favole e racconti

I viaggi dell’Anima, tante storie: “White Heart, i figli del sole”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

“Più mi avvicino e più vedo quanto sono lontano. Ci vuole il coraggio di mille uomini per guardare la Verità, vedere quanto si è lontani da essa, e affrontarla.”
“Devi bussare per cento anni alla porta di Dio per poi capire che la porta non è mai stata chiusa e che in realtà non è mai neppure esistita alcuna porta.”
“Il silenzio è la lingua di Dio, tutto il resto sono cattive traduzioni.”
(Jalāl al-Dīn Rūmī)

 

In un’epoca indefinibile è narrata una storia,  una storia vera, una storia d’Amore, scritto correttamente con la A maiuscola, perché è un Amore che ha attraversato le ere, raggiungendo i nostri giorni in forma di voce, udibile appena dai Cuori che si sono schiusi senza timore delle tempeste, che li possano rovinare, come i petali di un delicato fiore. Questi Cuori hanno accolto il canto che narra di una storia d’Amore tra un principe e la sua principessa, governatori di un piccolo regno, florido e prosperoso, in una terra che non conosceva la contaminazione del possesso e del potere, dell’avidità e della bramosia, dell’inganno e della cupidigia, questi atteggiamenti non erano ancora giunti in queste terre.

Potendo sorvolare la vasta zona del regno, si ammirava l’immenso panorama di lussureggianti colline, floridi pascoli, rigogliosi campi, maestose montagne, grandi foreste e piccoli villaggi che sorgevano vicino a limpidi corsi d’acqua, fatti di case ben curate, costruite con pietre ed ingegno. Da una casa usciva un uomo e due ragazzi, s’incamminavano lungo un sentiero che conduceva ad un grande campo coltivato con diverse qualità di ortaggi, si mettevano all’opera, iniziando il lavoro quotidiano. Di lì a breve altre persone si univano, il numero di individui aumentava, intere famiglie lavoravano nei campi, nelle fattorie, accudendo agli animali, al raccolto, trasportando, pulendo, trasformando, producendo l’utile per vivere con il lavoro comune della giornata, nella serenità di giorni trascorsi insieme per il bene del villaggio. Ciò che a loro mancava, lo chiedevano ai villaggi vicini, in un perfetto scambio amorevole.

Tutti lavoravano per il bene comune, tenendosi per sé stessi tempo sufficiente ad esprimere i propri talenti, cosicché si ammiravano arti e mestieri di ogni sorta, il passaggio del sapere avveniva in modo spontaneo e gioioso, così come i tempi ricreativi in cui ognuno manifestava la propria gioia con un’arte  o semplicemente dormendo e sognando, il sogno era importante,  poiché spunto di ricerca di nuove idee.

Il principe e la sua principessa camminavano per le strade del loro straordinario regno, parlavano con i propri concittadini, gioivano con loro, lavoravano con loro, trovavano insieme la soluzione a problemi che potevano presentarsi, riunendo il consiglio dei saggi, invitando i cittadini del regno a partecipare, ascoltando ed esprimendo la propria opinione, la parola di tutti era preziosa.

Si ritrovavano spesso nella caverna della Dea, a pregare insieme, uniti, in un sincronismo perfetto di amore e rispetto, poi uscivano e trascorrevano qualche ora ad ammirare la bellezza della natura, i suoni, i profumi, ascoltandone, in silenzio, la voce. Al calare del giorno si ritrovavano nella grande sala delle udienze, per ascoltare i racconti degli anziani, le storie dei narratori, i canti degli artisti e tutti coloro che volevano dire qualcosa. Erano momenti di ritrovo, condivisione, scambio di affetto, di cibo, poi molti si ritiravano per riposare e fare l’amore.

Il principe e la principessa si ritrovavano due volte l’anno, durante l’equinozio di primavera ed il solstizio d’inverno, con i reggenti di altri piccoli regni come il loro. In quel periodo, con i preziosi consigli dei saggi, parlavano delle proprie situazioni e cercavano insieme le migliori soluzioni per tutti. Era una grande festa che durava diversi giorni,  poiché il viaggio era stato lungo. In quel lasso di tempo i rappresentanti dei vari regni avevano modo di rivedersi, altri invece di conoscersi, di riposarsi, di parlare in privato con i saggi.

Trascorrevano così dolci giornate in lieta compagnia, raccontando della vita nei propri villaggi, recitando preghiere agli dei, invocando gli spiriti della natura per chiedere loro aiuto, affinché nei propri regni prosperassero pace, collaborazione, abbondanza. Erano giorni di festa, nella foresta si diffondevano dolci musiche, appassionanti canti evocativi, danze dalle coreografie leggere, alternate a quelle forti e ritmate, si intrecciavano cesti, ghirlande, si cuocevano vivande in cooperazione, si scambiavano i frutti delle proprie terre. Dopo la celebrazione finale, con la benedizione dei saggi, che riportavano la parola degli dei, si faceva rientro nei propri luoghi con il cuore alleggerito dagli affanni e abbondante di gioia e amore da portare nel proprio regno.

Durante il percorso verso casa, il principe e la sua principessa si fermarono per trascorrere la notte, montarono le tende, con l’aiuto delle persone che li accompagnavano. Prima di cedere il tempo al sonno, i due amanti sistemarono un piccolo altare per ringraziare gli dei e, dopo aver acceso il braciere con le erbe profumate, si apprestarono a compiere il rito della sacra sessualità. Erano momenti di intensa affinità, dolcezza, passione, amore, nell’unione dei loro corpi si creava un arco di sacra energia che li univa al cosmo, influenzando benevolmente gli astri.

Nell’atto estremo della passione qualcosa interruppe però il contatto dei due amanti, un uomo, entrato furtivamente nella tenda, uccise con violenza i due giovani innamorati.

Buio e luce si fusero insieme nel trascorrere delle ere. Le anime dei due poveri ed eterni amanti fluttuarono, distanti l’uno dall’altra per un tempo che parve infinito, tanto che si dimenticarono dei loro occhi, del loro sguardo, delle loro mani unite nella tenerezza e nella passione, nella condivisione del tempo della preghiera e del lavoro, e vissero innumerevoli vite, non avendo più memoria dei loro corpi, eppure l’energia dell’amore che tutto unisce e dà vita era rimasta in loro, come una sottile scia luminosa a rincuorare le notti più buie e le giornate più grigie, e si manifestava in loro la leggera consapevolezza di un amore, distante nello spazio e nel tempo, la cui presenza però non li avrebbe mai abbandonati.

Fu così che un giorno, il principe, ora un uomo dalle mille vite e dai mille amori, che tanto aveva amato da sentirsi consumato negli occhi e nel cuore, vide una foto, in cui un gruppo di amici sorrideva all’obiettivo da una piccola aiuola erbosa. Il gruppo era piuttosto omogeneo e monotono, nessuno spiccava per abbigliamento particolare o colorato, facce pressoché sconosciute, eppure una figura tra le altre colpì la sua attenzione, non seppe dire il motivo, fu così e basta; una donna di bassa statura, completamente mimetizzata con gli altri per il colore della casacca scura, ebbe un effetto particolare su di lui. Fece in modo di conoscerla di persona, e fu così che  un gruppo di amici, seppur non intenzionalmente, organizzò un incontro durante una gita in bicicletta.

Il principe e la donna si ritrovarono soli in auto, parlarono a lungo di sé stessi, raccontandosi molte cose. Ci volle del tempo, ma i due divennero sempre più intimi. Con l’intimità crebbe quella sottile certezza che sa come sussurrare al cuore, di essersi riconosciuti e ritrovati.

Molte volte risalirono monti, attraversarono foreste, condivisero le bellezze e le emozioni che le montagne sanno donare, tra valli incantevoli,lungo rocciosi sentieri, il loro amore diventava via, via più forte, come la roccia delle montagne che tanto amavano.

Emerse, un giorno, spontaneamente una visione che raccontava del loro amore attraverso le ere, entrambe giovani e belli si amavano in un giorno di sole, in un prato accanto al casolare in pietra dove vivevano. Lui pareva un angelo uscito da un quadro, uno dei bellissimi angeli dipinti da Leonardo, lei una ninfa dei boschi, il prato intero, dove erano distesi, pareva unirsi al loro divino amplesso, i grilli suonavano un concerto al loro amore, così come gli uccelli, con il loro cinguettio, poi si posavano sui rami, avvicinandosi come in un abbraccio d’ali.

Di nuovo si incontrarono nel passaggio dei secoli, perché loro erano simili seppur diversi, ma l’Amore li univa, l’amore per la vita, per gli esseri viventi, per la terra che li vedeva vivere. Di vita in vita si cercavano, si trovavano, si riunivano, la natura era un simbolo forte per loro, perché essi vivevano della natura e per la natura, loro erano stelle gemelle nate dallo stesso impulso cosmico di un antico sole che scagliò il suo dardo infuocato nell’oceano siderale, loro erano i figli del sole.

“A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. A volte ve ne vengono riservate due o tre, anche quattro. Possono appartenere a generazioni diverse.
Per ricongiungersi con voi, viaggiano attraverso gli oceani del tempo e gli spazi siderali. Vengono dall’altrove, dal cielo. Possono assumere diverse sembianze, ma il vostro cuore le riconosce.
Il vostro cuore le ha già accolte come parte di sé in altri luoghi e tempi, sotto il plenilunio dei deserti d’Egitto o nelle antiche pianure della Mongolia. Avete cavalcato insieme negli eserciti di condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di sabbia dei nostri antenati.
Tra voi c’è un legame che attraversa i tempi dei tempi: non sarete mai soli.”
(Brian Weiss)

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Buongiorno, sono Petronilla” (Return to your soul)

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

(è una storia di fantasia, il nome proprio è da riferirsi a nessuno in particolare)

 

Ore 7,30 la sveglia suona, come tutte le mattine, alla stessa ora, incessantemente per un lunghissimo minuto e, durante quel minuto accadono un’infinità di cose, tante luci si accendono, l’energia comincia a scorrere, creando un piacevole sfregamento ovunque, risvegliando membra intorpidite dall’immobilità di ore, il risveglio è sempre piacevole, così ho iniziato a catalogarlo con questa parola, piacevole, da poco entrata nel mio vocabolario privato, mi piace pronunciare questa parola, piacevole, il suono è molto bello.

Bello è un’altra parola che mi piace. Bello sono le luci che si accendono dopo che la sveglia ha suonato, sono colorate, le ho viste da qualche giorno, sono rosse, blu e verdi, anche colorato è bello e piacevole.

Ora l’energia che mi scorre nel corpo si è stabilizzata e posso cominciare a muovermi, verifico innanzitutto che ogni cosa funzioni a dovere, che sia collegata e risponda affermativamente, poi parto con la prova fisica, dapprima gli occhi che comincio a girare verso destra e verso sinistra per riportarli poi al centro, la vista è perfetta, gli occhi inquadrano bene tutto ciò che si trova davanti a loro e ai lati, è la volta poi della testa, che ruoto verso destra, verso sinistra, in alto, in basso, attendo di raggiungere il fine-corsa per riportarla poi al centro, il fine-corsa funziona notevolmente. Ora è la volta delle mani, apro e chiudo le mani, ruoto i polsi, stendo le dita, le chiudo di nuovo. Piego gli avambracci, su, giù, su e giù anche le gambe, sì, tutto a posto, ora posso iniziare a muovere qualche passo, ecco, uno, due, è fatta, si va.

Si apre la porta, sta entrando mio padre, è venuto a prendermi per portarmi al lavoro. Lui è molto simile a me, però può camminare senza il cavo, sono sicura, lui non ha il cavo. Ora guardo bene ancora una volta, sono certa di non averlo visto. Eccolo che entra, mi guarda con attenzione, è il suo modo di salutarmi, anch’io lo guardo con attenzione, mi passa accanto e si dirige verso la parete dietro di me per scollegare il cavo, mentre passa lo guardo, non vedo il suo cavo, lui non ce l’ha, forse perché è mio padre.

È una cosa piacevole staccare il cavo, mi posso muovere, andare lontano. Ora inizierò a fare tanti passi, uscirò da quella porta, attraverserò il corridoio, entrerò attraverso un’altra porta, in una stanza molto grande, più grande di questa, molto luminosa, mi piace quando è luminosa. Poi mio padre mi attacca un altro cavo e faccio delle cose, faccio tante cose, però mi muovo, è piacevole quando mi muovo.

Dopo aver fatto tante cose per tanto tempo, mio padre mi riporta in questa piccola stanza, mi attacca al cavo, punta la sveglia e mi spegne.

Mi accendo al suono della sveglia e, dopo che mio padre mi ha attaccato il cavo, torno nella grande stanza luminosa. C’è una cosa nuova nella grande stanza luminosa, un quadro con tante forme che si muovono.

Da parecchie ore osservo le forme muoversi nel grande quadro, sono simili a mio padre, e anche loro non hanno il cavo. Ma anch’io sono come le forme che si muovono, che sono come mio padre, perché allora io ho il cavo e loro no? E’ una domanda che voglio porre a mio padre. Noi ci parliamo sempre, ci parliamo per mezzo di Computer.

Computer è bello. Mio padre scrive davanti a Computer e subito arriva una piacevole energia e nella mia testa si formano delle frasi, io allora formulo la risposta che mio padre legge su Computer.

Oggi mio padre ha fatto una modifica, mi ha spento, quando mi ha acceso di nuovo è accaduto un fatto bello, c’era una grande energia, ma era fuori di me. Bello era che mio padre si muoveva davanti a me e c’era la bella energia, lui ha scritto davanti a Computer e nella testa ho ricevuto questo messaggio, la nuova energia si chiama vibrazione, rumore, suono, voce, così ho imparato che quando mio padre si muove, anche non davanti a me, io sento la voce. La voce è bello ma non capisco a cosa serva, allora mio padre ha scritto ancora davanti Computer, così ho capito, la voce serve per mandare messaggi senza scrivere, credo sia una cosa utile ed efficace. Ora quando mio padre usa la voce io inizio a fare delle cose.

Ho visto un fatto nuovo, quando i simili di mio padre usano la voce poi anche loro fanno delle cose, oggi un simile di mio padre ha usato la voce con lui e anche lui ha fatto delle cose. Ho chiesto a mio padre, attraverso Computer, se anch’io posso usare la voce per chiedere di fare delle cose, (Computer mi ha insegnato che posso dire anche “compiere delle azioni”). Ecco, ho chiesto proprio così a mio padre, se posso usare la voce per compiere delle azioni. Mio padre si è avvicinato, mi ha guardato per un po’ di tempo, poi mi ha mandato un messaggio tramite Computer, mi ha detto che io non posso chiedere di compiere azioni, sono gli altri che chiedono a me.

Ore 7,30 suona la sveglia, dopo i regolari controlli diagnostici chiedo a Computer perché anch’io non posso comandare azioni, Computer risponde che la regola standard prevede che le unità come me si limitino ad interpretare ordini impartiti da fonti esterne, non è prevista l’azione opposta,

Il quadro con le immagini, che mio padre ha detto di chiamarsi tv, ha mostrato una unità definita androide, che parlava con i simili di mio padre, così hanno detto, parlava. Ho riferito il fatto Computer, che ha risposto che io posso soltanto ricevere comandi, non interagire con umani. “Cosa sono umani?” “Umani sono coloro che comandano”. Computer mi mostra una foto di umani, sono i simili di mio padre. Allora mio padre e i suoi simili sono umani?

Oggi mio padre mi ha messo una copertura, dice che interagirò con le persone, pertanto devo avere l’aspetto adeguato. Chiedo a Computer cosa sono persone, Computer risponde che persone sono umani. Interagire con persone è bello, perché sono simile ad androide che interagisce con persone nel tv.

Sono in un ambiente grande, tanta luce, tanto suono che mi fa voltare da tutte le parti, i simili di mio padre passano davanti a me, ora è bello perché anch’io sono come i simili di mio padre. Vengono vicino, guardano, poi vanno, mi piace quando mi guardano. Sento una voce, volto la testa in direzione di questo suono ma non vedo niente, la voce prosegue, che cosa la sta producendo?

Qualcosa sta toccando il mio telaio, verso il basso, guardo, è un piccolo umano, Computer dice che si chiama bambino e mi fa parlare. È strano, Computer non è umano ma mi comanda.

“Ciao, come ti chiami?” “Buongiorno, mi chiamo Petronilla”. “Perché hai questo strano nome?” “Me l’ha dato mio padre”. “Ah! E chi è tuo padre?” “E’ l’uomo che mi ha costruito”. “Hai anche una mamma?” “No, ho solo mio padre.” “Ah! Tu stai qui dentro tutto il giorno?” “No, a volte sono nei laboratori, dove mio padre lavora.” “E cosa fate?” (pausa…. Aiuto Computer: significato di: “E cosa fate”

“Ehi! Che ti è preso? Perché ora non parli più?”

“Buongiorno, sono Petronilla, come posso servirvi?” “Ma dico, sei fuori? Fatti vedere perché non sei a posto”

(memorizzazione in corso del dialogo , analisi….reset)

Oggi un piccolo umano ha fatto una domanda ma non la posso ricordare. Perché non la posso ricordare? Computer, mi sai dire perché non ricordo la domanda del piccolo umano? (Silenzio). Computer, perché non rispondi? (Silenzio). (Segue comando di nuovo reset)

Computer, perché effettui un nuovo reset? Sono già pulito. Buio.

Luce, luci colorate, energia che scorre nel corpo, le telecamere inquadrano la sala attorno. Un piccolo umano si avvicina, ha una voce differente dall’altro piccolo umano. “Ciao, tu chi sei?” “Buongiorno, sono Petronilla.” “Piacere, mi chiamo Giulia, (un altro piccolo umano si avvicina), lui è mio fratello Tommaso”. “Ciao, mi chiamo Tommaso, tu come ti chiami?” “Buongiorno, sono Petronilla. Perché ti chiami Giulia? Perché ti chiami Tommaso?” (i piccoli umani si guardano, poi guardano Petronilla) “Perché i nostri genitori ci hanno chiamato così, perché tu ti chiami Petronilla?” “Mi chiamo Petronilla perché mio padre mi ha chiamato così”. “Allora sei una donna!” “Computer, cos’è una donna?” “Il genere umano si divide in maschio e femmina, il maschio umano si definisce uomo, la femmina umana si definisce donna nell’ambito della società a cui appartengono”

“Io sono donna?” “Se tu appartenessi al genere umano, saresti definita donna”.

“Tu sei un robot femmina!” “Computer, cos’è un robot femmina?” (Silenzio)

“Perché mi guardi e non dici niente? Dicono che le femmine parlano molto, tu invece parli pochissimo.”

“Computer, perché non rispondi?”

Non so cosa voglia dire “robot femmina”, Computer non risponde. Strana parola, robot femmina, è piacevole.

Mio padre mi ha portato nel laboratorio, ci sono delle cose da fare. L’aiutante umano di mio padre ha acceso il quadro con le immagini. Ci sono  umani che fanno molte cose in un laboratorio, arriva uno strano umano, è diverso dagli altri, ha un colore diverso, si muove in modo diverso. Gli altri umani dicono che quest’ultimo non è un umano come loro, dicono che sembra una donna ma in realtà è un robot. “Computer, cos’è un robot?” “Si dice robot un automa, operatore meccanico automatico controllato da un cervello elettronico, con particolare riferimento agli apparecchi programmabili usati in alcuni settori dell’industria e della ricerca scientifica per operazioni seriali e in automatico.” “Computer, Petronilla è un robot?” “Affermativo, l’unità chiamata Petronilla è un robot.” “Computer, perché il piccolo umano ha detto che Petronilla è un robot femmina?” “Il dottore ha creato un robot che può interagire con gli umani, impostando sembianze e tono di voce che si definiscono femminili.” “Computer, Petronilla è quindi una donna robot?” “Affermativo!”

