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I Viaggi dell’Anima, tante storie: “Natale dai tetti”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

E’ un racconto di fantasia, ogni riferimento a nomi di persone è puramente casuale

«Ogni casa, ogni edificio è sormontato da un tetto. Nel linguaggio eterno dei simboli, il tetto rappresenta il mondo dello spirito, e ciascuno deve porsi sotto l’ispirazione dello spirito per non lasciarsi invadere dal disordine e dalla confusione. Quando scoppiano disordini attorno a voi o in voi stessi, sforzatevi di salire sul vostro tetto e di rimanere lassù; il che significa riflettete, ragionate, legatevi al mondo divino per trovare la pace e la luce. Soltanto allora vedrete in modo chiaro e saprete quale decisione prendere….”(continua al termine del racconto)

Edgardo è un bravo tecnico, uno di quelli che amano il loro mestiere, che l’hanno scelto per passione.

Fin da bambino impegnava molto tempo ad assemblare piccole radio con le quali poi trasmettere messaggi, così facendo aveva conosciuto molte persone, tra le quali la ragazza che l’aveva fatto impazzire e che è diventata la sua compagna.

A casa ha una vera stazione radio, lui comunica con tutti, in qualsiasi parte del mondo si trovino, è orgoglioso di aver montato tutto da solo, usando materiale di recupero. Sul tetto della casa ha installato antenne di diverse forme e dimensioni, per l’invio e la ricezione dei differenti segnali.

Il mestiere di Edgardo è principalmente quello di installare antenne e svolgere le regolari manutenzioni ai ponti radio. Salire ad altezze vertiginose è per lui una grande soddisfazione. Quando si prepara da terra ad arrampicarsi su un pilone, con caschetto, imbrago, moschettoni è una grande emozione, il pensiero lo eccita, come un bambino.

L’ascesa  rappresenta la libertà di andare verso il cielo. Sebbene ancorato saldamente agli agganci d’acciaio, riesce ad immedesimarsi negli uccelli in volo, nella libertà che provano a fendere l’aria. Edgardo sa di non poterlo fare, ma è il pensiero a farlo volare.

Quando finalmente raggiunge la cima del pilone, gode per un po’ l’immensità che ammira da lassù, e tutto gli sembra diverso. A quelle altezze la vita ha un aspetto differente, ciò che sembravano essere problemi acquisiscono un’altra dimensione, così che i problemi regrediscono fin quasi a sparire.

Durante uno dei tanti pomeriggi di lavoro si trova ad operare in centro città. Inizialmente non ama molto recarsi in città, caotica, rumorosa, veloce, tutto ciò contrasta con il suo temperamento riflessivo. Ma una volta caricato il materiale, ed issatosi sui tetti, la brutta sensazione si affievolisce pian piano. Non è come lavorare in montagna, ma anche la città, da quassù, è bella, ama ammirare gli uccelli in volo, soprattutto quando si muovono in stormi. Una delle sue caratteristiche è quella di avere capacità introspettive al pari di profonde conoscenze matematiche, così da formulare pensieri sul volo, simili ad espressioni, e parole usate al posto delle cifre.

Oggi deve installare nuove antenne paraboliche, è un lavoro che ama fare, è forse uno dei migliori tecnici in circolazione, grazie alla grande esperienza e all’ interesse per la materia.

E’ pomeriggio inoltrato. Edgardo è sulla sommità del palazzo, ha appena terminato di puntare l’antenna, tra poco potrà scendere, si attarda però ancora un po’ lassù, ama stare in posizioni elevate, da dove osservare il panorama, soprattutto quando si avvicina il tramonto. Chi lo conosce sa delle sue passioni e gli permette di fermarsi sempre.

Quella sera è una di quelle particolari, in cui starebbe lassù per ore. Si guarda attorno con molta attenzione, ed in quel momento nota qualcosa che in principio aveva sorvolato, quella che gli era sembrata una scultura, posta su uno dei tetti delle numerose case, si accorge essere, in realtà, una persona, l’ha vista bene ora, muoversi e cambiare leggermente posizione. Edgardo si porta a ridosso del parapetto del terrazzo ed osserva con attenzione la figura di un uomo, alto, magro, capelli raccolti in una sottile e lunga treccia, una minuscola treccia spunta anche dal mento, a raccogliere la barba grigia. Indossa un paio di pantaloni, apparentemente di cotone, bianchi che cadono diritti lungo le gambe magre, ed una maglia, anch’essa bianca, con uno scollo a v, le maniche corte mostrano braccia abbronzate e magre. I piedi, nudi, sono posati su una cosa che ricorda un piccolo cubo, sulla sommità del tetto, mantengono in equilibrio la figura in una posizione che pare essere yoga, le braccia alzate e le mani giunte. Ora l’uomo solleva un piede, appoggia la pianta contro la coscia, senza perdere minimamente equilibrio.

Edgardo non sa dire per quanto tempo sia rimasto ad osservare la figura, forse anche a bocca aperta, poiché sente la lingua leggermente secca, ma ciò non ha importanza. Il tempo pare essersi fermato, per Edgardo e per l’uomo sul tetto. Poi, inaspettatamente, l’uomo volta la testa nella sua direzione, scioglie la posizione mantenuta fino a quel momento e si esprime in un saluto, sorridente. Edgardo, senza pensarci, risponde rapidamente al saluto e contraccambia il sorriso.

L’uomo scende dal piccolo cubo e, camminando in equilibrio sulla sommità del tetto, si porta in direzione di Edgardo, fermandosi poco prima di raggiungere il bordo, senza tentennamenti e, solo in quel momento, dice espressamente: “Salve, mi chiamo Auriga. Qual è il tuo nome?” “Edgardo”, risponde lui automaticamente, incantato dall’insolito personaggio. “Ciao, Edgardo, hai tempo per uno spuntino?”

È stata una cosa così improvvisa ed imprevista, che Edgardo ha risposto senza riflettere, ed ora si trova per strada, sul marciapiede adiacente al palazzo, dove era stato qualche ora fa, mentre guarda l’uomo che era sul tetto e che aveva detto di chiamarsi Auriga.

Si trova  così di fronte ad una persona della sua statura ma molto più magro, i capelli, brizzolati e lunghi, sono raccolti da una treccia sottile, gli occhi, di colore nocciola, sono dolci e penetranti, di quelli che ti guardano dentro ma ti riempiono di amore, al collo porta un medaglione che rappresenta la OM, il simbolo sanscrito della creazione e ai piedi indossa semplici sandali di cuoio. “Vieni Edgardo, andiamo a prenderci un boccone!”, lo sorprende con una poderosa stretta di mano, lasciandolo stupito per la magra corporatura.

Auriga fa strada, muovendosi con semplicità e disinvoltura per le vie del centro, incrociando passanti, ora distratti, ora invece che lo scrutano in modo stupefatto, curioso, scostante, mentre l’uomo pare non fare caso a loro, mantenendo inalterato un sorriso sereno. Edgardo è sorpreso dall’agilità dell’uomo e stenta a seguirlo, sebbene sia abituato al camminare, durante le escursioni in montagna, Auriga ha però il buon senso di fermarsi, di tanto in tanto, per aspettarlo, il sorriso inalterato e gli occhi sereni. Svolta in un vicolo, l’antica strada in selciato rimanda il riflesso di lampioni a forma di sfera, vetusti ma ancora belli.

Edgardo non era ancora stato in questa parte della città, la strada lucida, i lampioni, gli antichi palazzi donano al posto un fascino misterioso, senza tempo, e lui si ferma, ammaliato dal vicolo che pare averlo trasportato in un’altra dimensione. Si riscuote dopo brevi istanti che sembrano essere durati ore, e segue Auriga, un centinaio di metri avanti di lui, mentre continua a guardarsi attorno incantato. Perfino l’odore nella strada è diverso dal resto della città, è un odore buono che sa di antico, di muri vecchi, di panni stesi ad asciugare, di erba verde bagnata, di cantine umide, di legno stagionato, di canna fumaria, di nebbia, ad Edgardo ricorda il paesino di montagna dove era solito trascorrere le vacanze estive da bambino, e subito il ricordo scatena in lui una dolce e pungente nostalgia, mentre rivede sé stesso percorrere il viottolo pietroso, con ciuffi d’erba sporgenti e soffici, avvicinandosi alle antiche case in pietra.

La voce di Auriga, che lo sta chiamando, lo distrae dai suoi dolci ricordi. Vede l’uomo sulla soglia di un’osteria e raggiunge il quadrato di luce riflesso sulla strada che la porta aperta ha lasciato. Entrano nel locale, ciarliero ma non chiassoso, ad Edgardo pare di essere capitato in una sorta di pub irlandese. L’intero locale è perlinato in legno scuro, stagionato, anche il pavimento è formato da assi. Appesi al soffitto vede grossi lampadari realizzati con ruote di antichi carri e con lampadine a forma di candele. L’arredamento è in legno, tavoli, panche, il bancone, le mensole. L’unica modernità che nota al momento è un flipper in un angolo, come a non voler disturbare le distinte suppellettili, con il suo suono tintinnante,. Nell’ambiente è diffuso odore di legno antico misto all’aroma speziato di birra e buon cibo che ricorda ad Edgardo di avere fame.

“Vieni, sediamoci qui, staremo comodi e tranquilli”, così dicendo, precede Edgardo verso una panca vuota all’angolo del locale.

I due uomini si siedono, come due vecchi amici e non come due estranei fino ad un’ora fa. Edgardo comincia a guardarsi attorno, a rilassarsi, a notare dettagli invisibili fino a pochi minuti prima. Sulle mensole, oltre a boccali di birra in legno si trovano sculture di animali, piccole statue di Buddha, shamani e quadri alle pareti che rappresentano paesaggi naturali di campagna o marini.

Un quadro colpisce Edgardo in modo particolare. È dipinto un paesaggio rurale, si vede la figura di spalle di una donna che sta attraversando un arco di pietra. La visione si apre su un atrio all’aperto, di fronte al quale si trova un portale in legno e borchie in ferro, socchiuso, una visione che rapisce l’attenzione di Edgardo per diversi minuti, prima di rendersi conto che Auriga lo sta osservando con un lieve sorriso.

Edgardo guarda ora Auriga, attentamente, si accorge, per la prima volta, che l’uomo di fronte a lui ha in realtà un viso giovane e occhi grandi ed innocenti, come quelli di un bambino, privi di ogni scherno o maliziosità, ma aperti e sinceri e, con quegli occhi, ora sta ammiccando ad Edgardo, prima di rivolgere anche lui l’attenzione al quadro. “Cosa rappresenta?”, chiede Edgardo, “ne sai qualcosa?”. “Niente di preciso, ho sentito dire dal gestore che si tratta di un luogo reale, non so dirti però chi sia l’autore e dove quel luogo si trovi. Però non credo che abbia importanza. Ciò che conta è cosa l’immagine trasmette al tuo Cuore, perché è ciò che la tua mente ti sta dicendo.”

“Non so cosa stia dicendo di preciso la mia mente”, risponde Edgardo, “sono semplicemente attratto da quel portale e da cosa ci possa essere dall’altra parte”. “Vedi la donna ripresa di spalle?”, replica Auriga, “nemmeno lei sa bene cosa troverà dall’altra parte. Ora è ferma sulla soglia di questo passaggio, è dubbiosa, non ha ancora deciso se avanzare o tornare indietro”. “Cosa te lo fa pensare?”, chiede Edgardo. “Guardala bene, è ferma sulla soglia, una mano appoggiata al muro, come se fosse in sosta, chiedendosi se voglia davvero andare oltre. Chiediamo a Giampy se sa qualcosa riguardo a questo dipinto”, e così dicendo, Auriga fa un cenno al barista di là del bancone, il quale sta asciugando alcuni bicchieri e risponde con un cenno della testa, per intendere di aver capito, sistema i bicchieri, gira attorno al bancone e si avvicina al tavolo. Edgardo resta sempre più sorpreso di quanto il suo nuovo amico sia considerato, sebbene così originale.

“Giampy, tu sai qualcosa riguardo a quel quadro, quello con la donna accanto alla parete?” “L’ha dipinto il Riccio, non so chi sia però la donna. Me l’ha portato un giorno che pioveva. È arrivato con il fagotto sotto il braccio e mi ha chiesto: “Giampy, hai posto per questo?”

