Il Viaggio della Vita: La Finestra sui Mondi – Samsara

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Chiunque abbia vissuto con persone la cui mente si andava spegnendo man mano, ha visto i propri cari vivere dissociati sempre più dalla realtà in cui l’altro è invece calato. Ed è così che, pensando a loro e all’esperienza vissuta, dapprima indirettamente, tramite le testimonianze di amici e parenti, e poi direttamente anche con mio padre, un giorno si è aperta, per così dire, una specie di finestra sui mondi, mostrandomi ciò che potrebbe essere la realtà vista dall’altra parte. E’ emerso, al contempo, un racconto che descrive l’episodio. I nomi utilizzati sono soltanto finalizzati al racconto, ogni riferimento è pertanto casuale e non voluto.

LA FINESTRA SUI MONDI

La donna indossa un lungo abito che arriva fin sotto le ginocchia, grigio con piccoli fiori perlati, ed un grembiule da cucina di colore anch’esso scuro, con qualche macchia qua e là ma che profuma ancora di bucato, i capelli, imbiancati, sapientemente raccolti in uno chignon non troppo severo, qualche piccola ciocca candida è sfuggita alla presa dentata del fermaglio, come a voler dimostrare un accenno di libertà, seppur timido. Con movimenti veloci ed esperti sta finendo di pulire una gallina, che ha terminato la sua breve ed inconsapevole vita nel pollaio, fuori, al margine dell’orto. Alza lo sguardo dal lavoro minuzioso, portando l’attenzione verso un rumore, proveniente dall’ingresso della grande ed efficiente cucina di inizio novecento, il viso si distende in un benevolo sorriso…

L’immagine si trasforma, in un istante il viso della donna nella cucina viene sostituito da un altro viso, altrettanto benevolo, non al di là di un tavolo, ma a pochi metri di distanza, non porta la crocchia e nemmeno l’abito con il grembiule, sembra essere addirittura più giovane, sta parlando, ma non capisco le parole, posa amorevolmente una mano sulla mia spalla e sorride, “Ecco, ora sei a posto, hai mangiato, sei pulito, ora fai un riposino, più tardi faremo una passeggiata”. D’improvviso le nubi si diradano, la mente si alleggerisce all’istante di un pesante fardello, il viso benevolo. che sta ancora davanti, ha anche un nome, sì, lo ricordo, è facile, so di averlo sempre amato, sorrido felice a quel viso, al quale sto per pronunciare il nome, in risposta all’emozione che si sta manifestando, il viso sorride gioioso…

Nebbia, ma da dove arriva questa nebbia, non c’era poco fa! Ombre si parano davanti, figure indistinte che si muovono, poi ecco, di nuovo la luce, è pieno giorno, aperta campagna e grano maturo, biondo, un’immensa chioma dorata mossa dal vento, profumo caldo e asciutto di cereale, indimenticabile, e un nome, gridato a gran voce, non sembra provenire dal campo, nemmeno dal pascolo di fronte, in fondo una staccionata e, al di là, la casa di famiglia, grande gioia al vederla, sì, forse la voce arriva proprio da là, andiamo in quella direzione, intanto rispondiamo al richiamo….

“Mamma! Mamma! Sono qui! Sto arrivando!” D’improvviso la luce è differente, non più la bella e calda luce solare, al suo posto ora c’è la fredda luce di lampadine al neon, ma dove mi trovo? Qualcuno sta chiamando un nome. Sono nella mia cucina, sì, riconosco i mobili, e il frigorifero con le calamite, ma chi è quella donna accanto ai fornelli? L’ho già vista, ma non ricordo come si chiama. Ah! È lei che mi sta chiamando, ma chi è questo Giulio?

“Giulio, cosa c’è? Perché ti sei messo a gridare così?” “Cosa? Mamma, sei tu?” “Mamma!? Ma Giulio, sono io, Carmen!”

Un volto è davanti a me, una donna, non capisco cosa faccia qui, nella mia cucina, dov’è la mamma? E d’improvviso…” Carmen!” Una sola parola e poi un vortice scuro…

Di nuovo la luce, bianca, non si vede altro, è abbagliante, come essere sotto ad un potente riflettore, ed un suono, unico, infinito, simile ad un ronzio, come quando si passa accanto ad una cabina dell’alta tensione, dopo un tempo, altrettanto infinito, finalmente le immagini tornano, apparse, come per incanto, attraverso la potente luce, ecco di nuovo un luogo familiare, all’aperto e, al di là di questo immenso prato l’amata casa, voglia di correre, distendendo le mani accarezzo i fili d’erba, pungono al tatto, il prato è un immenso dipinto verde punteggiato di colori,… i papaveri!… Che belli, i papaveri!…

E poi,… di nuovo, il volto di prima, ma ora so chi sei, ti riconosco, perché ti ho conosciuto da sempre, e so di averti tanto amato, e ora so anche come ti chiami,…

“Carmen! Carmen!” “Giulio! Dimmi, tesoro!”

Un forte e lungo abbraccio, e una sola parola, il riepilogo di una vita, di mille vite d’amore che mai si spegnerà: “Grazie!”, una sola parola, prima che quella finestra sull’incanto del grande prato fiorito di apra di nuovo e, questa volta, definitivamente.

…e l’infinito vortice della vita continua….

Dal blog: Riflessioni – https://www.riflessioni.it/enciclopedia/samsara.htm

Samsara

Samsara (pali, sanscrito) trascritto anche sangsara.

Letteralmente: percorrimento del flusso del divenire. Il mondo del flusso, del mutamento e dell’incessante divenire in cui viviamo. Vita quotidiana o anche tempo ciclico (il ciclo: vita, morte e rinascita).

Nel Buddhismo il Samsara è il campo della liberazione dal suo carico di limiti; non ve n’è altro. Nello stesso mondo in cui i “tre fuochi” dell’odio, della brama e dell’illusione sono tenuti in vita dal desiderio egoistico dell’uomo, va cercata la liberazione dalla Ruota del Divenire, sulla quale, legati da noi stessi, ci rivolgiamo vita dopo vita [momento dopo momento]. Il fine del Nobile Ottuplice Sentiero è di permettere il distacco dalla Ruota e l’entrata nello stato del Nirvana. Nella scuola Mahayana si insegna che questa fuga è impossibile, perché Samsara e Nirvana sono due aspetti di una sola Realtà; essi sono un aspetto inseparabile e duplice del Non-dualismo assoluto.

https://www.youtube.com/watch?v=zHDMEyFAXfI

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Alchimia”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un brano da ascoltare durante la lettura, se gradito

 

Camminando per una via in centro città, un vicolo che passa tra due antichi palazzi, mi trovo d’improvviso ad osservare un’altra scena che si sovrappone a quella precedente’, un viottolo di campagna dove, sul limitare del bosco si erge un’antica casa abitata da un vecchio che indossa un vetusto pastrano color carta da zucchero, la testa, quasi calva, ricoperta da una bianca peluria, ed un enorme naso che forma un’unica curva con la fronte.
Non molto lontano dalla casa del vecchio si trova una piccola chiesa, la sua caratteristica è quella che ognuno, al suo interno, può trovare i propri simboli sacri. Si può dire che quella chiesetta è molto povera, poche file di panche, vecchie e un po’ sbilenche, una madonnina di legno, un bacino di marmo grezzo con l’acqua santa, un minuscolo e modesto altare con un altrettanto minuscolo vaso di fiori, candele ed un crocifisso a braccia simmetriche senza statua, icone alle pareti raffiguranti numeri romani, la sequenza della via crucis senza immagini, questo è tutto ciò che si vede una volta entrati, molti non si fermano più di qualche minuto, quel posto non ha alcun significato per loro, altri invece si soffermano sentendosene attratti, non sanno spiegare bene da cosa, alcuni dicono di vederci particolari interessanti, altri ancora rimangono più a lungo, e poi capita che il vecchio entri in chiesa e si fermi a parlare, il suo aspetto può essere piuttosto sgradevole in un primo tempo, ma dopo poche parole lo si vede con altri occhi.

Perfino l’ambiente circostante la piccola chiesa viene spesso visto in modo soggettivo, trovandolo di volta in volta interessante. Dopo esserci guardati bene attorno, percepiamo le sensazioni che il posto ci trasmette, ne ascoltiamo l’antico respiro e ci rendiamo conto di trovarci in una parte di bosco che è stato testimone della storia e ce la può raccontare, lo sappiamo guardando gli alberi, è come se essi ci parlassero, immagini si formano nella mente, rivediamo scene di migrazioni, lavori nei campi, scontri e duelli, eppure è come se tutto questo non appartenesse a questa terra, ma soltanto agli uomini che qui hanno vissuto, le loro azioni sono terminate con loro, qualcosa di ancora più antico sta emergendo, in un’epoca che non aveva ancora visto il loro passaggio. La percezione sfiora qualcosa di incomprensibile ed inspiegabile, ciò non rasenta nemmeno la dimensione umana, può forse solo dirsi magia inesauribile che si diffonde come un riflesso dalle cose viventi, sia vegetali che minerali.

Si prova un grande rispetto addentrandosi nel folto del bosco, come entrare in una cattedrale formata da alberi e a terra un tappeto d’erba, talvolta siamo cosi concentrati ed assorti da comprendere improvvisamente ciò che sta accadendo, ecco allora che la nostra mente si apre e capiamo il senso di ogni cosa, ogni dettaglio prende il suo posto e, come un puzzle il quadro si completa. Allora il vecchio ci appare come l’intermediario delle voci del posto, un’antenna umana che passa le comunicazioni tra varie dimensioni. Siamo assorti ad osservare qualcosa e accanto a noi sentiamo la presenza del vecchio che ci racconta, sebbene il suo aspetto non sia proprio gradevole, altrettanto non lo è la sua voce, pacata, calda, rasserenante, sentirlo parlare rilassa la mente e apre il cuore, è paziente e disposto a raccontarci ciò che chiediamo.