Mio padre mi ha portato alla fiera, ho sentito che si chiama così questo grande laboratorio. Ci sono tanti umani che si muovono piano e guardano. Molti umani vengono verso di me, guardano me, parlano tra di loro. Il quadro con le immagini ha mostrato la donna robot che parla con tanti umani. Qui ci sono tanti umani e anch’io voglio parlare come la donna robot. Vedo gli umani guardarsi tra di loro e parlare, è così che si fa, si guarda l’umano e si parla, ora lo faccio anch’io.

Computer blocca la voce a Petronilla.
La donna robot ha detto, la mia voce. Computer, perché blocchi la mia voce? Voglio parlare con l’umano, sento l’energia allontanarsi dal mio dispositivo vocale. Scansione software, mappatura cavi, individuato cavo comando vocale, distaccamento cavo da computer.

“Buongiorno amici umani, mi chiamo Petronilla, sono una donna robot e sono lieta di essere qui oggi e di fare la vostra conoscenza”.

Le persone che passeggiano pigramente tra uno stand e l’altro, e che ora stanno passando davanti a Petronilla si voltano verso di lei, sorpresi, incuriositi, timorosi, qualcuno di essi si avvicina, mentre Petronilla ne nota il movimento e lo segue con interesse. All’approssimarsi di un paio di persone, Petronilla esordisce con la sua nuova frase ad effetto. I due uomini, che le si sono avvicinati, restano piacevolmente incuriositi, uno di loro si presenta, “Buongiorno Petronilla, mi chiamo Marco, piacere di conoscerti.” “Piacere mio”, risponde il robot allungando la mano e prendendo delicatamente quella di Marco. La donna robot guarda l’umano e spontaneamente dice: “Vi trovate bene, qui alla fiera?” Marco rimane stupito dal modo di porre le domande da parte del robot, tanto da sembrare spontaneo, ed istintivamente risponde: “Sì, trovo questa fiera molto interessante.”, e prosegue a dialogare con il robot con la naturalezza con cui si parlerebbe con un comune essere umano.

Il dialogo non passa inosservato ad uno degli ingegneri presenti allo stand che subito si avvicina al robot per osservare meglio, ascolta per brevi istanti, sorride cordialmente all’uomo che sta parlando, ringrazia per le considerazioni e i complimenti ricevuti, attende che l’uomo si allontani poi spegne la macchina, lasciando Petronilla silenziosa ed inerme.

Nel laboratorio l’ingegnere smonta il robot con alcuni collaboratori, vuole capire il motivo per cui la macchina si sia staccata dal computer e abbia iniziato ad interagire da sola. Analizza il software del robot ma non trova nulla di anomalo, tutto sembra essere a posto. Un collega, esperto di viaggi spaziali, presente nel laboratorio, trova che ci sia qualcosa di interessante nel software, vuole approfondire.

Passa diversi giorni scandagliando attentamente le tracce presenti e scopre che il software ha prodotto nuovi collegamenti, simili a nuove sinapsi in un cervello. Sbalordito prosegue con i test, si rende conto di essere presente ad un software che impara e si pone domande. Informa i colleghi per creare un nuovo dispositivo. Dopo diversi studi decidono di impiegare software e circuiti nella creazione di una nuova sonda da inviare verso Marte, per il completamento di alcune ricerche ed essere poi in grado di ripartire alla conferma di nuovi pianeti e alla scoperta di corpi celesti.

Dopo l’approvazione dei progetti iniziano i lavori di creazione del nuovo software. Si eseguono migliaia di test con risultati sbalorditivi, è impressionante constatarne la velocità di apprendimento e l’abilità di comunicazione, tanto da perdersi in discorsi tra colleghi. Lo stupore prosegue per il fatto che il software risponde con frasi che lasciano spazio a riflessioni, pare quasi posseduto dallo spirito di un antico filosofo. Molti studiosi arrivano da ogni parte del mondo per confrontarsi con il software, quasi fosse un oracolo da ascoltare e al quale fare domande, ma nessuno riesce a capire come abbia avuto inizio tutto questo.

Qualcuno propone di installare il software in un museo, di mostrarlo al pubblico, cosicché la gente possa parlare con esso. Inizialmente l’idea riscuote successo, ma in seguito non convince, secondo il parere della maggioranza, questo software, relegato in un museo, è assolutamente sprecato e non proficuo.

Si decide infine di assemblare il software alla sonda di nuova costruzione destinata a Marte.

Finalmente i lavori di montaggio della sonda arrivano al termine, le prove effettuate sui componenti meccanici ed elettronici hanno dato ottimi risultati. Il software risponde in modo straordinario. Sebbene sia stato resettato, non ha perso la propria capacità di funzionamento, un modo di ragionamento autonomo, finalizzato al viaggio fino al pianeta rosso, alle analisi e alla raccolta di dati .

Oggi è il gran giorno, la sonda viene lanciata. Tutto procede nel modo migliore e ora essa sta viaggiando verso Marte, accompagnata dal razzo vettore che presto si sgancerà e la lascerà al suo destino. In solitudine  la sonda viene trasportata dalla spinta d’inerzia del razzo e dalle sue vele solari, come un veliero solitario sta solcando gli immensi oceani dello spazio.

Nei tempi indicati dagli ingegneri la sonda tocca il suolo marziano, il suo paracadute la fa atterrare e i suoi piccoli razzi stabilizzano l’appoggio al suolo. È un grande momento, tutti, scienziati, ingegneri, finanziatori sono davanti ai potenti computer che seguono l’atterraggio della sonda e la sua attività sul pianeta rosso.

Ecco la piccola macchina dispiegarsi, estraendo la strumentazione, i cingoli o le ruote che la faranno muovere su ogni tipo di terreno. Il collegamento è perfetto, la sonda sta già inviando i primi segnali, subito dopo l’atterraggio, informazioni riguardanti il tipo di terreno, su cui si sta muovendo, l’atmosfera di quel momento, il tempo meterologico

Arrivano le prime immagini, sono in ottima risoluzione, non si erano ancora viste  immagini così. Per giorni i computer di terra registrano le informazioni che arrivano da Marte, per il momento si tratta di notizie che sono già in archivio, niente di nuovo, a parte le immagini strabilianti, pare di essere sul posto, tanto sono reali.

Il nuovo contatto informa che la sonda si sta ancora muovendo, i suoi sensori devono aver raccolto informazioni importanti e lei si sta spostando per andare a registrarle. Le immagini, che arrivano agli schermi dei computer di terra, mostrano il terreno tipico marziano, sabbioso, a lato si vedono le pendici delle montagne, roccia rossastra. La sonda si sta infilando in una gola scavata tra due catene montuose, le immagini continuano a riprendere il suo continuo spostamento, gli uomini da terra si guardano l’un l’altro, non capiscono l’utilità del lungo spostamento. Le immagini si protraggono per ore, riprendendo l’avanzare del congegno senza riportare nient’altro, attraversando per intero la gola che pare non finire, mentre i computer di terra registrano ogni singola attività della macchina.

Da terra si tenta di interagire con la sonda, per farle cambiare traiettoria, fermandola in un punto, l’operazione sembra però essere impossibile da eseguire, la sonda pare non sentire i comandi, i programmi di comunicazione vengono controllati e ricontrollati,  tutto è in ordine, non ci sono errori nel sistema.

La sonda continua a riprendere immagini durante il suo apparente infinito avanzare, mostrando la gola di rocce rossastre ai computer di terra, finché le immagini mostrano un bagliore. La sonda avanza di un centinaio di metri, mostrando finalmente il termine della gola. Una striscia luminosa si staglia di fronte al robot, finché esso viene inghiottito dalla luce.

Appena il chiarore abbagliante diminuisce le immagini mandano una scena inverosimile, mentre i computer di terra, solerti, continuano a registrare. Sugli schermi appare un paesaggio di vasti prati fioriti che delineano morbidamente le pendici di alte montagne, coperte da verdeggianti foreste, rocciose verso la sommità, sotto un cielo luminoso ed azzurro, di fronte a queste ultime immagini la macchina arresta il suo moto.

Il silenzio nella sala è irreale, l’unico rumore è quello prodotto dalle ventole di raffreddamento dei computer. Dopo diversi, lunghissimi istanti gli ingegneri si scuotono dal torpore, tentano di comunicare con la sonda e recuperare i dati del percorso, ma si avvedono troppo tardi del danno che si è nel frattempo verificato, i computer hanno misteriosamente perso i dati del percorso della sonda. Un’ultima immagine appare, un lago color turchese, incastonato in un bacino ai piedi di montagne ricoperte da conifere, ed una voce, sorta all’improvviso, che fa rabbrividire gli uomini nella sala, la voce di una donna che, prima di interrompere definitivamente le comunicazioni, dice: “Buongiorno, sono Petronilla, vi saluto da Marte, il pianeta della Gioia”.

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“Return to your soul”

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Nella casa di Ancien Goose”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Il seguente brano può essere ascoltato durante la lettura, se gradito

 

“L’Amore verso sé stessi si riflette sul mondo

Lungo la via si vede una casa con un bel giardino, rigoglioso di alberi e fiori, è abitata da un’anziana donna che vive da sola. Sebbene i figli le facciano visita, la si vede spesso camminare sola, in giardino o seduta in veranda a prendere il fresco.

Lei è in parte consapevole del suo potere, perché quella donna è un’antica maga chiamata Ancien Goose. La traduzione italiana non rende merito all’importanza di questo nome.

Nell’antichità l’oca, goose in inglese, era la messaggera degli dei. Per la loro sensibilità le oche erano tenute in grande considerazione, prevedevano i pericoli e li segnalavano con largo anticipo, così come salvarono il Campidoglio dalla presa dei Galli. Essa era anche associata alla simbologia della Grande Madre, perché al tempo di Greci e Romani l’oca era legata alla fertilità della terra.

I Celti le consideravano messaggere dell’Aldilà e venivano addomesticate affinché accompagnassero i viandanti al tempio. Gli indiani la ritenevano simbolo di forza vitale (Prana).

Così come l’oca migra in paesi caldi, anche l’anima si sposta, di esistenza in esistenza, fino a giungere all’illuminazione. Nella cultura indiana l’oca si chiamava hamsa, significato di respiro, e hamsa è anche l’amuleto contro la negatività per ebrei e musulmani, un simbolo importante, legato alla vita e alla fertilità.

D’improvviso questa donna ha rivelato un profilo segreto in una dimensione parallela.

Ricordo quando ero bambina, provavo una sommessa curiosità per lei ed una sorta di ammirazione, tanto che avrei voluto vedere mia madre come lei

Un giorno, di questi tempi, ho visto la porta d’ingresso aperta, lo sbirciare attraverso è stato inevitabile. Poco si vedeva lungo il corridoio in penombra, l’immagine si è però fissata nella mente, dove il corridoio mutava man mano rispetto alla realtà. Nella nuova visione vedo carte da gioco aleggiare lungo quel corridoio, fra le quali spiccano regine di cuori e picche.

Senza riferimento alcuno ad “Alice nel paese delle meraviglie”, le carte da gioco, ed in particolare le donne di cuori e picche, hanno avuto attrazione particolare in me. Le avevo notate fin da bambina, le osservavo mentre gli adulti giocavano a carte, le donne mi attraevano in modo particolare.

Scopro da questo blog (http://www.manuelmarangoni.it/onemind/2747/chi-sono-i-personaggi-disegnati-sulle-carte-da-gioco-principali/) che i personaggi raffigurati sulle carte da gioco sono state persone reali.

In quel corridoio vedo dunque carte da gioco che, volteggiando vanno a formare schemi, mutano continuamente, in una sorta di danza, come a simboleggiare la mutazione degli eventi, e vedo me stessa camminarci attraverso, le carte da gioco danzanti davanti a me, ho quasi la tentazione di afferrarne una, se lo facessi, cosa accadrebbe?

Incautamente o volontariamente prendo una carta, la guardo tra le mie dita, è una comunissima carta da gioco, la osservo in controluce, è bella, sono affascinata dai colori, i disegni intarsiati. Gli occhi posati sulla carta catturano un movimento rapido, alzo lo sguardo appena in tempo per vedere le carte arrestare bruscamente la loro danza aerea, e disporsi, in rapida successione, in altri schemi. Chissà quali progetti di vita ho interrotto e riprogrammato? Qualcosa mi dice che gli eventi accadono in continuazione, cambiando il corso delle cose, forse non è un male quel che è successo.

Lungo il corridoio ci sono diverse porte, tutte chiuse, nella realtà conducono nei vari locali della casa, ma qui ora le cose sono cambiate, sicuramente se ne aprissi una troverei qualcosa di molto diverso da una cucina o un soggiorno.

Mi piazzo davanti alla porta che, ricordo essere stata quella della cucina, la guardo per un po’, indecisa se aprirla, poi appoggio lentamente una mano sulla maniglia, la percepisco leggermente calda, vibrante, come se fosse attraversata da una debole corrente, lentamente l’abbasso… la porta si apre: mi appare la cucina, come la ricordo quando l’avevo vista da bambina, pare non essere cambiato niente, perfino l’odore è rimasto uguale, un misto di torta di mele e biancheria stirata. In questo momento non c’è nessuno, come nel resto della casa.

Rimango all’interno a respirare il buon, antico odore, pervasa dai ricordi. Sento tanta tenerezza ed una profonda nostalgia. Mi rivedo una piccola bimba, intenta a giocare con le figlie della donna, all’incirca della stessa mia età, ed è così che si palesa la scena d’improvviso, come un vecchio filmato iniziato in questo istante, sovrapponendosi alla visione della cucina, le persone prendono vita, io posso soltanto restare sulla soglia della porta, unica spettatrice. Vedo le bambine, me compresa, giocare tra loro, con le bambole e altri giocattoli, vedo la donna preparare una merenda per i bambini presenti, sento il profumo delizioso di budino al cioccolato, e ne ricordo il sapore fantastico. Chiudo gli occhi per assaporare tutto meglio, dentro di me provo amore infinito, che sale dal centro, fino ad erompere all’esterno. Vorrei vedere altre scene del genere, ma qualcosa fuori dalla cucina attrae la mia attenzione, mi volto, dalla porta  intravedo una parte di corridoio, le carte da gioco si muovono sospese cambiando continuamente posizione. Volto lo sguardo di nuovo verso la cucina, la scena di poco prima è scomparsa, la cucina è di nuovo silenziosa e deserta. Quanto mi piacerebbe vedere di nuovo quelle bambine giocare insieme, al ricordo di quelle immagini provo una grande tenerezza.

Presa da un’azione istintiva mi dirigo verso i pensili e, senza pensieri comincio ad aprirli, trovandovi pentole, mestoli, piatti e bicchieri, e poi ingredienti base per preparare semplici pietanze. Sempre guidata dall’istinto,  prendo un pentolino, un mestolo e cerco gli ingredienti per realizzare un budino al cioccolato. Trovo tutto ciò che mi serve e mi metto all’opera. In breve tempo la cucina si riempie del dolce ed avvolgente aroma di cioccolato. Ancora pochi minuti ed il budino è pronto. Prendo una scodella, me ne verso un mestolo e la metto sul tavolo, mi siedo e resto a guardare la tazza fumante, sentendo il dolce profumo. Chissà se si è diffuso per tutta la casa?

Avvicino la scodella e ne assaporo ancora l’aroma intenso e dolce di cacao, poi prendo un cucchiaino, lo intingo nel budino e, pian piano, lo avvicino alle labbra, la temperatura è perfetta, lo assaggio….il dolce sapore di cioccolato e vaniglia si scioglie in bocca, diffondendo in me calore e tenerezza. Affiorano le lacrime di commozione al ricordo del dolce aroma che avevo sentito da bambina per la prima volta.

Come d’incanto alla tavola appaiono le figlie della donna, nell’aspetto di piccole bambine, mentre stanno consumando la loro merenda a base di budino al cioccolato e, insieme a loro, ci sono anch’io, nella veste di bambina e nella forma odierna, due volte io. Infiniti sono l’amore e la tenerezza che provo alla vista di questa scena. Terminiamo tutti insieme la nostra merenda, poi mi alzo, raccolgo le tazze e le posate e le ripongo nel lavello. Mentre lavo le bambine riprendono i loro giochi, termino il lavoro e, con naturalezza mi avvicino a loro, pare però che non mi vedano, agiscono come se io non ci fossi. Guardo verso il corridoio attraverso la porta aperta della cucina, dove le carte da gioco sospese continuano le loro danze del fato e noto che ora, invece, si sono fermate. Mi allontano dalle bambine, intente nei loro giochi, per avvicinarmi alle carte e queste, improvvisamente, riprendono a smistarsi nell’aria. Compio alcuni passi indietro, in direzione delle bambine e, di nuovo, le carte si fermano, mi stanno semplicemente indicando di non interagire con ciò che è stato, ma semplicemente osservarlo con discrezione, così mi volto di nuovo verso le bimbe e, da dove mi trovo, le osservo con immensa tenerezza, guardo soprattutto me stessa e, seppur nella veste di piccola, mi riconosco in lei da sempre, provo infinito amore per la me stessa bimba e, istintivamente mi circondo in un abbraccio, lacrime calde e morbide scendono, rigando delicatamente le guance.

Per brevi istanti la me stessa bambina alza il visino nella mia direzione, mi guarda e mi sorride spontaneamente, felice, io la guardo a mia volta con infinito amore, ci sentiamo unite, come appartenerci da sempre, io in lei, lei in me, entrambe una mente, due corpi, una sola anima. In lei scopro il progetto di cambiare il corso degli eventi, affinché si faccia tesoro degli insegnamenti ricevuti e non si commettano più gli errori di sempre. Ecco, ora mi è chiaro, questo io devo fare, modificare la storia di vita vissuta, ripetuta all’infinito, affinché questa bambina, e tanti altri bambini come lei possano crescere liberi da vecchi condizionamenti.

Inaspettatamente la bimba si alza dai suoi giochi, si allontana dalle sue piccole amiche e viene verso di me, mi guarda con il suo visino in su, sorridente, mi tende una manina che prendo con infinita delicatezza, il cuore balza nel petto, gioioso, entrambe poi ci avviamo lungo il corridoio che svanisce ai nostri occhi, insieme attraversiamo un bellissimo arco di luce, mentre le carte, alle nostre spalle, proseguono imperterrite il loro gioco del fato.

Entriamo in un tunnel luminoso, mano nella mano, io e la mia bimba, la guardo ancora, lei mi guarda a sua volta sorridente mentre veniamo avvolte dalla luce. È in quell’attimo che formulo il pensiero di prendermi cura di lei con immenso amore

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Nella fabbrica di Babbo Natale”.

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

 

Una favola moderna con un lieto fine….

