altri luoghi e tempi, sotto il plenilunio dei deserti d’Egitto o nelle antiche pianure della Mongolia. Avete cavalcato insieme negli eserciti di condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di sabbia dei nostri antenati.
Tra voi c’è un legame che attraversa i tempi dei tempi: non sarete mai soli.”
(Brian Weiss)

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Il viaggio della Vita, le fiabe di Nonna Elfo: “Il canto della Quercia”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Buongiorno cari, grazie per essere venuti di nuovo a trovarmi, avete fatto bene a fermarvi, la vostra visita non mi disturba affatto, sono ben lieta di accogliervi.
Venite, seguitemi in veranda, è una bella giornata, oggi si sta bene fuori. Venite, venite, così anch’io mi siedo con voi e mi riposo, altrimenti sarei sempre occupata in qualche lavoro domestico o fuori, nell’orto.
Ho preparato la torta con le fragole, c’è anche la panna fresca, se la gradite, con la torta di fragole è buona da non poterla descrivere. Ecco, the, limone e una bella fetta di torta.
Ed ora liberatevi da ogni pensiero di cose da fare, è tempo di indossare di nuovo le ali della fantasia e lasciarvi trasportare in alto, sempre più in alto…
(Se volete, potete ascoltare questi brani mentre leggete la fiaba )

Foresta, immensa foresta, fitta, quasi impenetrabile, dall’alto gli alberi formano una grande macchia verde. Ci avviciniamo a volo radente, da questo punto possiamo vedere delle aperture tra i rami, ci abbassiamo ulteriormente e atterriamo su un piccolo spiazzo di erba alta, il tonfo è soffice, scendiamo dai nostri piccoli mezzi di trasporto, li ringraziamo e procediamo ora a piedi, il piccolo fiore/pila che abbiamo in mano illumina molto bene il percorso lungo il quale stiamo procedendo.

Non è semplice camminare, occorre evitare continuamente gli ostacoli, rappresentati da sassi, piccoli avvallamenti, erba folta e a tratti impenetrabile, dobbiamo aggirare spesso questi alti fusti d’erba, potrebbero nascondere delle insidie. A turno procediamo in testa alla comitiva, ci spostiamo stando sempre uniti, nessuno deve essere lasciato indietro. Ogni volta che ci avviciniamo ad un sasso più grosso, dobbiamo aggirarlo a gruppi, per non incorrere tutti insieme nei pericoli.

È sera, la luna illumina il tratto da percorrere, facilitandoci il compito. Arriviamo ai piedi di un grande albero, un antico faggio, tra le sue radici troveremo riparo per la notte. Ci aiutiamo a raggiungere un punto, vicino al tronco, dove ritroviamo una grotta che ci attende ogni volta, è calda e asciutta, perfetta per passarci il tempo, soprattutto quando fuori è freddo ed è un ottimo riparo dai pericoli notturni. Entriamo, ci sediamo e ci stringiamo per portarci ancora più calore e far passare tra noi l’energia cosmica che ci unisce. Ci addormentiamo così, insieme e vicini, continuando le nostre azioni, per alcune ore, nei nostri sogni, fino a quando le energie ci avvisano che è arrivato il momento di riprendere il cammino.
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Usciamo dalla caverna, calda e confortevole, è l’alba, i grilli, nell’erba, stanno ancora cantando, il loro frinire emette vibrazioni benefiche per noi, aiutano a mutare il nostro stato da visibile ad invisibile agli occhi e ai sensi dei possibili predatori, sempre guardinghi ci incamminiamo di nuovo, uniti, dirigendoci verso la sommità di una collina. Fino a quando i grilli friniscono noi camminiamo sicuri e veloci. Ci stiamo lasciando alle spalle la foresta di faggi, e ci avviciniamo alla pineta, appena entrati nella foresta di conifere cominceremo a mutare il nostro aspetto e dimensioni.

Eccoci, nella foresta, continuiamo a camminare, e camminando, sentiamo i nostri corpi che cominciano a mutare, percepiamo un lieve pizzicore ovunque, le nostre energie si stanno muovendo, cambiando le nostre cellule, i nostri corpi crescono pian piano, vediamo gli steli d’erba diventare sempre più piccoli mentre ci alziamo.
Ora la nostra statura ha raggiunto un livello standard per un essere umano, ci muoviamo nell’erba, raggruppandoci a formare una figura che ricorda uno scudo, uniti in questo modo continuiamo a fare da schermo ai predatori, che non si lasciano sfuggire l’occasione per attaccare. Tra poco raggiungeremo una radura, lì dovremo stare ancora più allerta, se ci attaccassero durante l’attraversamento, potrebbe essere molto pericoloso, uno ad uno formuliamo pensieri positivi, elevati, d’amore, di gioia, di fiducia, per intensificare la protezione dello scudo. Subito si muove un’intensa energia sopra di noi, come un’onda di luce blu che ci sovrasta, trasparente ma evidente, mentre camminiamo, ci muoviamo allo stesso passo ed intoniamo un canto, forte, intenso, non è composto da frasi ma soltanto da suoni che la nostra voce produce, più il canto si fa potente, più l’onda blu cresce di intensità, si espande oltre noi, alziamo contemporaneamente le braccia al cielo continuando ad intonare il canto, l’onda blu si solleva in alto, espandendosi ancora.