Il vecchio ha un carattere mite, paziente, comprensivo, ma è capitato di vederlo mostrare un tono di severità di fronte all’ottusità forte, lì allora sfodera una caratteristica acida anche se si comprende in seguito che è stata una modulazione della sua attitudine per poter passare un messaggio. Delle volte si vorrebbe ricevere la risposta alla domanda che si è appena posta, si guarda il vecchio con trepidazione, ma lui si limita a guardarci a sua volta dolcemente, con un sorriso e niente più. In fondo ci rendiamo conto di conoscere già la risposta, è custodita dentro di noi, ma per raggiungerla dobbiamo ripulire e togliere le ragnatele degli anni e delle esperienze, per questo motivo sentiamo il bisogno di entrare in quella chiesetta, e proprio in quelle occasioni vediamo il vecchio che si sposta lungo le pareti, in mano ha una pertica con in cima un deragnatore, uno spazzolone rettangolare che serve a togliere le ragnatele, lui lo passa sulle ragnatele penzolanti e ormai vecchie, dice che i ragni portano fortuna e hanno anche loro il diritto di vivere, perciò non toglie le ragnatele se “abitate”, come lui le definisce. Ogni sua azione ha un significato importante che però non sempre cogliamo, ma quando accade, la domanda è lì che aspetta dietro l’angolo di essere posta.
E’ capitato a qualcuno che, guardando il proprio riflesso nel bacino di marmo dell’acqua santa, vedesse delle increspature formarsi e in esse intravedere il riflesso del vecchio che spariva ad una seconda occhiata.

Un piccolo gruppo di persone si è creato, dicono tutti di aver visto il riflesso del vecchio nell’acqua benedetta, si ritrovano spesso a commentare l’accaduto e cosa hanno provato. Qualcuno di loro si è spaventato, altri invece ne sono rimasti affascinati, però tutti hanno provato molta serenità durante la visione e, perfino nei giorni a seguire, hanno mantenuto dentro sé stessi un profondo senso di serenità. Uno di loro ha notato un particolare in più e ha voluto condividerlo con il gruppo, ha sentito che la serenità proveniva da dentro sé stesso, la sensazione si è manifestata sempre più forte dopo ogni visita alla chiesetta. È bastata questa testimonianza per influenzare il gruppo, ognuno di loro, poco per volta, ha iniziato a sentire la profonda sensazione di pace emanare dal proprio centro, fino ad avere la netta impressione della profonda serenità percepita non solo dopo essere entrati in contatto con il vecchio, ma come se ci fosse sempre stata.

Questa sensazione ha dato loro accesso ad una nuova dimensione, l’impressione di trovarsi in uno spazio più ampio, quasi illimitato e di comunicare come se si conoscessero i pensieri dell’altro.

A tutt’oggi il gruppo sta crescendo, le esperienze che fanno li portano a creare sempre più legami con profondi significati, molti vedono in quelle esperienze simboli che li conducono in dimensioni della mente senza tempo, come a ritrovare parti di Sé stessi che credevano andate perdute. Ora più che mai queste situazioni sono manifeste, ora più di prima queste condizioni uniscono un gran numero di persone, creando connessioni, contatti realmente umani.

Stralcio tratto da:Channel: I medium della Nuova Era di Erik Pigani

“Etimologicamente simbolo significa ciò che collega o lega insieme due cose diverse. Da syn, insieme, e balein, legare. L’opposto di simbolo è diabole. Da dia, attraverso, e balein, legare. Diabole, cioè, diavolo, significa dunque tagliare, o separare ciò che era unito… Era dunque questa l’opera vera del diavolo: impedire che si possa comunicare, attraverso l’intermediazione di simboli, con le diensioni superiori della coscienza…”

Alcune immagini della piccola chiesa dedicata a S. Adriano in località Olgelasca – Brenna, provincia di Como

 

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Il viaggio della Vita, le fiabe di Nonna Elfo: “Il clown e la luna”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Arrivo anch’io con la mia strenna natalizia, è vero, sono un pò in anticipo, ma ecco, con tutto il mio cuore, per voi.

Le fiabe di Nonna Elfo

Benvenuti, grazie di essere qui alla casa di Nonna Elfo, entrate, accomodatevi accanto al camino, scaldatevi mentre preparo il the, ho fatto la torta di pere e noci, ne gradite una fetta?

Siete tutti comodi? Bene! Allora vi racconto una storia:

Esiste un piccolo villaggio situato ai piedi di queste alte e belle montagne, i cui pendii sono verdi e rigogliosi pascoli d’estate, mentre l’autunno li dipinge dei più bei colori caldi che si possano vedere, donando preziosi ed importanti frutti, che divertimento andare a raccogliere le castagne, la buonissima e preziosa frutta secca ed i meravigliosi fichi autunnali!

La gente del villaggio, cortese ed operosa, s’impegna e si ingegna per mantenere una vita bella e dignitosa. Visitatori provenienti da ogni dove arrivano volentieri e tornano ai loro paesi portando con sé serenità e bei ricordi della vacanza qui trascorsa.

Le stagioni sono come le narravano un tempo i nostri nonni, l’inverno gelido copre le lussureggianti rive erbose con una bianca coltre di neve che profuma di cielo. La neve immacolata perdura nei prati fino alle soglie della primavera, quando i teneri ma tenaci germogli sono pronti ad erompere ai tenui raggi del primo sole, preziosi come oro. Il sole, riscaldando il gelido suolo, effonde la sua energia che risveglia la vita sotto l’ultima e sottile coperta di neve.

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E poi, guardate, che immenso spettacolo si apre davanti agli occhi, le dure gemme si sono schiuse ed ecco le prime tenere foglie mostrarsi nel loro splendore di verde brillante, mentre danzano felici alla dolce carezza del vento; resteranno cosi per la gran parte del tempo, maturando pian piano fino al successivo ciclo autunnale quando, cesseranno la loro esistenza attaccate all’albero che le ha nutrite, ma continueranno la vita sotto un altro aspetto, diventando un morbido e frusciante tappeto che si trasformerà presto in nutrimento anche per l’albero stesso.

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Volgi lo sguardo e un mare di colori si presenta, profumi e forme variopinte di immensità floreali vibrano al tocco delicato di tenere zampette, mentre un sottofondo ronzante accompagna l’azione. Centinaia di operose api lavorano instancabili per garantire, in futuro, l’immensa bellezza del prato fiorito svolgendo la preziosa opera di impollinazione da fiore in fiore, ricevendone in cambio il nettare divino.

Naven - prato fiorito

Il grande lavoro è accompagnato dall’ininterrotto canto di migliaia di uccelli e dal frinire dei grilli che orchestrano la loro musica d’amore anche per molte creature che popolano il bosco.

L’arrivo delle rondini preannuncia il ritorno dell’estate, solerte cominciano la manutenzione dei nidi lasciati prima di partire, la famiglia diventerà presto numerosa.

Grande il lavoro nei campi e sui pascoli, c’è molto da fare, il latte munto diventerà gustoso formaggio che matura nelle capienti cantine o in umide grotte.

3 le mucche

Le piogge estive dissetano la verdeggiante campagna, diffondendo nell’aria il profumo del bosco e degli abeti, pace e beatitudine si respirano come l’aria umida lungo la foresta di conifere, mentre le gocce d’acqua fanno da colonna sonora nell’ambiente silvano.

Il fuoco di un camino riscalda gli abiti umidi di pioggia e ristora dopo la lunga giornata.

Usciamo dal rifugio profumato di legna di rovere per ascoltare I suoni della sera, mentre la splendida e gelida luna ci osserva dall’alto, noi la guardiamo a nostra volta augurandoci una bellissima giornata per il giorno successivo.

La luna lassù, color argento, pare ricoperta di brillanti, luccica e abbaglia diventando via via sempre più grande e luminosa, ed ora che è enorme ha una strana forma a goccia, pare proprio che sia una goccia fatta di paillettes.  Ora la goccia si allontana di nuovo su uno sfondo bianco come la neve, ed ecco che, man mano che ci si allontana i particolari prendono una loro forma ed una loro esatta collocazione, e quella che era stata una luna ed ora è una goccia, è una piccola lacrima argentea sulle gote di belletto bianco di un clown triste seduto in equilibrio sulla sommità di una casa dal tetto di tegole rosse, sta guardando con occhi pieni di nostalgia una palla di vetro che tiene tra le dita, come quegli antichi giocattoli che riproducono i paesaggi imbiancati di neve. Nella palla di vetro si possono vedere i contorni distinti di verdeggianti colline, così come lo erano un tempo, con i cieli azzurri e le nuvole soffici di panna montata, quando le rondini tornavano dai paesi caldi e volavano agili e veloci preannunciando l’arrivo della bella stagione, e i grilli eseguivano i loro concerti d’amore.

Il clown allunga la palla di vetro verso di noi e chiede, con la sua lacrima argentea, “…e tu, come lo vorresti il tuo mondo?”

Citazione dal web:

“il pagliaccio rappresenta la melanconia, la struggenza…di quell’animo tormentato e poco compreso….
È un personaggio poetico, magico, vicino ai bambini, perché l’unico modo per ritrovare se stesso, è proprio quello di far gioire i più piccoli….. “ (….e io aggiungo, il bambino che è in ognuno di noi)
“forse perché anche lui ha bisogno di evadere, anche solo per un attimo,….dall’oscurità che da tempo lo tiene prigioniero…”

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “La scatola”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Il nome proprio utilizzato è il mio, ma non vuole riferirsi a nessuno in particolare, nemmeno a me stessa, la storia è inventata ed ogni riferimento è puramente casuale.