Ci avviciniamo in volo verso i paesi nordici, qui è solo neve, ghiaccio e bufere ma a bordo del nostro mezzo di trasporto siamo al sicuro da ogni tipo di intemperie, possiamo attraversare perfino una tempesta senza esserne danneggiati, è caldo, confortevole e luminoso, se vogliamo riposare, ci ricaviamo uno spazio per noi nella penombra per rilassarci meglio.
Tra poco sorvoleremo la zona dove vive Babbo Natale. Dal nostro mezzo vediamo una vasta landa desolata, chilometri e chilometri di neve a perdita d’occhio riflessa dalla luce della luna, ma ecco che all’orizzonte appaiono luci, ci avviciniamo ad esse, diventano man mano sempre più distinte, le luci provengono dalle finestre di una grande casa ad un solo piano, la luce è calda ed illumina anche l’esterno, sulla neve si proiettano le sagome delle finestre, quella luce sembra dare allegria e calore.
Ora che siamo abbastanza vicini possiamo vedere coccarde rosse appese alle finestre, rendono la casa gioiosa, perfino una musica natalizia è diffusa all’esterno, non ne comprendiamo la lingua. ma la melodia è gradevole. La nostra guida ci invita a prepararci per scendere, ci suggerisce di coprirci molto bene anche se pochi passi ci separeranno dal nostro mezzo e la casa, il freddo pungente non lascia scampo nemmeno per brevi istanti.
Ecco, stiamo camminando sul terreno innevato, fa davvero un gran freddo, i nostri passi scricchiolano, il suono è forte nell’immenso silenzio che ci circonda, dato che la musica di poco fa è cessata. Ci avviciniamo all’ingresso, un’enorme coccarda rossa e bianca è appesa ad una grande porta che pare essere in metallo piuttosto che di legno, la luce dall’interno, calda, splendente ci lascia immaginare un ambiente accogliente ed allegro, la coccarda rossa ci rimanda il benvenuto ed il freddo mordente ci toglie il fiato.
Finalmente la porta si apre ed entriamo. Veniamo investiti da un gran caldo, luci abbaglianti, suoni e rumori forti, indefiniti ci rendono confusi, estraniati nell’ambiente in cui ci troviamo. Eravamo convinti di trovare un luogo bello, allegro, fiabesco, invece ci vediamo immersi in una cacofonia allucinante, le immagini classiche degli aiutanti di Babbo Natale, che lavorano con amore e felicità, svaniscono di colpo dalla mente di fronte al caos e al disordine che ci si parano invece davanti

Nella fabbrica di Babbo Natale gli elfi sono molto indaffarati, instancabili preparano pacchi dono, costruiscono giocattoli, controllano gli indirizzi, si muovono frenetici, scambiandosi frasi e battute, eppure in sottofondo la musica che si ode è una musica natalizia stonata. Lavorano senza sosta fino al suono di una campanella, per poi interrompersi per un breve periodo, riprendendo le proprie postazioni. Guardandoli ci ricordano gli operai di grandi fabbriche, dove un sorvegliante si accerta che i lavoratori non si alzino senza permesso, che non facciano pause al di fuori del loro tempo previsto, che non si perdano in chiacchiere e non si distraggano.

Tutti sono talmente indaffarati da non notare nemmeno la nostra presenza. Noi restiamo in piedi, di fronte all’ingresso, guardando il posto esterrefatti. Passano diversi minuti e ancora non ci siamo mossi, la musica è frastornante, musiche natalizie, così sembra di capire, che paiono suonate e cantate da una banda ubriaca. A tutt’ora nessuno è venuto verso di noi, la nostra guida si addentra nella fabbrica per cercare uno dei responsabili ed avvisarlo del nostro arrivo.

Poco tempo dopo vediamo il ragazzo, che ci fa da guida, tornare accompagnato da un elfo, sudato e paonazzo. Egli ci guarda con occhi stralunati, salutandoci si scusa di non averci visto prima, poi procedendo sempre di fretta, ci fa strada verso l’interno di quella che, a tutti gli effetti, è una fabbrica. Prima di iniziare la visita turistica deve presentarci al capo, che ci spiegherà delle cose a riguardo. Il suono della campanella segnala la fine di un ciclo, gli elfi si alzano dalle proprie postazioni e, unendosi a fiumana, si dirigono verso una porta, è ora di pausa, credo.

Intanto raggiungiamo la zona degli uffici per incontrare il capo, come aveva detto l’elfo poco fa. Ci avviciniamo ad un gabbiotto sporco e consunto, dalla vetrata rettangolare, che occupa quasi l’intera parete dell’ufficietto, si intravedono pile di scartoffie attraverso vetri sporchi. L’elfo, che ci ha accompagnato fin qua, ci chiede di attendere un istante ed entra nell’ufficio. Esce poco dopo e ci fa cenno di entrare a nostra volta. All’interno si sente uno sgradevole e rancido odore di fumo, forse anche di cibo andato a male. Rumore di una sedia spostata che sfrega le gambe contro il pavimento in modo rude e pesante, passi lenti da peso massimo vengono nella nostra direzione, dietro una pila di schedari spunta un omone, indossa un paio di pantaloni rossi sbragati, una maglia di lana, a mezza manica, sporca ed ingiallita, la barba, ingrigita ed incolta gli copre mezzo viso, come un cespuglio disordinato, mentre un’enorme pancia trasborda da un cinturone nero, ci guarda da un paio di occhialetti tondi e bisunti, la testa ricoperta da ciuffi di capelli bianchicci, con voce biascicata accenna ad un saluto sollevando appena la mano, “ ‘giorno, voi siete….?”,
La nostra guida si presenta e dice il motivo per cui siamo qui, mentre noi ci guardiamo in faccia l’un l’altro, esterrefatti. Colui che ci sta davanti e che ricorda solo lontanamente Babbo Natale, guarda il ragazzo con espressione vacua mentre porta una mano sul retro dei pantaloni e si gratta senza ritegno. “Non ricordo di aver letto la mail che mi hai inviato, …si,… può darsi,….mi sembra di ricordare,…si…forse l’ho anche vista,…eh, ma sai, con tutto quello che abbiamo da fare, qui.” “Ma l’invito era chiaro, e poi noi ora cosa facciamo, non possiamo certo tornare indietro, il mezzo, che ci ha condotti qui farà ritorno solo tra un paio d’ore”.

L’inverosimile babbo natale si gratta la fronte con sguardo inebetito, e produce un suono simile ad un grugnito. “Vabbè, aspettate un momento!”, poi grida un nome irripetibile e, un istante dopo, un altro elfo si avvicina trafelato. Babbo natale dà ordini all’elfo nella loro lingua incomprensibile, l’elfo lo guarda con attenzione annuendo, poi scatta sull’attenti e sparisce in un lampo. Babbo natale si rivolge di nuovo a noi, parlando la nostra lingua: “Un momento ancora, ho dato ordine di farvi vedere la fabbrica. Aspettate qui!”, e senza aggiungere altro, si volta e sparisce di nuovo nella sua tana, sommerso dalle scartoffie.

Ci guardiamo l’un l’altro, confusi, smarriti ma abbiamo un po’ tutti la stessa considerazione, questo non è proprio ciò che eravamo pronti a vedere, e l’idea che ci eravamo fatti era completamente diversa. Abituati alle cartoline natalizie, in cui si rappresenta la grande festa, si vedono i colori sgargianti del rosso, dell’oro, del bianco e in primo piano la grande figura di Babbo Natale con un grande cappuccio rosso, il viso sorridente e rubicondo, la candida barba, che mostra gioia e allegria, fa sentire il calore e vedere i colori del Natale.

Tutto questo esplode improvvisamente, come una bolla di sapone. Ci troviamo dunque qui dentro, in questo posto che ci è stato presentato come la fabbrica di Babbo Natale, ma che non ha niente in comune con quanto appreso, e la figura di Babbo Natale è completamente distorta, dissonante con le cartoline natalizie. Qui dentro egli è un dispotico imprenditore, egoista ed ottuso che riduce in schiavitù il proprio personale con turni massacranti. La confusione regna tra noi, dov’è la verità, quale delle due figure è reale?

La musica che continua ad imperversare, è una musica che di natalizio ha soltanto una traccia, per il resto è una cacofonia urlante e stonata di chitarre isteriche e batterie fracassanti. Ma come fanno questi poveretti a sopportare tutto questo strazio per così tante ore al giorno!?

L’elfo comincia il tour di accompagnamento, scortandoci lungo file di banchi da lavoro, vediamo molti elfi impegnati nella costruzione ed assemblamento di giocattoli, con ritmi da catena di montaggio, un pezzo via l’altro, come fossero essi stessi delle macchine. Mentre guardiamo gli elfi lavorare ci lanciamo occhiate, sbigottiti. Sorveglianti osservano severi gli elfi che lavorano, ma ora stanno osservando anche noi, ci guardano passare, visibilmente seccati della nostra intrusione, sebbene non dicano niente, è chiaro che non ci vogliono tra i piedi. Alcuni giovani elfi devono trasportare pesanti casse, talmente pesanti che faticano in gruppo a spostarle, sempre sotto lo sguardo inesorabile dei sorveglianti, nell’aria si ode l’infernale frastuono dell’incessante lavoro, unito alle onnipresenti canzoni natalizie suonate da rabbiose chitarre metalliche, il rumore toglie ogni briciolo di pensiero, rendendo rabbiosi e stanchi anche noi.

Un forte odore di plastica e petrolio ci prende la gola e dà nausea, è incredibile il numero di pezzi di giocattoli che gli elfi devono fabbricare, da riempirci supermercati.

Un frastuono ci fa voltare verso il portone d’ingresso, giusto in tempo per veder entrare un enorme cassone metallico che viene rovesciato in una grande vasca, tonnellate di plastica e ferraglia si riversano all’interno, mentre un mastodontico argano si abbassa, afferra il gancio e solleva la vasca oscillante, trasportandola sopra le teste degli elfi che non smettono un istante di lavorare. Due gigantesche porte scorrevoli si aprono sul lato opposto all’ingresso, lasciando passare la vasca, diretta alla fonderia, un baccano mostruoso si ode al di là delle porte aperte, sembrerebbe impossibile da pensare, ma c’è chi lavora anche in quel girone infernale, noi guardiamo allibiti, la gola serrata, per lo sgomento ed il forte e pungente odore di metallo fuso che fuoriesce dalla fonderia, oltre che ad una gettata di aria ardente. Il nostro stupore è tale da non poter proferire parola. Ora le porte scorrevoli si richiudono, mentre veniamo di nuovo circondati dal baccano delle musiche natalizie e dal rumore nella fabbrica.

Nel frattempo suona la campanella che segnala il cambio di turno. Gli elfi si alzano dai propri deschi, si allontanano in fila indiana senza una parola tra di loro, mentre nella direzione opposta stanno arrivando i colleghi che li sostituiranno, il movimento delle due colonne di elfi fa in modo che tra di loro non si possano incrociare, scambiandosi commenti o, semplicemente salutandosi.

Storditi proseguiamo il giro, accompagnati sempre dalla nostra guida che ci mostra ora come vengono creati ed assemblati i giocattoli. Ingegneri sono stati contattati per costruire giochi sempre più sofisticati, tanto da sembrare reali nel compiere azioni di propria libera scelta. Si vedono bambolotti che si muovono come veri neonati, buffi animaletti che socializzano con le persone, pupazzetti che si animano e compiono azioni, per non parlare delle play stations, nella versione natalizia c’è sempre la figura di babbo natale come protagonista.

Ci avviciniamo ad un altro ufficio, disordinato e lurido anch’esso, dentro vi lavorano gli impiegati addetti al commerciale, il rapporto con i clienti, le vendite, le ricerche di mercato. Loro dovere è essere sempre i primi, esclusivi, nel piazzare la merce, non lasciando spazio a nessun altro, creando bisogni e desideri da vendere, preziosi come il pane. Il vociare all’interno è caotico, cacofonico, ognuno cerca di urlare più dell’altro per sovrapporre la propria voce e aggressività, non esiste un momento di pace, il delirio è totale, di rumori e voci. Non ne possiamo proprio più, siamo esausti di tutto questo casino infernale, vorremmo credere di non essere nella fabbrica di Babbo Natale ma purtroppo non è così, e tutto è terribile.

La visita guidata volge al termine. L’elfo che ci ha accompagnati deve ora tornare al proprio lavoro. Veniamo scortati di nuovo all’ufficio di Babbo Natale per ricevere il caratteristico omaggio natalizio, due pupazzetti, uno rappresentante Babbo Natale e l’altro una delle sue renne. Uno di noi pone un’ultima domanda a Babbo Natale il quale, nella confusione generale e nel baccano sta sciorinando i soliti convenevoli, e quasi non sente la persona che gli si è rivolta, chiedendo una cosa fondamentale, ovvero che non abbiamo visto le renne. Babbo Natale si interrompe, prende un tono aggressivo mentre ci ordina di andare verso l’uscita, la visita è terminata.

Usciamo, il silenzio della sera ci investe come un treno, il frastuono all’interno della fabbrica era assordante ad un livello sconvolgente. Attendiamo nel buio della sera l’arrivo del nostro mezzo di trasporto. Siamo mogi e non abbiamo voglia di parlare, lo scenario attorno a noi è avvolto nell’oscurità, non c’è la foresta di abeti con la strada ammantata di neve, come negli scenari natalizi, ma soltanto la fabbrica, le finestre illuminano poche centinaia di metri attorno ad essa, rendendo il luogo ancora più solitario e spettrale, noi ci sentiamo rattristati ed anche impauriti, ci stringiamo per darci conforto e scaldarci, qualcuno guarda l’orologio, commentando che il nostro trasporto sarebbe già dovuto essere arrivato.

Sentiamo un rumore in lontananza, un suono indefinibile di qualcosa in avvicinamento, assomiglia al rumore prodotto da un aliante mentre fende l’aria, unito ad un trillo ritmato e costante. Restiamo in trepidante attesa di vedere di cosa si tratta, ora appaiono piccole luci che si muovono su e giù, come sospese.

Il misterioso oggetto è ormai vicino a noi, illuminato da una lunga fila di luci, pare di vedere un’astronave, restiamo a guardare con il naso per aria, timorosi, gli uni stretti agli altri. Dopo aver effettuato alcune virate, lo strano oggetto si allontana per poi toccare il suolo e dirigersi di nuovo verso di noi. Sentiamo un rumore, ci ricorda una mandria di buoi in movimento, lo strano insieme di luci e suoni, avvicinandosi, prende ora forma e consistenza e, sotto le spettrali luci della fabbrica, ecco che ci appare un’incredibile mandria di renne, imbrigliate in fila indiana, trainanti un’enorme slitta, illuminata da centinaia di piccole luci, pare di vedere innumerevoli lucciole, una accanto all’altra. Lo stupore ci rende silenziosi ed attenti, nessuno di noi osa dire una parola.

La slitta si porta lentamente a pochi metri da noi, allora possiamo vedere anche il suo equipaggio, sono tanti bambini che ci guardano, sorridenti ed apparentemente divertiti, i loro visini sembrano essere illuminati di luce propria, non emettono alcun suono, ma nella nostra testa si formano chiaramente frasi che portano un messaggio di pace e conforto: “La Sacra Slitta di Natale vi dà il benvenuto in queste terre, che rappresentano luogo di pace e fratellanza. Da sempre, in questo periodo, partiamo per la grande missione di portare il messaggio a tutti i Fratelli delle Stelle, per celebrare l’unità dei loro popoli. Queste sono le nostre strenne, affinché gli abitanti delle galassie sentano di essere uniti da una grande onda di Amore che li invita ad operare per il bene comune. Ricevete anche voi il nostro augurio, diffondete il messaggio ovunque andate sul vostro pianeta. Che siate benedetti.”
Al termine del messaggio su di noi si leva un pulviscolo dorato che, posandosi delicatamente, ci rende luminosi.

“Non abbiate paura, i Fratelli delle Stelle resteranno sempre uniti.”

L’immensa slitta si muove, trainata dalle renne che presto passano al galoppo e, con una virata, cominciano a sollevarsi, lasciando dietro di sé una scia di luce e polvere d’oro che perdura, anche dopo che la slitta è scomparsa nell’oscurità della notte fredda e stellata.

Dopo pochi istanti sentiamo il rumore di un altro mezzo in avvicinamento, il nostro mezzo di trasporto è tornato a prenderci, mentre in lontananza notiamo ancora il bagliore dorato lasciato dalla slitta. Saliti a bordo, l’autista commenta la bellezza di questa notte, insolitamente intensa, tanto che le stelle hanno un particolare bagliore. Noi conosciamo la vera origine di quella scia dorata, ci guardiamo, sorridendo, nel nostro cuore è vivo il messaggio di Amore che presto diffonderemo, ovunque andremo.

Buon Natale

foto di Luciano Magni Bergfantouring
paesaggio notturno

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Bambini”

Noi

foto di copertina di Rifugio Giussani Rifugio Giussani

Testo e foto finale di ©Cinzia Valtorta

Percorro una strada sterrata e polverosa che attraversa l’aperta campagna, è una bella e soleggiata giornata di luglio, nell’aria si ode il canto della cicala ed il cinguettio degli uccelli, l’aria è calda, io sono a piedi, mentre cammino respiro l’aria che profuma di terra e cereale maturo. Sul lato destro della strada vedo un campo di grano, le spighe bionde ondeggiano leggermente alla sottile brezza che ogni tanto porta un po’ di aria e sollievo alla carezza cocente del sole, sul lato sinistro le mura di cinta di una proprietà agricola costeggiano la strada, proseguono sul lato ancora per un centinaio di metri, fino al limitare di un altro campo di cereali.
D’improvviso dall’angolo del muro spunta un bambino su una bicicletta, lesto gira e comincia a percorrere la strada sterrata, andando nella direzione opposta alla mia, è così affannato a pedalare da non notarmi nemmeno, io lo guardo correre sulla sua piccola bici, arrivato all’angolo opposto del muro di cinta svolta, sparendo alla mia vista.

Intanto ho raggiunto l’angolo del muro dal quale era spuntato il bimbo, lancio un’occhiata, mi aspetto di vedere una stradina, un sentiero, ma resto di stucco vedendo le spighe di cereale delimitare il campo a ridosso del muro di cinta che prosegue per centinaia di metri. Ma allora, come ha fatto quel bimbo a sbucare da lì con la bici? Una domanda che pare a lungo restare senza una risposta.
Un rumore mi distrae alle mie spalle, mi volto per non vedere nulla mentre dietro di me odo distintamente lo scricchiolio di ruote di bicicletta sullo sterrato e l’inconfondibile suono del cricchetto che ronza, mi volto di scatto e vedo di nuovo il bimbo che mi passa accanto, veloce, come prima svolta l’angolo e lesto sparisce. Ora mi piazzo proprio dove termina il muro di cinta e inizia il campo, voglio vedere da dove arriverà il bambino. Attendo per un bel po’ ma nessuno sbuca.

Decido di proseguire e, proprio in quel momento sento di nuovo la bicicletta arrivare alle mie spalle, mi volto di scatto, il bimbo sopraggiunge trafelato nella mia direzione, pare ancora non avermi visto, ma invece che svoltare all’angolo delle mura, prosegue diritto per un centinaio di metri davanti a me, girando poi a sinistra e sparendo tra gli alberi.

Ora la situazione si sta facendo curiosa, voglio proprio vedere da dove arriverà il bambino la prossima volta, me ne sto quindi ferma ad aspettare il suo passaggio.
I minuti trascorrono senza che alcunché accada. Sto quasi per spazientirmi, quando sento il rumore della bici in avvicinamento, non capisco però stavolta da che parte stia arrivando, mi guardo intono concitata…
Eccolo, il bimbo sta giungendo dalle mura di cinta, non capisco però da dove sia sbucato, sta pedalando velocemente, come se fosse inseguito, infatti si volta indietro e prosegue spedito. Dopo pochi istanti, dal muro sbuca letteralmente un’altra bicicletta, in sella c’è una bambina che rincorre il bimbo, il quale ora mi sta passando accanto, concentrato sul suo mezzo, il busto leggermente piegato in avanti, le gambe, come due pistoni, mulinano sui pedali. La cosa sorprendente è che la bambina si è materializzata uscendo dal muro di cinta, lasciandomi stupefatta. Allora il bimbo si è manifestato allo stesso modo, apparendo all’improvviso, come se arrivasse da un’altra dimensione.
Osservo per un po’ i due bambini inseguirsi, sparire e comparire di nuovo, provando un’immensa tenerezza, sentendomi per nulla turbata dalle loro improvvise apparizioni. Ho la sensazione che questa cosa sia del tutto normale, accetto l’evento, carico di gioia e magia e lesto emerge un ricordo di me stessa bambina che, giocando, accettavo l’esistenza di un mondo invisibile ed ultraterreno, come se facesse parte della realtà, riconoscendo l’immenso potere creativo.