Siamo arrivati al centro della radura, ombre scure si vedono volare oltre il velo blu dell’onda protettiva, vengono verso di noi volando in picchiata, con l’intento di colpire forte, di distruggere, dobbiamo credere molto nelle nostre capacità, fidarci l’uno dell’altro, per non permettere loro di colpirci. I colpi si susseguono pesanti, continui, ci attaccano come una grandinata. Abbiamo da poco oltrepassato il centro della radura, ancora un centinaio di metri e saremo di nuovo nel folto della foresta, dobbiamo resistere, non cediamo alla paura, confidiamo che i nostri compagni ce la faranno, come noi.
Gli attacchi sono sempre più forti, a fatica resistiamo, nonostante l’onda blu sia sempre attiva, i colpi che arrivano hanno forza distruttiva, se la fiducia in noi stessi vacilla, saremo distrutti. Alcuni compagni hanno il viso tirato per la stanchezza e la paura, gli altri fanno il possibile per dar loro coraggio, affinché non cedano, i colpi sono micidiali, senza tregua, i predatori vogliono disattivare lo scudo di onda blu per poterci attaccare, se ci riusciranno diverremo loro prede, ci priveranno della forza, facendone loro nutrimento, sono sempre in cerca di cibo energetico, si attaccano agli esseri viventi, prendendone l’energia, trasmettendo la loro essenza, e lasciano la vittima preda dei pensieri più funesti e distruttivi, inculcando paura, insicurezza, remissività.
Qualcuno comincia ad avere segni di cedimento, la convinzione che la missione sia impossibile da portare avanti sta prendendo piede, deve essersi aperto un varco nell’onda blu, piccolo, ma c’è, occorre che noi tutti siamo uniti nella nostra forza, nella fiducia che abbiamo l’uno nell’altro, non manca molto alla meta, poche centinaia di metri e saremo arrivati, non possiamo cedere ora, saremo forti anche per i nostri compagni che temono di non farcela.

Procediamo, esausti ma non cediamo, qualcuno grida di tenere il contatto forte con l’altro, in breve tutti avanziamo uniti con le nostre mani e, d’improvviso, l’onda blu s’intensifica, dal nostro gruppo unito si sprigiona ora un’energia potente, terribile, raggi blu si dipartono dall’onda, andando a colpire i predatori, li vediamo fuggire urlanti, in preda al terrore, presto non ne rimane nemmeno uno.

Stanchi ma felici avanziamo, tenendoci sempre uniti, nonostante il pericolo non abbiamo mai perso di vista la nostra meta, facendo coraggio anche ai nostri compagni di viaggio esausti, tanto da rischiare di perdere fiducia in sé stessi. Crediamo che i predatori non torneranno a breve, ma restiamo prudentemente uniti sotto al nostro scudo di luce blu, il contatto reciproco effonde in noi coraggio, fiducia, tenacia.

Diversi animali stanno uscendo dal bosco, vediamo conigli, volpi, scoiattoli, piccoli daini, costeggiano gli alberi, sembrano restare prudentemente ai margini della radura, però ci stanno seguendo, sembra vogliano accompagnarci nel nostro procedere uniti. Ci voltiamo tutti verso di loro, man mano, come un unico grande corpo, e a quel punto vediamo che anche dagli animali si sprigiona una fonte luminosa, bianca invece che blu. Pian piano acquistano coraggio e cominciano a lasciare la prudente vicinanza degli alberi per arrivare anche loro verso il centro della radura e seguirci, l’emozione che noi proviamo alla vista di questa scena è forte, i nostri cuori si aprono ancora di più sprigionando ondate di puro amore, e alla luce blu si unisce un’onda di luce bianca che va ad unirsi alla luce bianca derivante dagli animali stessi. Intanto, sopra le nostre teste possiamo vedere stormi di uccelli volteggiare e, ancora più in alto, piccoli gruppi di falchi e altri rapaci, e la nostra gioia sale alle stelle.

Da questo momento in poi le entità delle tenebre si allontanano, hanno terminato il loro compito, che era quello di nutrirsi ma anche, inconsapevolmente quello di lasciar sprigionare grande energia luminosa, quella che ora si diffonde ovunque. Ci dirigiamo sicuri verso la nostra meta.

Ad un certo punto la radura diventa scoscesa ed il bosco ai lati ne segue i profili, forma un riva erbosa di circa 50 metri per poi risalire alla medesima altezza, infatti vediamo proprio di fronte a noi, ma sull’altra riva il punto in cui ci fermeremo, sulla cui sommità si erge, maestosa, la grande quercia.
La Grande Quercia è un antico albero, è dotata di immensa saggezza e forza, perché ha potuto assistere ed affrontare innumerevoli tempeste, di vento e di neve. Ha resistito così tanto che il suo tronco, nel passare dei secoli, è diventato resistente come roccia pur mantenendo l’abilità di piegarsi ai forti venti, per non spezzarsi. Ha fronde così ampie da poter ospitare innumerevole famiglie di uccelli, scoiattoli, piccoli insetti e molte altre creature del bosco. Le sue radici sono immense, si estendono oltre la collina.

Alta e maestosa canta quando soffia il vento, le sue fronde si muovono ed emettono suoni simili a parole. Siamo scesi lungo la riva erbosa, e ci troviamo ora al centro dell’avvallamento, presto risaliremo lungo la riva di fronte, da qui l’albero appare enorme, più di quanto sia in realtà, e terribilmente forte. Man mano che ci avviciniamo alla riva da risalire, l’albero scompare alla nostra vista. Gli animali camminano ora accanto a noi, tutti insieme formiamo un grande gruppo, uniti arriviamo alla meta.
Iniziamo la risalita, un ultimo sforzo e saremo giunti. Siamo convinti che il pericolo ora sia lontano, sentiamo la forza scorrere in noi, ma teniamo ancora alto lo scudo di energia, non vogliamo certo essere sorpresi e sprovveduti proprio ora, anche se vorremmo metterci a correre, tanta è la gioia provata in questo momento, restiamo uniti in un solo grande gruppo ed un’unica grande energia d’Amore.

Ed è così che raggiungiamo la sommità e là, proprio nel centro della radura, ecco che vediamo, maestosa, la Grande Quercia, la regina della foresta, immensa, rigogliosa, enorme, potente. Noi restiamo a guardarla, ammirati, tutti noi, compresi gli animali, per un lungo istante, poi ci avviciniamo ad essa in rispettoso silenzio e, man mano che ci avviciniamo ci spostiamo attorno all’albero, così da circondarlo, formando diverse file, con gli animali che si sono sistemati accanto a noi, ed in volo sopra di noi, creiamo un grande mandala che abbraccia la grande quercia, e dopo che l’ultimo animaletto ha preso posizione, tutti insieme, in perfetto sincronismo, iniziamo un canto, formato da un suono che, da unico, si divide in molti suoni, come l’acqua che si infrange sugli scogli, dando vita ad un insieme di accordi, dolci e potenti allo stesso tempo.