Tutte le mattine mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e mi dirigo anch’io verso il mio posto di lavoro. Mi fermo per la pausa pranzo ed esattamente un’ora dopo riprendo. Al termine della giornata di lavoro salgo di nuovo in auto diretta a casa. Mia figlia è arrivata da un pezzo, sta finendo i suoi compiti, io entro in casa, la saluto, poi vado in cucina per preparare la cena. Poco dopo arriva mio marito, entra in casa, mi saluta, va a cambiarsi, porta fuori il cane, rientra, gli dà da mangiare, si lava le mani, viene in cucina, si siede a tavola con noi e iniziamo a cenare. Ci raccontiamo i fatti della giornata, poi lui va in soggiorno a guardare la tv, io lavo i piatti e riordino la cucina, preparo la tavola per la colazione di domani, mia figlia va nella sua camera a leggere e a giocare. Io raggiungo mio marito in soggiorno, guardiamo insieme un po’ la tv, poi andiamo a dormire.

Mattina, suona la sveglia, mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e mi dirigo anch’io verso il mio posto di lavoro…..rivedo la scena della giornata dal mio letto, nella mia mente, come se guardassi un film, solo che quel film mi mostra la stessa scena infinite volte, mi domando perché sto guardando sempre la stessa scena e quando arriverà la scena successiva, la attendo, ma la scena successiva non arriva, rivedo tante e tante volte lo svolgimento della stessa giornata.

Mattina, suona la sveglia, mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e mi dirigo anch’io verso il mio posto di lavoro….lavori in corso, hanno bloccato la strada, colonna infinita di auto, processione lenta, estenuante, stressante, nervosismo da ritardo mostruoso, la carovana avanza di pochi metri alla volta, caldo, caldo, l’allegria alla radio è un pugno allo stomaco. Finalmente in ditta, si parla, si parla, molti in colonna, così anche domani, nooo!!, questi lavori stradali non finiscono mai, il tempo ci rotola addosso, ci schiaccia come una macina, tutto è in ritardo, ora di corsa…. Rivedo la scena dal mio letto, nella mia mente, come se guardassi un film, che giornata pazzesca, che disastro, nessuna cosa era al suo posto, tutto distorto, rincorrersi infinito di cose, una dietro l’altra. Il quadrato, amo il quadrato, le cose quadrate, le pareti quadrate mi danno sicurezza, mi ci sento a mio agio all’interno, gli eventi in tumulto mi spaventano, mi accelerano il respiro, malessere, ansia, mente in tumulto, voglio le cose quadrate!

Mattina, suona la sveglia, mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e mi dirigo anch’io verso il mio posto di lavoro…mi fermo per la pausa pranzo, esattamente un’ora dopo riprendo. Al termine della giornata di lavoro salgo di nuovo in auto diretta a casa. Mia figlia è arrivata da un pezzo, sta finendo i suoi compiti, io entro in casa, la saluto, poi vado in cucina per preparare la cena. Poco dopo arriva mio marito, entra in casa, mi saluta, va a cambiarsi, porta fuori il cane, rientra, gli dà da mangiare, si lava le mani, viene in cucina, si siede a tavola con noi e iniziamo a cenare. Ci raccontiamo i fatti della giornata, poi lui va in soggiorno a guardare la tv, io lavo i piatti e riordino la cucina, preparo la tavola per la colazione di domani, mia figlia va nella sua camera a leggere e a giocare. Io raggiungo mio marito in soggiorno, guardiamo insieme un po’ la tv, poi andiamo a dormire.

Nel mio letto non voglio fare considerazioni su come ho trascorso la giornata, sono soltanto contenta che tutto sia andato liscio come al solito e, augurandomi lo stesso per il giorno dopo mi addormento.

Domenica, tutti in famiglia ci alziamo tardi, mio marito porta fuori il cane, rientra poi andiamo tutti fuori a fare colazione. In centro incontriamo altre famiglie, nostri amici, ci uniamo per l’aperitivo, parliamo di molte cose che sono successe durante la settimana, a parte qualche piccolo contrattempo tutto il resto è andato liscio come al solito, bene! “Cosa fate voi nel pomeriggio?” “Andiamo da mia madre per il pranzo, poi faremo un giro al centro commerciale”. “Ah, bello! Anche noi vorremmo farci un giro da quelle parti.

Mattina, suona la sveglia, mi alzo, mi lavo, mi vesto, faccio colazione insieme alla mia bella famiglia, finiamo di prepararci, saluto mio marito che va al lavoro, poi con mia figlia salgo a mia volta in auto, accompagno lei a scuola e risalgo in auto per dirigermi anch’io verso il mio posto di lavoro…..ma l’auto non parte, panico, urla e finalmente l’auto riparte. Sono per strada, diretta in ditta, metto la freccia per svoltare e l’auto non svolta, prosegue diritto, premo sul freno come una pazza, l’auto sembra invasa di vita propria, angoscia, panico, l’auto procede, prende velocità, terrore alle stelle e rumore d’impatto, ma contro cosa!, non c’è niente davanti al parabrezza, eppure qualcosa si è rotto. Mi fermo con il cuore in gola, non capisco come mai, seppur ferma in mezzo alla strada, le altre auto mi passano accanto senza neppure notarmi, nessuno che suona il clacson, nessuno che sbraita, ho bisogno di parecchi minuti prima di compiere anche un solo movimento, tanto è lo stordimento, poi mi azzardo ad aprire la portiera e mettere fuori un piede cautamente.

L’uscita dall’auto è paurosa, le altre macchine mi sfrecciano accanto, quasi mi vengono incontro ad alta velocità, eppure non mi sfiorano nemmeno, ci metto un’infinità prima di poter muovere un solo passo, ma ancora trattengo il fiato appena vedo un’auto arrivare ad alta velocità verso di me, sembra impossibile da credere che non possano investirmi o centrare la mia auto con un pauroso schianto. Poi un rumore insolito mi fa voltare, ricorda lo svolazzare di una bandiera al vento, mi giro verso la provenienza del suono e, in un primo momento non vedo alcunché di particolare, sono ancora distratta dalle auto che mi sfrecciano accanto senza però scalfirmi, cerco di concentrare l’attenzione nella direzione del suono ma sembra non ci sia nulla che lo stia producendo, poi noto un movimento di qualcosa apparentemente sospeso a mezz’aria, non capisco cosa stia realmente guardando, non mi ricorda niente di conosciuto, vedo soltanto un oggetto non ben definito che si muove al ritmo del rumore che sto sentendo. Non so bene quanto tempo trascorra guardando quella strana cosa, prima di decidermi a muovere un passo verso di esso, ne sono talmente attratta da non fare più caso alle altre auto che proseguono la loro corsa. Passo dopo passo arrivo vicino a qualcosa di sospeso che sventola, forse che sia uno di quegli strani palloni sonda di cui parlano, caduto ed impigliato non si sa bene dove? Resto per un po’ a guardare quella cosa che si muove, le giro attorno e, appena ruoto di 180 gradi attorno all’oggetto, questo sparisce. Ritorno al punto di partenza e rivedo la strana cosa, resto per un po’ di fronte ad essa, non capisco cosa sia ma mi attrae tanto da non poter distogliere lo sguardo, poi senza pensare minimamente al rischio, mi avvicino allo strano oggetto, produce in effetti un rumore simile ad una bandiera mossa dal vento, come un lembo di stoffa che appartiene a non si sa cosa, da quella che sembra una finestra aperta sul niente fuoriesce una sorta di ventata d’aria fresca ed una luce bianca lattiginosa. Mi avvicino tanto da sentire in faccia l’aria fresca, pare una ventata di aria montana, fredda, leggermente pungente, inodore. Timidamente allungo una mano, vorrei toccare l’oggetto in movimento, e più volte la ritiro, per il timore di farmi male, ma in una di queste occasioni il vento, che soffia da quella fessura  mette in contatto l’oggetto con la mia mano e ne tocco inevitabilmente la consistenza, è morbido al tatto, liscio, sembra vellutato, ricorda vagamente un nastro, il colore grigio perlato. Vinco la paura e indugio sul contatto con l’oggetto, è sottile, delicato, morbido, inevitabilmente tocco i bordi della finestra, ha una consistenza strana, sembra di toccare il cartone, tentando di sporgermi leggermente al di là dell’apertura premo contro i bordi, il materiale cede leggermente sotto le mie mani, io mi ritraggo con uno scatto, temo di aver causato un grosso guaio, resto però al contempo stupita, perché quello strano materiale dà l’impressione di essere proprio cartone. Senza pensare alle conseguenze, agendo solo d’istinto, apro ancora di più la spaccatura, la parete si rompe facilmente, l’effetto ottico che si manifesta davanti a me è fantascientifico, le auto seguitano a percorrere la grande arteria stradale sfrecciando oltre me, di fronte però a questa spaccatura non si vede nulla, come uno squarcio nella realtà che si è aperto all’improvviso e rompe il legame con il visibile ed il concreto.

Oso ancora di più ed infilo la testa nell’apertura, sento aria fresca sul viso, nessun odore particolare, solo aria fresca, c’è molta luce, ho difficoltà a vedere cosa ci sia di là di questa strana parete di cartone, da questa parte vedo anche meglio quello strano oggetto che produce quel suono sventolante, è un lungo nastro che pende dall’alto della parete e tocca il suolo per poi tornare a svolazzare appena il vento si alza di nuovo. Rompo la parete di cartone fino al suolo, così oltrepasso dall’altro lato, davanti a me si apre un luogo infinito, inondato di luce e accanto a me questa grande parete. Muovo alcuni passi distanziandomi dalla parete stessa per poterla osservare meglio, da qui posso vedere che ha una dimensione ed una forma, ancora qualche passo indietro e la parete prende una dimensione rettangolare, gigantesca, in mezzo al nulla, spostandomi di qualche passo lungo la parete arrivo al punto angolare, con l’altro lato che prosegue, ora la cosa ha un aspetto che la rende simile ad una scatola, un’enorme scatola, fornita del suo bel nastro da pacco regalo. Un oggetto rettangolare appare alla mia vista ad una certa altezza da questo lato, pare ci sia anche scritto qualcosa. La curiosità è più forte della paura, faccio il possibile per leggere ciò che è scritto compiendo ulteriori passi, addentrandomi nell’immensità luminosa.