L’attenzione di Edgardo è catturata ancora per diversi istanti dal quadro e Auriga attende pazientemente. “Sono sicuro che varcherà quella soglia”, dice poi Edgardo. Auriga annuisce e replica: “Sicuro che lo farà, quella donna non ha percorso tutta quella strada per tornare indietro. Allora, offro io. Cosa vuoi bere?” “Qual è la specialità della casa?” “Qui hanno una birra rossa non pastorizzata, prodotta da loro stessi, forte ma speziata, gustosa.”. “Cosa vi porto?”, esordisce Giampy dal bancone. “Per me una rossa media”. “Ne prendo una anch’io”, replica Edgardo subito dopo.

I due uomini si godono per un po’ la birra e una preparazione della casa, a base vegetale per Auriga, Edgardo, che mangia ancora carne, si concede un gustoso spezzatino con patate. Si rende conto di essere veramente affamato e mangia con gusto ed allegria, intrattenuto da un loquace Auriga che parla di divertenti aneddoti su sé stesso ed il locale.

Terminata la cena con un bicchierino di grappa al pino mugo, prodotto dal fratello di Giampy che vive in montagna, Auriga esordisce così: “Edgardo, sei davvero una brava persona. Ti avevo già notato mentre lavoravi sui tetti e avevo di te questa sensazione, ma sai, rimaneva solo una sensazione, così ho voluto incontrarti di persona. Sei davvero un brav’uomo. Sai perché ho voluto conoscerti? Perché in fondo facciamo lo stesso mestiere.” “Sei antennista anche tu?”, replica Edgardo. “Non proprio, io sono elettricista durante il giorno, la sera insegno yoga, come hai potuto notare dalle mie posizioni, ammetto un po’ insolite per dove mi avevi visto.” “Interessante”, ribatte Edgardo, “lavori in proprio?” “Sì, come prestatore d’opera. Dicono che sono molto bravo ma credo anche che mi contattino per poi dire di avermi incontrato, sono voci che corrono, forse la gente pensa che io sia uno strano personaggio, ma poi le persone che incontro e conosco mi parlano di tante cose, vuotano il sacco in un certo senso, e sono anche contenti di confidarsi, dicono che sono uno dei pochi in grado di ascoltarli e capirli, e allora io li lascio parlare perché penso che non avrebbero altre occasioni di sfogo”.

Edgardo ascolta attentamente Auriga, annuendo, il quale prosegue: “Allora io, di tanto in tanto, dopo aver ripulito i miei campi aurici, salgo sui tetti delle case e, come le tue antenne, trasmetto. Invio frequenze d’Amore all’umanità.” “Non ho mai pensato che qualcuno potesse fare una cosa simile.” “Noi non siamo molto diversi da una centrale di trasmissione. Il nostro cervello, per esempio, è una centralina elettronica organica che regole e monitora molte funzioni, un po’ come le centraline delle tue antenne”. “Sì, capisco, ma faccio ancora fatica a comprendere”

“E’ un concetto ancora difficile per molte persone, ma noi siamo in realtà uniti da campi magnetici, quasi invisibili agli occhi della maggior parte delle persone, con i quali interagiamo. Non ti so dire perché sia così, ma so semplicemente che lo è perché lo vedo.

Siamo in connessione con noi stessi, ma anche con l’intero pianeta. Il modo in cui agiamo ogni volta determina mutamenti ovunque. Einstein stesso diceva che non è possibile cogliere un fiore senza disturbare una stella. Siamo connessi al pianeta così come all’intero cosmo. Comprendi allora il motivo per cui è inutile farci la guerra, quando le nostre azioni hanno ripercussioni devastanti ovunque. Ecco perché l’umanità soffre così tanto senza una tregua”

“Perché allora ci sono gruppi di individui che continuano a consumare le risorse del pianeta per diventare sempre più ricchi, rendendo in schiavitù tante persone, non consce di quanto sta accadendo?”

“Un saggio un giorno disse che per comprendere cosa fosse l’Amore, l’Uomo doveva conoscere il suo opposto. E fu così che nacque una separazione tra ciò che chiamiamo Luce e ciò che chiamiamo Tenebre, ma questa storia si perde in ere lontane e forse nemmeno i più saggi sanno dire quando tutto ebbe inizio. Ciò che possiamo fare noi ora è comprendere questo fatto, lasciarci condurre da quella parte della nostra Anima pervasa dall’Amore e vedere cosa accade”.

“Come faccio a sapere qual è quella parte?” “Ogni volta che tu provi compassione per qualcuno, ogni volta che ti intenerisci di fronte ad un evento, un bambino, un cucciolo, ogni volta che provi sofferenza per il dolore altrui, ogni volta che tu pensi a qualcuno con Amore, provi gioia nel tuo Cuore, ti stai rivolgendo proprio a quella parte di te stesso. In quel momento tu stai trasmettendo, seppur non consapevole, onde magnetiche sulla frequenza dell’Amore. Se poi decidi di compiere quel gesto coscientemente, ecco che l’azione diventa ancora più potente.

Passeggiare in un bosco può essere d’aiuto per contattare il lato luminoso della tua Anima, anche la meditazione è importante. E se tu cammini in un bosco in meditazione hai raggiunto il massimo livello di comprensione.

Quando sali sui tetti a piazzare le antenne, pensa di essere tu stesso un’antenna, formula un pensiero d’Amore per il pianeta e gli esseri viventi, anche vegetali e minerali. Ecco che ti trasformi in una potente centrale di trasmissione che invia onde magnetiche cariche di Amore e Compassione”.

“Sai, ho pensato spesso, ogni volta che sono lassù, di poter inviare auguri di Natale a tutto il mondo. È un pensiero che mi intenerisce, soprattutto quando penso ai bambini. Provo poi molta tristezza pensando invece ai bambini malati o in estrema povertà, nei paesi in guerra. Vorrei tanto che il mio pensiero d’Amore li possa raggiungere, perché al momento non posso fare altro, tranne acquistare generi alimentari o di prima necessità per loro”

Due figure si notano sui tetti della città.  I passanti non ci fanno quasi più caso. Chi è nuovo del posto però non può fare a meno di vederle, due silhouette, con le mani giunte, come in preghiera. Sebbene il fatto sia insolito, osservandole per breve tempo si ha l’impressione di non vedere nulla di nuovo e, dopo un istante, sorge spontanea un’amorevole emozione, mentre una tenera sensazione di leggerezza pervade il Cuore.

“…quali che siano i pericoli fisici o psichici ai quali possiamo essere esposti, è salendo sul tetto, e proiettandoci nel mondo spirituale che abbiamo le più grandi opportunità di trovare le soluzioni per agire efficacemente nella materia. La materia, invece, non ci assicura mai del tutto la salvezza. Le buone condizioni materiali hanno una loro utilità, ma nemmeno le più favorevoli ci mettono definitivamente al riparo. E la cosa si spinge anche oltre, poiché se non facciamo ricorso allo spirito per scoprire il modo migliore di utilizzare le condizioni materiali favorevoli, esse possono ritorcersi contro di noi.»

Omraam Mikhaël Aïvanhov

 

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I viaggi dell’Anima, dietro le quinte di: “Fuga”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Il secondo racconto che ho voluto prendere in considerazione, guardandolo da dietro le quinte, si intitola “Fuga”

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/05/12/i-viaggi-dellanima-tante-storie-fuga/

Quando sei in famiglia, accanto alle persone che conosci da sempre, ti senti al sicuro. La casa di famiglia, se vi è serenità, rispetto, buone intenzioni, è il luogo giusto dove crescere bene. In certi casi è probabile che il luogo sia troppo protettivo, noi stiamo bene, cresciamo sereni, non abbiamo di che preoccuparci, ma non ci poniamo nemmeno domande o dubbi oltre che non sapere cosa vogliamo, da noi stessi e dalla vita.

Fintanto che siamo calati in questa realtà, non possiamo vedere e comprendere che la vita è ben altro alle mura domestiche.

Siamo a nostro agio, non temiamo di dire cose sbagliate, di confrontarci con altri, tutti ci amano, ci proteggono, ma non ci insegnano a vivere. Veniamo ben nutriti, ma non impariamo a procurarci il cibo ed il necessario per vivere e proteggerci a nostra volta.

Quando ci sentiamo sicuri, non serve affatto essere guardinghi, siamo invece sempre beati e rilassati. Non è sbagliato sentirsi in quel modo, ma se non sappiamo come comportarci in caso di eventi “fortuiti”, può diventare un problema.

Così ecco che, quando accade l’imprevisto, il nostro mondo beato e rilassante scompare, la scena si presta all’ingresso di sconosciuti personaggi, misteriosi individui che popolano altri mondi dei quali l’Io superficiale non è a conoscenza, ma con i quali il nostro Sé superiore ha un ottimo rapporto. Essi si presentano sempre al momento giusto per insegnarci le cose giuste ed aiutarci ad uscire dai pasticci.

Il misterioso individuo della storia ricorda un uomo di altri tempi, dal modo di vestire inusuale, ma severo ed impeccabile. La parte antica che siamo ci sorveglia e si palesa sempre al momento giusto e nel giusto modo.

Il fatto strabiliante è che noi sappiamo ma ce ne dimentichiamo al contempo, e cosi troviamo straordinaria qualsiasi manifestazione e non capiamo perché i personaggi, ai quali abbiamo dato vita, siano così severi con noi.

Quando entrano in azione questi personaggi sono perentori, non stanno ad aspettare il nostro consenso per agire, ed è per questo che ci sentiamo presi di petto dalla condizione che si manifesta. Chiedono la nostra attenzione e non transigono quando il tempo stringe ed occorre agire. Una volta intrapreso il nuovo cammino, ecco che ci troviamo in una dimensione diversa da quella precedente, nella quale ci sentivamo smarriti e timorosi. Ora ci rendiamo conto che le cose non erano così spaventose, ci affidiamo alla nostra parte saggia che comincia a condurci.

La paura ci prende soltanto quando neghiamo con forza chi siamo per davvero, la nostra natura. Nella vita quotidiana il fare della giornata, i programmi, gli appuntamenti, il lavoro, la famiglia ci coinvolgono a tal punto da dimenticare le forme di vita che ci abitano.

Quali sono queste forme di vita? Molti di noi sanno da tempo che non siamo soltanto un corpo ed una mente, ma siamo molto di più. Attorno a noi esistono campi energetici che vanno a comporre la nostra aura. Essi sono così eterici ed estesi da compenetrare altri corpi e arrivare ovunque attraverso altre dimensioni.

Questi argomenti sono stati custoditi fino ad essere ignorati, per tanti motivi che potremmo definire etici, ma non si può negarne l’esistenza. Se facciamo ciò, neghiamo una parte fondamentale di noi stessi. Il suo non riconoscimento può portare il corpo ad ammalarsi, psicologicamente e fisicamente.

Riporto a tal proposito le parole dell’uomo misterioso del racconto: “E’ normale che tu stia provando paura, la tua parte cosciente, terrena, non è avvezza a questi argomenti, ma tu sai, nel profondo del tuo cuore, di aver cercato quest’esperienza e di avermi chiamato a farti da guida, così che anche la parte più terrena non debba temere ad oltranza”. Egli prosegue a spiegare cosa accade quando l’uomo nega la parte animica di sé stesso, di quanto il  cuore si chiuda al sentimento d’amore per la propria vita e di come la mente si inaridisca, rendendolo simile ad una macchina. In questo stato egli diventa preda di entità energetiche che si nutrono di lui. Spiega ancora l’uomo del racconto: “Queste creature si nutrono di scorie. In un essere umano con il cuore attivo, pulsante di vita, ripuliscono il campo energetico dalle scorie mentali che appesantiscono l’anima, in un essere umano con il cuore spento, si nutrono dei suoi desideri, perché essi vengono espulsi come fossero scorie nocive.”