Al suono della nostra voce le fronde della grande quercia si muovono emettendo, a loro volta, suoni che si accordano al nostro, creando così un coro sublime e maestoso. La frequenza del suono, elevandosi, crea una vibrazione così intensa che il suolo pare tremare. Dopo pochi istanti uno sciame di insetti ci raggiunge, posizionandosi sopra di noi, sospesi anch’essi in volo, sono tante libellule, quante siamo noi, i mezzi di trasporto che ci hanno accompagnato fin qua, quando avevamo dimensioni minuscole, così da essere trasportati agili e veloci.

Ora ci siamo davvero tutti, non manca più nessuno. Le libellule si uniscono al poderoso canto con il ronzio delle loro ali, insieme ad api, grilli e altri insetti. Vediamo il suono prendere forma, una morbida spirale bianca, azzurra e verde avvolge morbidamente l’immensa quercia che comincia a muovere leggermente le fronde, come accarezzate dal vento, frusciare di foglie si unisce al canto alimentandolo, creando un coro, espandendo la morbida energia sempre più in alto, sempre più lontano. La potenza della quercia permette all’energia bianco-azzurra di raggiungere il cielo, la vediamo oltrepassare le nubi e salire a spirale, sempre più in alto, possiamo ora vederla, con gli occhi interiori, raggiungere lo spazio, proseguire verso le stelle e oltre, un immenso, infinito messaggio d’amore per il cosmo intero.
La risposta non tarda ad arrivare, sembra pioggia dorata quella che vediamo scendere dal cielo, come gocce di sole, scende su di noi, sulla foresta e oltre, non bagna ma brilla, come gocce di luce, si deposita e fa risplendere tutto ciò che tocca, noi compresi che iniziamo a brillare come tanti piccoli fari, mentre dentro noi stessi sentiamo forti ondate d’amore avvolgerci e fuoriuscire dai nostri corpi. Il nostro canto, la nostra energia si intensifica. Ora udiamo un rombo sordo provenire da sotto di noi, dalla terra, ci sentiamo scuotere dall’interno, onde d’urto che non abbattano nulla, provocano solo forti vibrazioni che si dipartono a raggiera dal punto dove ci troviamo.
In breve tempo queste manifestazioni hanno fatto il giro del globo terrestre, un potente messaggio d’amore ha raggiunto gli anfratti più nascosti della terra, possiamo soltanto restare in attesa della risposta, che di nuovo non tarderà ad arrivare.

“Il sole spirituale brilla per le anime come il sole materiale brilla per i corpi, perchè l’universo è doppio e segue la legge delle coppie. Esso alita su tutti, e i raggi della luce spirituale illuminano ogni coscienza; quando tutti i corpi e tutte le menti rifletteranno egualmente questa doppia luce, gli uomini vedranno molto più chiaramente di quanto non vedano adesso.”
(H.P. Blavatsky)

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Il Viaggio della Vita: La Finestra sui Mondi – Samsara

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Chiunque abbia vissuto con persone la cui mente si andava spegnendo man mano, ha visto i propri cari vivere dissociati sempre più dalla realtà in cui l’altro è invece calato. Ed è così che, pensando a loro e all’esperienza vissuta, dapprima indirettamente, tramite le testimonianze di amici e parenti, e poi direttamente anche con mio padre, un giorno si è aperta, per così dire, una specie di finestra sui mondi, mostrandomi ciò che potrebbe essere la realtà vista dall’altra parte. E’ emerso, al contempo, un racconto che descrive l’episodio. I nomi utilizzati sono soltanto finalizzati al racconto, ogni riferimento è pertanto casuale e non voluto.

LA FINESTRA SUI MONDI

La donna indossa un lungo abito che arriva fin sotto le ginocchia, grigio con piccoli fiori perlati, ed un grembiule da cucina di colore anch’esso scuro, con qualche macchia qua e là ma che profuma ancora di bucato, i capelli, imbiancati, sapientemente raccolti in uno chignon non troppo severo, qualche piccola ciocca candida è sfuggita alla presa dentata del fermaglio, come a voler dimostrare un accenno di libertà, seppur timido. Con movimenti veloci ed esperti sta finendo di pulire una gallina, che ha terminato la sua breve ed inconsapevole vita nel pollaio, fuori, al margine dell’orto. Alza lo sguardo dal lavoro minuzioso, portando l’attenzione verso un rumore, proveniente dall’ingresso della grande ed efficiente cucina di inizio novecento, il viso si distende in un benevolo sorriso…

L’immagine si trasforma, in un istante il viso della donna nella cucina viene sostituito da un altro viso, altrettanto benevolo, non al di là di un tavolo, ma a pochi metri di distanza, non porta la crocchia e nemmeno l’abito con il grembiule, sembra essere addirittura più giovane, sta parlando, ma non capisco le parole, posa amorevolmente una mano sulla mia spalla e sorride, “Ecco, ora sei a posto, hai mangiato, sei pulito, ora fai un riposino, più tardi faremo una passeggiata”. D’improvviso le nubi si diradano, la mente si alleggerisce all’istante di un pesante fardello, il viso benevolo. che sta ancora davanti, ha anche un nome, sì, lo ricordo, è facile, so di averlo sempre amato, sorrido felice a quel viso, al quale sto per pronunciare il nome, in risposta all’emozione che si sta manifestando, il viso sorride gioioso…

Nebbia, ma da dove arriva questa nebbia, non c’era poco fa! Ombre si parano davanti, figure indistinte che si muovono, poi ecco, di nuovo la luce, è pieno giorno, aperta campagna e grano maturo, biondo, un’immensa chioma dorata mossa dal vento, profumo caldo e asciutto di cereale, indimenticabile, e un nome, gridato a gran voce, non sembra provenire dal campo, nemmeno dal pascolo di fronte, in fondo una staccionata e, al di là, la casa di famiglia, grande gioia al vederla, sì, forse la voce arriva proprio da là, andiamo in quella direzione, intanto rispondiamo al richiamo….