“Tanti auguri Cinzia di buon compleanno, 1000 e più di questi giorni”

Mi chiamo Cinzia e vivevo in una bella scatola

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Il viaggio della vita…”Al mio dolce Angelo”

Cippi guarda l'obbiettivo

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Il mio dolce Angelo peloso mi ha accompagnato per lungo tempo, paziente mi ha aspettato innumerevoli volte, si è adattato ad ogni situazione, anche se non me ne accorgevo sempre e talvolta non capivo il suo atteggiamento, eppure lui era lì che con grande saggezza felina aspettava e si adeguava.
Mi ha seguito ovunque, accettando tutte le esperienze che la vita gli ha dato, anche quella della malattia, così nascosta, subdola ed improvvisa che ha sopportato con umiltà, saggezza ed infinita pazienza.
Non so ancora se questa notte del 20 ottobre 2017, dopo 10 anni insieme, sia stata l’ultima notte che ho trascorso con te, dolce ed amato Cipinin, ma voglio ricordarti come sei stato, in questa foto, nell’ambiente dove sei nato, cresciuto e vissuto felice. Nella nuova casa ti sei adeguato, ti sei adattato, hai ripreso la tua vita di gatto, io ero felice perché pensavo che tu fossi di nuovo un gatto soddisfatto e non soltanto un vecchio gatto d’appartamento, avevi ripreso ad uscire, a restare fuori la notte, avevi imparato a conoscere il nuovo territorio, al quale ti sei abituato, forse qui non ci sono state molte prede da cacciare come là dove avevi vissuto prima, o forse eri diventato un po’ troppo vecchio per la caccia e preferivi mangiare croccantini.
Poi un giorno non hai voluto uscire di casa, parevi molto spaventato, forse qualcuno davvero ti aveva messo paura, chissà o forse le tue condizioni di salute si stavano deteriorando e tu eri spaventato in realtà per ciò che ti stava capitando, finché poco a poco hai iniziato a mangiare sempre meno, fino a smettere del tutto, diventando così leggero che saresti svanito in una nuvola di polvere e pelo, se non fosse arrivata la dottoressa che ti ha fatto un po’ paura, ma ha tentato di fare ciò che è in suo potere per darti un’altra occasione di restare qui, su questa terra.

Dimmi, dolce angelo, è possibile che io abbia visto un gatto bianco, di tanto in tanto, aggirarsi per la casa, un’apparizione fugace di brevissimi istanti, sfocata come fosse al di là di un velo, conosci forse quel gatto, angioletto? È magari venuto per te, per accompagnarti nelle tue nuove avventure?
La sera del 15 ottobre 2017, una musica dolce e malinconica mi è venuta alla mente, accompagnata dalla tua immagine, sul letto, accovacciato, il musino triste. Perché quell’immagine, perché quel musino triste dolce Cipinin. La musica è proseguita nella mia mente e, nel contempo ho visto te, ancora giovane, come sei in questa foto, che mi stavi precedendo lungo un percorso alberato, forse un parco, ogni tanto ti voltavi, per vedere se ti seguivo, finché sei arrivato nei pressi di un grande albero, ti sei nascosto alla mia vista, dietro di esso, hai fatto capolino ancora una volta, fissandomi per un lungo istante con i tuoi occhioni dolci, io ti ho chiamato, ti ho chiesto di aspettarmi, tu, in risposta, hai ammiccato, il tuo modo di dirmi che mi vuoi bene, hai di nuovo svoltato dietro all’albero, che poco dopo ho raggiunto, e ti ho visto dirigerti pacatamente verso un folto gruppo di alberi, così tanti da creare un bosco che non avevo notato poco prima, ti sei fermato e ti sei ancora voltato, subito è sbucato un altro gatto, tutto bianco, ti ha raggiunto, vi siete annusati, poi lui si è incamminato verso il gruppo più fitto di alberi, tu mi hai guardato come poco prima, con dolcezza hai ammiccato di nuovo, occhi negli occhi leggendoci nell’anima, ti sei voltato e sei sparito anche tu nel folto del bosco.

Ma in cuor nostro, dolce tesoro peloso, sappiamo che quando ci saluteremo non sarà per sempre, sarà solo un arrivederci, perché ancora tante volte ci incontreremo e io ti abbraccerò come ho fatto fin’ora, con tanto amore.
Il dolce Cipinin è andato sull’Arcobaleno il 21 ottobre 2017, buon viaggio dolce tesoro, ti voglio tanto bene.

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Signore e Signori, buon pomeriggio.”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

La sigla iniziale parte, le immagini di presentazione scorrono veloci, alcune a tutto schermo, paiono bucarlo, frenetiche, dirompenti. Poi la sigla si smorza pian piano, con toni sempre più leggeri, fino ad esaurirsi. La scena si sposta nello studio televisivo, gli applausi scrosciano e la conduttrice esce dalle quinti a passo deciso, in direzione della telecamera che la porterà nelle case di tutti i telespettatori che stanno seguendo il programma. Il trucco e la pettinatura perfetti, l’eleganza sobria ma decisa restituisce il profilo di una donna all’apice del successo e della carriera personale. La voce, dal timbro forte e suadente, saluta con studiata cortesia e vigore e, senza perdersi in preamboli introduce gli argomenti della puntata a ritmo elevato, quasi senza pause, una cascata di informazioni che non lascia il tempo al pensiero, come un vortice risucchiante che toglie il respiro e la consapevolezza del momento.
Il programma si occupa di fatti di cronaca, ma non è la rubrica di un telegiornale, si tratta piuttosto di un programma di intrattenimento quotidiano, pettegolezzi da bar con ospiti di riferimento a commentare le notizie di cronaca sentite dai quotidiani, con la pretesa di approfondirle nei loro aspetti più macabri ed inquietanti che la conduttrice non manca di sottolineare e far rimarcare dall’ospite intervistato per l’occasione, ma se quest’ultimo non vuole soffermarsi su dettagli spiacevoli, lei lo avvinghia con il suo parlare senza respiro per costringerlo a procedere con la descrizione interrotta.
È quasi impossibile sottrarsi alla conduzione della donna, il suo sguardo è penetrante, senza remore, e ogni volta che l’ospite tenta di sottrarsi al diktat della conduttrice, lei lo interrompe inesorabile e gli impedisce di esprimersi con ogni mezzo a sua disposizione, mostrando sempre il suo sorriso magnetico.
Un altro programma viene trasmesso, la  stessa donna lo conduce, stavolta il suo aspetto è meno ricercato, è invece delicato, a tratti poco formale, ma lei è sempre perfetta, si occupa di ospitare persone nello studio che raccontano i propri fatti di vita difficili che lei ascolta con passione ed apparente, sincero trasporto.
Il programma sta volgendo al termine, la conduttrice saluta i suoi ospiti augurando loro di risolvere al più presto i loro problemi, poi si rivolge ai telespettatori per un saluto e per ricordare della puntata successiva.
Le telecamere si spengono, gli ospiti salutano, si intrattengono ancora brevemente con la conduttrice, poi vengono accompagnati verso l’esterno degli studi televisivi. I tecnici iniziano le operazioni di spegnimento e ripristino dello studio, infine, per ultimo, spengono le luci. Il set televisivo è immerso nella penombra, soltanto le luci di cortesia sono rimaste accese.

Tra i macchinari di studio si intravede una silhouette, sembra un manichino dalle forme femminili, un paio di tecnici si dirigono verso di esso, entrambe lo sollevano, rigido, per riporlo al suo posto, sembra essere piuttosto pesante a giudicare da come lo stanno portando. Con attenzione lo conducono fuori dallo studio televisivo, incamminandosi lungo il corridoio illuminato che conduce ai camerini, e solo in quel momento, sotto la luce, si vede che i due uomini stanno portando la conduttrice, inerme come una bambola, spenta come lo sono le telecamere, indossa ancora gli abiti di scena. I due entrano in uno dei camerini e lì pongono in piedi la conduttrice, sul  pavimento, rigida come una statua, lo sguardo vitreo, i capelli ben pettinati, il trucco perfetto, prima di uscire, la coprono con un telo antipolvere e spengono la luce.

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Luoghi, cultura, tradizioni: “Gita del Cuore in Alto Adige”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Una settimana trascorsa tra le montagne più belle al mondo, itinerari escursionistici e soste in rifugi e malghe dove l’accoglienza e la cortesia significano professionalità ma anche genuinità.