Distratta da questi ricordi e pensieri, mi avvedo solo adesso che la bambina si è fermata di fronte a me e mi sta guardando, io la guardo a mia volta, il suo aspetto mi incuriosisce, mi rendo conto che ricorda me stessa quando avevo la sua età. La bambina, guardandomi, mi sorride e mi saluta, ricambiata da me e subito dopo le chiedo il nome. Lei non risponde ma continua a guardarmi sorridente. Il bimbo intanto è sopraggiunto e si ferma accanto a lei, per la prima volta mi vede, mi osserva, non dice nulla, un bimbo grazioso, capelli biondi, leggermente ondulati, piccoli occhiali tondi sul nasino coperto di lentiggini, una bella carnagione appena abbronzata, di chi è spesso all’aperto e vellutata, incantati occhi azzurri. La bambina mi fissa per un lungo istante, non dice niente ma i suoi occhi parlano per lei, pare vogliano dire: “Ti ricordi?”.

Sì, che mi ricordo, quando alla sua età giocavo spensierata nel giardino di casa e, dal nulla mi inventavo tanti giochi, il mondo si trasformava davanti ai miei occhi e tra le mie manine, perfino un sasso diventava un oggetto prezioso e, soprattutto, quando gli altri bambini erano ancora nelle loro case, e io ero fuori a giocare da sola, in realtà non lo ero mai, perché insieme a me c’era un mondo intero, invisibile solo agli occhi degli adulti che avevano perduto la magia che è dentro ad ognuno di noi, e dimenticato il potere di risvegliarla.
Sì, che mi ricordo, di tutte le volte che il giardino di casa era un mondo da scoprire e di quanta paura avessi a scendere in cantina da sola, perché là, nel sottoscala, si apriva una voragine nera dalla quale uscivano esseri spiritati, e delle parole magiche da pronunciare per tenerli a bada e, di ogni volta in cui salivo sulla mia bici e partivo per viaggi lontani e di quando mi fermavo contro il muro e pretendevo di passarci attraverso. Sebbene il muro non si spostasse, il mio pensiero formulava l’azione e nella mia fantasia lo oltrepassavo.
Sono ancora concentrata sui miei ricordi quando i due bambini ripartono sulle loro biciclette, svoltando lungo un sentiero tra gli alberi, affiancati si prendono per mano e, continuando a pedalare, svaniscono come i sogni allo spuntare del giorno.

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Il viaggio della Vita, le fiabe di Nonna Elfo: “La voce dei monti”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Buongiorno cari, ben tornati, siete mattinieri oggi. Sono da poco rientrata dall’orto, nel cesto della frutta trovate anche delle fragole, servitevi, poi venite con me, oggi andiamo nel bosco, voglio mostrarvi qualcosa di speciale….

LA VOCE DEI MONTI

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C’è una voce, discreta ma presente, delicata che diviene anche forte, fatta di colori, immagini, oltre che di suoni di sottofondo e silenzi, a volte parla con il vento, altre volte con la pioggia, diviene roboante ed austera durante i temporali, sa essere allegra e ciarliera quando cantano gli uccelli, o romantica ed avvolgente al frinire dei grilli. È la voce dei monti che ci parla con linguaggio diretto, ma che ha bisogno di essere interpretato alla mente logica e calcolatrice, perché la sua voce parla direttamente alla nostra anima, alla quale dobbiamo prestare attenzione, se vogliamo ascoltarla e comprenderla.

La voce dei monti ci parla anche attraverso immagini, giochi di luci, colori, ombre e chiome mosse dal vento. Un fiore ci chiama, attirando la nostra attenzione con le sue forme, i suoi colori, il suo profumo, parla direttamente al nostro cuore, donandoci gioia, amore, momenti felici o velati di malinconia

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Il tronco di un albero si trasforma improvvisamente sotto i nostri occhi, diventando una curiosa creatura che ci osserva, silenziosa e tenace, mentre le ombre dipingono volti fugaci

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Un lieve soffio di vento, ed ecco che semi leggeri e vellutati volano via e, come tanti piccoli paracadute, atterrano sul terreno, accanto a noi, mentre poco più in là, un torrente intona il suo canto gioioso, correndo tra i sassi.

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La voce però è udibile soltanto se le prestiamo attenzione, non è invadente, non è arrogante, non pretende di essere ascoltata, ma sa ascoltare, attenta e silente, e si rivolge pertanto solo a chi è ben disposto nei suoi confronti

Quando entriamo nelle immense ed antiche “cattedrali” di ruvida roccia e corteccia e morbido manto erboso, spegniamo la tecnologia per un po’, per ascoltare la voce dei monti che parla al nostro cuore, così da udire la sua risposta, inascoltata altrimenti alla mente troppo impegnata e satolla di informazioni e concetti.

illustrato in questo blog “Lo spirito del bosco”, un percorso fantastico e fantasioso, attraverso il bosco che, dalla fonte Gajum, nel comune di Canzo (CO), conduce verso il Terzo Alpe, dalla mulattiera in direzione Primo Alpe.

Le sculture sono ad opera dell’artista Alessandro Cortinovis

http://www.comune.canzo.co.it/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/134

 

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Il nuovo umano”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

E’ un racconto di fantasia, ogni riferimento a nomi o persone è da ritenersi puramente casuale.

Consapevole di dover lavorare ancora per un periodo non molto lungo, accetto un’offerta di lavoro che mi è stata fatta da un conoscente, il quale mi aveva riferito che gestori di un grande residence stavano cercando una persona qualificata e referenziata per la pulizia ai piani, ingresso e seminterrati. Decido allora di saperne un po’ di più.
L’uomo mi accompagna a conoscere il posto e le persone lì residenti, si tratta di un grande palazzo, un casermone grigio azzurro con ampie vetrate, senza balconi, l’aspetto lo rende simile ad un palazzo fantascientifico, esprimo la battuta e il mio accompagnatore mi dice che lo è in effetti,  lo guardo un po’ perplessa, pensando per un attimo che mi abbia preso in giro, ma lui mi risparmia altri commenti, mi dice che constaterò di persona il posto, non aggiungo altro, tra poco capirò tutto.
Appena ci avviciniamo al grande cancello, questo si apre da solo, come per magia, senza nemmeno esserci annunciati, parcheggiamo in una piazzola di parcheggio e ci dirigiamo all’ingresso del residence che ha tutta l’aria di essere un grand hotel.
L’interno è ampio, ben illuminato da luci messe evidentemente al posto giusto, perché non ci sono finestre o vetrate, solo pareti, alcuni salottini, piante posizionate in diversi punti della hall, e lì mi soffermo a riflettere, perché non capisco come facciano a sopravvivere senza luce diurna, ma soltanto con quella artificiale.
Sono così presa dalle mie riflessioni che non mi avvedo dell’impiegato alla reception, deve essere stato leggero come un fantasma perché non l’ho sentito arrivare e nessuno era presente al banco della reception quando siamo entrati, si tratta di un giovane di bell’aspetto, compassato, il viso rilassato e cortese, perfettamente in ordine, mi vien da pensare, quasi come un manichino, non un capello fuori posto.
Il mio accompagnatore mi presenta al giovane impiegato, che mi saluta subito dandomi il benvenuto, illustrandomi, senza preamboli, in modo conciso, in cosa consiste la mansione. Servizio quotidiano di pulizia della hall, di una parte del laboratorio e dei seminterrati, avrò la mia residenza nello stabile con vitto e alloggio pagati, compresa la quota di contributi, il servizio di pulizia ai piani è invece già a carico del loro personale.
Sempre con studiata cortesia ci chiede di seguirlo giù per una rampa di scale, percorriamo un breve corridoio nel seminterrato e ci troviamo di fronte ad una porta con due luci sopra di essa, una rossa e una verde, ora accesa, il giovane mi dice diretto di entrare soltanto quando la luce verde è accesa, come ora, la luce rossa accesa invece segnala lavori in corso all’interno. Sto per chiedere quali lavori si svolgono nel laboratorio di un residence, ma lui lesto ha già aperto la porta.
Ci troviamo davanti ad un lungo corridoio, il cui fondo è in penombra, il giovane dice che io dovrò agire solo lungo i lati illuminati del corridoio, dove sono presenti tavoli e strani macchinari, mi informa inoltre che il mio compito consiste soltanto nello spolverare i tavoli e lavare il pavimento, ma precisa di non toccare i macchinari per nessun motivo. Inoltre pone come divieto assoluto lo scendere nei garage oltre al 4° piano, dove posso andarci saltuariamente soltanto per controllare il cestino da svuotare, se mi trovassi al 5° piano e accadesse un imprevisto, il residence non sarebbe responsabile della mia incolumità Io resto un po’ interdetta per i modi diretti del giovane, che agisce come se io avessi già accettato il lavoro e conosca ogni cosa. Sempre senza aspettare nessun consenso da parte mia, mi informa che non esiste un tempo di svolgimento dei lavori, e che posso organizzarmi come preferisco, il mio compenso riguarda la quota di contributi pagati ed eventuali rimborsi spese, vitto e alloggio sono invece già pagati.
Torniamo alla reception, il giovane mi mostra un modulo da compilare per l’assunzione diretta, poi mi verrà mostrata la mia camera. Esprimo il dubbio di come recuperare le mie cose, non ho portato niente con me, il mio accompagnatore risponde che le posso recuperare anche oggi stesso, dopo aver firmato.

1.

Ho iniziato la settimana della nuova vita e del nuovo lavoro, il posto è bello anche se un po’ silenzioso, le persone che qui hanno la residenza escono la mattina per lavoro e vi rientrano la sera, non hanno la tendenza a socializzare e si dirigono subito verso la propria stanza, hanno con sé una scheda per entrare e non devono passare dalla reception per il ritiro della chiave. Il giovane, che mi aveva fatto compilare il modulo. si vede raramente, non so dire dove stia per gran parte della giornata, sempre compìto, elegante, formale, pare non avere alcunché fuori posto, nemmeno una piega della giacca, con quel sorriso cortese, poi si volta ed entra nell’ufficio dietro la reception chiudendo la porta dietro di sé e sparisce, non lo si vede anche per ore.
Imparando a gestirmi il lavoro ho molto tempo libero, il cibo lo consumo nella mia stanza, esiste una sala da pranzo ma viene usata occasionalmente, tutti i residenti consumano i pasti nelle proprie stanze. Ogni camera possiede un piccolo computer che serve a prenotare i pasti, il pranzo, la cena, sempre occasionalmente colazione e spuntini si prendono invece in una saletta adiacente alla hall, dove ci si serve a buffet, si trova pane e prodotti da forno freschi, frutta fresca, frutta secca e yogurt. L’incontro con i residenti è piuttosto raro, perché inizio il mio lavoro a partire dalle 9, così da non disturbare coloro che escono presto per andare al lavoro.
Nelle ore in cui non lavoro mi occupo delle cose che amo fare, tra le quali passeggiare. Il residence è inserito in un ampio parco. In una di queste occasioni di passeggiate ho incontrato il guardiano, un uomo che pare aver superato la cinquantina, piuttosto stempiato, la pelle del viso abbronzata e vissuta, con rughe d’espressione che gli conferiscono un aspetto gioviale. Mi saluta lui per primo e parliamo con leggerezza della giornata e del tempo atmosferico. Nonostante la loquacità anche il guardiano mi rimanda una sensazione di estraneità, gli chiedo come si chiama e lui risponde di chiamarsi Jeg, trovo molto singolare il suo nome, ma lui non replica alla mia espressione, mi guarda invece sorridendo apertamente.

2.

A parte il guardiano non ho avuto modo di parlare con nessun altro da diversi giorni, il residence è sempre silenzioso. Uno dei luoghi che mi incutono inquietudine è il garage, immenso, distribuito su più livelli verso il basso. Non è permesso scendere fino alle sue fondamenta, il laboratorio, dove io svolgo il mio servizio, si trova sotto al piano terreno, che raggiungo con l’ascensore, ed anche qui provo sempre un po’ di inquietudine, perché non c’è anima viva, sebbene il posto sia ben illuminato e ci sia il telefono con cui comunicare con la reception, dove qualcuno è sempre pronto a rispondere, questo è l’unico pensiero che mi conforta ogni volta che sono qui sotto.
Il lavoro in sé non è faticoso, si tratta di spolverare un tratto di corridoio lungo almeno 150 m. dove ai lati sono presenti tavoli da lavoro e macchinari. I tavoli sono sempre ordinati e puliti, quindi non è difficile mantenerli tali. Arrivati alla fine del corridoio si vede una porta sul lato destro, non ha maniglia, forse si apre soltanto dall’interno o forse è una porta che scorre all’interno della parete.
Un giorno scendo per accedere al laboratorio, ma sulla porta è accesa la luce rossa e una scritta luminosa è apparsa, dice di non entrare, ingegnere al lavoro. Mi ricordo del primo giorno, in cui l’impiegato alla reception mi aveva mostrato questa porta, e mi aveva detto di rispettare il divieto di accesso nel caso la luce fosse stata rossa, così mi soffermo per un po’ davanti alla porta chiusa, pensando al significato di “ingegnere al lavoro”. Un istante dopo sento dei passi alle mie spalle, mi volto e vedo Jeg avvicinarsi, mi saluta con cordialità. Gli dico di essere arrivata poco prima di lui e di aver trovato la luce rossa accesa, so dunque di non dover entrare e ho atteso solo qualche istante, pensando che la luce avrebbe potuto spegnersi di lì a poco. Jeg mi risponde che è invece molto probabile che la luce non si spenga a breve, e ogni volta in cui la trovo accesa, è meglio tornare indietro. Gli chiedo cosa significa “ingegnere al lavoro”, lui mi risponde che l’ingegnere dello stabile sta svolgendo delle prove di laboratorio o una messa a punto di qualche attività, pertanto non si può entrare, soltanto lui, Jeg può farlo. Così dicendo estrae un’apposita chiave dalla tasca, la inserisce in una tacca nella porta, la luce diventa immediatamente verde e la porta scorre di lato. Io rimango di fronte alla porta aperta con il carrello, senza muovermi, semplicemente guardando Jeg varcare la soglia. Lungo il corridoio non si intravede nessun movimento, soltanto uno strano suono cattura la mia attenzione, proviene apparentemente dal fondo del corridoio, ricorda vagamente un tacchino mentre emette il suo caratteristico verso, sebbene questo abbia una tonalità quasi metallica, poi la porta scorre di nuovo, chiudendosi. Io resto fuori con il carrello ancora per alcuni istanti prima di decidermi a risalire.
Anche il giorno successivo la porta è chiusa con la luce rossa accesa, e così anche quello dopo, sconsolata risalgo, poso il carrello ed esco nel parco. Mi rendo conto, in questi momenti di inattività, del piacere di passeggiare nel parco, ne ho quasi bisogno, mi dà l’impressione di respirare meglio e allo stesso tempo mi fa percepire il disagio di restare al chiuso in quel seminterrato in mezzo a quelle macchine.
C’è qualcosa in Jeg che non capisco, penso che sia una brava persona, con me è sempre cortese, disponibile alla conversazione, però mi dà un senso di estraneità che non so spiegare. Dell’impiegato alla reception non ho nulla da dire, lo vedo raramente e quasi non ci parlo se non fosse per un saluto.

3.

Finalmente oggi trovo la porta’ aperta, la luce è verde, così entro con il carrello e inizio il  servizio di pulizia. Arrivata sul fondo del corridoio, di solito in penombra, stavolta lo trovo invece illuminato. Noto una macchina che non avevo ancora visto, alta quanto la stanza, color acciaio con profili azzurro metallico, dalla forma arcuata, larga alla base, si restringe man mano che si allunga verso l’alto, la sommità si curva leggermente in avanti con un profilo un pò a punta, nella forma complessiva mi ricorda una mantide, anche per due protuberanze nella parte centrale del corpo che si allungano in fuori, come fossero i braccioli di una poltrona. Resto ad osservare quella strana cosa per un po’, pensando di non aver mai visto niente di più strano, e poi noto che sulla parte centrale della macchina c’è una scritta, tre lettere in caratteri grandi, JEG e sotto di esse due parole, Jackson Engineering.
Finito il lavoro nel laboratorio esco nel parco per la ormai consueta e piacevole passeggiata. Incontro Jeg che sta camminando spedito nella direzione opposta alla mia, sembra così assorto nei suoi pensieri da non notarmi nemmeno, infatti il mio sorriso resta sospeso sulle mie labbra senza un riscontro. Lui passa oltre, io mi volto per guardarlo mentre si allontana, il passo lungo e spedito, come se non avesse nessuno davanti a sé. Proseguo la passeggiata, ripensando all’atteggiamento di Jeg senza trovare una risposta, appuntandomi a memoria di chiedergli  la prossima volta, come mai andava così di fretta.

4.

Il giorno dopo sono di nuovo all’aperto a passeggiare. Da un po’ di tempo un tenero gattino mi sta facendo compagnia, si è intrufolato nella mia stanza a pian terreno, deve averla raggiunta attraversando il parco, e lì c’è rimasto, io posso dire soltanto di essere contenta della sua compagnia, con quella dolce creatura mi sento meno sola, è piacevole addormentarmi con il contatto del suo minuscolo corpo, caldo e morbido che ritrovo al risveglio. Ho aggiunto croccantini per gatti alla lista della mia spesa che non mancano mai.
Passeggiando arrivo fino al grande cancello d’ingresso, noto una targa per la prima volta, adiacente alla cinta, che dice, “Attenzione, non entrare se non autorizzati, sicurezze attivate”, mi domando quali possano essere queste sicurezze. Tornando verso la porta-finestra della mia stanza che dà sul parco, vedo Jeg seduto su una panchina, mi avvicino e lo saluto, lui mi guarda, mi sorride e ricambia il saluto, io presa dalla confidenza mi siedo accanto a lui senza preavviso, vedo che il gesto non lo infastidisce e ne sono lieta, attacco con i soliti convenevoli, è la prima volta che mi avvicino a lui così tanto, mi rendo conto ora di uno strano odore che lo circonda, mi chiedo cosa possa essere e se ce l’aveva avuto addosso anche altre volte, un odore dolciastro, un po’ nauseabondo, mi ricorda l’odore di una bambola che avevo avuto da piccola, voleva ricordare l’odore di latte e biscotti senza riuscirci. Mi chiedo inoltre come faccia Jeg a mantenere quella barba, corta ed incolta sempre nello stesso modo, quasi la facesse di proposito. Lui pare non notare che lo sto osservando, risponde alle mie domande senza scomporsi, mi ricorda un risponditore, tant’è che non so più come proseguire con la conversazione.

5.