“Mamma! Mamma! Sono qui! Sto arrivando!” D’improvviso la luce è differente, non più la bella e calda luce solare, al suo posto ora c’è la fredda luce di lampadine al neon, ma dove mi trovo? Qualcuno sta chiamando un nome. Sono nella mia cucina, sì, riconosco i mobili, e il frigorifero con le calamite, ma chi è quella donna accanto ai fornelli? L’ho già vista, ma non ricordo come si chiama. Ah! È lei che mi sta chiamando, ma chi è questo Giulio?

“Giulio, cosa c’è? Perché ti sei messo a gridare così?” “Cosa? Mamma, sei tu?” “Mamma!? Ma Giulio, sono io, Carmen!”

Un volto è davanti a me, una donna, non capisco cosa faccia qui, nella mia cucina, dov’è la mamma? E d’improvviso…” Carmen!” Una sola parola e poi un vortice scuro…

Di nuovo la luce, bianca, non si vede altro, è abbagliante, come essere sotto ad un potente riflettore, ed un suono, unico, infinito, simile ad un ronzio, come quando si passa accanto ad una cabina dell’alta tensione, dopo un tempo, altrettanto infinito, finalmente le immagini tornano, apparse, come per incanto, attraverso la potente luce, ecco di nuovo un luogo familiare, all’aperto e, al di là di questo immenso prato l’amata casa, voglia di correre, distendendo le mani accarezzo i fili d’erba, pungono al tatto, il prato è un immenso dipinto verde punteggiato di colori,… i papaveri!… Che belli, i papaveri!…

E poi,… di nuovo, il volto di prima, ma ora so chi sei, ti riconosco, perché ti ho conosciuto da sempre, e so di averti tanto amato, e ora so anche come ti chiami,…

“Carmen! Carmen!” “Giulio! Dimmi, tesoro!”

Un forte e lungo abbraccio, e una sola parola, il riepilogo di una vita, di mille vite d’amore che mai si spegnerà: “Grazie!”, una sola parola, prima che quella finestra sull’incanto del grande prato fiorito di apra di nuovo e, questa volta, definitivamente.

…e l’infinito vortice della vita continua….

Dal blog: Riflessioni – https://www.riflessioni.it/enciclopedia/samsara.htm

Samsara

Samsara (pali, sanscrito) trascritto anche sangsara.

Letteralmente: percorrimento del flusso del divenire. Il mondo del flusso, del mutamento e dell’incessante divenire in cui viviamo. Vita quotidiana o anche tempo ciclico (il ciclo: vita, morte e rinascita).

Nel Buddhismo il Samsara è il campo della liberazione dal suo carico di limiti; non ve n’è altro. Nello stesso mondo in cui i “tre fuochi” dell’odio, della brama e dell’illusione sono tenuti in vita dal desiderio egoistico dell’uomo, va cercata la liberazione dalla Ruota del Divenire, sulla quale, legati da noi stessi, ci rivolgiamo vita dopo vita [momento dopo momento]. Il fine del Nobile Ottuplice Sentiero è di permettere il distacco dalla Ruota e l’entrata nello stato del Nirvana. Nella scuola Mahayana si insegna che questa fuga è impossibile, perché Samsara e Nirvana sono due aspetti di una sola Realtà; essi sono un aspetto inseparabile e duplice del Non-dualismo assoluto.

https://www.youtube.com/watch?v=zHDMEyFAXfI

 

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I viaggi dell’Anima…tante storie: “Lo scrigno dei ricordi”

Desidero dedicare questo racconto a tutti coloro che soffrono di quella tremenda malattia che è l’Alzheimer, come è successo a mio padre, affinché non si dimentichi chi sono stati e tutte le persone che hanno amato.

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Tom ha compiuto da poco i 10 anni, è cresciuto molto da quando ne aveva 7, sia nel corpo che nel carattere, che ha mantenuto vivace e curioso. Ogni piccola esperienza è simile ad una grande avventura, e a Tom piace riportare nel suo diario tutto ciò che gli accade. Quel diario, che ricorda uno dei libri antichi di pelle e borchie gliel’ha regalato il nonno quando aveva compiuto 9 anni. Proprio quel giorno l’orologio a pendolo, che si trova nel soggiorno, si era rotto, (vedi https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/08/31/i-viaggi-dellanima-tante-storie-lorologio-a-pendolo/). Il papà voleva sostituirlo con uno nuovo, moderno, ma Tom aveva insistito a farlo riparare, non sapeva spiegare bene perché, ma quell’orologio gli piaceva proprio un sacco e voleva che tornasse a funzionare. Ci aveva pensato il nonno, che conosceva un amico di lunga data in grado ancora di fare quei lavori antichi che fanno rivivere le cose, così l’orologio aveva potuto tornare a segnare le ore nel soggiorno di Tom. L’evento era stato così importante per lui da essere annotato nel diario.

Quel diario è bello perché all’interno ha gli anelli di metallo, così Tom può aggiungere tutti i fogli che vuole ed utilizzarlo all’infinito. Quasi ogni giorno scrive cose che gli sono capitate, aggiungendo spesso disegni, incollando foto, biglietti, questo arricchisce ancora di più le sue giornate, rende vividi i ricordi, come quel giorno in cui, a casa di Chicco, ha assaggiato una barretta di doppio cioccolato, metà bianco, metà al latte con dentro tanti chicchi di cereali soffiati, non aveva ancora mangiato niente di più buono prima d’ora, così la carta della barretta è finita incollata nel diario, con un bello sbaffo di cacao accanto che Tom annusa spesso, perché pare ancora di sentirne il profumo.

Ogni tanto Tom va a rileggere qualche esperienza passata, è divertente, sembra di riviverla tanto le immagini, le voci, i suoni sono vivi nella memoria, a volte la mamma lo sente ridere da solo, come quella volta che il nonno stava dipingendo, un giorno d’estate, fuori sul terrazzo ed era tormentato dalle zanzare che gli avevano punto la zucca pelata, e lui se l’era dipinta di vari colori nel tentativo di grattarsi con le dita sporche di pittura. Tom era scoppiato a ridere come un matto nel vedere il nonno con la testa colorata come la sua tavolozza. E che dire poi della faccia del papà quando aveva visto il nonno conciato a quel modo!, non mancava mai di rammentarglielo.