ADOLF MUNKEL WEG

 

Al rifugio

Abbiamo cominciato la settimana escursionistica con uno dei più affascinanti itinerari dell’Alto Adige, il sentiero Adolf Munkel/Adolf Munkel Weg, nel parco Naturale Odle – Puez, Geisler/Puez Natural Park, che si sviluppa lungo un’ampia strada bianca e si inoltra nella foresta di conifere, fino a raggiungere la palestra di roccia ai piedi delle Odle, bianche, bellissime, gigantesche che lasciano l’impressione di poterle toccare allungando soltanto una mano. Abbiamo camminato su e giù per il grande ghiaione, per poi procedere di nuovo lungo la foresta, attraversando grandi pascoli verdi.
Sosta dopo circa 2 ore di escursione presso la Malga Glatsch/Glatsch Alm http://glatschalm.com/?lang=it e, a pochi minuti di distanza, ancora sosta per un caffè alla Geisler Alm/Rifugio delle Odle, dove rilassarsi e prendere anche il sole sulle originali e comode sdraio fatte di tronchi, ammirando lo splendido panorama offerto dalle montagne
http://www.geisleralm.com/it/contatto.html

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WURZJOCH – PASSO DELLE ERBE

 

9 al cospetto della montagna

In Badia, un ambiente silvestre di straordinaria bellezza lo si gode attraversando il Passo delle Erbe/Wurzjoch, frequentato da turisti ed appassionati di montagna, sebbene a tratti ancora naturalmente selvaggio, perché poco accessibile. Arrivati alla sua sommità, si segue l’ampia strada bianca che porta verso la malga Munt de Fornella/Munt Fornella Hútte, da dove si può partire per il Giro del Putia, il monte che sovrasta il luogo e lo circonda con la sua immensa bellezza.
Ci si può fermare nel bel parco giochi offerto dalla malga, ci si può ristorare, riposarsi oppure proseguire per escursioni brevi o più impegnative, ammirando il grande spettacolo nella zona del Putia
http://www.muntdefornella.it/it/

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RIFUGIO GENOVA

 

3 le mucche

Partiamo da Zans Treffpunkt – il centro informazioni di Zannes, in val di Funes, e ci incamminiamo in direzione del Rifugio Genova/Schlüterhütte
Il percorso è lungo ma molto affascinante, panoramicamente superbo, si attraversano pascoli, si percorrono sentieri con tratti anche impervi ma la vista ripaga la fatica. La salita al Col de Poma/Zendleser Kofer prima di fermarsi al Rifugio Genova è suggerita e anche quest’altra fatica, seppur modesta, ripaga con panorami a 360 gradi di immensa bellezza.
Poi si scende ed eccolo, il rifugio, e questo piccolo video dal link contenuto nel loro blog, è davvero suggestivo e racconta molto bene l’atmosfera del luogo
http://www.schlueterhuette.com/Rifugio_Genova/Immagini.html

 

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VALLE AURINA – MALGA KEHRER

 

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Valle Aurina/Ahrntal, adiacente alla val di Tures/Tauferertal, sul confine con la val Pusteria, appaga l’occhio con la morbida e verdeggiante bellezza dei suoi monti, offrendo luoghi incantevoli da attraversare per il turista occasionale, ma anche per l’escursionista più esperto ed esigente, potendo affrontare percorsi che portano anche alla quota dei tremila, come il Picco dei Tre Signori
Partendo da Casere/Kasern, uno degli ultimi paesi sul confine italiano/austriaco,sotto la Vetta d’Italia, nel comune di Predoi (BZ), si percorre un’ampia e comoda strada bianca che, con il suo discreto dislivello, da m. 1610 slm, conduce fino a fondo valle, portandoci alla quota di m. 1830 slm, presso una delle innumerevoli malghe che si trovano lungo il percorso, e più precisamente la malga Kehrer/Kehrer Alm.
La famiglia Põrnbacher, Pepe, la figlia Sigrid e la nipote Anne gestiscono la malga e accolgono gli innumerevoli escursionisti che qui si fermano, per sostare ma soprattutto per apprezzare l’ottima cucina della famiglia Põrnbacher costituita da genuinità, amore e tradizione. Ogni piatto è una poesia, dal sapore traspare l’immenso amore che questa gente ha per la propria terra, perciò chi assaggia i loro piatti non nutre soltanto il corpo ma assimila anche l’amore che il territorio ripaga chi lo porta con sé ogni giorno, nutrendo così anche lo spirito.
Il fragrante e ancora tiepido pane cotto nel forno a legna della malga, dal sapore deciso e speziato del grano integrale, le verdure dell’orto, il condimento a base di erbe aromatiche e burro di malga, (loro usano solo ingredienti locali e di stagione), l’immancabile speck, carni e dolci dal gusto incantevole

La gente dell’Alto Adige è caratterialmente legata al proprio territorio, che preserva con cura, poiché dà loro anche di che vivere, nel turismo, nell’agricoltura, nell’allevamento del bestiame, e particolarmente, gli abitanti della Valle Aurina/Ahrntal provano grande amore per i loro luoghi, portando nel cuore Heimat, che non significa soltanto patria, traduzione letterale, ma significa profondo amore e rispetto per una terra che li ha visti nascere, crescere e che a sua volta li ama.
Al pronunciare la parola Heimat a Sigrid si illuminano gli occhi e con cuore aperto rivela di percorrere ogni giorno d’estate la strada bianca che da Casere/Kasern conduce alla malga e di fermarsi spesso, incantata dal luogo che ha visto migliaia di volte, per scattare delle foto. Le sue parole si infervorano al ricordo amorevole che le immagini tanto care le suscitano.
Questa è la vera e completa traduzione della parola Heimat, che non si può spiegare con un solo e asettico termine, ma il significato va invece raccontato come una poesia, perché la propria terra è infatti amore e poesia.
Questo ci insegna la gente dell’Alto Adige/Süd Tirol, il sentimento d’amore si imprime fermamente in noi e lascia una traccia durevole, più che il ricordo di aver gustato un piatto tipico.

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “La locanda di Miranda”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

L’onorevole Qualunque è seduto alla scrivania nel suo ufficio all’interno di un alto palazzo, dalle ampie vetrate dell’edificio la vista spazia sulla città ora illuminata dalle luci della sera e del traffico. Sta terminando di scrivere una lunga richiesta di cose che il suo segretario passerà ai vari subalterni, comprendente gli appuntamenti del giorno, i programmi, le mansioni, una relazione da tenere alle prossime riunioni, le riunioni di gabinetto. Rincaserà molto tardi o, nel caso di gelo notturno, si fermerà in ufficio a dormire.

Aveva una famiglia, di essa è rimasta la foto in un elegante portafoto d’argento sulla scrivania, dove appaiono volti sorridenti di bambini e di una donna, della quale sente solo un lontano ricordo di un’altra epoca, prima di buttare a capofitto la testa ed il cuore nella carriera politica, non c’è posto per i sentimenti in questo mondo, chi crede che sia possibile conciliare la carriera con i sentimenti non sa di cosa sta parlando, e si ritroverà presto a chiudere la porta del cuore senza capire bene quando la svolta nella propria vita è cominciata, un giro di boa senza ritorno.

Molte richieste sono arrivate, parecchie delle quali riguardano i diritti civili dei cittadini, di cui una parte in difficoltà economiche, la maggior parte di esse però le ha già cestinate, terrà conto soltanto di quelle che convengono alla sua carriera in continua ascesa, semplice carne da macello, ora i guadagni si stanno  spostando verso le campagne d’accoglienza legate agli appalti di case ed edifici, i soldi che entrano dalle casse di comuni e province sono molto abbondanti, questi argomenti hanno quasi la priorità. I problemi della città e della comunità in generale, le migliorie a strade, infrastrutture dovrà occuparlo quel tanto che basta a non aumentare eccessivamente le polemiche. Il gioco delle parti nel suo lavoro è fondamentale, lui sa qual è  il tasto giusto e quando premerlo, tutti coloro che gli sono accanto sono soltanto dei figuranti che avanzano o indietreggiano, come pedine su una scacchiera, dove lui è il giocatore.

Sorride apertamente con gli occhi beffardi ogni volta che incontra qualcuno di loro, soprattutto ride tra sé e sé quando si trova di fronte uno di quelli che sperano in una promozione o una regalia, con loro si diverte un mondo, che goduria nel sentire il loro fremito ogni volta che compie il gesto di allungare la carota che non raggiungeranno. Ciononostante sono sempre lì, fedeli come cani, ai quali però si spuntano i denti, a loro insaputa, affinché non azzannino.

A chi invece capisce le regole del gioco e chi è il mazziere, è sufficiente fare una piccola paternale, ricordando chi ha il coltello dalla parte del manico, usarlo quando torna ad essere un servo fedele, per paura, e farlo sparire appena la paura è passata, semplice ed efficace.

L’onorevole Qualunque non ha sentimenti, essi sono soltanto un completamento della sua personalità, semplici bottoni da premere al momento giusto, per dire la cosa giusta o agire nel modo giusto con la giusta espressione. Sente però una particolare attrazione per una donna, sua collega e collaboratrice, e non soltanto dal lato fisico. Una bella donna con il suo stesso modo di intendere le cose e di trattare con le persone, anche lei sa quando è il caso di allungare la carota e lo fa con spietata arguzia. Qualunque deve ammettere che la collega, in questo gioco è molto più brava di lui, sicuramente è quel saper fare tipico delle donne che sanno vedere le cose da una prospettiva differente e di maggior spessore.

Qualunque adora ed invidia profondamente la collega, talvolta addirittura la teme ed è per questo che si è fatto suo alleato, non vuole affatto averla dal lato sbagliato, l’ha vista in azione e non avrebbe di certo voluto trovarsi dalla parte del malcapitato. Assieme stanno portando avanti una campagna proficua per avvicinare le simpatie strategiche del gruppo Verde e dell’Associazione Nuova Generazione, un branco di mentecatti dai gusti strampalati, mangiano soltanto erba, noci e granaglie perché sono convinti di salvare il mondo dall’inquinamento e dagli allevamenti intensivi di animali. Le loro idee pazzesche hanno però attirato l’attenzione di forti poteri e multinazionali che si stanno adoperando per creare nuovi prodotti e avvicinare la nuova tendenza di migliaia di consumatori. Queste aziende e corporazioni sono anche forti possidenti delle nuove tecnologie che stanno rimpiazzando le vecchie fonti energetiche in diversi paesi.