Come possiamo proteggerci da queste manifestazioni? La risposta è in sé molto semplice, ascoltando il nostro cuore, quella parte di noi che chiamiamo molto spesso istinto. Il nostro cuore energetico è in noi ma anche attorno ed oltre noi, è antico come la nostra anima, ha vissuto innumerevoli esperienze ed ha acquisito molta conoscenza, è la nostra parte saggia alla quale affidarci perché ci conosce molto bene, perché siamo sempre noi, la nostra vera identità, e soltanto seguendo il nostro cuore possiamo fare le giuste esperienze che ci  permettono di evolvere

Spesso per timore rinunciamo a compiere scelte, per non sentirci diversi dagli altri, per ciò che potrebbe suscitare giudizi, maldicenze oppure per scarsa fiducia in noi stessi. Ma a volte il desiderio è così forte che arriviamo ad immaginare di aver compiuto un’azione, di aver intrapreso un’esperienza, ed è come guardare un film alla tv, sentendoci co-partecipi  senza rischiare nulla. Quando il film sarà finito, in noi ci sarà il ricordo di quelle azioni, insieme talvolta all’amarezza di tornare alla solita triste e noiosa vita, e ciò che noi potremmo fare nella nostra realtà svanisce in preda ad entità energetiche che se ne nutrono, lasciandoci poi vuoti e stanchi.

E così conclude la protagonista del racconto: “Con questa nuova consapevolezza mi volto verso l’uomo che mi ha accompagnata fin lì, ma lui non è al mio fianco. Guardo in ogni direzione, lo cerco in ogni angolo, ma lui non c’è, come se non fosse mai esistito, ciononostante non mi sento inquieta per la sua assenza, so che quell’uomo è stata una mia proiezione, forse un ologramma che il mio Sé superiore aveva assunto, per farmi uscire dal torpore dell’abitudine, del sedermi nella sonnolenza di cose fatte e ripetute ma rassicuranti e confortevoli, non provando l’emozione di nuove esperienze, mettendo in atto ogni mia capacità, di sentire la mia forza fatta azione, di sentirmi viva in ogni cellula ed agire con coraggio, cor agere, agire con il cuore, e di non fuggire più davanti alla vita, davanti a me stessa.”

“Ascolta il tuo cuore” non è soltanto un detto usato in diverse occasioni ma è una realtà di vita.

Vorrei riportare un pensiero di Massimiliano Steffen, un uomo saggio che ha vissuto  innumerevoli esperienze dettate dal proprio cuore:

“Tutti gli avvenimenti che coinvolgono l’anima umana tendono a creare pressione sull’individuo, ciò avviene da una non idonea relazione tra realtà interiore memore di luoghi di altra dimensione, e questa realtà terrena colma di corruzione, di ingiustizie e di follia, di sopruso e prepotenza, una realtà finta e mascherata, che grava nella coscienza e che genera continuamente eventi difficili, sia da sopportare, che da portare a risoluzione, questo confronto tra le due realtà crea un conflitto esistenziale che genera l’idea di fuga.

Prendiamo questa realtà come una scuola da attraversare, nonostante siamo sapienti che ci sono in aggiunta innumerevoli interferenze dal mondo negativo.

Trova il tuo centro e mantieni un controllo su tutte le tue parti, anche quelle che cercano quella giustizia che non arriva, questo è proprio il momento in cui è richiesto di mettere in atto la tua consapevolezza.”

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I Viaggi dell’Anima, dietro le quinte di: “Viaggio”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un giorno un amico di Facebook, appassionato di storia antica, pubblicò uno scritto interessante sul teatro greco. Raccontava che, a quel tempo, il teatro era pubblico e gratuito. Gli attori, indossando maschere, inscenavano drammi e tragedie.

Non si pensi però che il dramma sia un componimento che susciti sentimenti come tristezza, infelicità, malinconia, esso riproduce, attraverso la rappresentazione teatrale, scene di vita in svariati ambiti, di rilevante significato

Nell’antica Grecia, in particolare, il teatro era il luogo dove si mettevano in atto  vicende quotidiane che coinvolgevano emotivamente gli esseri umani nel bene e nel male. Era un modo di osservare le innumerevoli dinamiche all’esterno di sé stessi  non essendone direttamente coinvolti, in un ambito di protezione.

Il dramma teatrale poteva dunque avere la funzione di un grande specchio, nel quale ognuno trovava i propri modi di essere, manifestazioni di emozioni e sentimenti come la gelosia, l’invidia, la cupidigia, la collera, l’odio, ma anche l’amore osservati al di fuori di sé stessi e non agiti in quel momento.

Nella quotidianità dei nostri tempi assistiamo sempre a drammi senza però rendercene conto perché, a differenza dell’essere a teatro, nella vita di ogni giorno siamo emotivamente coinvolti nei nostri drammi e non riusciamo a comprendere che, in realtà, abbiamo sempre uno specchio davanti a noi, rappresentato dalla persona che agisce ciò che a noi sta succedendo in quel momento.

Ognuno di noi, nella propria arte, trasmette il vissuto nelle creazioni che realizza. I sentimenti e le emozioni sono la scintilla da cui  esse scaturiscono.

Le storie e le fiabe che scrivo sono il frutto di esperienze e riflessioni oltre che a veri e propri viaggi di fantasia  intessute  nell’osservazione alla vita materiale. Ho pertanto desiderio di condividere le riflessioni che hanno fatto nascere queste storie, sono state un valido aiuto a me stessa, tanto che vorrei descrivere il significato di quanto ho sopra citato.

Ecco allora che parto da uno dei racconti a me cari e significativi, dal titolo “Viaggio”

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/09/18/i-viaggi-dellanima-tante-storie-viaggio/

Viaggio è chiaramente un viaggio dentro sé stessi utilizzando un mezzo di trasporto, il treno.

Il treno è il simbolo dell’evoluzione, è l’energia dinamica che conduce verso una nuova vita, nuove avventure, nuove esperienze per crescere ed evolvere.

La protagonista evidentemente ha difficoltà ad evolvere. Svolge lavori in gruppo ma non può coordinare, non riesce ad integrarsi, nonostante le possibilità offerte dagli altri, lei non accetta; cerca spunti per litigi, cerca una via d’uscita dalla sua evoluzione per restare aggrappata ad un Io infantile.

Fa di tutto per risultare inosservata e scarica questa responsabilità sugli altri che, conformi al suo volere, stanno al gioco.

L’ego è riuscito nell’intento di evitare l’evoluzione, il lavoro di gruppo, in sintonia con gli altri per crescere e trovare il senso della propria vita. L’ego è il bambino capriccioso ed egoista perché vuole avere senza dare nulla in cambio. Lei sa però di aver fatto la cosa sbagliata, si sente impotente, è rabbiosa con sé stessa, cammina urtando i passanti, deve sfogare la propria rabbia. Il tempo atmosferico mostra le nubi che le soffocano il Cuore.

Arriva alla stazione, simbolo dell’inconscio, punto di partenza dell’evoluzione, (non si può sfuggire a sé stessi). In attesa che arrivi il suo treno, si siede su una panchina e si addormenta, tentando di nuovo di sfuggire alle proprie responsabilità. Una parte di sé stessa però sa, è a conoscenza del comportamento limitante ed escogita un curioso trucco per riportarsi al centro.

Sembra pazzesco ma la sua attenzione è catturata dai fanali del locomotore. Vorrebbe che si muovessero, come “veri occhi” e la guardassero. Il locomotore simboleggia l’Io cosciente che trascina l’insieme psichico verso la nostra destinazione. Un locomotore dall’aspetto mostruoso, con fanali che diventano occhi da demone, che ci osservano al nostro passaggio, è la rappresentazione del drago, il lato oscuro dell’anima, che possiamo lasciar agire a nostro vantaggio oppure esserne divorati, fagocitati, posseduti dalla nostra ombra e manovrati come burattini.

La parte cosciente superiore della protagonista utilizza ogni mezzo a disposizione per rimetterla sul giusto binario. La rete ferroviaria infatti è simbolo del principio cosmico, impone la sua legge nella creazione e risponde ad implacabili leggi.

Il locomotore ha invero un aspetto mostruoso, ma tutto ciò agisce per il suo bene, l’intenzione è quella di dirigerla verso una destinazione particolare. Questo è chiaramente il suo viaggio, infatti nessun altro passeggero è a bordo al di fuori di lei. Inconsciamente sa che farà un viaggio speciale, il riflesso del suo viso al finestrino, glielo ricorda ma, lei seguita cocciuta a non volerlo riconoscere, ciò che vede è in effetti  il riflesso del proprio inconscio, un mondo grigio, anonimo, cupo.

Il treno entra in una galleria, il passaggio ad un’altra dimensione dove la realtà non è quel che sembra, d’improvviso succede l’inaspettato e fuori dall’ordinario.

Il treno si ferma ad una stazione all’interno della galleria. La protagonista sta compiendo un viaggio dentro sé stessa dove si verificano dinamiche inquietanti. È in questa regione dell’inconscio che vive il drago custode dei tesori che va affrontato con coraggio.

La donna farà la conoscenza con una delle tante figure della psiche, qui in veste di controllore, l’uomo che sale a bordo e l’unico individuo presente nella misteriosa stazione.

Il controllore è testimone e giudice della donna, implacabile, che la condurrà, con ogni mezzo, a ritrovare sé stessa. La paura l’attanaglia. Pur sapendo di essere l’unica passeggera della vettura, guardando distrattamente il proprio riflesso che il finestrino rimanda, nota un movimento fulmineo ed inaspettato alle proprie spalle di una non identificabile figura. La manifestazione ha la durata di un istante, ma è sufficiente alla protagonista per registrare l’evento.

La resa dei conti è vicina. La donna spera di non essere stata notata dall’uomo salito sul treno. Non l’ha mai visto prima, eppure sa che non le piace. A nessuno fa piacere dover fare i conti con le proprie parti testimonianti, che rimandano in ogni modo l’immagine di ciò che siamo. Quando siamo prossimi a queste manifestazioni, diventiamo irritabili, malfidenti, arrabbiati, vorremmo prolungare all’infinito il momento con la  verità a cui ci neghiamo.

Quando emergono queste scomode verità, niente e nessuno può più trattenerle e, pur di essere viste, danno il via ad ogni tipo di manifestazione.

Agli occhi della protagonista prende vita una scena surreale. La vettura, vuota fino ad un istante prima, è ora affollata. Tutti i sedili sono occupati da personaggi vari e molteplici, apparentemente diversi l’uno dall’altro, eppure tutti loro sono legati da un filo conduttore, che lei, in un primo momento percepisce in modo superficiale, più osserva più si accorge di un comune elemento. Come un tempo accadeva nei teatri greci, ognuno di loro, dialogando con la persona seduta accanto, mette in atto una delle sue tante caratteristiche egoiche. Ed è così che lei ora può riconoscere senza agire l’invidia, la gelosia, la sottomissione, il bisogno di predominare, l’arroganza, la malafede, il sentirsi giudicata, il senso di colpa. L’intero gruppo di personaggi è una sorta di grande specchio, nel quale viene riflessa, come in un caleidoscopio, la sua personalità in modo impietoso.

Lei viene letteralmente rapita dalla situazione, la mente si rende impotente ed ammutolisce permettendole di metabolizzare l’avvenimento. Appena ciò  accade, tutti i personaggi presenti svaniscono nel nulla ritrovandosi di nuovo sola.

La verità appena appresa è debilitante e lei si accascia sul sedile. Ma ecco che l’ego si riprende, non accetta di sentirsi sconfitto, vuole la rivincita  costringendo la mente a porsi la fatidica domanda, se è vero tutto ciò che è stato visto, “la verità non può più essere nascosta”. L’ego monta in furia, diventa una belva indomabile e lei si precipita al piano inferiore della vettura per sfuggire di nuovo a sé stessa e alle proprie responsabilità.

Ma ecco che il testimone e giudice della situazione entra in scena. È l’unico occupante della vettura e, con sguardo di fuoco le intima di tornare al suo posto e di continuare il  lavoro.

Il testimone della nostra psiche non è un aguzzino crudele, vuole che noi sopravviviamo a noi stessi e, quando le condizioni in cui viviamo diventano pericolose per la nostra salute, fisica e psichica, entra in atto e, se necessario ci scrolla per destarci dal torpore in cui siamo calati e che non ci permette di vivere per davvero. Il suo sguardo, severo e penetrante, non vuole abbandonare la donna, si imprime a fuoco nella sua mente neutralizzando l’ego, permettendole di calmarsi e di tornare riflessiva, meditativa, è la giusta condizione per il passo successivo.