Rileggendo il racconto di quella giornata il ricordo lo aveva fatto ridere di nuovo, aveva voglia di condividere la sua allegria con il nonno, ma lui era strano ultimamente, si sedeva spesso fuori in giardino, sulla panca e passava lì gran parte del tempo, pareva essersi dimenticato perfino del suo orto, che teneva di solito ben curato, e che ora era incolto e secco, era molto triste da vedere, ogni volta che Tom passava accanto all’orto non riusciva a non rattristarsi. Inoltre il nonno aveva anche smesso di dipingere, questa cosa preoccupava Tom, tanto che aveva chiesto alla mamma se il nonno avesse qualche specie di malattia. La mamma gli aveva semplicemente risposto che il nonno era soltanto vecchio e pertanto si sentiva stanco, ma a Tom quella cosa non piaceva, lui voleva riavere il nonno arzillo e fischiettante come se lo ricordava da sempre, come quando la nonna brontolava, dicendo: “Non sta mai fermo!”

Tom sale in soffitta, il cavalletto del nonno è lì, coperto dal lenzuolo impolverato, Tom ne solleva un lembo e guarda un piccolo insieme di colori ormai secchi e gli viene un groppo in gola. Corre giù di corsa in giardino, il nonno è lì seduto ancora sulla panca, lo sguardo fisso davanti a sé. Tom gli si siede accanto, accostandosi a lui pian piano, fino a sentirne il contatto, come quando era piccolo. Il nonno si volta verso di lui, lo guarda ma non dice nulla, rimane fermo come se guardasse il vuoto. Tom si alza, gli si mette di fronte, mentre il nonno segue i suoi movimenti fissandolo, ed esclama: “Nonno!”. Il nonno apre leggermente la bocca ma non parla,e guarda Tom come se si trovasse di fronte ad un estraneo.

Tom corre, corre in camera sua, ha le lacrime agli occhi, cosa sta succedendo al nonno? Perché si comporta così? Diversi giorni dopo Tom, tornando da scuola, non vede il nonno in casa. C’è il dottore, un amico del papà, che sta parlando con la mamma, sono così impegnati nel loro discorso da non notare Tom che si apposta dietro l’angolo ad ascoltare. Non è sicuro se stanno parlando del nonno, il dottore sta usando un linguaggio così difficile, come fa la mamma a capirlo? Finalmente il dottore se ne va e Tom corre dalla mamma. “Sai, hanno ricoverato il nonno, questa mattina è stato poco bene, ha inciampato ed è caduto”. “Mamma, perché il nonno non dipinge più? Perché passa tanto tempo seduto sulla panca, fuori in giardino, senza fare nulla?” “Te l’ho detto, tesoro, il nonno è diventato vecchio, è normale che si comporti così, capita a tutti, prima o poi.” Tom non replica, si volta e corre fuori in giardino. È molto arrabbiato e triste, prende un pezzo di legno e mena fendenti in aria, gridando: “Non è giusto! Non voglio che il nonno diventi vecchio!”

Quella sera a cena il papà e la mamma sono piuttosto silenziosi, mentre Tom sta pasticciando con il cibo. La mamma lo riprende, e il papà attacca con la critica del cibo sprecato, ma Tom li interrompe chiedendo del nonno. Entrambi sembra vogliano nascondergli qualcosa, Tom insiste, allora il papà gli risponde che il nonno ha una malattia con un nome un po’ difficile che lo rende così, apatico, senza voglia di fare nulla e gli fa dimenticare le cose, ma questo succede proprio perché il nonno invecchia e, così come tante persone ed oggetti, va incontro ad un naturale decadimento fisico. “Cosa significa decadimento fisico, papà?” “Significa che il corpo invecchia, le nostre cellule invecchiano, anche il cervello invecchia, si perde la memoria, i riflessi diventano deboli e pasticciati, si fa fatica a parlare e ad esprimersi. Purtroppo è il giro della vita, si nasce, si cresce, si invecchia e si muore. Tutti gli esseri viventi seguono lo stesso destino.”

Quella notte Tom ha un sonno un po’ agitato, e fa un sogno molto particolare. Si trova in una grande sala, sembra di essere in uno di quei palazzi dove vivevano un tempo re e regine, come Tom aveva visto durante una gita scolastica. Si sente piccolo e sperduto in quel posto, è pieno di porte, ma non sa bene da che parte dirigersi. Poi una di quelle porte si apre e ne esce il nonno, Tom gli corre incontro gioioso e lo abbraccia, anche il nonno lo abbraccia e gli dice: “Quanto sei cresciuto, giovanotto, fatti vedere!”, poi senza aggiungere altro lo prende per mano e lo conduce proprio verso una di quelle porte, la apre ed entrano dall’altra parte.

Tom si trova in un’altra sala, più piccola di quella che hanno appena lasciato, dove gli sembra quasi di essere in un museo, perché c’è una lunga fila di tavolini, posti lungo le pareti e in mezzo alla sala, distanti gli uni dagli altri quanto basta per poterci passare comodamente tra una fila e l’altra. Su ogni tavolino è posizionato un cofanetto, devono essere oggetti preziosi perché sono arricchiti di intarsi e pietre luccicanti e sembrano essere fatti d’oro o d’argento. Tom sta per fare una domanda, ma il nonno lo ferma e gli indica di guardare in una precisa direzione. Una donnetta, che pare essere più vecchia del nonno, si sta avvicinando ad uno dei cofanetti, ne apre il coperchio, e vi introduce qualcosa che sta reggendo in una mano, somiglia ad una manciata di lucciole che entrano nel cofanetto, quindi la donna chiude il coperchio, rimane di fronte all’oggetto per qualche istante, come in preghiera, poi si allontana ed esce dalla stanza.