Deve ammetterlo, Qualunque, che la collega è veramente brava, recita alla perfezione la parte dell’attivista coraggiosa e parla in modo accorato alle folle che quasi fanno la “ola”, meglio che ad una partita di calcio. Lei si allontana dal pubblico a cui si concede poi come fosse una di loro, accompagnata da qualcuno verso la stazione, dove prenderà il treno, (non si fa certo vedere girare in auto, talvolta si sposta con una bici a pedalata assistita), saluta gli accompagnatori festanti e gaudenti, sale in treno, poi scenderà alla fermata dove aveva precedentemente lasciato la sua auto, una sportiva decapottabile a benzina, per niente ibrida, si recherà quindi verso la stanza di una piccola locanda, fuori dai grossi centri abitati, al riparo dagli occhi frenetici e curiosi di macchine fotografiche e folle.

La locanda si trova sulla sommità di una collina, dentro ad una bella ed immensa foresta, dove un nastro di asfalto porta verso un piccolo borgo. Lì la sua stanza è sempre prenotata, un segretario fa in modo che la retta sia versata ogni mese, così che la stanza rimanga costantemente occupata. Lei non vi si reca sempre,  spesso la stanza rimane vuota, ma, regola fissa, non deve essere usata da nessun altro,  altrimenti la retta mensile non sarà pagata, ed il proprietario della locanda ha bisogno di un’entrata fissa. Altra regola importante, nessuno deve fare domande sulle consuetudini dell’ospite, che non deve essere disturbato, sarà l’ospite stesso a chiedere, qualora avesse bisogno.

Il proprietario della locanda ha una figlia, Miranda, che lo aiuta a gestire l’attività insieme alla moglie. Sia lui che la moglie chiudono entrambe gli occhi su tutto ciò che riguarda il loro ospite. Anche la figlia Miranda è allineata alla stessa filosofia ma con uno sguardo attento e discreto. Non lo fa per curiosità morbosa, ma soltanto perché osservare fa parte della sua natura. Il suo osservare è introspettivo e spazia dalla realtà esteriore fino al mondo più sottile e invisibile, ben celato a chi è distante con il cuore e la mente a tutti quei mondi che si intersecano con il nostro.

Miranda ha l’abitudine di parlare con il piccolo popolo che abita i boschi, spesso vi si reca all’alba, quando la rugiada imperla la vegetazione, per fare delle vere abluzioni con il prezioso liquido, perché ritiene che sia un dono degli dei della foresta, e che vada usato bene, costantemente. Si lava il viso, le mani, affinché il suo corpo sia puro per poter comunicare con il piccolo popolo. Altre volte si reca nella foresta a sera tardi, verso la notte. Rimane al buio, in ascolto e meditazione per poter parlare con le creature notturne che lì vivono. Ad un certo punto molte di loro si manifestano, alcune hanno un aspetto piuttosto inquietante, ma Miranda non si lascia spaventare, perché sa come comunicare con loro, che chiedono soltanto discrezione e rispetto   dell’ ambiente in cui vivono.

Miranda è sempre stata così, fin da bambina parlava con le fate che, nell’età dell’adolescenza l’hanno iniziata ai segreti del loro popolo. Miranda non ha mai raccontato a nessuno, nemmeno ai suoi genitori, del dono con cui è nata, ha ringraziato ogni giorno di poter vivere in un posto così, dove avere lunghi momenti di silenzio e raccoglimento. Quei boschi sono infatti poco frequentati, probabilmente la gente in genere non può intercettare il piccolo popolo, ma ne sente in qualche modo la presenza, sotto forma di inquietudine, pertanto si tiene a debita distanza da questi luoghi. L’ambiente è invero molto bello, la luce mattutina forma una bruma che aleggia nell’aria, e che tutto avvolge, creando un’atmosfera pacata, dai colori tenui, poi, appena il sole è sorto, i colori esplodono nelle loro massime sfumature, l’aria si riscalda, mutando le immagini attorno, rendendo l’insieme nitido e distinto. Di nuovo il tramonto dipinge il paesaggio di forti colori rosati, se la giornata è stata serena, oppure una bruma velata scende di nuovo, coprendo tutto con dolcezza, lasciando emergere una malinconica bellezza. Appena le ombre della sera si allungano, Miranda, frequentemente porta doni al piccolo popolo, doni simbolici, come accarezzare fiori di campo, abbracciare gli alberi, parlare con loro, sussurrando alla ruvida corteccia, portando briciole di pane alle laboriose formiche, lasciando che uccellini e, talvolta, qualche piccolo coleottero curioso si avvicinino a lei, con delicatezza e curiosità. Miranda sente di essere stata una fata un tempo, in un’altra vita, in un’altra epoca, in un’altra dimensione, che ha deciso di allacciare i rapporti con il piccolo popolo nelle vesti di essere umano.

C’è una sorta di tacito accordo con i suoi genitori, che le permettono di recarsi nella foresta senza farle domande, talvolta un velo di apprensione scende sul volto di sua madre, ma Miranda è capace di rincuorarla e lei accetta.

A Miranda non piace l’ospite della stanza all’ultimo piano, soprattutto non trova giusto che la stanza rimanga vuota per parecchi giorni, sebbene sia pagata come se fosse occupata. La stanza in questione è più grande delle altre, ha un’ottima vista sulla foresta e il paesaggio sottostante, è silenziosa, grande e confortevole per famiglie con bambini o piccoli gruppi di amici. Quella donna insensibile ed egoista, invece, la tiene solo per sé. Miranda sa che anche suo padre non è d’accordo nel lasciarla costantemente occupata, ma sa anche che purtroppo ha bisogno del denaro che quella donna lascia ogni mese sul suo conto. Miranda aveva proposto al padre di far costruire una dependance con i nuovi materiali edili che garantiscono solidità, sicurezza, e che sono ecologici, distribuiti da una delle aziende sponsor di quella donna. Il padre, con non poco timore, aveva chiesto prima il parere all’onorevole che non si era dimostrata contraria. Il proprietario della locanda però sa anche bene quanto le persone come lei siano volubili e capricciose, perciò si era preso anche la libertà di modificare eventualmente i suoi piani nel caso di una discordanza tra le parti.

A tutt’oggi la costruzione della dependance sta per essere ultimata, dalla casetta si sono potuti ricavare due appartamenti, piccoli ma confortevoli che saranno inaugurati a breve.

I genitori di Miranda sono soliti produrre spesso i piatti che propongono alla locanda, la madre di Miranda è molto brava a preparare molti tipi di pasta fata in casa, così come ragù, intingoli, zuppe, minestre, piatti a base di carne e prelibati antipasti. Per questo il posto è frequentato anche come ristorante, il lavoro pare non mancare alla famiglia, con l’aiuto di conoscenti ed un ragazzo, dipendente della coppia da diversi anni, partner fidato,  discreto ed innamorato, ricambiato da Miranda. Ettore è un ragazzo gentile, delicato, di bell’aspetto e forte fisicamente, dal carattere deciso ma consapevole di quando saper lasciare andare. Ettore vive con loro ormai da anni, dopo che il padre, rimasto vedovo presto, era morto di attacco di cuore, lasciando Ettore, figlio unico, al suo destino. Anche per questo Ettore considera i suoi suoceri alla stregua di suoi genitori, con il suocero condivide la passione dell’orticultura e delle piante da frutto, solo in casi estremi acquistano vegetali da altri coltivatori.

Miranda percepisce molta inquietudine ultimamente durante gli incontri con il piccolo popolo, ne chiede loro il motivo ma non è ancora arrivato il momento della rivelazione, loro hanno tempi particolari, diversi dai nostri, soprattutto sanno bene quando lasciar passare certe informazioni e, niente viene lasciato emergere prima del tempo.

Una notte però Miranda fa un sogno molto inquietante, dove la donna della stanza all’ultimo piano è in pericolo, ma Miranda non può fare nulla per lei, e si sveglia senza conoscere la natura della minaccia. Decide allora di parlare al piccolo popolo del suo sogno, i quali però non danno ancora una risposta, lasciando Miranda molto turbata. Ettore capisce che la compagna è disturbata da qualcosa, ma sa anche tenere la debita distanza da certe cose, decide comunque di starle vicino con discrezione.

Poi una sera finalmente il popolo delle fate decide di fare la rivelazione, chiedono anche la presenza di Ettore, perché hanno un messaggio importante da dare. La sera seguente Ettore accompagna Miranda nella foresta, la quale gli suggerisce di procedere per alcuni passi lungo il sentiero, fin dove due alberi a lato di esso uniscono le loro fronde, e di restare in attesa per ricevere il messaggio, lei lo aspetterà a pochi metri di distanza. Ettore non ha grande interesse per questo genere di cose, ma rispetta molto le idee di Miranda che accontenta. Sa che deve restare in silenzio senza divagare troppo con i pensieri, così fissa la sua attenzione su di un masso poco distante, per tenere alta la concentrazione. Non passa molto tempo che una voce femminile, dolce e tenue, parla nella sua testa. Ettore non può vedere le fate ma, in questo caso eccezionale e con l’aiuto di Miranda, può riceverne il messaggio. La voce gli dice di prestare molta attenzione ad una donna che spesso si ferma da loro, di non cedere al suo fascino. Ettore chiede se può parlarne a Miranda, la voce risponde che Miranda potrà aiutarlo a resistere al richiamo di questa chimera che lo condurrebbe verso i meandri tenebrosi da cui proviene.