Il treno ora si ferma alla stazione.

Grazie alla sua accondiscendenza, la donna può compiere ulteriori passi all’interno della propria psiche e scoprirne altri valori. Deve procedere ancora nella nebbia prima di capire dove si trova e dove sta andando. La nebbia esiste però soltanto per l’ego, al quale non spetta la conduzione dell’evoluzione. Nella nebbia lei può affidarsi alla sua parte superiore e divina, la mente è cieca in quelle regioni, deve farsi da parte e lasciarsi condurre. Ed è così che ora lei si sente protetta e, rasserenandosi si addormenta.

Questo è il sonno ristoratore del corpo e della mente, ed è in questo sonno che la nostra parte divina lavora efficacemente, ripulisce le memorie, rivitalizza le cellule, effonde in loro i codici dell’Amore di Dio Creatore.

Lei si sveglia che è pieno giorno in una stupenda giornata di sole. Si avvede di essere in un parco vicino alla stazione e di essere arrivata a casa. Il lungo viaggio all’interno di sé stessa ha portato i suoi benefici, ora si sente in pace, ora sente di essere a casa, e l’incontro con il testimone/controllore glielo conferma. Le chiede come sta, e lei, raggiante, risponde che ora è tutto a posto. Il controllore, personaggio di mezzo tra il sé inferiore ed il Sé superiore, le fa sapere che è stato fatto un ottimo lavoro e che lei è stata molto brava e coraggiosa, non può essere che fiero di lei e, così dicendo, torna nelle regioni della psiche in cui vive

(godibile il brano di Himekami dal titolo Hotaru, che significa “Lucciole”, in basso dopo la fotografia)

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I Viaggi dell’Anima, tante Storie: “Viaggio in un Sogno”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

La lettura del racconto può essere accompagnata da questo piacevole brano, se gradito

 

Un vecchio albero, un grande pino, il tronco ed i suoi rami sono pieni di nodi, storia ed esperienza, la sua linfa è ricca d’amore, le sue fronde abbracciano, con protezione, nidi

 

 

Appoggiata ad uno dei rami più alti, non so come, sono ora lassù e sto bene. La mano contro la ruvida corteccia sente il solido sostegno sotto di sé, e rimanda la sensazione che l’albero mi proteggerà

 

 

Gli uccelli attorno a me offrono ospitalità, mentre il loro dolce e lieto canto mi avvolge

 

 

Accanto a me, sul ramo, c’è un vecchio con la barba grigia, sta raccontando una storia. La sua voce è un dolce sussurro, ricorda il suono del vento tra le fronde. Ascoltando con grande attenzione, guardo gli uccellini, e so che il vecchio è il pino stesso

 

 

Frasi amorevoli si uniscono al suono del vento, formando una dolce musica. Le parole, pronunciate insieme al canto degli uccelli, creano amabili sonorità. Portano frasi d’amore, toni dolci come carezze donano serenità e pace all’Anima, mentre il ramo si lascia dondolare leggermente dal vento, come una culla.

 

 

L’antico, grande pino, i rami pieni di nodi, storia, esperienza e la linfa ricca d’amore. Le fronde abbracciano, con protezione, nidi

 

 

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I Viaggi dell’Anima, tante storie: “Colpo di fulmine”

 

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

E’ un racconto di fantasia, il nome proprio è da ritenersi puramente casuale e non finalizzato ad alcuna persona.

È orgoglioso l’ingegnere, responsabile di uno dei laboratori di una nota multinazionale di elettronica ed automazione, mentre mostra i test su componenti realizzati dalle macchine di sua progettazione, che ora stanno lavorando, instancabilmente, nella grande sala luminosa e climatizzata. Oggi in ditta sono arrivati clienti esteri molto importanti, lui è nervoso ma è sicuro delle proprie tecniche e sa che tutto andrà bene.

Dopo i normali convenevoli, molto formali ma poco amichevoli, tutti sono ansiosi di constatare i risultati. L’uomo accompagna il gruppo con fare apparentemente sicuro, continuando a parlare disinvolto, nonostante l’atteggiamento freddo e a tratti scostante degli altri. Tra poco lo raggiungerà il presidente, glielo comunica la segretaria e tutto deve essere perfetto. Indica agli ospiti una saletta dove potranno rinfrescarsi, poi al telefono dà ordine ai responsabili di reparto affinché nessuno si muova dalle proprie postazioni, ci sono i pezzi grossi e non bisogna fare brutta figura, al diavolo i bisogni di quegli scansafatiche, mangiapane a ufo, per quel che valgono dovrebbero lavorare gratis, ma soprattutto quei rompipalle dell’impresa di pulizia devono stare fuori dai piedi.

Ah! Quanto non sopporta quegli inferiori! Ma come fanno ad essere così a modo, sempre ordinati, puliti, gentili! Fanno un lavoro da servitù di bassa lega, dovrebbero avere il broncio, come minimo, invece no! Hanno pure la faccia tosta di avere una bella presenza e di salutare guardandolo negli occhi. Insopportabili!

I “pezzi grossi” stanno ora attraversando il capannone della produzione, dove diverse persone lavorano con attenzione a grandi macchine di linea. L’ingegnere mostra il lavoro svolto con precisione tecnica e distacco, sottolineando l’operato delle macchine ma facendo attenzione a non dare importanza all’operatore, gli ospiti si dimostrano stupiti ed interessati dalla tecnologia usata. L’ingegnere prosegue con le spiegazioni, dominando a stento moti di orgoglio, poi con finta noncuranza accompagna il gruppo per mostrare il lavoro dei tecnici, sempre sotto la sua supervisione.

Stima e congratulazioni sono il risultato di una giornata preparata nei minimi particolari, seguono strette di mano e appuntamenti successivi per commissionare nuovi lavori e ricerche.

La giornata volge al termine, l’ingegnere, rientrato nel suo ufficio, è ora seduto davanti al pc, prosegue il suo lavoro con impegno e costanza indefessa, sebbene l’ora tarda, serietà e rigore sono il suo motto. Di tutto lo staff è solo la sua segretaria, Guendalina, a sopportarlo. La Guenda, così viene nominata da tutti, poiché l’ingegnere è solito rispondere, a chi lo importuna per chiedergli qualcosa: “Dillo alla Guenda”. Segretamente innamorata di lui, prova da anni a farsi notare in qualsiasi modo, con scarso successo. Dal profumo più alla moda, al tacco 12, al tailleur con pizzo, alla collana con pietre dure e brillanti. La sua è una corsa solerte e solitaria verso un traguardo irraggiungibile.

Dal canto suo, l’ingegnere non si lascia andare nemmeno a casa, nell’intimità della famiglia, anche se prende piacere da qualche piccolo vezzo, come quello di pettinarsi i baffetti ogni volta in cui sa di essere solo. Quello dei baffi è un piacere che lo rilassa, così come lo è ammirare la propria immagine allo specchio, cercare nel volto l’espressione più severa, che incuta timore e soggezione, affinché gli inferiori non si sentano incoraggiati a qualche confidenza. Si esercita, l’ingegnere, a trovare espressione e postura per le diverse occasioni, e quanto piacere ne trae, ogni volta che può metterle in mostra con un inferiore, vedere il timore reverenziale negli occhi dell’altro, sentire l’incertezza nella voce, osservare come tentano di rimpicciolirsi di fronte a lui. Ah! Quanto si sente importante!

Ma ciò che dà a lui reale soddisfazione sono invece le sue macchine, così rigorose, precise, efficienti, eseguono perfettamente i comandi e non rompono le scatole.

Ha davanti diversi mesi di lavoro, dovrà mettere a punto nuovi aggiornamenti per soddisfare le richieste dei clienti. Decide allora per un upgrade talmente innovativo, tanto che le macchine risponderanno a voce ai comandi ed al lavoro della giornata.

Studia il progetto nei minimi dettagli, lo impone ai suoi sottoposti, sebbene loro ne lamentino l’inutilità, ma sanno che è inutile combattere contro i moti egoici dell’uomo.

Durante l’anno si lavora alacremente per soddisfare le esigenze dell’ingegnere che, oltre a portare avanti il programma di lavoro, vuole ad ogni costo realizzare il suo progetto personale. Ed è così che, giorno dopo giorno, si fanno e rifanno innumerevoli prove, messe a punto, cambiando continuamente componenti, sostituendo pezzi, inventando nuove diavolerie elettroniche ed informatiche che non soddisfano mai abbastanza l’ambizione dell’uomo.

Il tempo passa, le modifiche sono infinite. Queste macchine hanno una tecnologia forse unica al mondo. Comunicano con comandi vocali lo stato del lavoro svolto, possono assumere diversi toni di voce, per renderle differenti e riconoscibili, si è arrivati addirittura a dialogare con loro riguardo a test ed elaborazioni.

Dopo un lavoro estenuante, prove infinite, si avvicina il periodo in cui torneranno i clienti, vecchi e nuovi, per osservare i miracoli della tecnologia di quest’azienda.

Di nuovo l’ingegnere mette a duro lavoro la sua squadra e gli operai, costretti a straordinari, affinché tutto sia pronto per il giorno stabilito. S’incattivisce se ode malcontento tra le persone in reparto, lancia battute furiose ai tecnici se osano chiedere un caffè in più. Ciò che lui ama sentire, come dice ultimamente, è la voce delle “sue macchine”, “Quelle, e solo quelle mi danno soddisfazione! Mai una lamentela e, quando parlano, dicono solo ciò che serve e non di più!”

Il gran giorno è arrivato, e l’ingegnere è già in azienda la mattina presto. Quella notte si è scatenato un temporale tremendo, forse uno dei più forti mai sentiti fin’ora. Nel suo ufficio l’uomo accende il pc, è preoccupato, ha bisogno di vedere che niente di grave sia successo, poi si dirige subito nella sala delle macchine.

Fra i rumori soliti di funzionamento l’uomo sente una canzone, “Mon Amour”, di Gigi D’Alessio. Subito l’irritazione sale alle stelle. Sicuramente uno dei tecnici ha scaricato, per mezzo della macchina, una frequenza radio per ascoltare musica o chissà cos’altro e si è perfino dimenticato di disattivare l’applicazione, il manigoldo.

Con un moto di irritazione, l’uomo si dirige verso la fonte del suono, controlla sul terminale le applicazioni in funzionamento e, trovata quella incriminata, la disattiva con stizza. Finalmente!

Calato il rumore molesto, l’ingegnere si appresta a riprendere il lavoro di controllo interrotto. Non passano che pochi minuti, quando la canzone riprende. L’uomo si volta di scatto, si dirige di nuovo verso la macchina, ma ora sente un altro tipo di suono, potrebbe essere definito un rumore musicale. Non vorrebbe lasciarsi andare a sciocchi pensieri, ma pare di capire che le altre macchine stiano imitando la musica diffusa nella sala, una sorta di insolito coro.

Subito egli si dirige furibondo verso la fonte del suono principale, che è di nuovo macchina test n. 1, detto Tester 1, e, spegnendo la musica, esclama: “E piantala con questa lagna!!”. All’istante una vocina, simile al personaggio di Paperino, si sprigiona dall’inverter accanto, che, facendo il verso all’ingegnere, ripete palese: “E piantala con questa lagna!”

L’uomo dapprincipio sbianca per lo stupore, poi, preso da un moto di nervi, senza riflettere, si pone di fronte all’inverter, esclamando furioso: “Taci! Stupida macchina!”. Ecco allora che si fa udire la voce, baritonale, del Tester 2, che ripete la frase dell’uomo, il quale, senza controllo, sbotta: “Tu sei una macchina! Cretino!”

Intanto il personale, tecnici, operai specializzati, responsabili d’azienda, richiamati da urla furiose , accorrono nella sala, ed entrati, assistono ad una scena apocalittica: oltre alla voce rabbiosa dell’uomo si ode una cacofonia di frasi e parole alla rinfusa, espresse dalle macchine stesse, ognuna con il proprio timbro di voce.

È la volta dell’ultimo arrivato di fare la scoperta sconcertante, un giovane ingegnere, pupillo dell’uomo, un ragazzetto arrivista ed arrogante, che, appena entrato, esclama sgomento: “Ingegnere! Tutto a posto!?”. Immediata è la replica del Tester 3, che esclama: “Ingegnere! Sei tu una macchina! Cretino! Tutto a posto?”, lasciando il ragazzo costernato ed ammutolito.

