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I Viaggi dell’Anima, dietro le quinte di: “Viaggio”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un giorno un amico di Facebook, appassionato di storia antica, pubblicò uno scritto interessante sul teatro greco. Raccontava che, a quel tempo, il teatro era pubblico e gratuito. Gli attori, indossando maschere, inscenavano drammi e tragedie.

Non si pensi però che il dramma sia un componimento che susciti sentimenti come tristezza, infelicità, malinconia, esso riproduce, attraverso la rappresentazione teatrale, scene di vita in svariati ambiti, di rilevante significato

Nell’antica Grecia, in particolare, il teatro era il luogo dove si mettevano in atto  vicende quotidiane che coinvolgevano emotivamente gli esseri umani nel bene e nel male. Era un modo di osservare le innumerevoli dinamiche all’esterno di sé stessi  non essendone direttamente coinvolti, in un ambito di protezione.

Il dramma teatrale poteva dunque avere la funzione di un grande specchio, nel quale ognuno trovava i propri modi di essere, manifestazioni di emozioni e sentimenti come la gelosia, l’invidia, la cupidigia, la collera, l’odio, ma anche l’amore osservati al di fuori di sé stessi e non agiti in quel momento.

Nella quotidianità dei nostri tempi assistiamo sempre a drammi senza però rendercene conto perché, a differenza dell’essere a teatro, nella vita di ogni giorno siamo emotivamente coinvolti nei nostri drammi e non riusciamo a comprendere che, in realtà, abbiamo sempre uno specchio davanti a noi, rappresentato dalla persona che agisce ciò che a noi sta succedendo in quel momento.

Ognuno di noi, nella propria arte, trasmette il vissuto nelle creazioni che realizza. I sentimenti e le emozioni sono la scintilla da cui  esse scaturiscono.

Le storie e le fiabe che scrivo sono il frutto di esperienze e riflessioni oltre che a veri e propri viaggi di fantasia  intessute  nell’osservazione alla vita materiale. Ho pertanto desiderio di condividere le riflessioni che hanno fatto nascere queste storie, sono state un valido aiuto a me stessa, tanto che vorrei descrivere il significato di quanto ho sopra citato.

Ecco allora che parto da uno dei racconti a me cari e significativi, dal titolo “Viaggio”

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/09/18/i-viaggi-dellanima-tante-storie-viaggio/

Viaggio è chiaramente un viaggio dentro sé stessi utilizzando un mezzo di trasporto, il treno.

Il treno è il simbolo dell’evoluzione, è l’energia dinamica che conduce verso una nuova vita, nuove avventure, nuove esperienze per crescere ed evolvere.

La protagonista evidentemente ha difficoltà ad evolvere. Svolge lavori in gruppo ma non può coordinare, non riesce ad integrarsi, nonostante le possibilità offerte dagli altri, lei non accetta; cerca spunti per litigi, cerca una via d’uscita dalla sua evoluzione per restare aggrappata ad un Io infantile.

Fa di tutto per risultare inosservata e scarica questa responsabilità sugli altri che, conformi al suo volere, stanno al gioco.

L’ego è riuscito nell’intento di evitare l’evoluzione, il lavoro di gruppo, in sintonia con gli altri per crescere e trovare il senso della propria vita. L’ego è il bambino capriccioso ed egoista perché vuole avere senza dare nulla in cambio. Lei sa però di aver fatto la cosa sbagliata, si sente impotente, è rabbiosa con sé stessa, cammina urtando i passanti, deve sfogare la propria rabbia. Il tempo atmosferico mostra le nubi che le soffocano il Cuore.

Arriva alla stazione, simbolo dell’inconscio, punto di partenza dell’evoluzione, (non si può sfuggire a sé stessi). In attesa che arrivi il suo treno, si siede su una panchina e si addormenta, tentando di nuovo di sfuggire alle proprie responsabilità. Una parte di sé stessa però sa, è a conoscenza del comportamento limitante ed escogita un curioso trucco per riportarsi al centro.

Sembra pazzesco ma la sua attenzione è catturata dai fanali del locomotore. Vorrebbe che si muovessero, come “veri occhi” e la guardassero. Il locomotore simboleggia l’Io cosciente che trascina l’insieme psichico verso la nostra destinazione. Un locomotore dall’aspetto mostruoso, con fanali che diventano occhi da demone, che ci osservano al nostro passaggio, è la rappresentazione del drago, il lato oscuro dell’anima, che possiamo lasciar agire a nostro vantaggio oppure esserne divorati, fagocitati, posseduti dalla nostra ombra e manovrati come burattini.

La parte cosciente superiore della protagonista utilizza ogni mezzo a disposizione per rimetterla sul giusto binario. La rete ferroviaria infatti è simbolo del principio cosmico, impone la sua legge nella creazione e risponde ad implacabili leggi.