I due fidanzati si mettono d’accordo sul da farsi con la persona in questione, che indubbiamente è l’ospite dell’ultimo piano. Miranda propone ad Ettore di essere cortese con lei ma di non cedere a lusinghe. Non passa molto tempo da quell’episodio che la donna si ferma alla locanda per un pò, e sembra trovare ogni pretesto per avvicinare Ettore, ostentando perfino un costume da bagno davanti a lui, col pretesto di prendere il sole in giardino. Spesso ormai i due fidanzati si recano insieme nella foresta ad ascoltare il messaggio delle fate, finché una sera si verifica un evento che inquieta perfino Miranda, così avvezza a manifestazioni fuori dal normale. Nella foresta pare aggirarsi una creatura insolita e tenebrosa, non se ne capisce la forma e la natura, di lei si notano la massa scura, quasi informe ed una sorta di fiammeggianti occhi rossi. Miranda ne è molto spaventata, chiede alle fate l’origine della creatura, che dichiarano che la creatura è indipendente da loro, non l’hanno evocata loro stesse e non possono prevederne le azioni. Si tratta di un demone proveniente dalla dimensione dei piani inferi, legato alla bramosia e alla smania di potere su cose e viventi, richiamato da pensieri di esseri umani posseduti e deviati dal lato oscuro. Raccomandano inoltre di non tentare assolutamente di fermare l’incontro di un essere umano con un demone, perché si tratta di un desiderio inconscio di quell’individuo mosso dal libero arbitrio.

I due giovani sono molto turbati, specialmente Ettore, poco abituato a questo genere di argomenti. Miranda è determinata a rispettare il suggerimento delle fate e rimane vicina ad Ettore, per aiutarlo ad affrontare questi momenti.

L’onorevole torna alla locanda, dopo una settimana intensa di incontri e manovre politiche atte a dirottare denaro e appoggi dai vari sponsor, la sua popolarità sembra non risentire, nonostante la sua vita privata sia molto distante dal personaggio che porta in scena.

A Miranda non sfugge la passione della donna per la carne e gli sguardi lascivi in direzione di Ettore, ogni volta che lo vede, o di altri uomini, giovani e non, che lei reputa interessanti. Una sera la donna si presenta accompagnata da un giovane uomo, elegante, avvenente, potrebbe essere un modello o un attore. Cenano al solito tavolino appartato e, dopo aver decantato la bontà della cucina, si recano nella stanza senza dire una parola sull’ospite che la sta accompagnando, quasi che la locanda fosse la sua casa. Il padre di Miranda è molto imbarazzato del comportamento della donna e non può fare molto per le occhiatacce che la moglie dirige alla loro ospite. E’ sera tardi quando la donna ridiscende e, trovando Miranda nella sala da pranzo, le chiede, quasi fosse un ordine, di portare del tè per due nella sua stanza. Miranda si appresta a preparare il tè, poi bussa alla porta, in attesa del comando per entrare. Aperta la porta, Miranda si trova di fronte ad una scena sconcertante, la donna si aggira indossando un accappatoio slacciato, lasciando intravedere di essere nuda, mentre l’uomo esce dal bagno un istante dopo, anch’esso nudo tranne che per un asciugamano avvolto attorno ai fianchi. La donna ride divertita dell’imbarazzo della ragazza, che si affretta ad appoggiare il vassoio con il tè su un piccolo tavolo, al centro della stanza, uscendo poi con una certa fretta.

La donna si intrattiene e si diverte con il suo accompagnatore, per rendersi poi conto che è notte fonda ed il silenzio regna sovrano. “Non vengo volentieri in questo posto fuori dal mondo, forse l’unico motivo valido che mi fa tornare è la cucina di quel povero idiota che la gestisce, il bravo soldatino pronto a far scattare i tacchi a comando, per il momento è il posto più discreto che siamo riusciti a trovare, un altro così non c’è purtroppo, l’ho cercato a lungo, ma niente che possa andare bene. L’altro fattore è la breve distanza dal centro. Chi poteva immaginare che a qualche decina di chilometri potesse esserci un posto da lupi come questo?” Il giovane uomo sorride, divertito all’idea di saperla in un posto simile, così abituata allo sfarzo e alla mondanità, però deve anche ammettere che non è nemmeno male l’ambiente, invita al rilassamento. “Non dirlo nemmeno per scherzo!, altrimenti farò in modo di confinarti in un postaccio simile, e senza bagno in camera!” Continuando a conversare la donna si avvicina alla grande vetrata posta lungo una parete della stanza, guardando distrattamente di sotto. Tace all’improvviso, la sua attenzione rapita da qualcosa che sta avvenendo all’esterno, ed esclama subito dopo: “Ehi! C’è qualcuno che sta girando attorno alla mia auto! Se si tratta di chi sto pensando, stavolta le faccio passare tutta l’audacia che le è venuta!” Così dicendo la donna si veste per uscire, mentre l’uomo mette addosso qualcosa in fretta e furia.

Giunta all’esterno della locanda, la donna si affretta a raggiungere il posto accanto alla foresta che aveva preteso restasse libero, dove lasciare l’auto parcheggiata, lontana da sguardi indiscreti provenienti dalla strada, nessuno di coloro che la seguono nelle sue campagne devono vedere l’auto con la quale si sposta, la scelta di quella stanza è stata voluta anche in funzione di tenere d’occhio l’auto. Nessuno infatti, che non sia lei, può raggiungerla, se parcheggiata in quella posizione, non c’è un tracciato escursionistico nella foresta che passi da lì. Quindi soltanto qualcuno della locanda potrebbe avvicinarvisi.

Arrivata accanto all’auto, si avvede che, apparentemente nessuno è nei paraggi,  un istante dopo l’uomo la raggiunge, guardandosi attorno anche lui, un po’ perplesso. Un movimento ed un fruscio, provenienti dalla foresta, attirano la loro attenzione. La donna non esita un istante e si precipita verso la fonte del rumore, seguita immediatamente dall’uomo, ora abbastanza nervoso. Lei, determinata ad acciuffare il furfante curioso, si inoltra senza sosta, vani sono i tentativi dell’uomo di fermarla, non gli piace per niente l’idea di proseguire in quella foresta, sempre più buia e selvaggia.

Nella locanda Miranda è in preda ad un sogno molto agitato. Nel sogno si trova a vagare nella foresta, in piena notte, ha sentito qualcuno incamminarsi a quell’ora tarda e vorrebbe metterlo in guardia dei rischi in cui potrebbe incorrere. D’improvviso si sente circondata da una ventata di aria gelida che la fa rabbrividire, di freddo e paura, qualcosa di profondamente inquietante si sta aggirando in quel luogo, qualcosa a cui lei non sa darsi una risposta. Una voce cupa e profonda sorge in quell’istante, parlando alle sue spalle: “Vattene da qui, non puoi fare più nulla per lei!”, facendola voltare di scatto, per accorgersi di non vedere nessuno. L’emozione è così forte da svegliarla di soprassalto, mentre urla di terrore si odono in lontananza. Miranda non sa spiegarsi se appartengono ancora al sogno o alla realtà, accanto a lei Ettore dorme profondamente, non ha udito ciò che lei ha percepito e la cosa le dà un po’ sollievo. Si accoccola di nuovo sotto le coperte, avvicinandosi un po’ ad Ettore, conscia di dar retta alla voce profonda che ricorda ancora bene e che le intima di farsi gli affari suoi. È così che di nuovo si addormenta.

L’indomani la donna ed il suo giovane accompagnatore non scendono per la colazione. Sapendo di non dover disturbare, il padre di Miranda non si cura di bussare alla porta della stanza, continuando invece con le sue faccende. Nel primo pomeriggio Ettore, salendo in soffitta, nota che la porta della stanza dell’ultimo piano è socchiusa, dall’interno non giunge però alcun rumore o voce. Esita per qualche istante sul da farsi, poi fa spallucce e si dirige in soffitta. Ne esce poco dopo, e chiudendosi la porta alle spalle crea una piccola corrente d’aria che apre ancor di più la porta della stanza, ma nessun rumore o movimento si ode al suo interno. A questo punto Ettore si avvicina e bussa leggermente, nessuna risposta. Facendo capolino vede un accappatoio ed un asciugamano gettati alla rinfusa sul piccolo divano, gli effetti personali dei due ospiti sono ancora al loro posto, eppure la stanza è vuota. Dopo aver pronunciato un vano permesso, Ettore bussa alla porta del bagno, ben sapendo di non trovarvi nessuno. Riferisce del fatto Miranda e suo padre, che confermano di non aver visto né sentito la donna e l’uomo allontanarsi dalla locanda. Miranda esce per controllare e constatare che l’auto della donna è ancora al suo posto, quasi assurdo pensare che si siano allontanati per una passeggiata, non è nelle loro abitudini e poi mai avrebbero lasciato incustoditi i loro effetti personali. Decidono così di avvisare un amico del padre di Miranda, un comandante dei carabinieri, che farà partire le ricerche nel caso i due non si facessero più vedere.

L’onorevole Qualunque, da un paio di giorni sta aspettando la telefonata della collega, non è da lei non richiamarlo e non sa spiegarsi quell’insolito silenzio, perfino da parte dei suoi collaboratori, nessuno l’ha più vista né sentita dall’ultima volta che si è recata a quella locanda, da allora, sembra sparita nel nulla. Nemmeno ha più sentito il giovane manager di quella società dalla quale aspettava una riposta di collaborazione, sparito pure lui. Dopo qualche ora riceve la telefonata di un suo segretario che gli riferisce di ricerche da parte dei carabinieri verso persone scomparse nella zona della locanda e dintorni, perché pare che la donna ed il manager si trovassero lì quando di loro si è persa ogni traccia.

Qualunque è sconcertato, sia per la sparizione della collega, sia per la sua sfacciata menzogna di trovarsi in riunione amministrativa mentre era, in realtà, con quel tipo, sicuramente per tramare qualcosa. Alla fine la sua indole di serpe bugiarda aveva preso il sopravvento anche con lui, che credeva invece di tenerla in pugno.