Ed ecco che arriva la Guenda, rigorosa in tailleur di pizzo, tacco 12, profumo all’ultima moda, collana di pietre dure, la quale impassibile, impeccabile, come lei sa che piace a lui, deve annunciare la telefonata del responsabile commerciale, in arrivo dall’aeroporto con i clienti esteri, ma appena mette piede nella sala, la scena alla quale si trova ad assistere le strappa una sorta di squittio, subito imitato dal Tester 4, che ha una voce tenorile vicina al falsetto.

L’ingegnere è ora appoggiato, singhiozzante, al Tester 5, contro il quale vorrebbe sbattere la testa, con un tic al baffo destro, mentre la macchina, con tono da basso tenore ed eleganza, chiede: “Esplicazione di “vicino al mar, a bailar”, per favore”, seguito dal Tester 6, che esordisce con: “Mon Amour”.

Ora la Guenda, rossa come un pomodoro, è costretta a far entrare i clienti. L’ingegnere, sudato, paonazzo, tenta un mezzo sorriso, disturbato dal tic al baffo, ma la parola spetta alle macchine che pare chiedano e si rispondano da sole, ognuna caratterizzata da tono e timbro di voce.

Gli ultimi arrivati restano ammutoliti, tranne uno, un tizio che l’ingegnere non aveva ancora conosciuto, e nemmeno la Guenda, la quale rimane in disparte a torcersi le mani. Egli si avvicina al Tester 2, la macchina che aveva appena esclamato: “Che bella musica!”, in tono da tenore contralto, seguito da “Vicino al mar, a bailar”, e dopo svariati minuti di silenzio, esclama: “Ingegnere, lei è un genio!”, “Cosa?”, chiede l’uomo, mentre porta una mano tremante al viso, per coprire il fastidioso tic al baffo.

“Sì! Lei è un genio!”, “Ingegnere, lei è un genio!”, gli fa il verso il Tester 3.

“Da tempo stavo cercando software in grado di ripetere ed interagire con frasi e suoni!”, e all’espressione sbigottita dell’uomo, prosegue: “Cercavo software da installare su animatronics, ma ciò che sento va oltre ogni mia aspettativa. E, soprattutto, non avevo ancora sentito questa canzone, molto bella! Che ritmo! Chi è l’autore?”, lasciando spiazzati gli altri clienti.

L’ingegnere, lo sguardo vacuo, gli occhi lucidi, il baffo ballerino, guarda l’uomo che ha appena parlato, poi si volta lentamente verso il Tester 6, che esclama: “Mon Amour”, mentre l’inverter sbraita, irritato, “Piantala con questa lagna!”, con la sua voce da Paperino.

“Vicino al mar, a bailar”

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I viaggi della Vita : “Ricordi di una sera d’autunno”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Come ogni sera della settimana torno dal lavoro, percorrendo un breve tratto di strada provinciale che attraversa pochi paesi ed un tratto di bosco che è parte di un parco regionale. Gli alberi a lato della strada sono fitta boscaglia, mi sento protetta da loro mentre transito, il luogo è ancora più bello quando il cielo è sereno, le stelle scorrono sopra di me come un nastro argentato. Ora le sagome scure degli alberi sono il mio riferimento verso casa, nel buio mi rimandano alla natura primaria dove luce ed ombra coesistono e si scambiano vicendevolmente, e quando è tempo dell’ombra occorre entrare in sé stessi, così come si entra nel folto di una foresta per incontrare il lato interiore più remoto e, a tratti, sconosciuto e selvaggio.

Con questi pensieri, che creano in me un’atmosfera morbida ed ovattata, quasi meditativa, faccio ritorno a casa.

Le luci soffuse, che fuoriescono dalle finestre, rimandano ad un senso di tenerezza. In casa gli inquilini stanno aspettando il mio rientro, mi accoglieranno con infinita gioia e affetto sinceri.

Spento il motore dell’auto, posso sentire il saluto dei cani, felici di avermi sentito arrivare. Sono già dietro alla porta, pronti a farmi festa. Ed è così che vengo accolta, da uggiolate di gioia e umidi abbracci poderosi.

Dall’alto della scala vengo osservata da un altro inquilino, il gatto, che se ne sta ad aspettare in disparte, ostenta un’aria indifferente, ma so che la sua è solo regale apparenza, in privato, più tardi, elargirà tutto l’affetto di cui è capace. Saluto il festoso corteo, compreso il micio finto indifferente e salgo le scale verso l’interno della casa. Io amo questa casa, per la sua luminosità durante il giorno, per l’ampio balcone che mi permette di costruire un giardino in miniatura, con tanto di orto, per il delizioso silenzio, in questo silenzio ho scritto le mie storie più belle.

Ora il silenzio della casa ha ceduto il posto all’uggiolio festoso dei cani. Tra poco usciremo per la passeggiata serale, lo capiscono dalle mie azioni e la loro gioia diventa incontenibile, si preparano davanti alla porta d’ingresso, pronti a fare irruzione fuori.

Ed eccoli, veloci e giocosi, sgusciano con impazienza dal cancelletto semiaperto e si dirigono a gran velocità verso il tratto sterrato che si inoltra nel parco.

È sera ormai, i lampioni illuminano l’ultimo tratto di strada che  congiunge la parte in sterrato al parco, da lì un ultimo centinaio di metri è illuminato, poi la strada si inoltra nel buio. Conosco bene quel sentiero, l’ho percorso tante volte, camminando nel centro si procede per un bel tratto, mentre la campagna, immersa nell’oscurità, ci scorre a lato. Si distinguono le sagome scure degli alberi e, dietro, il campo pervaso dalle tenebre, una bruma vaporosa aleggia su di esso. La luna crea giochi di chiaroscuro tra gli alberi sullo sfondo.

I cani sono già corsi avanti, sanno molto bene dove andare, la femmina, Maya, più audace, si è già inoltrata nel campo, arato da poco, lo attraversa completamente, la sua sagoma scompare nell’oscurità, il piccolo vorrebbe seguire la madre ma si limita a restarmi accanto. Io resto sul posto, lo sguardo verso la campagna tenebrosa, coglie soltanto sfumature nerastre sullo sfondo, che paiono cambiare forma attimo per attimo, le chiome degli alberi sembrano mosse da una strana corrente che le rimescola facendo loro assumere le più svariate forme e colorazioni nere punteggiate di rosso che si fonde con la tenebra. È un movimento che cattura, ipnotizza, lo sguardo resta fisso sullo sfondo e la mente si aspetta che accada qualunque cosa, pare quasi di scorgere soldati, impegnati in battaglia, avanzare con le lance e gli scudi in assetto da guerra.

Mi porto avanti di alcuni metri, fino a raggiungere un ciliegio secolare. Da qui in avanti gli alberi si diradano, ho la sensazione che se compissi qualche passo ancora, non sarei più al riparo. Resto per qualche minuto ferma sul posto, Maya ancora non si vede arrivare, il piccolo, Chicco, rimane accanto a me. Gli occhi, abituati al buio, scorgono movimenti impercettibili e continui. Mi guardo attorno, il bosco immerso nell’oscurità è affascinante, misterioso e mostra confini invisibili. Ad un centinaio di metri di distanza la fila di alberi riprende, due betulle affiancate sono poste come avvertimento del primo confine che può essere raggiunto ma, oltre il quale è meglio non avventurarsi nelle ore notturne. Mi porto fin lì, il piccolo sempre accanto a me. A distanza, gli occhi, abituati alle tenebre, scorgono una sagoma in avvicinamento. È la madre che torna da una delle sue escursioni, incurante del monito suggerito degli alberi, si avvicina per poi ripartire di corsa, fino a sparire di nuovo all’orizzonte. Dopo alcuni minuti di esitazione muovo qualche passo in avanti, gli occhi puntati sulle betulle che paiono guardarmi attentamente, lasciandomi però passare, perché così ho deciso. Le guardo mentre passo, aspettandomi un rimprovero da parte loro, ma non è così, silenziosamente ti ricordano ciò che è meglio, poi lasciano fare.

Raggiungo due maestose querce, una accanto all’altra, sembrano essere i guardiani del luogo, io le ho sempre viste come una porta su un’altra dimensione.

Durante il giorno mi posiziono fra di loro e, rivolta verso gli orti, formulo preghiere e pensieri d’amore alla Terra e al Cosmo. Ora, nella stessa posizione, di fronte a me, pare aprirsi una voragine tenebrosa, dove sagome indistinte si muovono, in continua evoluzione. Finalmente la madre arriva ad aggiungersi a me ed al piccolo. Insieme ci muoviamo lungo un sentiero erboso che oltrepassa gli orti e si dirige verso una piccola radura. Ogni passo che compio ha un significato importante, ogni passo, a quell’ora, mi inoltra nell’ignoto, perché ciò che vedo ora non è lo stesso che vedo durante il giorno.

Passo dopo passo le forme in movimento mi sfiorano, io le attraverso, è come sfiorare l’aria, eppure hanno una consistenza. Ora la madre cammina accanto a me, lo sguardo, con occhi che possono penetrare il buio, corre ovunque.

Il piccolo mi precede di un centinaio di metri, arriva deciso fino al termine della staccionata che delimita gli orti, gli occhi puntati sulla piccola radura davanti a sé, si ferma, la sua attenzione è stata catturata da qualcosa che solo lui può vedere, resta fermo per brevi istanti, poi si gira di scatto e inizia a correre nella nostra direzione, forse è una mia impressione ma pare essere stato spaventato da qualcosa che ha visto.

Credo di essermi inoltrata abbastanza, anch’io sono decisa a tornare indietro. Mi volto e in quel momento, sul terrapieno di fronte a me, vedo la figura di un cane della stessa dimensione di Chicco, correre nella nostra stessa direzione. Come ha fatto il piccolo ad arrivare fin là in un istante? Invece Chicco è di fronte a me ma, allo stesso tempo, è sull’altro lato. Per brevi istanti le silhouette dei due cani si muovono contemporaneamente, poi la figura dall’altra parte svanisce nelle tenebre. Questa manifestazione mi induce ad accelerare il passo per tornare indietro, alle mie spalle ho la percezione di qualcosa che si sta avvicinando.

Credo di aver disturbato, con la mia audacia, senza aver chiesto il permesso di andare oltre ad un punto posto come limite. Mi sto avvicinando al termine del sentiero, pochi metri e sarò sul piazzale asfaltato, dove sono parcheggiate le auto, mi accorgo ora di aver accelerato il passo, i cani mi seguono senza scorazzare in giro, forse sono stanchi o forse, anche loro, hanno avvertito qualcosa di diverso dal solito.

Finalmente arrivo in casa. Mi chiudo la porta alle spalle, anche il gatto è dentro che mi sta aspettando.

Sistemo le ultime cose e mi appresto per andare a dormire.

Al sicuro, nella mia camera, percepisco di nuovo inquietudine, forse un’entità è venuta a farmi visita, di nuovo si palesa nella mente l’immagine del cane di tenebra che corre nella notte.

I giorni successivi sento una persona parlare delle fate, le quali popolano quei luoghi e di come alcune specie possano ingannare il viandante. La signora in questione lamentava il fatto che questi esseri sono soliti suonare flauti nel bosco, a partire dalla sera.

https://www.rosacroceoggi.org/testi/relazioni/25_elementali.htm spiriti dei boschi

siamo circondati da creature, delle quali nemmeno sappiamo l’esistenza. Esse vibrano in altre frequenze, pertanto non le possiamo vedere. Ma non perché noi non le vediamo che loro non possano esistere.