Il nonno resta in silenzio ancora per un po’, poi comincia a parlare: “Hai mai visto quegli oggetti, Tom?” Tom fa di no con la testa. “Questi sono degli scrigni, gli scrigni della memoria. Ogni persona, durante la sua esistenza, fa molte esperienze, incontra persone, alcune entrano brevemente nella sua vita, con altre invece si creano sentimenti belli ed importanti, e tutto questo viene messo in quel grande magazzino che è la memoria. Poi, un bel giorno, qualcosa si inceppa, la memoria smette di funzionare, si dimenticano cose, volti, persone, relazioni, nomi, d’improvviso tutto è confuso ed offuscato. Pare che la vita di una persona termini così, da un momento all’altro e questo crea grande sofferenza. Ma da un’altra parte, in quel luogo che si può raggiungere soltanto nei sogni, succede un miracolo. La vita è stata così preziosa, piena di risorse, di sentimenti, d’amore, che la coscienza di quella persona entra in questo luogo universale. Su uno di quei tavolini c’è un cofanetto con il suo nome, è lì che sta aspettando, e quell’uomo o quella donna lo apre. Nessun altro lo può fare, quel cofanetto sta aspettando proprio lui o lei e solo in quel momento si aprirà. Lì dentro la persona conserverà i ricordi più belli e significativi, le cose che sono state preziose per lui, le persone che ha amato e dalle quali è stato amato. Quei ricordi verranno conservati perché sono preziosi, e colui o colei al quale appartengono, li potrà recuperare quando giungerà in quel luogo dove l’eterno arcobaleno risplende e riflette i raggi del sole che illumina di colori meravigliosi ogni cosa. E così, una volta aperto il cofanetto, si ricorderà tutto, chi è stato e di tutti coloro che ha tanto amato. Perciò continuerà a vivere nell’amore”.

Mentre il nonno sta terminando il suo racconto, da una delle porte entra una donna anziana. A Tom ricorda tanto la sua cara nonna, morta un paio di anni prima. Anche il nonno si ferma a guardarla e sussurra a Tom: “Stai a vedere, Tom”. La donna gira per un po’ nella grande sala, poi si dirige senza indugio in una direzione e si avvicina ad uno dei tavolini, si ferma davanti al cofanetto che vi è posto sopra, i suoi lati, dorati, riflettono la luce, lo osserva, pare accarezzarlo, poi con grande delicatezza lo apre. Tom rimane fermo, a bocca aperta dallo stupore, quando vede una bellissima, fulgida luce uscire dal cofanetto aperto e avvolgere completamente il corpo della donna che sparisce al suo interno, di lei rimane soltanto una sagoma luminosa. La donna rimane così, per un certo tempo avvolta dalla luce, finché questa, pian piano entra nel suo corpo, facendolo risplendere come un sole. Così come è iniziata, la luce man mano diminuisce, fino a sparire, e Tom può vedere di nuovo la donna che ora si guarda attorno un po’ stupita, vede il nonno, resta per qualche istante ad osservarlo, poi il suo viso si apre in un bellissimo sorriso. Il nonno esclama: “Rosa!” La donna comincia a muovere dei passi nella sua direzione, allarga le braccia e, a sua volta, esclama: “Arturo!”, e finiscono l’uno nelle braccia dell’altra, restando così, uniti, ridendo come due bambini. Poi entrambe si voltano verso Tom, i loro visi sono radiosi di felicità, ed il nonno dice: “Grazie di tutto, Tom e a rivederci nel regno dell’arcobaleno”.

D’improvviso la grande sala svanisce, come assorbita da altre pareti attorno e Tom si trova in camera sua, nel suo letto, mentre da fuori  raggi di sole si sono infilati attraverso le fessure della tapparella ed illuminano gradevolmente la stanza.

Tom sente di non essere più triste, anzi è sicuro che oggi sarà un giorno grandioso, da ricordare, così come lo sarà domani e domani ancora, ogni giorno sarà importante per Tom, ogni giorno scriverà nel suo diario ciò che ha fatto e le persone che avrà incontrato ed amato, i ricordi saranno molto preziosi quando li metterà nel suo cofanetto, nel suo scrigno dei ricordi

 

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I viaggi dell’Anima… tante storie: “Il fiore e la gente fredda”

Mi piace scrivere storie in prima persona perché, chiunque le legga, si possa sentire protagonista, se lo desidera, vivendo così la propria storia.
E allora, di nuovo buon viaggio.

“Le cose sono unite da legami invisibili: non si può cogliere un fiore senza turbare una stella. ”
Albert Einstein

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

C’è un luogo dal quale passo ogni giorno, una via di periferia della mia città, con case e palazzi, una normale via, quasi anonima, sebbene aleggi nell’aria sensazioni di freddezza e chiusura che una persona particolarmente sensibile percepisce e distingue dal resto, come se tutto ciò fosse concentrato qui.

A volte queste sensazioni sono così sgradevoli da voler quasi cambiare strada. Un giorno però, passando da lì ecco emergere qualcosa di completamente diverso, quasi un effluvio dolce come una primavera, leggero come una risata; lo seguo come fosse un profumo, mi conduce verso il centro della via, dove sorge una palazzina di nuova costruzione, squadrata come un blocco di granito dal colore metallico e dalle finestre incassate, quasi temessero la luce.
Ecco allora riemergere la sensazione pesante di poco fa, fredda e chiusa, mi allontana come uno spintone, distolgo lo sguardo, gli occhi vanno verso il basso, si posano sul misero fazzoletto di prato davanti alla palazzina e lì la sensazione cambia di nuovo, trasformandosi ancora nella lieve brezza primaverile.

Fisso a lungo il prato, erba verde punteggiata da qualche fiorellino, qua e là. La sensazione si fa però più forte quando il mio sguardo si posa al centro del praticello, osservo meglio, la sensazione cresce, diventa una pressione che rimbomba nelle orecchie, si ode quasi un rumore, un suono ritmico ed espanso, come quando si riesce ad ascoltare il fluire del proprio sangue nelle orecchie. L’attenzione cade su un minuscolo fiore bianco; entro nel prato, mi avvicino al fiorellino, mi chino ad osservarlo, sembra un giglio in miniatura, con i suoi piccoli stami gialli che fuoriescono dalla corolla.