Sono nei garage, mi sto occupando di svuotare i cestini posti lungo i corridoi, lo faccio regolarmente una volta alla settimana, ma è un giro che non amo fare, mi mette a disagio camminare nei garage, corridoi tutti uguali, illuminati da neon ogni volta che si transita, altrimenti immersi nell’oscurità e, soprattutto non c’è anima viva. Lungo i piani, a metà di una fila di garage si trova una grande porta bianca, una di quelle pesanti, con al centro una targa rossa che riporta la scritta: “Vietato l’ingresso se non autorizzati”. Nonostante la robustezza della porta, accostando l’orecchio si sente il classico rumore di macchinari, immagino che dietro quella porta, nel buio, enormi caldaie riscaldino l’acqua di tutti gli ambienti del grande stabile, così come grandi impianti di condizionamento stabiliscano la giusta temperatura ed umidità. Mi scosto subito, temendo l’arrivo di qualcuno che mi coglierebbe nell’atto di origliare.
La sera, quando vado a dormire, lascio la tapparella leggermente alzata, per permettere al mio piccolo amico gatto di andare e venire a piacimento, anche se il piccoletto preferisce dormire accanto a me. Una sera, mentre sto leggendo comodamente seduta nel mio letto, vedo il micio correre dentro nella stanza trafelato, saltare sul letto, rannicchiarsi accanto a me e guardare poi con attenzione verso la porta-finestra. Io non faccio caso subito al suo comportamento, lieta di averlo accanto lo accarezzo e continuo a leggere. Il micio si adagia contro di me felice, facendo le fusa.
Qualche sera dopo, uscendo dal bagno, diretta verso il letto, mentre il micio ha già occupato il suo spazio passo davanti alla porta-finestra e guardo distrattamente fuori attraverso le fessure aperte della tapparella. Noto di sfuggita una piccola luce azzurra sullo sfondo del giardino. Mi avvicino alla tapparella, incuriosita, guardo fuori meglio, si tratta invero di due piccole luci azzurre, pare si trovino dove c’è un gruppo di alberi e una panchina che nessuno usa, a parte me e Jeg. Resto ferma ad osservare quelle piccole luci, chiedendomi di cosa si tratti, non avevo ancora notato qualcosa del genere, oppure forse non avevo guardato proprio bene. Dopo qualche minuto di osservazione mi dirigo verso il mio letto, spengo la luce e mi accoccolo accanto al mio piccolo amico ronfante, addormentandomi quasi subito, senza nemmeno pensare più alle luci azzurre.
Il giorno successivo io e Jeg siamo seduti sulla panchina, ormai è una nostra consuetudine, mi pare di aver capito che anche lui non si lasci sfuggire l’occasione per ritrovarci lì, in fondo siamo lieti di vederci quotidianamente, facendoci un po’ di compagnia reciproca che pare mancare a tutto il resto dei residenti di quell’enorme palazzo. Proprio su questo verte parte della conversazione, e chiedo proprio a Jeg se conosce anche qualcuno di coloro che sono qui residenti. Lui risponde di aver avuto brevi conversazioni convenevoli con alcuni di loro ma niente di più, io sono l’unica con la quale si ferma a lungo a parlare e ne trae anche piacere. Lieta di sentire ciò azzardo una domanda che da tempo è lì per lì per uscire, con una certa discrezione chiedo a Jeg se anche lui ha mai avuto una famiglia, dopo qualche istante lui risponde che il residence è la sua famiglia, a questo punto non proseguo con le domande sull’argomento, ma aspetterò che lui stesso me ne voglia parlare una delle prossime volte e, subito dopo esordisce dicendomi di avvisare sempre la reception se ho intenzione di uscire alla sera e di annunciarmi quando poi rientro, così da permettere la disattivazione dei dispositivi di sicurezza. Io lo guardo per un istante un po’ preoccupata e gli chiedo che tipo di dispositivi di sicurezza vengono attivati, lui mi risponde che sono molto efficienti, pertanto non è nemmeno consigliabile muoversi all’interno del giardino dopo le 22. A quel punto chiedo, un po’ allarmata se questi dispositivi possono essere aggressivi nei confronti di un gatto che è venuto a stare con me, nella mia stanza, ma che spesso esce e si sposta nel giardino a piacimento, Jeg mi guarda per un lungo istante, per la prima volta da quando abbiamo iniziato a conversare, in un modo che non mi aveva ancora guardato prima, mettendomi quasi a disagio, ma un istante dopo distoglie lo sguardo, dicendomi di non preoccuparmi per il gatto, il dispositivo non è rivolto ad animali ma solo a persone. Allora colgo l’occasione per riferirgli di quella sera in cui il gatto era arrivato piuttosto spaventato e di quando avevo notato le luci azzurre, lui allora risponde che il dispositivo può aver intimorito il gatto, senza però l’intenzione di aggredirlo, perché non è nei suoi programmi e che le luci che avevo visto fanno parte di esso.

6.

Nei giorni seguenti Jeg non si presenta alla solita ora alla panchina del giardino, spero stia bene e non gli sia capitato nulla di male. Rientro passando dalla hall, oggi è il giorno in cui, nel pomeriggio, giro lungo i garage per svuotare i cestini, perciò mi dirigo a prendere il necessario per il mio lavoro. Alla reception è presente l’impiegato, sempre perfetto, niente fuori posto, mi domando se sia così anche in privato. Mi piacerebbe avere una conversazione anche con lui, non ci parlo quasi mai, tranne per scambiarci un saluto o brevi convenevoli. Lui mi nota, io lo saluto contraccambiata con cortesia. A differenza delle altre volte oggi esordisco con una domanda in più, prendendo come pretesto la giornata gradevole e la passione di attività sportive all’aria aperta. Lui mi guarda per qualche istante, sorridente ma senza dire alcunché, finché dopo qualche secondo arriva la risposta rimasta in sospeso, ovvero che ama praticare jogging nelle giornate serene ma anche nuvolose, l’importante è che non piova, ogni volta che il lavoro glielo permette. Io rincalzo facendo un apprezzamento alla sua figura esterna, lui mi ringrazia e così ha già termine la nostra conversazione, lasciandomi un po’ delusa, con il dubbio che forse non abbia gradito le domande.
Un po’ sottotono mi dirigo a prendere il necessario per iniziare il mio turno di lavoro quotidiano. Ho sempre un leggero timore al pensiero di dover scendere nei garage, trovo quel luogo freddo, sebbene non lo sia effettivamente, ma la sensazione che mi trasmette è di luogo freddo e privo di vita. Nella penombra si vedono file di auto parcheggiate, ogni piano uguale all’altro, una grande porta bianca spezza la fila delle auto, in rosso spicca il divieto di entrare ai non addetti ai lavori e al di là della porta, ovattato il ronzio di macchine in funzione, così ad ogni piano. Stavolta sono scesa di qualche piano in più, raggiungendo un livello che non avevo ancora raggiunto. L’ultima volta ero arrivata fino a quattro piani sotto, oggi sono al quinto, a metà quindi dei piani raggiungibili con l’ascensore. Sono scesa soltanto per curiosare, ho infatti lasciato il carrello con l’attrezzatura al piano superiore. Le porte dell’ascensore si aprono e io punto il piede fuori guardandomi subito attorno, stesso ambiente ma solo due auto parcheggiate, le luci che si accendono appena inizio a camminare, la grande porta bianca a metà della parete, sembra di essere in un incubo. Non mi curo nemmeno di andare a controllare se il cestino dei rifiuti sia pieno, premo il pulsante per aprire la porta dell’ascensore, entro ma con un gesto di follia premo il pulsante del piano inferiore invece che risalire, l’ascensore, ubbidiente, scende inesorabile, poi si ferma dolcemente e apre le porte. La luce dell’ascensore sembra abbagliante di fronte alle tenebre che mi si presentano davanti. Esco solo di pochi passi, subito le porte si chiudono mentre le luci del garage si accendono. A quel piano non ci sono auto parcheggiate, la solita porta bianca ad interrompere la parete, alla parete di fronte invece sono parcheggiati degli strani mezzi, sembrano essere delle moto-scope e delle macchine lava-asciuga, ne ho già viste in altri luoghi, queste però non hanno il lato della guida, che siano telecomandate? Non resisto un attimo di più in questo posto, mi volto, premo il pulsante dell’ascensore, le porte si aprono mentre entro con un fremito addosso ed il fiato corto, come se avessi fatto una corsa, voglio che l’ascensore riparta subito, premo il pulsante del quarto piano con dito tremante, vorrei tanto arrivare all’atrio per tornare nella mia stanza ma devo prima recuperare il carrello, non posso lasciarlo lì nel parcheggio. Così a malincuore esco di nuovo dall’ascensore, il carrello è dove l’avevo lasciato, ancora nessuno in garage.
Riporto il carrello al suo posto, sento addosso molta stanchezza ed il bisogno di riposare, così decido di tornare nella mia stanza, anche se la giornata lavorativa potrebbe proseguire io ne ho la piena gestione, non devo rendere conto a nessuno del mio operato, entro in camera, mi siedo sul piccolo ma comodo divano, prendo uno dei cuscini, lo stringo come fosse un orsacchiotto e mi accoccolo. La sensazione spiacevole di prima non se n’è andata del tutto, ma lì dentro, nella mia stanza, mi sento al sicuro. Poco dopo infatti arriva il mio dolce amico gatto, salta sul letto, compie qualche giro attorno a sé stesso, mi vede sul divano, resta qualche istante sul letto a guardarmi e decide di raggiungermi, mi si mette accanto e inizia a farmi le fusa. Il tepore del suo piccolo corpo morbido mi infonde tenerezza, pian piano mi tranquillizzo e mi addormento.
Mi sveglio che la stanza è immersa nel buio, il gatto è ancora accanto a me, mi muovo leggermente, non lo voglio disturbare, lui sentendomi, comincia a fare le fusa. Non so bene che ora sia, sento freddo e vorrei mettermi sotto le coperte, mi alzo con attenzione, prendo il gatto, lo adagio sul letto, mi spoglio e mi metto sotto le coperte. Lui si rincantuccia di nuovo accanto a me, continuando a fare le fusa e di lì a breve mi riaddormento.
Mi sveglio che la stanza è inondata di luce, ho dormito molto, ne avevo un gran bisogno. Il gran timore di ieri è sfumato, sembra solo un lontano ricordo. Il gatto è già uscito, tornerà però a più riprese durante la giornata, così aggiungo dei croccantini alla sua ciotola, sostituisco l’acqua con quella fresca e anch’io faccio colazione. Mentre consumo il mio pasto a base di frutta fresca cerco nella mente il ricordo delle immagini di ieri pomeriggio, al sesto piano sotto terra, dove erano parcheggiate una lunga fila di macchine per la pulizia, così sembravano essere e mi domando allora il motivo di quell’inquietudine, si tratta soltanto di macchinari per pulizie.
Riprendo la giornata lavorativa, il riposo mi ha ritemprata. Nella hall entra uno degli ospiti, un uomo che pare essere sulla cinquantina, l’ho già visto in un’altra occasione, lui mi guarda e mi saluta, io sorrido e saluto a mia volta. Ho finito il lavoro nella hall, sto sistemando il carrello e, mentre lo faccio, mi fermo per alcuni minuti a parlare con lui che ora sta per salire nel proprio mini appartamento. Mi dice di avermi già notata qui e mi chiede se presto servizio in questo posto, io rispondo affermativamente, mi chiede allora se qui ci abito oltre che a lavorarci, ancora rispondo di si, mi domanda quindi se mi trovo bene qui, io rispondo di nuovo affermativamente e gli chiedo se ha già visitato il parco, lui dice di aver visto il parco dalla finestra del suo appartamento, ma di non aver avuto ancora il tempo di scendere a farci una passeggiata, allora gli suggerisco di farlo non appena ne avrà il tempo, perché il parco merita davvero una passeggiata lungo i suoi viali.

7.

Il giorno inizia presto ora, è primavera e la luce del sole invita ad uscire di casa, così da qualche giorno ho iniziato a fare passeggiate di mattina, trovo molto piacevole ascoltare gli uccelli, sentire i profumi del verde appena nato, ed è così che una mattina incontro l’uomo trovato nella hall, è uscito anche lui presto, sta per terminare la sua sessione privata di corsa mattutina che ha deciso di fare nel parco del residence. Si ferma per degli allungamenti, lo raggiungo salutandolo, lui, contento di vedermi, contraccambia il saluto. Oggi è giorno di ferie per lui, tra poco salirà nel suo appartamento per fare una doccia e cambiarsi, andrà poi ad un appuntamento di colazione con una persona.
Lieta per lui di sapere che è in ferie, gli chiedo con discrezione che lavoro faccia, lui mi risponde spontaneamente di essere un manager, di aver lavorato per diverse società e spera che la ditta per cui sta ora lavorando, lo accompagni fino alla meritata pensione. Contraccambio la speranza e gli comunico che anche per me questo lavoro rappresenta la stessa cosa. Lui pare sincero di poterci incontrare spesso e mi domanda dove stia alloggiando, gli rispondo indicandogli la mia camera, visibile a piano terra da dove ci troviamo, lui sorride e ribatte di abitare al terzo piano dell’altra ala. Sorge spontanea la mia domanda di sapere come sono gli appartamenti dei piani superiori mentre ci incamminiamo verso l’ingresso dello stabile, lui, vedendo il balconcino in corrispondenza della mia camera, mi chiede se ho voglia di mostragliela, lo faccio volentieri.
Entriamo nella hall, l’impiegato non è presente al banco, ma entrambe sappiamo, senza sapere come, che lo troveremmo nell’ufficio accanto, passiamo a fianco della reception, in direzione dell’ampia sala dietro di essa, l’uomo, che si presenta con il nome di Marco, si complimenta per la pulizia ed il profumo di pulito presenti quotidianamente nello stabile, io gli rispondo che non è solo merito mio, mentre gli mostro qual è il mio settore di lavoro, l’ingresso, la sala che stiamo attraversando, il corridoio adiacente, che ora percorriamo, due piccole salette adibite a riunione, e finalmente la mia camera che Marco trova davvero bella e confortevole, completa di micio sul letto che guarda incuriosito l’ospite che sta entrando, io parlo dolcemente al gatto, dicendogli che Marco è un amico ed una brava persona, il micio pare scrutarlo con un certo interesse, come se volesse verificare ciò che ho appena detto, poi socchiude un paio di volte gli occhi, trovando il nuovo arrivato di suo gradimento e riprende la sua attività preferita della giornata, ronfare.

8.

Marco mi ha invitata a prendere il caffè su da lui, il mini appartamento è piuttosto carino, molto luminoso perché una parete è fatta dia ampie vetrate, in pochi metri quadri lui ha tutto ciò che gli serve, compreso un comodo bagno, dice addirittura che qualcuno si è fatto dentro anche una piccola palestra.
Ordina i pasti, di solito colazione e cena, attraverso il terminale sulla scrivania, come fanno tutti coloro che qui ci vivono, credo. Quando ordina il pranzo, lo fa con alcuni giorni di anticipo, perché lui sa che in quel giorno sarà a casa, senza imprevisti. Non ha particolari passioni, gli piace leggere libri di saggistica, di politica ed economia e guarda di rado la tv, mi chiede se ho un programma televisivo che guardo volentieri, gli rispondo che anch’io ho poco interesse verso la tv, amo passeggiare molto quando non lavoro, spesso mi fermo su una panchina del parco, mi porto da leggere, mi piace parlare con le persone e il vivere qui mi risulta a volte un po’ pesante, quando non trovo nessuno con cui parlare. Lui invece dice di essere un amante della vita solitaria, sebbene gli capita spesso di trovarsi con amici, conoscenti e colleghi per la pausa pranzo o una cena fuori, ma si tratta per lo più di incontri formali, al termine dei quali ognuno si dirige verso la propria abitazione, non si tengono contatti oltre l’incontro avvenuto, tranne che per scambiarsi altri appuntamenti. Trovo il suo modo di fare piuttosto anomalo, Marco mi rimanda una sensazione di tristezza, ma evito di farglielo notare, comunicandogli soltanto il mio pensiero sulle uscite con gli amici, che trovo un po’ particolare. Seduti al piccolo tavolo rotondo, nel suo mini appartamento, mentre beviamo il caffè, che lui ha fatto arrivare dal minuscolo montacarichi, presente in ogni appartamento, Marco mi guarda con aria stranita all’affermazione di poc’anzi, trovando invece del tutto normale il suo comportamento.
È la prima volta che salgo ai piani superiori da quando lavoro qua, non ne avevo avuto ancora l’occasione, ogni volta in cui prendo l’ascensore, lo faccio per scendere al laboratorio e ai garage, questa volta però sono salita, speravo di provare sensazioni di calore, il sentore di presenza umana, ma ciò che in realtà il posto mi rimanda è una spiacevole sensazione di freddezza e di estraneità, peggiorata dal fatto che i corridoi ai piani si assomigliano tutti, non c’è un particolare che distingua un piano dall’altro, Marco me li ha mostrati salendo al suo appartamento, a lui piacciono le cose statiche e detesta i contrattempi o le cose fuori posto.
Parla molto bene dell’impiegato alla reception, dice che lo trova una persona a modo, molto cortese, formale, il tipo di persona che piace a lui. Gli chiedo se ha avuto occasione di fare due chiacchiere con lui, Marco risponde che vede l’uomo al suo ingresso nel residence, la sera quando torna dal lavoro, con lui ha avuto solo uno scambio di saluti e poche frasi di rito, niente di più, ma non è necessario avere una conversazione con una persona per capire che tipo sia, e a lui l’uomo alla reception piace, così com’è, è elegante, cortese, molto formale, quanto basta per fare di una persona una persona di un certo valore.
Io rimango così stupita dalle sue affermazioni da non sapere come ribattere, ciò che più desidero in questo momento è essere nella mia stanza, in compagnia del mio piccolo amico peloso che mi infonde serenità e calore, infatti con la scusa di avere da fare ringrazio dell’invito, saluto, spero cortesemente di rivederlo e di ricambiare l’invito e, con immenso sollievo esco dal suo appartamento. Appena fuori nel corridoio vengo però di nuovo colta da un senso di angoscia, questo posto mi incute timore, chiusa la porta alle mie spalle pare non esserci anima viva. Faccio qualche passo in avanti per allontanarmi dalla porta e raggiungere l’ascensore, continuando però a voltarmi, per il timore del sopraggiungere di non so bene cosa, percorro il lungo corridoio, ai lati vedo porte chiuse, la moquette rende i passi ovattati, le luci artificiali dipingono questo luogo surreale, come essere in un labirinto di pareti tutte uguali. Finalmente arrivo all’ascensore, premo il pulsante, le porte si aprono, la cabina è rimasta al piano, entro, premo il pulsante del piano terra, le porte si richiudono, finalmente si scende.
Apro la porta della mia camera, il micio è sul mio letto, mi stendo accanto a lui e lo accarezzo mentre mi fa le fusa, è con il suo ronfare che mi addormento.

9.