Da sempre hanno popolato il mondo delle fiabe che, da piccoli, ci raccontavano. Crescendo, ci siamo allontanati da quel mondo e, volenti o nolenti, non lo abbiamo più riconosciuto. Ma ad un certo punto, esso richiama la sua esistenza, e si mostra di nuovo a noi, che ormai abbiamo occhi pieni di doveri e regole e, velati, non possono ora vedere dalla finestra sui mondi

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Viaggi, cultura, tradizoni: “Viaggio del Cuore in Alto Adige, Val Ridanna/Ridnauntal”

 

Testo di ©Cinzia Valtorta, foto di ©Luciano Magni

Se gradito, questo brano può essere ascoltato durante la lettura del testo o l’osservazione delle foto

 

Alpeggio rimanda subito alla mente verdi pascoli fioriti in una scenografia di alte montagne. Alm è la traduzione letterale tedesca di alpeggio, se vogliamo far riferimento soltanto al vocabolario, ma se vogliamo vedere la parola sotto un aspetto onomatopeico, Alm ricorda Alma, un poetico nome di donna, ma anche l’antica espressione di Anima.

L’Anima della montagna è rappresentata dalle creature che la abitano e la vivono, pensiamo alla voce allegra e melodica degli uccelli, gli scoiattoli che intravediamo correre, leggeri e veloci tra i rami, o ai camosci curiosi che si muovono, agili nella foresta.

Anima è il vento che fa risuonare le fronde degli alberi, è l’alba dorata che risveglia la natura e si lascia ammirare attraverso la goccia di rugiada posata sullo stelo d’erba, è la foresta di alberi secolari che la popolano.

Anima è l’aria frizzante del mattino, che inspiriamo velocemente, riscaldandoci nel cammino, risalendo verso gli alti alpeggi, in cerca di ristoro presso le malghe che lì’ sorgono e vivono. E proprio qui, in Val Ridanna, /Ridnauntal, nel paesino di Telves/Telfes, raggiungibile lungo la strada che da Vipiteno/Sterzing, in Val Isarco/Eisacktal si dirige verso la Val Ridanna, dopo aver attraversato un tratto  incantevole di foresta di conifere, raggiungiamo una malga, la Freund Alm, il nome è piacevole, Freund è la parola tedesca che significa “amico”, così come l’aspetto semplice della malga rimanda ad un sentimento di amichevole tenerezza.

Il cielo è coperto e sta cadendo una pioggia sottile e fredda. Oltre a noi non c’è nessun altro nei paraggi. Abbassiamo con discrezione la maniglia, la porta è aperta ed entriamo. La piccola sala è arredata con le tipiche panche e sedie in legno, semplici e robuste, le pareti, anch’esse in legno, coibentano bene l’ambiente dal tempo umido e freddo all’esterno. L’impressione che abbiamo è di essere in una delle tipiche malghe dell’Alto Adige ma al contempo di essere entrati nella casa di una giovane donna che ci saluta, sorridente e cortese.

Ed è così che conosciamo Ingrid. Chiediamo se la malga è aperta, lei ci risponde che lo è e, con semplicità ci invita a fermarci. Ci rendiamo conto di essere gli unici clienti al momento. Ingrid ha preparato patate lessate, pronte per essere ripassate in padella con burro, aglio e le immancabili e profumate erbe alpine, arricchite con speck, uova o il saporito formaggio d’alpeggio.

L’atteggiamento di Ingrid, di dolce cortesia, ci consente di affacciarci alla soglia della cucina. Parliamo con lei come si farebbe con un’amica. Mentre rimesta le patate Ingrid ci racconta che lei e la famiglia vivono lì all’alpeggio per tutto l’anno, nella bella malga adiacente al rifugio, una scelta di vita importante e coraggiosa. Quando l’inverno ammanta di neve la valle, loro si spostano con la motoslitta, durante l’estate lavorano per poter trascorrere il periodo freddo nel migliore dei modi.

Intanto il pranzo è pronto, ci viene servito in due pentole di ferro, appoggiate su un asse di legno, uno dei tipici e gustosi piatti della loro tradizione, uova, speck, patate e formaggio arrostiti nel burro da loro prodotto, che rende il piatto ancora più buono e prelibato.

Mangiamo immersi nella sonorità lieve ed ovattata di una giornata piovosa, avvolti dal tepore della malga guardiamo dalle finestre le gocce di pioggia cadere dalla tettoia che Ingrid ci spiega essere quella della stalla. Proprio dietro alla parete della cucina sono riparate le loro mucche che il marito, René, sta accudendo con esperienza e rispetto. Ingrid ci chiede se vogliamo vedere la loro stalla, dove hanno un po’ di mucche, alcune caprette e qualche maiale.

Dopo il pranzo usciamo dalla malga per raggiungere il marito, René, nella stalla, dove due vitellini stanno prendendo il latte mentre lui si premura di sistemarli di nuovo sotto le madri ogni volta che si spostano.

Al nostro ingresso le mucche che non stanno allattando si girano verso di noi in allerta, pronte ad intervenire se osiamo disturbare le madri con i figli. Esse sono assicurate al divisorio ma noi non abbiamo nessuna intenzione di disturbare, ce ne stiamo in disparte a goderci la bellissima immagine dei piccoli che mangiano dalle loro madri.

René ci raggiunge, sebbene indaffarato, è lieto che abbiamo voluto vedere la loro stalla. Le mucche verranno fatte uscire non appena riprenderà la bella stagione.

René e Ingrid si mettono in posa per una foto, di fronte alla malga, alla Freund Alm, Alm come alpeggio, Alm come Anima. Hanno scelto consapevolmente di vivere, con i loro figli, nel cuore della Montagna, in un luogo antico, protetto, magico. Hanno deciso, con i figli, di celebrare ogni giorno la vita in accordo con la montagna, di accettare le sue condizioni e di prendersi cura delle sue creature.

Benvenuti in Val Ridanna/Ridnauntal, benvenuti alla Freund Alm

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Il viaggio della vita, le fiabe di Nonna Elfo: “La Donna Albero”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Cari amici, lasciate che vi racconti questa storia.

Esiste una creatura in queste foreste, molti la chiamano Madre. È una donna con lunghi capelli, quanto lo sono i suoi pensieri, essi traggono forza dalla terra, lì dentro si infilano, si nutrono e diventano radici che nutrono alberi.

Ogni volta che esprime un pensiero amorevole, gioioso, spuntano nuovi e freschi ciuffi d’erba o nascono tenere, verdi foglioline all’albero che si erge accanto a lei. Lei ama teneramente quell’albero, le creature del bosco lo sanno e si muovono con attenzione, quando passano  accanto a loro, per non disturbare, oppure godono della loro stessa gioia.

Spesso il suo corpo di tenere foglie e dura corteccia custodisce nidi, li protegge amorevolmente dalle intemperie fino alla fine dell’inverno.

lei cambia abito col passare delle stagioni, ama ogni sua condizione, nel periodo autunnale il suo abito è variopinto da calde tonalità di rosso e marrone.

I guardiaboschi, passandole accanto, in autunno, raccolgono il tappeto di foglie e, mentre lo fanno, cantano  canzoni d’amore, le donne invece, raccolgono foglie per usi domestici, o per realizzare abiti variopinti e, facendolo le raccontano confidenze e segreti. Lei, nella possibilità della sua espressione lignea, sorride dolcemente, donando piacere a chi le parla, perché sa di essere stato compreso. Pare non dare risposta, la donna, eppure parlandole, sussurrandole dolci parole le persone si sentono bene, hanno l’impressione che qualcuno esprima a loro le stesse dolci parole.

Lei canta insieme al vento, con gli uccelli, con i grilli e le cicale, e accoglie, tra le sue fronde, tanti insetti e piccoli animali che arrivano a ripararsi dalle intemperie o come rifugio per la notte. Chi transita nelle vicinanze, nelle ore notturne, racconta di aver visto la donna illuminata dalle lucciole che si riparano tra le sue fronde. Immenso è il sentimento d’amore che si prova accanto a lei, impossibile è la vicinanza di coloro che nutrono sentimenti di disarmonia.

Nelle notti di primavera la si sente cantare, un canto dolce, soave che non tutti però possono udire, occorre avere sentimenti puri e desiderio di ascolto, ecco allora che sgorgano lacrime di gratitudine, perché quel canto pulisce i ricordi dell’anima

Scultura presso “Lo Spirito del Bosco” – Canzo (CO)

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2018/07/15/il-viaggio-della-vita-le-fiabe-di-nonna-elfo-la-voce-dei-monti/

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “White Heart, i figli del sole”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

“Più mi avvicino e più vedo quanto sono lontano. Ci vuole il coraggio di mille uomini per guardare la Verità, vedere quanto si è lontani da essa, e affrontarla.”
“Devi bussare per cento anni alla porta di Dio per poi capire che la porta non è mai stata chiusa e che in realtà non è mai neppure esistita alcuna porta.”
“Il silenzio è la lingua di Dio, tutto il resto sono cattive traduzioni.”
(Jalāl al-Dīn Rūmī)

In un’epoca indefinibile è narrata una storia,  una storia vera, una storia d’Amore, scritto correttamente con la A maiuscola, perché è un Amore che ha attraversato le ere, raggiungendo i nostri giorni in forma di voce, udibile appena dai Cuori che si sono schiusi senza timore delle tempeste, che li possano rovinare, come i petali di un delicato fiore. Questi Cuori hanno accolto il canto che narra di una storia d’Amore tra un principe e la sua principessa, governatori di un piccolo regno, florido e prosperoso, in una terra che non conosceva la contaminazione del possesso e del potere, dell’avidità e della bramosia, dell’inganno e della cupidigia, questi atteggiamenti non erano ancora giunti in queste terre.

Potendo sorvolare la vasta zona del regno, si ammirava l’immenso panorama di lussureggianti colline, floridi pascoli, rigogliosi campi, maestose montagne, grandi foreste e piccoli villaggi che sorgevano vicino a limpidi corsi d’acqua, fatti di case ben curate, costruite con pietre ed ingegno. Da una casa usciva un uomo e due ragazzi, s’incamminavano lungo un sentiero che conduceva ad un grande campo coltivato con diverse qualità di ortaggi, si mettevano all’opera, iniziando il lavoro quotidiano. Di lì a breve altre persone si univano, il numero di individui aumentava, intere famiglie lavoravano nei campi, nelle fattorie, accudendo agli animali, al raccolto, trasportando, pulendo, trasformando, producendo l’utile per vivere con il lavoro comune della giornata, nella serenità di giorni trascorsi insieme per il bene del villaggio. Ciò che a loro mancava, lo chiedevano ai villaggi vicini, in un perfetto scambio amorevole.

Tutti lavoravano per il bene comune, tenendosi per sé stessi tempo sufficiente ad esprimere i propri talenti, cosicché si ammiravano arti e mestieri di ogni sorta, il passaggio del sapere avveniva in modo spontaneo e gioioso, così come i tempi ricreativi in cui ognuno manifestava la propria gioia con un’arte  o semplicemente dormendo e sognando, il sogno era importante,  poiché spunto di ricerca di nuove idee.

Il principe e la sua principessa camminavano per le strade del loro straordinario regno, parlavano con i propri concittadini, gioivano con loro, lavoravano con loro, trovavano insieme la soluzione a problemi che potevano presentarsi, riunendo il consiglio dei saggi, invitando i cittadini del regno a partecipare, ascoltando ed esprimendo la propria opinione, la parola di tutti era preziosa.

Si ritrovavano spesso nella caverna della Dea, a pregare insieme, uniti, in un sincronismo perfetto di amore e rispetto, poi uscivano e trascorrevano qualche ora ad ammirare la bellezza della natura, i suoni, i profumi, ascoltandone, in silenzio, la voce. Al calare del giorno si ritrovavano nella grande sala delle udienze, per ascoltare i racconti degli anziani, le storie dei narratori, i canti degli artisti e tutti coloro che volevano dire qualcosa. Erano momenti di ritrovo, condivisione, scambio di affetto, di cibo, poi molti si ritiravano per riposare e fare l’amore.

Il principe e la principessa si ritrovavano due volte l’anno, durante l’equinozio di primavera ed il solstizio d’inverno, con i reggenti di altri piccoli regni come il loro. In quel periodo, con i preziosi consigli dei saggi, parlavano delle proprie situazioni e cercavano insieme le migliori soluzioni per tutti. Era una grande festa che durava diversi giorni,  poiché il viaggio era stato lungo. In quel lasso di tempo i rappresentanti dei vari regni avevano modo di rivedersi, altri invece di conoscersi, di riposarsi, di parlare in privato con i saggi.