Mi inginocchio per osservarlo meglio, ma soprattutto per sentire quella sensazione che si espande ora dentro di me, come essere sospinti da una forte corrente ascensionale, tanto da sentire il vuoto nella testa. Possibile che questa forza provenga da questo minuscolo fiore? Resto ancora un istante lì inginocchiata, poi mi alzo, a malincuore devo tornare alle mie faccende e mi allontano, senza però prima voltarmi più di una volta, a riguardare il piccolo lembo di prato con al centro il magico fiore.

Non passa giorno che io non vada a far visita al dolce fiorellino, l’incantevole giglio in miniatura che mi ha rapito il cuore e l’ha sospinto in alto, in volo come farfalle in una tiepida giornata primaverile. Ogni volta che mi allontano dal piccolo prato sono felice.

Poi un giorno, mentre sono inginocchiata davanti a quella meraviglia della natura, uno degli abitanti del palazzo transita lungo il vialetto che conduce sulla strada, con la sua grossa auto, nera e lucida. Muovendosi lentamente mi guarda con fare torvo, nei suoi occhi mi sembra di leggere qualcosa di minaccioso che fa male al cuore, torna ancora quella sensazione fredda e cupa che sento sempre provenire dal palazzo. Sono quasi tentata di circondare il fiore con le mie mani per proteggerlo da quell’ondata di disprezzo, guardandolo di nuovo il suo magico e gioioso effluvio non è affatto cambiato, mi commuovo per questo piccolo, tenero fiore che continua a trasmettere la purezza della sua anima nonostante viva in un ambiente abitato da gente fredda e insensibile alla bellezza semplice e mite.
Passano i giorni, poi in una giornata grigia che incupisce l’animo, fermandomi davanti al prato non riesco a vedere il fiore, sento una stretta al cuore e una sensazione di paura salire lentamente dal mio ventre. Entro nel prato e subito un grosso pugno di ferro mi strizza il cuore: il piccolo e candido fiore giace ricurvo e calpestato.
Sento le gambe diventare deboli, devo inginocchiarmi prima di perdere le forze. Davanti al tenero fiore deturpato e morente non posso trattenere le lacrime che cominciano a scendere copiose lungo il mio viso. Più in alto, dal palazzo sento provenire sguardi segreti, strali d’acciaio che penetrano come lame, non me ne curo e piango sopra il piccolo fiore, il tenero, minuscolo giglio.

Alcune lacrime finiscono proprio sul fiore, lo bagnano, scivolando lungo la piccola corolla che giace lì a terra, calpestata. D’improvviso però il fiore pare muoversi, infatti ora ha un sussulto, così forte che la corolla si apre in due, quasi compio un balzo all’indietro per lo stupore. Dalla corolla aperta si sprigiona una vivida luce, un piccolo e brillante bagliore dorato, si libra a mezz’aria nella forma di una sfera grande forse come una pallina da tennis. A bocca aperta, fissando la sfera, mi chiedo se anche coloro che abitano il palazzo stiano vedendo questa scena miracolosa, ma ritiro il pensiero, sentendomi stupida e impotente di fronte a tale meraviglia.
Ora anche la sfera si apre, propagando un bagliore luminoso e iridescente, a fatica riesco a tenere gli occhi aperti, nel mezzo si intravede una minuscola figura, immersa in questa luce vivida, come un piccolo sole sospeso a nemmeno mezzo metro dal prato, tutto, attorno a me tutto si fa luminoso, rischiarando il grigiore di questa giornata. Appena posso guardare di nuovo vedo la figura più nitida, riconosco una minuscola, graziosa, tenera bambina, indossa un abitino bianco, i bordi appena tondeggianti ricordano la corolla del piccolo giglio, il suo viso delizioso mi sta guardando, occhi innocenti e divertiti si fissano nei miei, risuona nella mia testa la sua risata argentina, tutto il resto attorno non esiste più, come se fossimo soltanto lei ed io. Si libra nell’aria, leggera come una piuma, fino ad arrivare all’altezza del mio viso, si avvicina, labbra minuscole si posano sulla mia fronte e mi lasciano un bacio. Quel bacio mi racconta una storia alla velocità del lampo, dice di chiamarsi Energia, usa questo nome comprensibile per noi, nella sua lingua sarebbe altrimenti impossibile da intendere. Dice che il Tutto, il Grande Padre/Grande Madre l’hanno creata, così come hanno creato le sue innumerevoli sorelle, per aiutare le creature che abitano i pianeti, milioni e milioni, che popolano il Cosmo, e permettere loro di lasciar brillare il proprio sole interiore, la propria energia che tutto crea e dà vita.

Purtroppo esistono però esseri che hanno permesso alle forze oscure di circondare il proprio sole, soffocandolo, fino a non sentirlo più. Alcuni di loro possono ancora essere aiutati, basta la presenza di qualcuno con il proprio sole vivido dentro di sé, per permettere loro di splendere di nuovo, per altri invece, anche la presenza più luminosa non riesce a destare il loro sole, dovranno attendere ancora a lungo prima del risveglio. Altri ancora, invece, per loro libera scelta, hanno permesso a queste forze oscure di ghermirli a tal punto da far implodere il proprio sole, trasformandolo in un buco nero che li auto-fagocita, ma questa è un’altra storia.

Uno di questi esseri, dal sole addormentato, ha calpestato la forma che Energia aveva preso per svolgere il proprio compito, ad esso era insopportabile l’aura candida che si librava dal fiore, ma non per questo va detestato, occorre pazientare affinché anch’ esso senta il calore del proprio sole irradiarsi dentro di sé.
La bimba mi dice che il sentimento d’Amore che provavo per il fiore ha accelerato il processo di far emergere quella grande quantità di energia per rischiarare quel luogo, portando sicuramente beneficio a coloro che lì vivono. Benché Energia fosse stata calpestata non sarebbe morta, l’Energia non muore, mai, avrebbe mutato la sua forma, ma ha lasciato che l’Amore, provato per la Vita, contribuisse alla trasformazione, affinché il sole interiore di ognuno splendesse allo stesso modo.