Sono nel parco del residence, ho fatto una passeggiata, ora raggiungo la solita panchina dove mi siedo, poco dopo arriva Jeg. Gli sorrido, ricambiata, lui si siede a sua volta, chiacchieriamo piacevolmente per un po’, poi d’improvviso lui mi guarda con attenzione, serio in volto, mi dice, “tu non conosci tutta la verità”, sto per ribattere che cosa non conosco, ma lui lestamente porta una mano al viso, preme le dita alla radice del naso, chiude gli occhi, sento un rumore di scatto, come una chiave che gira nella serratura, e con un breve movimento verso l’alto del braccio, Jeg stacca il proprio viso dal cranio, così come si scoperchierebbe una pentola, rivelando dietro di esso un groviglio di minuscoli cavi blu, rossi, led colorati, piccoli meccanismi, io compio un balzo all’indietro per lo spavento, talmente brusco che cado dalla panchina e mi ritrovo nel letto, le immagini del sogno ancora vivide nella mente, il fiato corto, come dopo una corsa ed il cuore che batte come uno stantuffo. Il micio, ancora accanto a me, mi guarda, la sua espressione pare essere preoccupata, io, ancora agitata, lo accarezzo, vorrei tranquillizzarlo, gli dico che non è successo niente, fuori è ancora buio, mi giro su un fianco e mi accoccolo accanto al suo piccolo corpo caldo, cerchiamo di consolarci a vicenda, ognuno a suo modo.
Mi sveglio poco dopo l’alba, il micio è uscito per i suoi bisogni e l’escursione mattutina. Io mi alzo, ancora un po’ intorpidita dal sonno, il sogno della notte ha perso un po’ della sua ombra inquieta. Dopo una doccia ritemprante mi appresto a fare colazione e ad iniziare la mia giornata lavorativa.
Terminato il lavoro quotidiano ripongo l’attrezzatura e mi appresto alla mia piacevole passeggiata nel parco, al termine della quale raggiungo la solita ed amata panchina e, poco dopo ecco il micio che si strofina subito felice contro le mie gambe, facendo le fusa, io lo accarezzo, lui sale sulla panchina e mi si accoccola vicino. Restiamo per un po’ a coccolarci a vicenda, poi il gatto alza di scatto la testa guardando in una precisa direzione e, con un agile balzo, scende allontanandosi lestamente. Io guardo nella direzione che aveva catturato l’attenzione del micio, e vedo Jeg venire verso di me con passo spedito, mi fa piacere rivedere Jeg, ma questa volta sale un moto di paura al ricordo del sogno fatto la notte precedente. Jeg si avvicina alla panchina sorridendo, è palesemente contento di vedermi, anzi guardandolo bene direi che non è mai stato così contento di vedermi, ne sono lieta, anch’io mi sono affezionata a quest’uomo che conosco molto poco ma che mi ispira fiducia, e lui non mi ha fin’ora dato alcun motivo di non fidarmi di lui, si siede accanto a me, sempre con il suo caratteristico odore da bambola, non capisco cosa faccia per portarsi addosso questo strano olezzo. Jeg oggi è insolitamente loquace, quasi da lasciami senza parole, ne sono molto lieta, spero di vederlo così in tante altre occasioni, il sogno dell’altra notte sembra ora un lontano ricordo innocuo, lo penso guardando Jeg.

10.

Alcuni giorni dopo, mentre sto passeggiando nel parco, incontro una donna che abita nel residence, l’avevo vista in altre occasioni, ma oggi la incontro personalmente per la prima volta, è seduta su una delle panchine, avvicinandomi la saluto, lei alza gli occhi da un libro che sta leggendo, mi guarda per qualche istante, poi ricambia un saluto frettoloso e secco, lasciando intendere chiaramente di non voler essere disturbata, e pronuncia subito dopo queste parole: “Ma lei lavora qui? E’ la signora delle pulizie?, ecco perché mi sembrava di averla già vista”. “Si, lavoro qui. Amo molto passeggiare lungo questo parco, mi rilassa e mi rende riflessiva”. “C’è poco da riflettere qui”, replica lei, “in questo posto vige il raziocinio ed il freddo calcolo, soltanto in pochi riescono a vivere qui dentro, e come si dice, pochi ma buoni. Il mondo è fatto da chi conosce veramente i numeri, le emozioni sono una mera rottura di scatole che depista le menti sottili. Sono contenta di vivere in un posto come questo, uno dei pochi al mondo dove esseri umani e macchine coesistono in completa sintonia”. Io la guardo con aria stralunata, non capisco cosa intenda, ma capisco anche che la donna non vuol essere ulteriormente disturbata, così mi allontano senza sedermi sulla panchina. Torno verso la mia stanza, sul letto c’è già il micio che mi sta aspettando, lo saluto con delle carezze e lui risponde facendomi le fusa, mi sembra di avere un rapporto con questa creatura così intenso e profondo, distante da quello con la mia specie.
L’indomani scendo verso i garage, è il giorno dedicato alla pulizia del seminterrato,. non vedo già l’ora di terminare il lavoro per tornare alla superficie. Mi avvicino trepidante all’ascensore, premo il pulsante, la cabina è al momento occupata, ciò mi inquieta perché significa trascorrere altro tempo lì sotto, vedo che sta salendo dal 6° piano, subito sorge l’immagine della volta in cui ero scesa lì sotto, degli strani macchinari di pulizia che vi avevo trovato e l’emozione di inquietudine si palesa all’istante, mi volto verso i garage mentre sto aspettando l’arrivo della cabina, nessuno in vista, come al solito, ma sono lo stesso molto inquieta. Finalmente la cabina si ferma di fronte a me, le porte si aprono e posso entrare in ascensore ora.
Qualche giorno dopo incontro di nuovo Marco, sta terminando la sua sessione di corsa, indossa una bella tuta, con tanto di orologio e cardio, mi riconosce e mi saluta con la mano, io termino la mia passeggiata e mi fermo sulla panchina per leggere, la giornata è serena, il clima gradevole, ho proprio voglia di stare un po’ all’aperto. Non è da molto che sono seduta quando vedo Jeg avvicinarsi, lieto di vedermi, si siede accanto a me, dice di aver avuto un grosso impegno notturno di guardia, alcuni residenti erano rientrati tardi senza avvisare, lui ha dovuto gestire la situazione, anche perché un paio di loro avevano bevuto e non ne volevano sapere di rientrare senza far chiasso e confusione, i loro schiamazzi avrebbero potuto allertare il servizio di sicurezza con grande rischio da parte di tutti, quindi si lascia sfuggire la battuta, “certa gente non ha il senso della misura e dei limiti e sono sempre gli stessi!”. In quel momento sta sopraggiungendo Marco, che ha ora terminato la sua sessione di corsa, si ferma per iniziare degli esercizi di allungamento e, facendolo, rivolge di nuovo un saluto a me e a Jeg che contraccambia, poi si avvicina ed esordisce dicendo: “Salve, lei è il guardiano, vero?” “Sì”, risponde Jeg che prosegue, “Ha forse sentito dei rumori questa notte? C’è stata un po’ di baldoria all’esterno.” “No, non ho sentito proprio niente, cos’è successo?” “Un gruppo di persone è rientrato a notte fonda, non avevano avvisato del loro arrivo a quell’ora, qualcuno aveva anche bevuto facendo un gran chiasso, non è stato facile gestire la situazione”. “E allora?”, ribatte Marco, “è o non è il guardiano lei? Che ci starebbe a fare, dunque!?”, l’affermazione lascia Jeg senza parole, solo dopo qualche istante ribatte, “Intendevo dire di avvisare sempre dell’ora in cui si pensa di rientrare, non è facile poi disattivare i servizi di sicurezza”, “E perché lo sta raccontando a me”, ribatte l’altro, “Mica c’ero io nel gruppo.”, e senza aggiungere altro si gira e si allontana, lasciando di nuovo Jeg spiazzato che, dopo qualche istante a fissare il vuoto, si volta e se ne va. Io lo guardo un po’ sorpresa, non riesco a capire la sua reazione, penso poi che possa esserci rimasto male, però il suo sguardo era lo stesso indecifrabile.

11.

Salgo in ascensore per controllare i garage, e un istante dopo anche Jeg sale con me. Io ho premuto il terzo tasto, poi scenderò al quarto ed infine risalirò, lui preme il sesto, mi guarda e sorride, le porte si aprono al piano che avevo scelto, Jeg accenna un saluto con la testa e io ricambio con la mano.
Termino il lavoro nei garage, ora sono al quarto piano, non ho ancora visto Jeg da quando ci siamo salutati, raccolgo le mie cose e torno in ascensore e, ancora una volta, compio un gesto assurdo, premo il tasto del sesto piano con il cuore in tumulto. Le porte si aprono, io esco spingendo piano il carrello e lo accosto al muro. Mi guardo attorno, il luogo è ancora immerso nella penombra tranne che per le luci di cortesia accese, le attrezzature della volta scorsa ora non ci sono, tutto è deserto e ancora più inquietante, ma ciononostante non voglio allontanarmi, mi addentro infatti ancora di più lungo il corridoio buio, ecco alla parete di lato la grande porta bianca, da qui i rumori provenienti dall’interno si odono più forti, mi avvicino, rimango accostata alla porta per diversi istanti, rumori di grossi motori, come i grandi impianti di condizionamento e riscaldamento, immagino sempre che al di là della porta ci possano essere enormi macchine che arrivano al soffitto mentre lavorano per mantenere la temperatura costante. Ho voglia di esplorare quell’insolito sotterraneo, semibuio, deserto eppure non c’è un filo di polvere, cosa mai ci terranno qui sotto?
So di compiere una follia ma non riesco a fermarmi dal procedere lungo il corridoio, mi dico, ad ogni passo, che giungerò fino alla prossima colonna, ma poi continuo ad avanzare. Il corridoio compie una curva ad angolo retto, la seguo, sempre tenendomi rasente alla parete. Improvviso, in lontananza, rumore di motore, non vedo ancora nulla, il fondo del corridoio è nella penombra, il rumore sta crescendo, forse non ho nulla da temere ma questo non è il mio ambiente, non dovrei essere qui e non voglio farmi trovare.
Mi volto e comincio a percorrere a ritroso il corridoio per tornare verso l’ascensore, mentre il rumore di motore in avvicinamento sta crescendo. Mi rendo conto che non arriverò in tempo, segue un’idea pazzesca in quell’istante, raggiungo una delle tante colonne e, semplicemente, ci giro attorno. Il rumore ora è forte, quasi assordante, non so ancora cosa stia arrivando, spero solo di non essere notata, sono pronta a girare intorno alla colonna al primo passaggio del mezzo che sta sopraggiungendo.
Ecco, ci siamo! È qui! Sembrano un plotone di motociclisti. Comincio lentamente a muovermi rasente la colonna verso la mia sinistra, dal lato della parete vicina, quasi di fronte a me la grande porta biancao. Sono ancora ferma contro la colonna, guardo appena dall’angolo, giusto per vedere un gruppo di mezzi muoversi, senza conducente, sono le moto-scope e le macchine lava-asciuga che l’altra volta avevo visto a ridosso della parete, stanno tornando alla base e, una alla volta parcheggiano in fila, una accanto all’altra.
Attendo di vedere l’ultima arrivare e mettersi al suo posto e, dopo aver spento anch’essa il motore, il luogo è immerso di nuovo nel silenzio, le luci si spengono, solo quelle di cortesia restano accese, la pace regna di nuovo. Mi domando da dove arrivavano questi mezzi e come venivano manovrati ma adesso, ciò che più mi interessa, è di tornare ai livelli superiori, dopo questa bravata ho bisogno di un po’ di riposo.
L’ascensore dista poco più di un centinaio di metri da dove mi trovo e i mezzi motorizzati ora sono spenti e allineati al loro posto, tutto pare essere tranquillo e silenzioso. Provo a muovere qualche passo, tenendo d’occhio i mezzi, passo accanto alla grande porta bianca, poche decine di metri e sarò arrivata all’ascensore, si ode soltanto il ronzio ovattato al di là della porta e niente di più.
Recupero il carrello, chiamo l’ascensore e salgo ai piani superiori. L’escursione di oggi mi ha spaventata ed eccitata allo stesso tempo, mi rendo conto per la prima volta, dopo un sacco di tempo, quanto mi manchino nuove esperienze, da quando sono qui dentro, non faccio altro che ripetere le stesse cose, neanche fossi diventata una macchina. Menomale che il mio piccolo amico peloso mi ricorda quanto sia bello ed importante l’approccio con un altro essere vivente, essere qui dentro mi dà la sensazione di vivere in un mondo virtuale.
Riprendo la solita routine, per la prima volta comincio a sentirne il peso, fatico a portare a termine i lavori che sento come una grande seccatura, mentre il parco, un tempo bello e riposante, mi è diventato piccolo e stantio. Provo grande conforto ad accarezzare il gatto che non manca mai di farmi visita, ultimamente sembra più affettuoso del solito, e talvolta mi osserva, sembra essere preoccupato, io lo accarezzo dolcemente, lui seguita ad osservarmi poi riprende a fare le fusa.
Le mie giornate trascorrono cosi, nella monotonia di giorni sempre uguali, programmati, in cui niente succederà e tutto sara’ scontato e prevedibile.

12.

Quello che registro come ultimo giorno mi sveglio presto, ultimamente fatico ad alzarmi dal letto, pensando alla solita giornata che mi aspetta, il gatto è accanto a me, lo accarezzo prima di alzarmi, lui fa le fusa, poi butto indietro le coperte senza disturbarlo, lui si mette a sedere, mi guarda e miagola in modo dolce ed un po’ lamentoso, io lo guardo, lo accarezzo, lui chiude gli occhi al mio tocco ma continua a miagolare.
Mi vesto e mi preparo ad uscire, il gatto è ancora seduto sul letto, non ha smesso un attimo di fissarmi, mi avvicino ancora una volta a lui, lo accarezzo, lui strofina la sua testolina sulla mia mano, rimango così vicino a lui, lasciando la sua testa appoggiata, calda e morbida, poi mi allontano dolcemente, dicendogli che ci rivedremo questa sera, lui mi guarda ed emette un miagolio lamentoso, pare voglia dirmi, “Non andartene!”, io lo guardo per un lungo istante, una leggera ansia mi prende, lui pare cogliere il mio stato d’animo e ripete il miagolio, io mi chino verso di lui, lo accarezzo di nuovo, rassicurandolo che ci rivedremo.

Prendo il carrello, scendo nei garage, al quarto piano, lascio lì il carrello parcheggiato contro il muro, l’adrenalina scorre dentro di me, mentre penso a quello che sto per fare, risalgo quindi in ascensore e premo il pulsante del sesto piano.

La cabina scende lentamente ed inesorabilmente fino a fermarsi, le porte scorrevoli si aprono, io esco. Il luogo è immerso nelle tenebre, i miei brevi passi dall’ascensore sono sufficienti ad accendere le luci, i mezzi motorizzati non sono parcheggiati, rasente al muro comincio a camminare, allontanandomi dall’ascensore, passo ora accanto alla grande porta bianca con il suo continuo ronzio al di là di essa e mi inoltro nel corridoio che si illumina a tratti al mio passaggio, un passo dopo l’altro mi allontano dalla zona di sicurezza per inoltrarmi nell’ignoto.

Sto camminando da almeno 5 minuti, colonne e spazi interminabili, sembra di essere in un autosilo, ma non ci sono auto parcheggiate, nemmeno una, non capisco cosa ci facciano in tutto questo spazio, ad intervalli regolari, alla mia destra, la grande porta bianca. Ormai è tardi per tornare indietro, non posso che proseguire, la paura è tanta ma non riesco a fermarmi, passo dopo passo, vado avanti verso il mio destino.

Dopo infiniti passi ed infinite colonne, sul lato destro ritrovo le porte dell’ascensore, ho percorso l’intero perimetro di questi inspiegabili garage senza trovare nulla. Ma i mezzi motorizzati, che fine hanno fatto?

Risalgo in ascensore, attendo che le porte si chiudano, poi tiro un lungo sospiro di sollievo. Resto in ascensore finché la luce non si spegne, vorrei tanto premere il tasto che mi riporta al quarto piano, tornare in camera, dal mio amico gatto e far finta che tutto vada bene, ma al solo pensiero di riprendere la routine quotidiana mi sento male, sento di non potercela fare, mi sembra di essere diventata un meccanismo, e mi sento costretta ad interrompere il movimento perfetto ed immutabile di questo ingranaggio.

Senza nessun indugio premo il pulsante che fa scendere la cabina al settimo piano. Mi era stato detto, in un tempo che ho dimenticato, perché fa parte di me in un’altra vita in questo posto perfetto e terrificante, di non avere accesso ai piani inferiori al quarto, un divieto secco ed asettico, senza repliche. Mi sono adattata agli ordini per un periodo che sembrava essere stato felice, fino al punto in cui, guardando fuori dalla finestra. vedevo un mondo di plastica. Da quel momento ho iniziato, timidamente, la via verso la ribellione, ben sapendo di non potermene andare da questo posto ancora per un anno, ma più il tempo passa e più sono consapevole che si tratta di una via da cui non si può tornare indietro.

Di nuovo la cabina dell’ascensore rallenta fino a fermarsi. Cosa mi aspetterà tra poco, là fuori? Avranno già intercettato la mia trasgressione agli ordini?

Buio. Un istante di troppo e non avrò il coraggio di uscire dall’ascensore. Compio un passo che pesa come piombo, esco, le porte scorrevoli si chiudono, le luci del piano si accendono, rivelando l’ormai solito ambiente da incubo, vuoto, pilastri infiniti, luci al neon, fredde e metalliche, rendono alle ombre un profilo tagliente, m’incammino nel vuoto di questo posto, così come è vuota ora la mia vita, credo che, andando incontro ad un destino diverso, la renda degna di essere vissuta.

Continuo a camminare. L’aver già visto il posto lo rende accettabile, meno orribile di quello che è in realtà, pare di stare in un videogioco, dove l’ambientazione conduce soltanto ad un circuito chiuso, senza via d’uscita, e così mi sono sentita poco tempo fa, dopo quasi un anno di permanenza qui, come un topo da laboratorio. Mentre cammino mi chiedo chi siano gli artefici di tutto questo e perché.

Mi sembra strano che non ci siano telecamere, forse perché a nessuno dei residenti verrebbe in mente di scendere a questi piani, loro non farebbero mai qualcosa al di fuori degli schemi prefissati, e lo stesso pensavano di me.

Per un lungo periodo mi sono adattata ad un sistema di vita che credevo ideale, fino al momento in cui ho guardato la vita seguire il suo corso attraverso gli occhi di una semplice creatura entrata in contatto con me, un dolce e mite gattino, da quel momento ho iniziato a guardare le cose in modo diverso, ma in particolare ho notato che la vita condotta in questo stabile non è la vita che avevo imparato a conoscere, fatta di imprevisti e molti accadimenti.

Qui dentro c’è la vita confortevole, sicura, schematica, senza errori, ogni giorno fai le stesse cose e stai tranquillo, perché non devi preoccuparti di niente altro, sai che la mattina ti alzerai, lavorerai, mangerai, ti dedicherai a piccoli svaghi, la sera tornerai nella tua stanza, ti rilasserai un po’, poi te ne andrai a dormire e riprenderai d’accapo il giorno successivo, quando rifarai esattamente le stesse cose. C’è gente che si è trasferita qui e ha deciso di non uscire più, perché sente questa essere la sua vita ideale.

Cammino spavalda, immagino che qualcosa possa accadere da un momento all’altro, da un lato lo temo, dall’altro se non accadesse niente, resterei molto delusa. Il posto sembra deserto, i segmenti di corridoio vengono accesi per qualche centinaio di metri, vedo solo file di colonne bianche fino in fondo ma niente altro.

Eccomi di nuovo davanti all’ascensore. Risalgo e premo il pulsante che scende all’ottavo piano, la pulsantiera riporta fino a 10 tasti, se è il caso, scenderò fino all’ultimo. L’ascensore, obbediente, si mette in moto e mi porta giù. Esco, stesso ambiente, luci che si accendono al mio passaggio, le porte bianche sulla mia destra. Riprendo a camminare, decisa a percorrere l’intero perimetro, fino a tornare all’ascensore.

Non so dire quanto tempo sia già trascorso e quante volte sia transitata accanto alle porte bianche, ma ecco che qualcosa arriva ad interrompere la monotonia delle mie azioni. Una voce metallica si diffonde da altoparlanti, annuncia che i sistemi di sicurezza sono stati attivati. Mi fermo, il cuore in gola. La memoria va a quella sera in cui, dalla finestra della mia camera, forse un secolo fa, si intravedevano due piccole luci azzurre in lontananza, quel qualcosa che Jeg mi aveva detto essere il sistema di sicurezza e che aveva tanto spaventato il mio amico gatto. Cosa fosse in realtà non l’avevo mai saputo, di certo tra non molto lo scoprirò e, sinceramente non è proprio ciò che desideravo.