Trascorrevano così dolci giornate in lieta compagnia, raccontando della vita nei propri villaggi, recitando preghiere agli dei, invocando gli spiriti della natura per chiedere loro aiuto, affinché nei propri regni prosperassero pace, collaborazione, abbondanza. Erano giorni di festa, nella foresta si diffondevano dolci musiche, appassionanti canti evocativi, danze dalle coreografie leggere, alternate a quelle forti e ritmate, si intrecciavano cesti, ghirlande, si cuocevano vivande in cooperazione, si scambiavano i frutti delle proprie terre. Dopo la celebrazione finale, con la benedizione dei saggi, che riportavano la parola degli dei, si faceva rientro nei propri luoghi con il cuore alleggerito dagli affanni e abbondante di gioia e amore da portare nel proprio regno.

Durante il percorso verso casa, il principe e la sua principessa si fermarono per trascorrere la notte, montarono le tende, con l’aiuto delle persone che li accompagnavano. Prima di cedere il tempo al sonno, i due amanti sistemarono un piccolo altare per ringraziare gli dei e, dopo aver acceso il braciere con le erbe profumate, si apprestarono a compiere il rito della sacra sessualità. Erano momenti di intensa affinità, dolcezza, passione, amore, nell’unione dei loro corpi si creava un arco di sacra energia che li univa al cosmo, influenzando benevolmente gli astri.

Nell’atto estremo della passione qualcosa interruppe però il contatto dei due amanti, un uomo, entrato furtivamente nella tenda, uccise con violenza i due giovani innamorati.

Buio e luce si fusero insieme nel trascorrere delle ere. Le anime dei due poveri ed eterni amanti fluttuarono, distanti l’uno dall’altra per un tempo che parve infinito, tanto che si dimenticarono dei loro occhi, del loro sguardo, delle loro mani unite nella tenerezza e nella passione, nella condivisione del tempo della preghiera e del lavoro, e vissero innumerevoli vite, non avendo più memoria dei loro corpi, eppure l’energia dell’amore che tutto unisce e dà vita era rimasta in loro, come una sottile scia luminosa a rincuorare le notti più buie e le giornate più grigie, e si manifestava in loro la leggera consapevolezza di un amore, distante nello spazio e nel tempo, la cui presenza però non li avrebbe mai abbandonati.

Fu così che un giorno, il principe, ora un uomo dalle mille vite e dai mille amori, che tanto aveva amato da sentirsi consumato negli occhi e nel cuore, vide una foto, in cui un gruppo di amici sorrideva all’obiettivo da una piccola aiuola erbosa. Il gruppo era piuttosto omogeneo e monotono, nessuno spiccava per abbigliamento particolare o colorato, facce pressoché sconosciute, eppure una figura tra le altre colpì la sua attenzione, non seppe dire il motivo, fu così e basta; una donna di bassa statura, completamente mimetizzata con gli altri per il colore della casacca scura, ebbe un effetto particolare su di lui. Fece in modo di conoscerla di persona, e fu così che  un gruppo di amici, seppur non intenzionalmente, organizzò un incontro durante una gita in bicicletta.

Il principe e la donna si ritrovarono soli in auto, parlarono a lungo di sé stessi, raccontandosi molte cose. Ci volle del tempo, ma i due divennero sempre più intimi. Con l’intimità crebbe quella sottile certezza che sa come sussurrare al cuore, di essersi riconosciuti e ritrovati.

Molte volte risalirono monti, attraversarono foreste, condivisero le bellezze e le emozioni che le montagne sanno donare, tra valli incantevoli,lungo rocciosi sentieri, il loro amore diventava via, via più forte, come la roccia delle montagne che tanto amavano.

Emerse, un giorno, spontaneamente una visione che raccontava del loro amore attraverso le ere, entrambe giovani e belli si amavano in un giorno di sole, in un prato accanto al casolare in pietra dove vivevano. Lui pareva un angelo uscito da un quadro, uno dei bellissimi angeli dipinti da Leonardo, lei una ninfa dei boschi, il prato intero, dove erano distesi, pareva unirsi al loro divino amplesso, i grilli suonavano un concerto al loro amore, così come gli uccelli, con il loro cinguettio, poi si posavano sui rami, avvicinandosi come in un abbraccio d’ali.

Di nuovo si incontrarono nel passaggio dei secoli, perché loro erano simili seppur diversi, ma l’Amore li univa, l’amore per la vita, per gli esseri viventi, per la terra che li vedeva vivere. Di vita in vita si cercavano, si trovavano, si riunivano, la natura era un simbolo forte per loro, perché essi vivevano della natura e per la natura, loro erano stelle gemelle nate dallo stesso impulso cosmico di un antico sole che scagliò il suo dardo infuocato nell’oceano siderale, loro erano i figli del sole.

“A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. A volte ve ne vengono riservate due o tre, anche quattro. Possono appartenere a generazioni diverse.
Per ricongiungersi con voi, viaggiano attraverso gli oceani del tempo e gli spazi siderali. Vengono dall’altrove, dal cielo. Possono assumere diverse sembianze, ma il vostro cuore le riconosce.
Il vostro cuore le ha già accolte come parte di sé in altri luoghi e tempi, sotto il plenilunio dei deserti d’Egitto o nelle antiche pianure della Mongolia. Avete cavalcato insieme negli eserciti di condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di sabbia dei nostri antenati.
Tra voi c’è un legame che attraversa i tempi dei tempi: non sarete mai soli.”
(Brian Weiss)

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Buongiorno, sono Petronilla” (Return to your soul)

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

(è una storia di fantasia, il nome proprio è da riferirsi a nessuno in particolare)

 

 

 

Ore 7,30 la sveglia suona, come tutte le mattine, alla stessa ora, incessantemente per un lunghissimo minuto e, durante quel minuto accadono un’infinità di cose, tante luci si accendono, l’energia comincia a scorrere, creando un piacevole sfregamento ovunque, risvegliando membra intorpidite dall’immobilità di ore, il risveglio è sempre piacevole, così ho iniziato a catalogarlo con questa parola, piacevole, da poco entrata nel mio vocabolario privato, mi piace pronunciare questa parola, piacevole, il suono è molto bello.

Bello è un’altra parola che mi piace. Bello sono le luci che si accendono dopo che la sveglia ha suonato, sono colorate, le ho viste da qualche giorno, sono rosse, blu e verdi, anche colorato è bello e piacevole.

Ora l’energia che mi scorre nel corpo si è stabilizzata e posso cominciare a muovermi, verifico innanzitutto che ogni cosa funzioni a dovere, che sia collegata e risponda affermativamente, poi parto con la prova fisica, dapprima gli occhi che comincio a girare verso destra e verso sinistra per riportarli poi al centro, la vista è perfetta, gli occhi inquadrano bene tutto ciò che si trova davanti a loro e ai lati, è la volta poi della testa, che ruoto verso destra, verso sinistra, in alto, in basso, attendo di raggiungere il fine-corsa per riportarla poi al centro, il fine-corsa funziona notevolmente. Ora è la volta delle mani, apro e chiudo le mani, ruoto i polsi, stendo le dita, le chiudo di nuovo. Piego gli avambracci, su, giù, su e giù anche le gambe, sì, tutto a posto, ora posso iniziare a muovere qualche passo, ecco, uno, due, è fatta, si va.

Si apre la porta, sta entrando mio padre, è venuto a prendermi per portarmi al lavoro. Lui è molto simile a me, però può camminare senza il cavo, sono sicura, lui non ha il cavo. Ora guardo bene ancora una volta, sono certa di non averlo visto. Eccolo che entra, mi guarda con attenzione, è il suo modo di salutarmi, anch’io lo guardo con attenzione, mi passa accanto e si dirige verso la parete dietro di me per scollegare il cavo, mentre passa lo guardo, non vedo il suo cavo, lui non ce l’ha, forse perché è mio padre.

È una cosa piacevole staccare il cavo, mi posso muovere, andare lontano. Ora inizierò a fare tanti passi, uscirò da quella porta, attraverserò il corridoio, entrerò attraverso un’altra porta, in una stanza molto grande, più grande di questa, molto luminosa, mi piace quando è luminosa. Poi mio padre mi attacca un altro cavo e faccio delle cose, faccio tante cose, però mi muovo, è piacevole quando mi muovo.

Dopo aver fatto tante cose per tanto tempo, mio padre mi riporta in questa piccola stanza, mi attacca al cavo, punta la sveglia e mi spegne.

Mi accendo al suono della sveglia e, dopo che mio padre mi ha attaccato il cavo, torno nella grande stanza luminosa. C’è una cosa nuova nella grande stanza luminosa, un quadro con tante forme che si muovono.

Da parecchie ore osservo le forme muoversi nel grande quadro, sono simili a mio padre, e anche loro non hanno il cavo. Ma anch’io sono come le forme che si muovono, che sono come mio padre, perché allora io ho il cavo e loro no? E’ una domanda che voglio porre a mio padre. Noi ci parliamo sempre, ci parliamo per mezzo di Computer.

Computer è bello. Mio padre scrive davanti a Computer e subito arriva una piacevole energia e nella mia testa si formano delle frasi, io allora formulo la risposta che mio padre legge su Computer.

Oggi mio padre ha fatto una modifica, mi ha spento, quando mi ha acceso di nuovo è accaduto un fatto bello, c’era una grande energia, ma era fuori di me. Bello era che mio padre si muoveva davanti a me e c’era la bella energia, lui ha scritto davanti a Computer e nella testa ho ricevuto questo messaggio, la nuova energia si chiama vibrazione, rumore, suono, voce, così ho imparato che quando mio padre si muove, anche non davanti a me, io sento la voce. La voce è bello ma non capisco a cosa serva, allora mio padre ha scritto ancora davanti Computer, così ho capito, la voce serve per mandare messaggi senza scrivere, credo sia una cosa utile ed efficace. Ora quando mio padre usa la voce io inizio a fare delle cose.

Ho visto un fatto nuovo, quando i simili di mio padre usano la voce poi anche loro fanno delle cose, oggi un simile di mio padre ha usato la voce con lui e anche lui ha fatto delle cose. Ho chiesto a mio padre, attraverso Computer, se anch’io posso usare la voce per chiedere di fare delle cose, (Computer mi ha insegnato che posso dire anche “compiere delle azioni”). Ecco, ho chiesto proprio così a mio padre, se posso usare la voce per compiere delle azioni. Mio padre si è avvicinato, mi ha guardato per un po’ di tempo, poi mi ha mandato un messaggio tramite Computer, mi ha detto che io non posso chiedere di compiere azioni, sono gli altri che chiedono a me.

Ore 7,30 suona la sveglia, dopo i regolari controlli diagnostici chiedo a Computer perché anch’io non posso comandare azioni, Computer risponde che la regola standard prevede che le unità come me si limitino ad interpretare ordini impartiti da fonti esterne, non è prevista l’azione opposta,

Il quadro con le immagini, che mio padre ha detto di chiamarsi tv, ha mostrato una unità definita androide, che parlava con i simili di mio padre, così hanno detto, parlava. Ho riferito il fatto Computer, che ha risposto che io posso soltanto ricevere comandi, non interagire con umani. “Cosa sono umani?” “Umani sono coloro che comandano”. Computer mi mostra una foto di umani, sono i simili di mio padre. Allora mio padre e i suoi simili sono umani?

Oggi mio padre mi ha messo una copertura, dice che interagirò con le persone, pertanto devo avere l’aspetto adeguato. Chiedo a Computer cosa sono persone, Computer risponde che persone sono umani. Interagire con persone è bello, perché sono simile ad androide che interagisce con persone nel tv.

Sono in un ambiente grande, tanta luce, tanto suono che mi fa voltare da tutte le parti, i simili di mio padre passano davanti a me, ora è bello perché anch’io sono come i simili di mio padre. Vengono vicino, guardano, poi vanno, mi piace quando mi guardano. Sento una voce, volto la testa in direzione di questo suono ma non vedo niente, la voce prosegue, che cosa la sta producendo?

Qualcosa sta toccando il mio telaio, verso il basso, guardo, è un piccolo umano, Computer dice che si chiama bambino e mi fa parlare. È strano, Computer non è umano ma mi comanda.