Sono passati ormai mesi da quell’episodio, i due non sono stati più ritrovati, nessuna traccia, nessun indizio di dove fossero andati e con chi, come volatilizzati. Qualunque non mette in dubbio che il fatto lo stia preoccupando un po’, ma è al contempo molto preso dalla campagna elettorale che sta portando avanti con successo, fiero della sua strategia, fin’ora risultata la più vincente. Verifica di nuovo, con il suo segretario, il discorso da tenere al comizio dell’indomani, nemmeno una virgola dovrà essere fuori posto. Si troverà con molti dei suoi estimatori, un bel numero di loro ben prezzolati, con denaro e favori, e questo già gli garantisce un vantaggio sul suo avversario.

Arrivato all’hotel si aspetta di trovare già un bel po’ di ressa all’esterno, ma nota, con non poco stupore, che nessuno è ancora venuto ad attendere il suo arrivo. Qualunque telefona al segretario, chiede se lui e i collaboratori si siano ricordati di mandare gli inviti, la risposta è affermativa, eppure nessuno è arrivato.

Nella lussuosa stanza dell’hotel a 5 stelle, Qualunque non riesce a stare fermo. Ha letto e riletto così tante volte il discorso da ricordare a memoria perfino la punteggiatura, ma non è nemmeno quello a preoccuparlo, non sa spiegare la fonte di tutto quel nervosismo. Si fa garantire di nuovo dal segretario che tutto è andato nel migliore dei modi, ed il segretario, con infinita pazienza, dovuta anche alla lunga esperienza, lo rassicura, con tono calmo e convincente. Qualunque chiama il suo autista, perché lo venga a prendere, e attende la chiamata dalla reception. Passano i minuti ma il telefono dell’hotel resta muto. Qualunque si accorge di essere quasi in ritardo sulla tabella di marcia e, in preda al nervosismo quasi incontrollabile, compone furioso il numero della reception, pronto a sbranare al telefono chiunque gli risponderà. Il telefono suona a lungo ma nessuno risponde. In preda alla disperazione Qualunque esce dalla stanza sbattendo la porta, chiama l’ascensore e, senza nemmeno attenderlo, si precipita giù dalle scale. Da tanto non fa attività fisica e la corsa gli crea un forte affanno.

Arrivato alla reception Qualunque nota sgomento che nessuno del personale dell’hotel è presente al proprio posto, la hall è praticamente deserta, sia di personale che di ospiti. Agendo più d’impulso che di ragionamento, Qualunque esce ormai correndo, sul piazzale deserto il suo autista di fiducia lo sta aspettando con aria costernata. Qualunque,con i crampi allo stomaco, gli domanda cosa stia succedendo, l’autista pare, per un istante, non trovare le parole per rispondere, ed esordisce dicendo di non aver visto nessuno. La risposta assurda irrita ancora di più l’onorevole che, stavolta, fuori controllo, afferra il povero autista per il collo dell’elegante abito e lo scuote come un pupazzo, esigendo spiegazioni. L’uomo rimane interdetto, anche per la sorpresa nella reazione dell’onorevole, che ora gli sta urlando in faccia di condurlo al luogo del comizio. L’autista esita a salire in auto e, dopo un altro urlo furioso dell’uomo, si mette alla guida.

 

L’onorevole Qualunque è sul palco, davanti a lui, ordinati e numerati, i fogli stampati dai suoi collaboratori, con il discorso preparato mesi fa, il suo poker d’assi che spiazzerà l’avversario. Il suo sguardo, serio e attento, guarda fisso, senza distrazioni, davanti a sé, così come ha imparato a fare in anni di carriera,  soltanto che stavolta non è uno sguardo strategico il suo, per ipnotizzare la folla, è uno sguardo paralizzato di sgomento, perché davanti a lui non c’è praticamente nessuno. Nessuno arriverà a sentirlo, nessuno lo sfiderà alle elezioni, perché non ci saranno delle elezioni, non ci sarà più un bel niente, ed il niente sarà il protagonista, da ora in avanti, della sua carriera politica e della sua vita.

 

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Luoghi, cultura, tradizioni: “Presolana, il Salto degli Sposi”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un luogo ricco di natura e di fascino, lo si trova a pochi passi dalla strada che passa dal passo della Presolana, in provincia di Bergamo, una terrazza naturale affacciata sulle Alpi Orobiche e della Valcamonica che porta un nome singolare, Il Salto degli Sposi.

Ci incamminiamo lungo un vasto prato circondato da abeti e coronato dai monti, ed in pochi minuti arriviamo in un luogo all’ingresso della foresta di conifere che si apre su un bellissimo panorama. A lato del sentiero si trovano tre silhouette, un violinista, un uomo ed una donna abbracciati in un ballo. Le due figure abbracciate rappresentano due personaggi realmente esistiti, marito e moglie di origine polacca, Massimiliano Prihoda e Anna Stareat, lui musicista e lei pittrice, vissuti sul finire dell’800. Entrambe trovarono molta ispirazione in questo luogo per i rispettivi lavori e trascorsero giorni felici alla Presolana, benvoluti dagli abitanti che presero l’abitudine di soprannominarli semplicemente “Gli Sposi”. Poi un giorno, sul finire di un temporale, i due coniugi si recarono al limitare del bosco, nei pressi del belvedere, e lì, senza un motivo apparente, si abbracciarono e si gettarono dalla rupe. Così infatti vennero trovati il giorno seguente.

A loro memoria quel posto è stato chiamato Il Salto degli Sposi. L’immaginazione viene catturata dallo stupendo panorama e dalla storia misteriosa dei due sposi.

Se si vuole proseguire l’escursione, si può andare in direzione della Val di Scalve, percorrendo la foresta di conifere lungo una comoda strada forestale. Si arriva in un luogo chiamato Castel Orsetto, dove si trova una comoda area da pic nic. La segnaletica ci condurrà inoltre verso altri luoghi da esplorare, come il sentiero didattico oppure un ampio pianoro chiamato colle di Lantana, a circa 25 minuti dall’area pic nic, dove si trovano le rovine di un’antica cascina  circondata da una foresta dall’aspetto selvaggio e bellissimo,  insieme ai suoni della natura si può sentire anche la presenza di abitanti invisibili

http://www.presolana.it/leggende.php (il sito locale per approfondire l’argomento)

Lungo il percorso si trova una baita recente, sede dell’Ersaf, l’ente di salvaguardia della zona, dove di fronte si vede la grande statua di un orso, anch’esso parte di una leggende narrata nel link qui riportato.

Buona escursione dunque, nelle nostre belle località, da riscoprire e valorizzare

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I viaggi dell’Anima, tante storie: Un tè preso su una terrazza affacciata sull’infinito – 4° parte

Testo di ©Cinzia Valtorta – foto gentilmente concessa da Luciano Magni

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/12/18/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito-3-parte/

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/12/04/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito/

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/11/11/i-viaggi-dellanima-tante-storie-un-te-preso-su-una-terrazza-affacciata-sullinfinito-1-parte/

…respiro con la creatura, riposo con la creatura, mi nutro con la creatura, dormo con la creatura, mi muovo ad ogni alito di vento, danzo nel vento. Il sole accarezza le foglie della maestosa quercia e io mi allungo per abbracciare il sole e lasciare che esso mi baci. Il bacio del sole mi scalda, mi illumina e io mi sento leggera, sempre più leggera.

Ora sono così leggera che ho l’impressione di librarmi in aria, tutto attorno a me è un vortice sfavillante, e io roteo, roteo leggera, eterea, finché non mi poso a terra e riprendo consistenza, ma non sono ancora un corpo. Mi ascolto, mi osservo, mi percepisco, guardo il sole e mi sembra che esso sia ad un palmo da me stessa. Muovendomi mi accorgo di ardere come il sole, tutto attorno a me è tremolante, come se l’ambiente che mi si presenta si muovesse continuamente e le cose attorno a me risplendono di un forte bagliore.

Una forza roboante, ardente, gigantesca si sprigiona dal centro di me stessa, che percepisco essere anche una forza terrificante, ne sono quasi spaventata tanto è l’impeto. A fatica porto l’attenzione all’intensità di questa forza che mi fa muovere, agitare, quasi danzare in un movimento continuo verso l’alto pur restando nello stesso posto. Appena la mia attenzione si posa sul movimento, mi accorgo di poter controllare questa forza e l’impeto si placa, ma avanza la percezione che il mio centro si apra, lasciando uscire altra energia, immensa, ardente, bellissima e terribile. Ora mi arrendo a questa forza incontenibile, l’ accetto, lascio che sia ciò che è. A questo punto ne percepisco ogni potenzialità, la sua pericolosità, ma anche la sua positività ed è come se mi consumassi continuando ad essere, ad ogni istante sono e non sono, ed allora vedo e mi accorgo di forme fluttuanti attorno a me, composte della stessa materia di cui sono fatta, figure guizzanti, consistenti ma trasparenti allo stesso tempo, so di essere nello stesso elemento sebbene quelle figure non sia io. Mi sento ricreare ad ogni istante, una sensazione indescrivibile di  essere, non essere, essere di nuovo.

Vinco la paura della mia stessa forza e comincio a muovermi con attenzione,ma mi accorgo che posso anche divertirmi, allora mi lascio andare ad una danza sempre più dinamica, gioiosa e giocosa, finché di nuovo il mio centro si apre, ed è come un’esplosione, di gioia, impetuosa, in ogni direzione, eterea e fluttuante…(continua)

(l’ultima parte del racconto è inserita nella raccolta completa che può essere scaricata gratuitamente a questo indirizzo: https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/un-t-preso-sulla-terrazza-affacciata-nellinfinito-9788892671423.html

fuoco

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