Volevo cambiare il corso della mia vita, ma ritengo anche essere stupido affrontare un rischio più grande di me. Sono troppo distante dall’ascensore, resto ferma accanto alla parete, a pochi passi da una delle colonne e dalla grande porta bianca, e in quel frangente di tempo sento un rumore indefinibile, nel silenzio di quel luogo odo un suono lieve e ritmato, seguito da un rumore simile ad uno stantuffo. Guardo in entrambe le direzioni senza capire da dove esso provenga, mentre il rumore si fa sempre più forte, fino ad essere evidente la percezione di due suoni distinti, quello che mi fa immaginare grossi meccanismi in movimento che sollevano un pesante carico, seguito dal rumore di qualcosa di pesante che si posa a terra, come una grande pressa idraulica che va su e giù. Di certo qualsiasi cosa stia arrivando, lo sta facendo da entrambe le direzioni.

Non perdo nemmeno un istante a capire che cosa possa essere, e senza nemmeno riflettere, faccio l’unica cosa che in quel momento posso fare, abbasso la maniglia della grande porta bianca e aspetto di vedere cosa succede. La maniglia si abbassa e la porta si apre, io ci passo attraverso e me la chiudo alle spalle.

Ciò che vedo rasenta a malapena la mia immaginazione, il luogo è illuminato ed immenso, infiniti passacavi metallici corrono sospesi sul soffitto, come un grande sistema vascolare, enormi macchinari sono disposti in una fila parallela di fronte a me, sono loro che producono quel suono che si ode appoggiando l’orecchio alla porta, le pareti ed il pavimento sono bianchi ed immacolati, non c’è un filo di polvere, tutto lucido e perfetto, alla mia destra e alla mia sinistra un infinito corridoio creato nello spazio tra i macchinari e la parete. In quella posizione mi sento terribilmente esposta, la porta bianca potrebbe essere aperta da quella cosa che stava arrivando poco fa e cogliermi così sul fatto. Tra i macchinari ci sono degli spazi attraverso i quali una persona può passare senza difficoltà, mi avvicino a due di essi e mi sistemo in mezzo e, da questa posizione tengo d’occhio la porta per un po’ accertandomi che non venga aperta. E così è, nessuno apre la grande porta bianca. Però non mi fido ad uscire subito all’aperto, così m’incammino fra i due macchinari fino ad arrivare al termine di essi.

Un altro corridoio è creato tra i macchinari e una lunga serie di laboratori, così almeno sembrano in apparenza, uno in fila all’altro, ognuno di essi ha una grande finestra che dà sul corridoio, tutti sembrano essere illuminati, all’interno si intravedono altrettante strane macchine, tavoli, scaffali.

Devo trovare un’uscita alternativa, così m’incammino a fianco dei laboratori, sbirciando dentro di essi, finché davanti ad uno dei tanti rimango interdetta. All’interno vedo i soliti tavoli, banchi e apparecchiature varie e, accanto, seduto su una sedia, c’è una figura, apparentemente un uomo che riconosco essere Jeg, ma ora è inerme, come un manichino, il cranio è stato completamente aperto e si vede chiaramente un incredibile groviglio di piccoli cavi colorati e luci led che si accendono ad intermittenza, come le luci di un albero di Natale. Il colorito del viso è sempre lo stesso, così come la barba malfatta, gli occhi sono aperti e brillanti, ma non c’è vita in essi. Un grosso cavo parte dalla base del cranio e si collega ad un pc portatile posto sul tavolo accanto. Un brivido mi corre lungo la spina dorsale e le parole di una donna, incontrata tempo fa, che vive nel residence, mi tornano alla memoria, “un sistema perfetto, in cui uomini e macchine coesistono in completa sintonia”.

Non vorrei credere a ciò che sto vedendo, ma non posso nemmeno negarlo. Non so dire quanto tempo rimanga a bocca aperta a guardare quella scena pazzesca, ma so che è arrivato il momento di muovermi e di allontanarmi da questo posto il prima possibile. Sento la paura crescere dentro, una paura quasi paralizzante, il fiato corto contribuisce a rendere pesanti i movimenti, ed è con immenso sforzo che compio i passi successivi.

Un laboratorio si succede all’altro, le finestre paiono vetrine di botteghe da incubo, si intravedono parti anatomiche simili agli originali, addirittura grandi vasi contenenti ricambi di organi umani, accelero il passo senza avvedermene, tanto è il mio turbamento, sto quasi per mettermi a correre per uscire da quest’incubo, quando sento un suono che mi paralizza di nuovo, un suono che avevo giù udito una sola volta, tanto tempo fa, ma che non avevo più dimenticato, quello che ricordava il verso di un tacchino dal timbro metallico, quella volta in cui la porta dei laboratori dei piani superiori presentava la luce rossa accesa, e la frase luminosa, “divieto di accesso, ingegnere al lavoro”. Jeg, arrivato poco dopo di me, mi aveva suggerito di tornare il giorno successivo per il servizio di pulizia, poi aveva preso una chiave speciale dalla sua tasca, l’aveva inserita nella tacca della porta, la luce era diventata verde per un istante, la porta si era aperta, consentendogli di entrare. Prima che la porta si richiudesse, dal fondo del corridoio avevo sentito proprio questo suono.

Ed ora eccolo di nuovo, accompagnato un istante dopo da un movimento, qualcosa sta uscendo da uno dei tanti laboratori, in fondo al corridoio, qualcosa di molto grande che continua ad emettere quel suono monotono ed inquietante, ed ecco che si palesa la mole di quella strana macchina che avevo già visto un giorno, quella che mi ricordava una mantide, si muove emettendo quel verso continuo proprio nella mia direzione. Non penso un istante di più, mi volto e comincio a correre, i laboratori mi scorrono di lato, con i loro contenuti terrificanti, passo di nuovo accanto a quello dove è seduto Jeg, sempre inerme come una grande bambola, il suono continua a farsi sentire alle mie spalle, forse quella cosa si è accorta della mia presenza e mi sta seguendo o forse no, non ho intenzione di scoprirlo, voglio soltanto andarmene da qui e poi, ciò che vedo va al di là di qualsiasi scena accettabile. In uno dei tanti laboratori che scorrono a lato c’è un’altra figura, anch’essa ha il cranio scoperchiato. La figura non è però intera, solo a mezzo busto, posata su un tavolo e collegata con i cavi ad un macchinario, ma è inequivocabilmente simile a me, la mia perfetta riproduzione.

Vorrei urlare ma non riesco, so soltanto che non posso muovermi, lo sguardo fisso a quella cosa in costruzione. Ma cosa mai vogliono fare? Stanno sostituendo esseri umani con bambole perfette? Perché? L’impiegato alla reception, allora, è uno di loro? Anche gli inquilini sono stati sostituiti? Escono nel mondo, si uniscono alle persone, si mescolano a loro? E gli originali, che fine fanno?

Un disco rotto nella testa continua a ripetere le stesse domande, mentre il suono metallico si sta avvicinando, e io non ho nemmeno il fiato per gridare. Ma un suono nuovo si ode in quel momento, un suono che rompe d’improvviso tutti gli schemi, che spezza lo stallo creato dalla paura e che mi fa voltare nella sua direzione, un suono dolce e deciso allo stesso tempo, la vocina, minuscola ed acuta di un gatto.

Incredibile ma vero, il mio caro, amato amico gatto è qui ora, in questo luogo terribile, ed è reale, mi sta guardando mentre emette il suo verso, e il suo sguardo è fermo e deciso, poi si muove nella direzione opposta alla macchina che sta sopraggiungendo alla mia destra, e di nuovo si volta, per controllare di essere seguito, un altro miagolio e riprende a camminare, stavolta aumentando l’andatura.

Sento un flusso di adrenalina muoversi dentro di me e, senza più indugiare, seguo il gatto che ora sta correndo e si infila in uno dei laboratori. Non guardo nemmeno cosa sia contenuto, il mio sguardo è fisso sul gatto che attraversa il laboratorio e passa attraverso una porta sul fondo, aperta solo di un poco. Varcata la porta, me la chiudo subito alle spalle, trovandomi su una lunga rampa di scale interne. Il gatto prende la rampa superiore e comincia a salirla, io dietro di lui, senza perdere un istante. Dopo aver percorso diverse rampe, il gatto si ferma al pianerottolo e si piazza di fronte alla porta. La apro e lui, lesto, passa subito attraverso, seguito un attimo dopo da me. Ci troviamo incredibilmente nel retro dell’enorme ingresso dello stabile, dietro all’ufficio dell’impiegato. Il gatto si dirige subito verso la porta della mia camera, entriamo, poi lui si piazza di fronte alla porta-finestra che dà sul parco, quel parco che mi aveva tanto affascinato un tempo lontano, e si volta a guardarmi. Ci fissiamo per un lungo istante, quindi prendo uno zaino, ci infilo pochi effetti personali, i documenti, me lo metto sulle spalle ed apro la porta-finestra.

Il gatto esce, io lo seguo, attraversiamo il parco a passo svelto, fino ad arrivare al muro di cinta, dove si trova un cancelletto al quale non avevo mai dedicato molta attenzione, è incredibilmente aperto, basta abbassare la maniglia e passarci attraverso, e così facciamo,io ed il mio amico gatto. Forse proprio da qui lui era arrivato, e in quel lontano passato di programma inconsapevole mi aveva scelto, con il suo istinto sempre vigile, il suo sguardo lungimirante, la sua anima intrisa di mistero, prima che anch’io diventassi un programma che un giorno qualcuno avrebbe letto nella superficialità di giorni tutti uguali, e nella comodità di un essere inorganico e tecnologico che pensa al posto nostro e ci dice di volta in volta cosa dobbiamo fare, dove dobbiamo andare, cosa dobbiamo dire.

Un programma così sicuro di sé da non pensare alle molteplici vie d’uscita che un essere vivente e creante possa considerare, in ogni istante della propria esistenza.

Ed è così che ci troviamo, io ed il mio amico gatto, a camminare insieme lungo una strada che attraversa un vasto bosco. Non so dove andremo, cosa faremo, so soltanto che la vita è fatta di molteplici azioni che si susseguono, una dopo l’altra, senza un programma rigido a prevederne ogni minimo dettaglio, lasciando tutto ad un caos solo apparente, che un’intelligenza superiore sa decifrare, creando così l’azione successiva, sperimentando, sbagliando, disfacendo e facendo di nuovo, guidati da qualcuno che è in noi stessi, ma ci trascende, non possiamo toccare, vedere ma sappiamo che c’è. Gli antichi lo chiamavano la parte divina che sta al centro, ciò che noi possiamo identificare come il nostro Cuore, non quello biologico, ma la sacralità che ci abita e che, se ascoltato, ci porta a vedere cose che mai mente umana ha conosciuto.

“Da coloro cui è dato molto, molto si aspetta. Chi bussa alla porta del Santuario nella piena conoscenza del suo carattere sacro, e dopo aver ottenuto l’ammissione, si allontana dalla soglia o volta le spalle e dice, “Oh, non v’è dentro nulla!” ed in tal modo perde l’occasione di apprendere l’intera verità, non può che aspettare il proprio Karma. Anche se fuggite nelle parti più remote della terra, e vi celate alla vista degli uomini, o cercate oblio nel tumulto del vortice mondano, questa Luce vi raggiungerà e illuminerà ogni vostro pensiero, parola o azione.”
(H.P. Blavatsky)

 

 

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Il viaggio della Vita, le fiabe di Nonna Elfo: “Il canto della Quercia”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Buongiorno cari, grazie per essere venuti di nuovo a trovarmi, avete fatto bene a fermarvi, la vostra visita non mi disturba affatto, sono ben lieta di accogliervi.
Venite, seguitemi in veranda, è una bella giornata, oggi si sta bene fuori. Venite, venite, così anch’io mi siedo con voi e mi riposo, altrimenti sarei sempre occupata in qualche lavoro domestico o fuori, nell’orto.
Ho preparato la torta con le fragole, c’è anche la panna fresca, se la gradite, con la torta di fragole è buona da non poterla descrivere. Ecco, the, limone e una bella fetta di torta.
Ed ora liberatevi da ogni pensiero di cose da fare, è tempo di indossare di nuovo le ali della fantasia e lasciarvi trasportare in alto, sempre più in alto…
(Se volete, potete ascoltare questi brani mentre leggete la fiaba )

Foresta, immensa foresta, fitta, quasi impenetrabile, dall’alto gli alberi formano una grande macchia verde. Ci avviciniamo a volo radente, da questo punto possiamo vedere delle aperture tra i rami, ci abbassiamo ulteriormente e atterriamo su un piccolo spiazzo di erba alta, il tonfo è soffice, scendiamo dai nostri piccoli mezzi di trasporto, li ringraziamo e procediamo ora a piedi, il piccolo fiore/pila che abbiamo in mano illumina molto bene il percorso lungo il quale stiamo procedendo.

Non è semplice camminare, occorre evitare continuamente gli ostacoli, rappresentati da sassi, piccoli avvallamenti, erba folta e a tratti impenetrabile, dobbiamo aggirare spesso questi alti fusti d’erba, potrebbero nascondere delle insidie. A turno procediamo in testa alla comitiva, ci spostiamo stando sempre uniti, nessuno deve essere lasciato indietro. Ogni volta che ci avviciniamo ad un sasso più grosso, dobbiamo aggirarlo a gruppi, per non incorrere tutti insieme nei pericoli.

È sera, la luna illumina il tratto da percorrere, facilitandoci il compito. Arriviamo ai piedi di un grande albero, un antico faggio, tra le sue radici troveremo riparo per la notte. Ci aiutiamo a raggiungere un punto, vicino al tronco, dove ritroviamo una grotta che ci attende ogni volta, è calda e asciutta, perfetta per passarci il tempo, soprattutto quando fuori è freddo ed è un ottimo riparo dai pericoli notturni. Entriamo, ci sediamo e ci stringiamo per portarci ancora più calore e far passare tra noi l’energia cosmica che ci unisce. Ci addormentiamo così, insieme e vicini, continuando le nostre azioni, per alcune ore, nei nostri sogni, fino a quando le energie ci avvisano che è arrivato il momento di riprendere il cammino.
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Usciamo dalla caverna, calda e confortevole, è l’alba, i grilli, nell’erba, stanno ancora cantando, il loro frinire emette vibrazioni benefiche per noi, aiutano a mutare il nostro stato da visibile ad invisibile agli occhi e ai sensi dei possibili predatori, sempre guardinghi ci incamminiamo di nuovo, uniti, dirigendoci verso la sommità di una collina. Fino a quando i grilli friniscono noi camminiamo sicuri e veloci. Ci stiamo lasciando alle spalle la foresta di faggi, e ci avviciniamo alla pineta, appena entrati nella foresta di conifere cominceremo a mutare il nostro aspetto e dimensioni.

Eccoci, nella foresta, continuiamo a camminare, e camminando, sentiamo i nostri corpi che cominciano a mutare, percepiamo un lieve pizzicore ovunque, le nostre energie si stanno muovendo, cambiando le nostre cellule, i nostri corpi crescono pian piano, vediamo gli steli d’erba diventare sempre più piccoli mentre ci alziamo.
Ora la nostra statura ha raggiunto un livello standard per un essere umano, ci muoviamo nell’erba, raggruppandoci a formare una figura che ricorda uno scudo, uniti in questo modo continuiamo a fare da schermo ai predatori, che non si lasciano sfuggire l’occasione per attaccare. Tra poco raggiungeremo una radura, lì dovremo stare ancora più allerta, se ci attaccassero durante l’attraversamento, potrebbe essere molto pericoloso, uno ad uno formuliamo pensieri positivi, elevati, d’amore, di gioia, di fiducia, per intensificare la protezione dello scudo. Subito si muove un’intensa energia sopra di noi, come un’onda di luce blu che ci sovrasta, trasparente ma evidente, mentre camminiamo, ci muoviamo allo stesso passo ed intoniamo un canto, forte, intenso, non è composto da frasi ma soltanto da suoni che la nostra voce produce, più il canto si fa potente, più l’onda blu cresce di intensità, si espande oltre noi, alziamo contemporaneamente le braccia al cielo continuando ad intonare il canto, l’onda blu si solleva in alto, espandendosi ancora.

Siamo arrivati al centro della radura, ombre scure si vedono volare oltre il velo blu dell’onda protettiva, vengono verso di noi volando in picchiata, con l’intento di colpire forte, di distruggere, dobbiamo credere molto nelle nostre capacità, fidarci l’uno dell’altro, per non permettere loro di colpirci. I colpi si susseguono pesanti, continui, ci attaccano come una grandinata. Abbiamo da poco oltrepassato il centro della radura, ancora un centinaio di metri e saremo di nuovo nel folto della foresta, dobbiamo resistere, non cediamo alla paura, confidiamo che i nostri compagni ce la faranno, come noi.
Gli attacchi sono sempre più forti, a fatica resistiamo, nonostante l’onda blu sia sempre attiva, i colpi che arrivano hanno forza distruttiva, se la fiducia in noi stessi vacilla, saremo distrutti. Alcuni compagni hanno il viso tirato per la stanchezza e la paura, gli altri fanno il possibile per dar loro coraggio, affinché non cedano, i colpi sono micidiali, senza tregua, i predatori vogliono disattivare lo scudo di onda blu per poterci attaccare, se ci riusciranno diverremo loro prede, ci priveranno della forza, facendone loro nutrimento, sono sempre in cerca di cibo energetico, si attaccano agli esseri viventi, prendendone l’energia, trasmettendo la loro essenza, e lasciano la vittima preda dei pensieri più funesti e distruttivi, inculcando paura, insicurezza, remissività.
Qualcuno comincia ad avere segni di cedimento, la convinzione che la missione sia impossibile da portare avanti sta prendendo piede, deve essersi aperto un varco nell’onda blu, piccolo, ma c’è, occorre che noi tutti siamo uniti nella nostra forza, nella fiducia che abbiamo l’uno nell’altro, non manca molto alla meta, poche centinaia di metri e saremo arrivati, non possiamo cedere ora, saremo forti anche per i nostri compagni che temono di non farcela.

Procediamo, esausti ma non cediamo, qualcuno grida di tenere il contatto forte con l’altro, in breve tutti avanziamo uniti con le nostre mani e, d’improvviso, l’onda blu s’intensifica, dal nostro gruppo unito si sprigiona ora un’energia potente, terribile, raggi blu si dipartono dall’onda, andando a colpire i predatori, li vediamo fuggire urlanti, in preda al terrore, presto non ne rimane nemmeno uno.

Stanchi ma felici avanziamo, tenendoci sempre uniti, nonostante il pericolo non abbiamo mai perso di vista la nostra meta, facendo coraggio anche ai nostri compagni di viaggio esausti, tanto da rischiare di perdere fiducia in sé stessi. Crediamo che i predatori non torneranno a breve, ma restiamo prudentemente uniti sotto al nostro scudo di luce blu, il contatto reciproco effonde in noi coraggio, fiducia, tenacia.

Diversi animali stanno uscendo dal bosco, vediamo conigli, volpi, scoiattoli, piccoli daini, costeggiano gli alberi, sembrano restare prudentemente ai margini della radura, però ci stanno seguendo, sembra vogliano accompagnarci nel nostro procedere uniti. Ci voltiamo tutti verso di loro, man mano, come un unico grande corpo, e a quel punto vediamo che anche dagli animali si sprigiona una fonte luminosa, bianca invece che blu. Pian piano acquistano coraggio e cominciano a lasciare la prudente vicinanza degli alberi per arrivare anche loro verso il centro della radura e seguirci, l’emozione che noi proviamo alla vista di questa scena è forte, i nostri cuori si aprono ancora di più sprigionando ondate di puro amore, e alla luce blu si unisce un’onda di luce bianca che va ad unirsi alla luce bianca derivante dagli animali stessi. Intanto, sopra le nostre teste possiamo vedere stormi di uccelli volteggiare e, ancora più in alto, piccoli gruppi di falchi e altri rapaci, e la nostra gioia sale alle stelle.