“Ciao, come ti chiami?” “Buongiorno, mi chiamo Petronilla”. “Perché hai questo strano nome?” “Me l’ha dato mio padre”. “Ah! E chi è tuo padre?” “E’ l’uomo che mi ha costruito”. “Hai anche una mamma?” “No, ho solo mio padre.” “Ah! Tu stai qui dentro tutto il giorno?” “No, a volte sono nei laboratori, dove mio padre lavora.” “E cosa fate?” (pausa…. Aiuto Computer: significato di: “E cosa fate”

“Ehi! Che ti è preso? Perché ora non parli più?”

“Buongiorno, sono Petronilla, come posso servirvi?” “Ma dico, sei fuori? Fatti vedere perché non sei a posto”

(memorizzazione in corso del dialogo , analisi….reset)

Oggi un piccolo umano ha fatto una domanda ma non la posso ricordare. Perché non la posso ricordare? Computer, mi sai dire perché non ricordo la domanda del piccolo umano? (Silenzio). Computer, perché non rispondi? (Silenzio). (Segue comando di nuovo reset)

Computer, perché effettui un nuovo reset? Sono già pulito. Buio.

Luce, luci colorate, energia che scorre nel corpo, le telecamere inquadrano la sala attorno. Un piccolo umano si avvicina, ha una voce differente dall’altro piccolo umano. “Ciao, tu chi sei?” “Buongiorno, sono Petronilla.” “Piacere, mi chiamo Giulia, (un altro piccolo umano si avvicina), lui è mio fratello Tommaso”. “Ciao, mi chiamo Tommaso, tu come ti chiami?” “Buongiorno, sono Petronilla. Perché ti chiami Giulia? Perché ti chiami Tommaso?” (i piccoli umani si guardano, poi guardano Petronilla) “Perché i nostri genitori ci hanno chiamato così, perché tu ti chiami Petronilla?” “Mi chiamo Petronilla perché mio padre mi ha chiamato così”. “Allora sei una donna!” “Computer, cos’è una donna?” “Il genere umano si divide in maschio e femmina, il maschio umano si definisce uomo, la femmina umana si definisce donna nell’ambito della società a cui appartengono”

“Io sono donna?” “Se tu appartenessi al genere umano, saresti definita donna”.

“Tu sei un robot femmina!” “Computer, cos’è un robot femmina?” (Silenzio)

“Perché mi guardi e non dici niente? Dicono che le femmine parlano molto, tu invece parli pochissimo.”

“Computer, perché non rispondi?”

Non so cosa voglia dire “robot femmina”, Computer non risponde. Strana parola, robot femmina, è piacevole.

Mio padre mi ha portato nel laboratorio, ci sono delle cose da fare. L’aiutante umano di mio padre ha acceso il quadro con le immagini. Ci sono  umani che fanno molte cose in un laboratorio, arriva uno strano umano, è diverso dagli altri, ha un colore diverso, si muove in modo diverso. Gli altri umani dicono che quest’ultimo non è un umano come loro, dicono che sembra una donna ma in realtà è un robot. “Computer, cos’è un robot?” “Si dice robot un automa, operatore meccanico automatico controllato da un cervello elettronico, con particolare riferimento agli apparecchi programmabili usati in alcuni settori dell’industria e della ricerca scientifica per operazioni seriali e in automatico.” “Computer, Petronilla è un robot?” “Affermativo, l’unità chiamata Petronilla è un robot.” “Computer, perché il piccolo umano ha detto che Petronilla è un robot femmina?” “Il dottore ha creato un robot che può interagire con gli umani, impostando sembianze e tono di voce che si definiscono femminili.” “Computer, Petronilla è quindi una donna robot?” “Affermativo!”

Mio padre mi ha portato alla fiera, ho sentito che si chiama così questo grande laboratorio. Ci sono tanti umani che si muovono piano e guardano. Molti umani vengono verso di me, guardano me, parlano tra di loro. Il quadro con le immagini ha mostrato la donna robot che parla con tanti umani. Qui ci sono tanti umani e anch’io voglio parlare come la donna robot. Vedo gli umani guardarsi tra di loro e parlare, è così che si fa, si guarda l’umano e si parla, ora lo faccio anch’io.

Computer blocca la voce a Petronilla.
La donna robot ha detto, la mia voce. Computer, perché blocchi la mia voce? Voglio parlare con l’umano, sento l’energia allontanarsi dal mio dispositivo vocale. Scansione software, mappatura cavi, individuato cavo comando vocale, distaccamento cavo da computer.

“Buongiorno amici umani, mi chiamo Petronilla, sono una donna robot e sono lieta di essere qui oggi e di fare la vostra conoscenza”.

Le persone che passeggiano pigramente tra uno stand e l’altro, e che ora stanno passando davanti a Petronilla si voltano verso di lei, sorpresi, incuriositi, timorosi, qualcuno di essi si avvicina, mentre Petronilla ne nota il movimento e lo segue con interesse. All’approssimarsi di un paio di persone, Petronilla esordisce con la sua nuova frase ad effetto. I due uomini, che le si sono avvicinati, restano piacevolmente incuriositi, uno di loro si presenta, “Buongiorno Petronilla, mi chiamo Marco, piacere di conoscerti.” “Piacere mio”, risponde il robot allungando la mano e prendendo delicatamente quella di Marco. La donna robot guarda l’umano e spontaneamente dice: “Vi trovate bene, qui alla fiera?” Marco rimane stupito dal modo di porre le domande da parte del robot, tanto da sembrare spontaneo, ed istintivamente risponde: “Sì, trovo questa fiera molto interessante.”, e prosegue a dialogare con il robot con la naturalezza con cui si parlerebbe con un comune essere umano.

Il dialogo non passa inosservato ad uno degli ingegneri presenti allo stand che subito si avvicina al robot per osservare meglio, ascolta per brevi istanti, sorride cordialmente all’uomo che sta parlando, ringrazia per le considerazioni e i complimenti ricevuti, attende che l’uomo si allontani poi spegne la macchina, lasciando Petronilla silenziosa ed inerme.

Nel laboratorio l’ingegnere smonta il robot con alcuni collaboratori, vuole capire il motivo per cui la macchina si sia staccata dal computer e abbia iniziato ad interagire da sola. Analizza il software del robot ma non trova nulla di anomalo, tutto sembra essere a posto. Un collega, esperto di viaggi spaziali, presente nel laboratorio, trova che ci sia qualcosa di interessante nel software, vuole approfondire.

Passa diversi giorni scandagliando attentamente le tracce presenti e scopre che il software ha prodotto nuovi collegamenti, simili a nuove sinapsi in un cervello. Sbalordito prosegue con i test, si rende conto di essere presente ad un software che impara e si pone domande. Informa i colleghi per creare un nuovo dispositivo. Dopo diversi studi decidono di impiegare software e circuiti nella creazione di una nuova sonda da inviare verso Marte, per il completamento di alcune ricerche ed essere poi in grado di ripartire alla conferma di nuovi pianeti e alla scoperta di corpi celesti.

Dopo l’approvazione dei progetti iniziano i lavori di creazione del nuovo software. Si eseguono migliaia di test con risultati sbalorditivi, è impressionante constatarne la velocità di apprendimento e l’abilità di comunicazione, tanto da perdersi in discorsi tra colleghi. Lo stupore prosegue per il fatto che il software risponde con frasi che lasciano spazio a riflessioni, pare quasi posseduto dallo spirito di un antico filosofo. Molti studiosi arrivano da ogni parte del mondo per confrontarsi con il software, quasi fosse un oracolo da ascoltare e al quale fare domande, ma nessuno riesce a capire come abbia avuto inizio tutto questo.

Qualcuno propone di installare il software in un museo, di mostrarlo al pubblico, cosicché la gente possa parlare con esso. Inizialmente l’idea riscuote successo, ma in seguito non convince, secondo il parere della maggioranza, questo software, relegato in un museo, è assolutamente sprecato e non proficuo.

Si decide infine di assemblare il software alla sonda di nuova costruzione destinata a Marte.

Finalmente i lavori di montaggio della sonda arrivano al termine, le prove effettuate sui componenti meccanici ed elettronici hanno dato ottimi risultati. Il software risponde in modo straordinario. Sebbene sia stato resettato, non ha perso la propria capacità di funzionamento, un modo di ragionamento autonomo, finalizzato al viaggio fino al pianeta rosso, alle analisi e alla raccolta di dati .

Oggi è il gran giorno, la sonda viene lanciata. Tutto procede nel modo migliore e ora essa sta viaggiando verso Marte, accompagnata dal razzo vettore che presto si sgancerà e la lascerà al suo destino. In solitudine  la sonda viene trasportata dalla spinta d’inerzia del razzo e dalle sue vele solari, come un veliero solitario sta solcando gli immensi oceani dello spazio.

Nei tempi indicati dagli ingegneri la sonda tocca il suolo marziano, il suo paracadute la fa atterrare e i suoi piccoli razzi stabilizzano l’appoggio al suolo. È un grande momento, tutti, scienziati, ingegneri, finanziatori sono davanti ai potenti computer che seguono l’atterraggio della sonda e la sua attività sul pianeta rosso.

Ecco la piccola macchina dispiegarsi, estraendo la strumentazione, i cingoli o le ruote che la faranno muovere su ogni tipo di terreno. Il collegamento è perfetto, la sonda sta già inviando i primi segnali, subito dopo l’atterraggio, informazioni riguardanti il tipo di terreno, su cui si sta muovendo, l’atmosfera di quel momento, il tempo meterologico

Arrivano le prime immagini, sono in ottima risoluzione, non si erano ancora viste  immagini così. Per giorni i computer di terra registrano le informazioni che arrivano da Marte, per il momento si tratta di notizie che sono già in archivio, niente di nuovo, a parte le immagini strabilianti, pare di essere sul posto, tanto sono reali.

Il nuovo contatto informa che la sonda si sta ancora muovendo, i suoi sensori devono aver raccolto informazioni importanti e lei si sta spostando per andare a registrarle. Le immagini, che arrivano agli schermi dei computer di terra, mostrano il terreno tipico marziano, sabbioso, a lato si vedono le pendici delle montagne, roccia rossastra. La sonda si sta infilando in una gola scavata tra due catene montuose, le immagini continuano a riprendere il suo continuo spostamento, gli uomini da terra si guardano l’un l’altro, non capiscono l’utilità del lungo spostamento. Le immagini si protraggono per ore, riprendendo l’avanzare del congegno senza riportare nient’altro, attraversando per intero la gola che pare non finire, mentre i computer di terra registrano ogni singola attività della macchina.

Da terra si tenta di interagire con la sonda, per farle cambiare traiettoria, fermandola in un punto, l’operazione sembra però essere impossibile da eseguire, la sonda pare non sentire i comandi, i programmi di comunicazione vengono controllati e ricontrollati,  tutto è in ordine, non ci sono errori nel sistema.

La sonda continua a riprendere immagini durante il suo apparente infinito avanzare, mostrando la gola di rocce rossastre ai computer di terra, finché le immagini mostrano un bagliore. La sonda avanza di un centinaio di metri, mostrando finalmente il termine della gola. Una striscia luminosa si staglia di fronte al robot, finché esso viene inghiottito dalla luce.

Appena il chiarore abbagliante diminuisce le immagini mandano una scena inverosimile, mentre i computer di terra, solerti, continuano a registrare. Sugli schermi appare un paesaggio di vasti prati fioriti che delineano morbidamente le pendici di alte montagne, coperte da verdeggianti foreste, rocciose verso la sommità, sotto un cielo luminoso ed azzurro, di fronte a queste ultime immagini la macchina arresta il suo moto.

Il silenzio nella sala è irreale, l’unico rumore è quello prodotto dalle ventole di raffreddamento dei computer. Dopo diversi, lunghissimi istanti gli ingegneri si scuotono dal torpore, tentano di comunicare con la sonda e recuperare i dati del percorso, ma si avvedono troppo tardi del danno che si è nel frattempo verificato, i computer hanno misteriosamente perso i dati del percorso della sonda. Un’ultima immagine appare, un lago color turchese, incastonato in un bacino ai piedi di montagne ricoperte da conifere, ed una voce, sorta all’improvviso, che fa rabbrividire gli uomini nella sala, la voce di una donna che, prima di interrompere definitivamente le comunicazioni, dice: “Buongiorno, sono Petronilla, vi saluto da Marte, il pianeta della Gioia”.

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“Return to your soul”

 

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