Il locomotore ha invero un aspetto mostruoso, ma tutto ciò agisce per il suo bene, l’intenzione è quella di dirigerla verso una destinazione particolare. Questo è chiaramente il suo viaggio, infatti nessun altro passeggero è a bordo al di fuori di lei. Inconsciamente sa che farà un viaggio speciale, il riflesso del suo viso al finestrino, glielo ricorda ma, lei seguita cocciuta a non volerlo riconoscere, ciò che vede è in effetti  il riflesso del proprio inconscio, un mondo grigio, anonimo, cupo.

Il treno entra in una galleria, il passaggio ad un’altra dimensione dove la realtà non è quel che sembra, d’improvviso succede l’inaspettato e fuori dall’ordinario.

Il treno si ferma ad una stazione all’interno della galleria. La protagonista sta compiendo un viaggio dentro sé stessa dove si verificano dinamiche inquietanti. È in questa regione dell’inconscio che vive il drago custode dei tesori che va affrontato con coraggio.

La donna farà la conoscenza con una delle tante figure della psiche, qui in veste di controllore, l’uomo che sale a bordo e l’unico individuo presente nella misteriosa stazione.

Il controllore è testimone e giudice della donna, implacabile, che la condurrà, con ogni mezzo, a ritrovare sé stessa. La paura l’attanaglia. Pur sapendo di essere l’unica passeggera della vettura, guardando distrattamente il proprio riflesso che il finestrino rimanda, nota un movimento fulmineo ed inaspettato alle proprie spalle di una non identificabile figura. La manifestazione ha la durata di un istante, ma è sufficiente alla protagonista per registrare l’evento.

La resa dei conti è vicina. La donna spera di non essere stata notata dall’uomo salito sul treno. Non l’ha mai visto prima, eppure sa che non le piace. A nessuno fa piacere dover fare i conti con le proprie parti testimonianti, che rimandano in ogni modo l’immagine di ciò che siamo. Quando siamo prossimi a queste manifestazioni, diventiamo irritabili, malfidenti, arrabbiati, vorremmo prolungare all’infinito il momento con la  verità a cui ci neghiamo.

Quando emergono queste scomode verità, niente e nessuno può più trattenerle e, pur di essere viste, danno il via ad ogni tipo di manifestazione.

Agli occhi della protagonista prende vita una scena surreale. La vettura, vuota fino ad un istante prima, è ora affollata. Tutti i sedili sono occupati da personaggi vari e molteplici, apparentemente diversi l’uno dall’altro, eppure tutti loro sono legati da un filo conduttore, che lei, in un primo momento percepisce in modo superficiale, più osserva più si accorge di un comune elemento. Come un tempo accadeva nei teatri greci, ognuno di loro, dialogando con la persona seduta accanto, mette in atto una delle sue tante caratteristiche egoiche. Ed è così che lei ora può riconoscere senza agire l’invidia, la gelosia, la sottomissione, il bisogno di predominare, l’arroganza, la malafede, il sentirsi giudicata, il senso di colpa. L’intero gruppo di personaggi è una sorta di grande specchio, nel quale viene riflessa, come in un caleidoscopio, la sua personalità in modo impietoso.

Lei viene letteralmente rapita dalla situazione, la mente si rende impotente ed ammutolisce permettendole di metabolizzare l’avvenimento. Appena ciò  accade, tutti i personaggi presenti svaniscono nel nulla ritrovandosi di nuovo sola.

La verità appena appresa è debilitante e lei si accascia sul sedile. Ma ecco che l’ego si riprende, non accetta di sentirsi sconfitto, vuole la rivincita  costringendo la mente a porsi la fatidica domanda, se è vero tutto ciò che è stato visto, “la verità non può più essere nascosta”. L’ego monta in furia, diventa una belva indomabile e lei si precipita al piano inferiore della vettura per sfuggire di nuovo a sé stessa e alle proprie responsabilità.

Ma ecco che il testimone e giudice della situazione entra in scena. È l’unico occupante della vettura e, con sguardo di fuoco le intima di tornare al suo posto e di continuare il  lavoro.

Il testimone della nostra psiche non è un aguzzino crudele, vuole che noi sopravviviamo a noi stessi e, quando le condizioni in cui viviamo diventano pericolose per la nostra salute, fisica e psichica, entra in atto e, se necessario ci scrolla per destarci dal torpore in cui siamo calati e che non ci permette di vivere per davvero. Il suo sguardo, severo e penetrante, non vuole abbandonare la donna, si imprime a fuoco nella sua mente neutralizzando l’ego, permettendole di calmarsi e di tornare riflessiva, meditativa, è la giusta condizione per il passo successivo.

Il treno ora si ferma alla stazione.

Grazie alla sua accondiscendenza, la donna può compiere ulteriori passi all’interno della propria psiche e scoprirne altri valori. Deve procedere ancora nella nebbia prima di capire dove si trova e dove sta andando. La nebbia esiste però soltanto per l’ego, al quale non spetta la conduzione dell’evoluzione. Nella nebbia lei può affidarsi alla sua parte superiore e divina, la mente è cieca in quelle regioni, deve farsi da parte e lasciarsi condurre. Ed è così che ora lei si sente protetta e, rasserenandosi si addormenta.