Da questo momento in poi le entità delle tenebre si allontanano, hanno terminato il loro compito, che era quello di nutrirsi ma anche, inconsapevolmente quello di lasciar sprigionare grande energia luminosa, quella che ora si diffonde ovunque. Ci dirigiamo sicuri verso la nostra meta.

Ad un certo punto la radura diventa scoscesa ed il bosco ai lati ne segue i profili, forma un riva erbosa di circa 50 metri per poi risalire alla medesima altezza, infatti vediamo proprio di fronte a noi, ma sull’altra riva il punto in cui ci fermeremo, sulla cui sommità si erge, maestosa, la grande quercia.
La Grande Quercia è un antico albero, è dotata di immensa saggezza e forza, perché ha potuto assistere ed affrontare innumerevoli tempeste, di vento e di neve. Ha resistito così tanto che il suo tronco, nel passare dei secoli, è diventato resistente come roccia pur mantenendo l’abilità di piegarsi ai forti venti, per non spezzarsi. Ha fronde così ampie da poter ospitare innumerevole famiglie di uccelli, scoiattoli, piccoli insetti e molte altre creature del bosco. Le sue radici sono immense, si estendono oltre la collina.

Alta e maestosa canta quando soffia il vento, le sue fronde si muovono ed emettono suoni simili a parole. Siamo scesi lungo la riva erbosa, e ci troviamo ora al centro dell’avvallamento, presto risaliremo lungo la riva di fronte, da qui l’albero appare enorme, più di quanto sia in realtà, e terribilmente forte. Man mano che ci avviciniamo alla riva da risalire, l’albero scompare alla nostra vista. Gli animali camminano ora accanto a noi, tutti insieme formiamo un grande gruppo, uniti arriviamo alla meta.
Iniziamo la risalita, un ultimo sforzo e saremo giunti. Siamo convinti che il pericolo ora sia lontano, sentiamo la forza scorrere in noi, ma teniamo ancora alto lo scudo di energia, non vogliamo certo essere sorpresi e sprovveduti proprio ora, anche se vorremmo metterci a correre, tanta è la gioia provata in questo momento, restiamo uniti in un solo grande gruppo ed un’unica grande energia d’Amore.

Ed è così che raggiungiamo la sommità e là, proprio nel centro della radura, ecco che vediamo, maestosa, la Grande Quercia, la regina della foresta, immensa, rigogliosa, enorme, potente. Noi restiamo a guardarla, ammirati, tutti noi, compresi gli animali, per un lungo istante, poi ci avviciniamo ad essa in rispettoso silenzio e, man mano che ci avviciniamo ci spostiamo attorno all’albero, così da circondarlo, formando diverse file, con gli animali che si sono sistemati accanto a noi, ed in volo sopra di noi, creiamo un grande mandala che abbraccia la grande quercia, e dopo che l’ultimo animaletto ha preso posizione, tutti insieme, in perfetto sincronismo, iniziamo un canto, formato da un suono che, da unico, si divide in molti suoni, come l’acqua che si infrange sugli scogli, dando vita ad un insieme di accordi, dolci e potenti allo stesso tempo.

Al suono della nostra voce le fronde della grande quercia si muovono emettendo, a loro volta, suoni che si accordano al nostro, creando così un coro sublime e maestoso. La frequenza del suono, elevandosi, crea una vibrazione così intensa che il suolo pare tremare. Dopo pochi istanti uno sciame di insetti ci raggiunge, posizionandosi sopra di noi, sospesi anch’essi in volo, sono tante libellule, quante siamo noi, i mezzi di trasporto che ci hanno accompagnato fin qua, quando avevamo dimensioni minuscole, così da essere trasportati agili e veloci.

Ora ci siamo davvero tutti, non manca più nessuno. Le libellule si uniscono al poderoso canto con il ronzio delle loro ali, insieme ad api, grilli e altri insetti. Vediamo il suono prendere forma, una morbida spirale bianca, azzurra e verde avvolge morbidamente l’immensa quercia che comincia a muovere leggermente le fronde, come accarezzate dal vento, frusciare di foglie si unisce al canto alimentandolo, creando un coro, espandendo la morbida energia sempre più in alto, sempre più lontano. La potenza della quercia permette all’energia bianco-azzurra di raggiungere il cielo, la vediamo oltrepassare le nubi e salire a spirale, sempre più in alto, possiamo ora vederla, con gli occhi interiori, raggiungere lo spazio, proseguire verso le stelle e oltre, un immenso, infinito messaggio d’amore per il cosmo intero.
La risposta non tarda ad arrivare, sembra pioggia dorata quella che vediamo scendere dal cielo, come gocce di sole, scende su di noi, sulla foresta e oltre, non bagna ma brilla, come gocce di luce, si deposita e fa risplendere tutto ciò che tocca, noi compresi che iniziamo a brillare come tanti piccoli fari, mentre dentro noi stessi sentiamo forti ondate d’amore avvolgerci e fuoriuscire dai nostri corpi. Il nostro canto, la nostra energia si intensifica. Ora udiamo un rombo sordo provenire da sotto di noi, dalla terra, ci sentiamo scuotere dall’interno, onde d’urto che non abbattano nulla, provocano solo forti vibrazioni che si dipartono a raggiera dal punto dove ci troviamo.
In breve tempo queste manifestazioni hanno fatto il giro del globo terrestre, un potente messaggio d’amore ha raggiunto gli anfratti più nascosti della terra, possiamo soltanto restare in attesa della risposta, che di nuovo non tarderà ad arrivare.

“Il sole spirituale brilla per le anime come il sole materiale brilla per i corpi, perchè l’universo è doppio e segue la legge delle coppie. Esso alita su tutti, e i raggi della luce spirituale illuminano ogni coscienza; quando tutti i corpi e tutte le menti rifletteranno egualmente questa doppia luce, gli uomini vedranno molto più chiaramente di quanto non vedano adesso.”
(H.P. Blavatsky)

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Il Viaggio della Vita: La Finestra sui Mondi – Samsara

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Chiunque abbia vissuto con persone la cui mente si andava spegnendo man mano, ha visto i propri cari vivere dissociati sempre più dalla realtà in cui l’altro è invece calato. Ed è così che, pensando a loro e all’esperienza vissuta, dapprima indirettamente, tramite le testimonianze di amici e parenti, e poi direttamente anche con mio padre, un giorno si è aperta, per così dire, una specie di finestra sui mondi, mostrandomi ciò che potrebbe essere la realtà vista dall’altra parte. E’ emerso, al contempo, un racconto che descrive l’episodio. I nomi utilizzati sono soltanto finalizzati al racconto, ogni riferimento è pertanto casuale e non voluto.

LA FINESTRA SUI MONDI

La donna indossa un lungo abito che arriva fin sotto le ginocchia, grigio con piccoli fiori perlati, ed un grembiule da cucina di colore anch’esso scuro, con qualche macchia qua e là ma che profuma ancora di bucato, i capelli, imbiancati, sapientemente raccolti in uno chignon non troppo severo, qualche piccola ciocca candida è sfuggita alla presa dentata del fermaglio, come a voler dimostrare un accenno di libertà, seppur timido. Con movimenti veloci ed esperti sta finendo di pulire una gallina, che ha terminato la sua breve ed inconsapevole vita nel pollaio, fuori, al margine dell’orto. Alza lo sguardo dal lavoro minuzioso, portando l’attenzione verso un rumore, proveniente dall’ingresso della grande ed efficiente cucina di inizio novecento, il viso si distende in un benevolo sorriso…

L’immagine si trasforma, in un istante il viso della donna nella cucina viene sostituito da un altro viso, altrettanto benevolo, non al di là di un tavolo, ma a pochi metri di distanza, non porta la crocchia e nemmeno l’abito con il grembiule, sembra essere addirittura più giovane, sta parlando, ma non capisco le parole, posa amorevolmente una mano sulla mia spalla e sorride, “Ecco, ora sei a posto, hai mangiato, sei pulito, ora fai un riposino, più tardi faremo una passeggiata”. D’improvviso le nubi si diradano, la mente si alleggerisce all’istante di un pesante fardello, il viso benevolo. che sta ancora davanti, ha anche un nome, sì, lo ricordo, è facile, so di averlo sempre amato, sorrido felice a quel viso, al quale sto per pronunciare il nome, in risposta all’emozione che si sta manifestando, il viso sorride gioioso…

Nebbia, ma da dove arriva questa nebbia, non c’era poco fa! Ombre si parano davanti, figure indistinte che si muovono, poi ecco, di nuovo la luce, è pieno giorno, aperta campagna e grano maturo, biondo, un’immensa chioma dorata mossa dal vento, profumo caldo e asciutto di cereale, indimenticabile, e un nome, gridato a gran voce, non sembra provenire dal campo, nemmeno dal pascolo di fronte, in fondo una staccionata e, al di là, la casa di famiglia, grande gioia al vederla, sì, forse la voce arriva proprio da là, andiamo in quella direzione, intanto rispondiamo al richiamo….

“Mamma! Mamma! Sono qui! Sto arrivando!” D’improvviso la luce è differente, non più la bella e calda luce solare, al suo posto ora c’è la fredda luce di lampadine al neon, ma dove mi trovo? Qualcuno sta chiamando un nome. Sono nella mia cucina, sì, riconosco i mobili, e il frigorifero con le calamite, ma chi è quella donna accanto ai fornelli? L’ho già vista, ma non ricordo come si chiama. Ah! È lei che mi sta chiamando, ma chi è questo Giulio?

“Giulio, cosa c’è? Perché ti sei messo a gridare così?” “Cosa? Mamma, sei tu?” “Mamma!? Ma Giulio, sono io, Carmen!”

Un volto è davanti a me, una donna, non capisco cosa faccia qui, nella mia cucina, dov’è la mamma? E d’improvviso…” Carmen!” Una sola parola e poi un vortice scuro…

Di nuovo la luce, bianca, non si vede altro, è abbagliante, come essere sotto ad un potente riflettore, ed un suono, unico, infinito, simile ad un ronzio, come quando si passa accanto ad una cabina dell’alta tensione, dopo un tempo, altrettanto infinito, finalmente le immagini tornano, apparse, come per incanto, attraverso la potente luce, ecco di nuovo un luogo familiare, all’aperto e, al di là di questo immenso prato l’amata casa, voglia di correre, distendendo le mani accarezzo i fili d’erba, pungono al tatto, il prato è un immenso dipinto verde punteggiato di colori,… i papaveri!… Che belli, i papaveri!…

E poi,… di nuovo, il volto di prima, ma ora so chi sei, ti riconosco, perché ti ho conosciuto da sempre, e so di averti tanto amato, e ora so anche come ti chiami,…

“Carmen! Carmen!” “Giulio! Dimmi, tesoro!”

Un forte e lungo abbraccio, e una sola parola, il riepilogo di una vita, di mille vite d’amore che mai si spegnerà: “Grazie!”, una sola parola, prima che quella finestra sull’incanto del grande prato fiorito di apra di nuovo e, questa volta, definitivamente.

…e l’infinito vortice della vita continua….

Dal blog: Riflessioni – https://www.riflessioni.it/enciclopedia/samsara.htm

Samsara

Samsara (pali, sanscrito) trascritto anche sangsara.

Letteralmente: percorrimento del flusso del divenire. Il mondo del flusso, del mutamento e dell’incessante divenire in cui viviamo. Vita quotidiana o anche tempo ciclico (il ciclo: vita, morte e rinascita).

Nel Buddhismo il Samsara è il campo della liberazione dal suo carico di limiti; non ve n’è altro. Nello stesso mondo in cui i “tre fuochi” dell’odio, della brama e dell’illusione sono tenuti in vita dal desiderio egoistico dell’uomo, va cercata la liberazione dalla Ruota del Divenire, sulla quale, legati da noi stessi, ci rivolgiamo vita dopo vita [momento dopo momento]. Il fine del Nobile Ottuplice Sentiero è di permettere il distacco dalla Ruota e l’entrata nello stato del Nirvana. Nella scuola Mahayana si insegna che questa fuga è impossibile, perché Samsara e Nirvana sono due aspetti di una sola Realtà; essi sono un aspetto inseparabile e duplice del Non-dualismo assoluto.

https://www.youtube.com/watch?v=zHDMEyFAXfI

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Alchimia”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un brano da ascoltare durante la lettura, se gradito

 

Camminando per una via in centro città, un vicolo che passa tra due antichi palazzi, mi trovo d’improvviso ad osservare un’altra scena che si sovrappone a quella precedente’, un viottolo di campagna dove, sul limitare del bosco si erge un’antica casa abitata da un vecchio che indossa un vetusto pastrano color carta da zucchero, la testa, quasi calva, ricoperta da una bianca peluria, ed un enorme naso che forma un’unica curva con la fronte.
Non molto lontano dalla casa del vecchio si trova una piccola chiesa, la sua caratteristica è quella che ognuno, al suo interno, può trovare i propri simboli sacri. Si può dire che quella chiesetta è molto povera, poche file di panche, vecchie e un po’ sbilenche, una madonnina di legno, un bacino di marmo grezzo con l’acqua santa, un minuscolo e modesto altare con un altrettanto minuscolo vaso di fiori, candele ed un crocifisso a braccia simmetriche senza statua, icone alle pareti raffiguranti numeri romani, la sequenza della via crucis senza immagini, questo è tutto ciò che si vede una volta entrati, molti non si fermano più di qualche minuto, quel posto non ha alcun significato per loro, altri invece si soffermano sentendosene attratti, non sanno spiegare bene da cosa, alcuni dicono di vederci particolari interessanti, altri ancora rimangono più a lungo, e poi capita che il vecchio entri in chiesa e si fermi a parlare, il suo aspetto può essere piuttosto sgradevole in un primo tempo, ma dopo poche parole lo si vede con altri occhi.

Perfino l’ambiente circostante la piccola chiesa viene spesso visto in modo soggettivo, trovandolo di volta in volta interessante. Dopo esserci guardati bene attorno, percepiamo le sensazioni che il posto ci trasmette, ne ascoltiamo l’antico respiro e ci rendiamo conto di trovarci in una parte di bosco che è stato testimone della storia e ce la può raccontare, lo sappiamo guardando gli alberi, è come se essi ci parlassero, immagini si formano nella mente, rivediamo scene di migrazioni, lavori nei campi, scontri e duelli, eppure è come se tutto questo non appartenesse a questa terra, ma soltanto agli uomini che qui hanno vissuto, le loro azioni sono terminate con loro, qualcosa di ancora più antico sta emergendo, in un’epoca che non aveva ancora visto il loro passaggio. La percezione sfiora qualcosa di incomprensibile ed inspiegabile, ciò non rasenta nemmeno la dimensione umana, può forse solo dirsi magia inesauribile che si diffonde come un riflesso dalle cose viventi, sia vegetali che minerali.

Si prova un grande rispetto addentrandosi nel folto del bosco, come entrare in una cattedrale formata da alberi e a terra un tappeto d’erba, talvolta siamo cosi concentrati ed assorti da comprendere improvvisamente ciò che sta accadendo, ecco allora che la nostra mente si apre e capiamo il senso di ogni cosa, ogni dettaglio prende il suo posto e, come un puzzle il quadro si completa. Allora il vecchio ci appare come l’intermediario delle voci del posto, un’antenna umana che passa le comunicazioni tra varie dimensioni. Siamo assorti ad osservare qualcosa e accanto a noi sentiamo la presenza del vecchio che ci racconta, sebbene il suo aspetto non sia proprio gradevole, altrettanto non lo è la sua voce, pacata, calda, rasserenante, sentirlo parlare rilassa la mente e apre il cuore, è paziente e disposto a raccontarci ciò che chiediamo.

Il vecchio ha un carattere mite, paziente, comprensivo, ma è capitato di vederlo mostrare un tono di severità di fronte all’ottusità forte, lì allora sfodera una caratteristica acida anche se si comprende in seguito che è stata una modulazione della sua attitudine per poter passare un messaggio. Delle volte si vorrebbe ricevere la risposta alla domanda che si è appena posta, si guarda il vecchio con trepidazione, ma lui si limita a guardarci a sua volta dolcemente, con un sorriso e niente più. In fondo ci rendiamo conto di conoscere già la risposta, è custodita dentro di noi, ma per raggiungerla dobbiamo ripulire e togliere le ragnatele degli anni e delle esperienze, per questo motivo sentiamo il bisogno di entrare in quella chiesetta, e proprio in quelle occasioni vediamo il vecchio che si sposta lungo le pareti, in mano ha una pertica con in cima un deragnatore, uno spazzolone rettangolare che serve a togliere le ragnatele, lui lo passa sulle ragnatele penzolanti e ormai vecchie, dice che i ragni portano fortuna e hanno anche loro il diritto di vivere, perciò non toglie le ragnatele se “abitate”, come lui le definisce. Ogni sua azione ha un significato importante che però non sempre cogliamo, ma quando accade, la domanda è lì che aspetta dietro l’angolo di essere posta.
E’ capitato a qualcuno che, guardando il proprio riflesso nel bacino di marmo dell’acqua santa, vedesse delle increspature formarsi e in esse intravedere il riflesso del vecchio che spariva ad una seconda occhiata.

Un piccolo gruppo di persone si è creato, dicono tutti di aver visto il riflesso del vecchio nell’acqua benedetta, si ritrovano spesso a commentare l’accaduto e cosa hanno provato. Qualcuno di loro si è spaventato, altri invece ne sono rimasti affascinati, però tutti hanno provato molta serenità durante la visione e, perfino nei giorni a seguire, hanno mantenuto dentro sé stessi un profondo senso di serenità. Uno di loro ha notato un particolare in più e ha voluto condividerlo con il gruppo, ha sentito che la serenità proveniva da dentro sé stesso, la sensazione si è manifestata sempre più forte dopo ogni visita alla chiesetta. È bastata questa testimonianza per influenzare il gruppo, ognuno di loro, poco per volta, ha iniziato a sentire la profonda sensazione di pace emanare dal proprio centro, fino ad avere la netta impressione della profonda serenità percepita non solo dopo essere entrati in contatto con il vecchio, ma come se ci fosse sempre stata.

Questa sensazione ha dato loro accesso ad una nuova dimensione, l’impressione di trovarsi in uno spazio più ampio, quasi illimitato e di comunicare come se si conoscessero i pensieri dell’altro.

A tutt’oggi il gruppo sta crescendo, le esperienze che fanno li portano a creare sempre più legami con profondi significati, molti vedono in quelle esperienze simboli che li conducono in dimensioni della mente senza tempo, come a ritrovare parti di Sé stessi che credevano andate perdute. Ora più che mai queste situazioni sono manifeste, ora più di prima queste condizioni uniscono un gran numero di persone, creando connessioni, contatti realmente umani.

Stralcio tratto da:Channel: I medium della Nuova Era di Erik Pigani

“Etimologicamente simbolo significa ciò che collega o lega insieme due cose diverse. Da syn, insieme, e balein, legare. L’opposto di simbolo è diabole. Da dia, attraverso, e balein, legare. Diabole, cioè, diavolo, significa dunque tagliare, o separare ciò che era unito… Era dunque questa l’opera vera del diavolo: impedire che si possa comunicare, attraverso l’intermediazione di simboli, con le diensioni superiori della coscienza…”

Alcune immagini della piccola chiesa dedicata a S. Adriano in località Olgelasca – Brenna, provincia di Como

 

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