Alla fine, quello che conta, è l’Amore, e gli eventi, anche quelli apparentemente spiacevoli, possono contribuire a farci risplendere come tanti soli, se ci permettiamo di dar voce e luce al nostro centro luminoso.
Non c’è ombra senza luce, non c’è luce senza ombra, uno è indispensabile all’altro, occorre osservarli, senza timore né pregiudizi, ascoltare cosa ci comunicano attraverso le nostre sensazioni ed emozioni ed agire, sperimentando e stupendoci, come bambini.

“Tutto è determinato… da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Lo è per l’insetto come per le stelle. Esseri umani, vegetali, o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.” Albert Einstein

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I viaggi dell’Anima, tante storie…”Dies Natalis Solis Invicti”

Testo di ©Cinzia Valtorta

In questi giorni che precedono il Natale desideravo inviare un pensiero d’amore a Madre Terra e a tutte le sue creature e, come l’altra volta, ho voluto dare Reiki alla Terra come mia preghiera e pensiero d’amore. Anche stavolta è emersa una meravigliosa manifestazione che mi piacerebbe condividere con chiunque voglia prenderne parte.

Ecco dunque ciò che è emerso: Madre Terra, come tutti gli esseri viventi, è formata dai tre elementi, materia, spirito ed energia, corpo, spirito, coscienza, e nel suo stato più sottile della materia ha fatto il salto quantico in una dimensione superiore, sa come proteggere se stessa e le creature che vibrano con lei, la amano e sono sintonizzate con lei.
Ora tocca a noi compiere il grande lavoro di salto quantico per sintonizzarci con Lei, ascoltare il Suo Cuore che ci ama nonostante le avversità. Madre Terra ci aiuta e ci protegge, inviandoci tutto il suo Amore, ma noi dobbiamo aprirci a questo Amore, permettendoci di ascoltare veramente il nostro Cuore e seguire le sue intenzioni.
Possiamo mandare un pensiero d’Amore a Madre Terra, una preghiera, un canto o ciò che la nostra ispirazione ci invia la notte di Natale.
La nostra tradizione cristiana celebra la nascita di Cristo il 25 dicembre, ma prima dell’avvento del cristianesimo, in questo giorno, si celebrava la rinascita del Sole come concetto di luce e salvezza, dopo il solstizio d’inverno, il 21 dicembre. Fino a quel momento le giornate sono le più buie rispetto al resto dell’anno, ma da Natale iniziano ad allungarsi e questo tempo era celebrato con grande gioia, perché il sole è luce, calore, vita.
Per chi volesse unirsi ad una preghiera dedicata a Madre Terra e a tutte le crature che la abitano, la sera del 24 dicembre, si senta libero di esprimere ciò che ha nel cuore, perché molti pensieri d’Amore espressi insieme, sebbene separati, arrivano a destinazione, formando una grande unione luminosa, così agiamo come tanti Testimoni di Luce che risuonano sulle frequenze dell’Amore.
Buon Natale di Luce a tutti e buona rinascita.

Sfera magica 2

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I viaggi dell’anima….tante storie: “Madre Terra”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Le devastanti notizie che ci hanno raggiunto in questi ultimi giorni mi hanno turbata a tal punto da chiedermi cosa posso fare, nella mia piccola e semplice vita, che contribuisca a dare luce e amore in contrasto a tutta questa distruzione.
Come operatore Reiki ho sentito dunque il desiderio di dare Reiki alla Terra. Ciò che l’energia Reiki ha diffuso in me ha avuto un effetto straordinario, tanto che ho sentito il bisogno di condividere ciò che è emerso, con l’augurio che possa suscitare una preghiera in ciascuno di noi, ognuno con il proprio modo di pregare e diffondere amore. Le azioni che ne deriveranno dalla propria preghiera personale aiuteranno a contrastare tutto questo odio e a diffondere speranza e pace. Ma è importante non perdersi d’animo e pregare.

Ho espresso, sotto forma di racconto, ciò che è emerso, perché è un modo di espressione che amo molto, e ho voluto ambientare questa breve storia in quel luogo magico, tra la montagna ed il mare, dove pace e amore regnano sovrane.

Allora viaggiamo di nuovo, in quella dimensione fantastica che però si chiama realtà.

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Su quell’altura erbosa, tra la montagna ed il mare, seduta sull’erba fuori dalla tenda, mentre l’aria fresca della notte mi accarezza dolcemente, ascolto la dolce musica dei grilli, guardo la volta del cielo tempestata di stelle e, dal profondo di me stessa nasce pian piano un pensiero d’amore per il nostro bellissimo pianeta che comincio a chiamare Madre, Madre Terra.
Inevitabilmente mi vengono alla mente anche tutte quelle immagini di violenza tra gli uomini e nei confronti del pianeta e provo un immenso dolore. Il desiderio di fare qualcosa è forte, così come è forte però la sensazione di impotenza di fronte a tanto odio e distruzione.
Con questo peso sul cuore continuo a pregare, finché non sento una voce nella mia mente ringraziarmi per la preghiera e dirmi dolcemente che, in realtà, la Terra continua a vivere. Le immagini che mi arrivano sono sempre di devastazione mentre la voce mi racconta che la Terra su cui viviamo non è la vera Terra.
Madre Terra ha clonato se stessa. L’ha fatto per arginare un problema molto grave creato da diversi rappresentanti del genere umano. Costoro sono molto pericolosi, metterebbero a rischio altre zone del sistema universo, era giusto confinarli in un luogo sicuro. Insieme a questa categoria del genere umano se n’è affiancata però un’altra, quella di coloro che vengono chiamati testimoni di luce, che hanno il compito di arginare ed equilibrare le azioni distruttive degli altri. Entrambe le categorie manifestano azioni che creano attriti. Il risultato di quegli attriti va però purificato così che il risultato finale non sia distruttivo. Solo la preghiera e le azioni che si manifestano dalla preghiera possono aiutare

Grazie di cuore

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