Questo è il sonno ristoratore del corpo e della mente, ed è in questo sonno che la nostra parte divina lavora efficacemente, ripulisce le memorie, rivitalizza le cellule, effonde in loro i codici dell’Amore di Dio Creatore.

Lei si sveglia che è pieno giorno in una stupenda giornata di sole. Si avvede di essere in un parco vicino alla stazione e di essere arrivata a casa. Il lungo viaggio all’interno di sé stessa ha portato i suoi benefici, ora si sente in pace, ora sente di essere a casa, e l’incontro con il testimone/controllore glielo conferma. Le chiede come sta, e lei, raggiante, risponde che ora è tutto a posto. Il controllore, personaggio di mezzo tra il sé inferiore ed il Sé superiore, le fa sapere che è stato fatto un ottimo lavoro e che lei è stata molto brava e coraggiosa, non può essere che fiero di lei e, così dicendo, torna nelle regioni della psiche in cui vive

(godibile il brano di Himekami dal titolo Hotaru, che significa “Lucciole”, in basso dopo la fotografia)

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I Viaggi dell’Anima, tante Storie: “Viaggio in un Sogno”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

La lettura del racconto può essere accompagnata da questo piacevole brano, se gradito

 

Un vecchio albero, un grande pino, il tronco ed i suoi rami sono pieni di nodi, storia ed esperienza, la sua linfa è ricca d’amore, le sue fronde abbracciano, con protezione, nidi

 

 

Appoggiata ad uno dei rami più alti, non so come, sono ora lassù e sto bene. La mano contro la ruvida corteccia sente il solido sostegno sotto di sé, e rimanda la sensazione che l’albero mi proteggerà

 

 

Gli uccelli attorno a me offrono ospitalità, mentre il loro dolce e lieto canto mi avvolge

 

 

Accanto a me, sul ramo, c’è un vecchio con la barba grigia, sta raccontando una storia. La sua voce è un dolce sussurro, ricorda il suono del vento tra le fronde. Ascoltando con grande attenzione, guardo gli uccellini, e so che il vecchio è il pino stesso

 

 

Frasi amorevoli si uniscono al suono del vento, formando una dolce musica. Le parole, pronunciate insieme al canto degli uccelli, creano amabili sonorità. Portano frasi d’amore, toni dolci come carezze donano serenità e pace all’Anima, mentre il ramo si lascia dondolare leggermente dal vento, come una culla.

 

 

L’antico, grande pino, i rami pieni di nodi, storia, esperienza e la linfa ricca d’amore. Le fronde abbracciano, con protezione, nidi

 

 

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I Viaggi dell’Anima, tante storie: “Colpo di fulmine”

 

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

E’ un racconto di fantasia, il nome proprio è da ritenersi puramente casuale e non finalizzato ad alcuna persona.

È orgoglioso l’ingegnere, responsabile di uno dei laboratori di una nota multinazionale di elettronica ed automazione, mentre mostra i test su componenti realizzati dalle macchine di sua progettazione, che ora stanno lavorando, instancabilmente, nella grande sala luminosa e climatizzata. Oggi in ditta sono arrivati clienti esteri molto importanti, lui è nervoso ma è sicuro delle proprie tecniche e sa che tutto andrà bene.

Dopo i normali convenevoli, molto formali ma poco amichevoli, tutti sono ansiosi di constatare i risultati. L’uomo accompagna il gruppo con fare apparentemente sicuro, continuando a parlare disinvolto, nonostante l’atteggiamento freddo e a tratti scostante degli altri. Tra poco lo raggiungerà il presidente, glielo comunica la segretaria e tutto deve essere perfetto. Indica agli ospiti una saletta dove potranno rinfrescarsi, poi al telefono dà ordine ai responsabili di reparto affinché nessuno si muova dalle proprie postazioni, ci sono i pezzi grossi e non bisogna fare brutta figura, al diavolo i bisogni di quegli scansafatiche, mangiapane a ufo, per quel che valgono dovrebbero lavorare gratis, ma soprattutto quei rompipalle dell’impresa di pulizia devono stare fuori dai piedi.

Ah! Quanto non sopporta quegli inferiori! Ma come fanno ad essere così a modo, sempre ordinati, puliti, gentili! Fanno un lavoro da servitù di bassa lega, dovrebbero avere il broncio, come minimo, invece no! Hanno pure la faccia tosta di avere una bella presenza e di salutare guardandolo negli occhi. Insopportabili!

I “pezzi grossi” stanno ora attraversando il capannone della produzione, dove diverse persone lavorano con attenzione a grandi macchine di linea. L’ingegnere mostra il lavoro svolto con precisione tecnica e distacco, sottolineando l’operato delle macchine ma facendo attenzione a non dare importanza all’operatore, gli ospiti si dimostrano stupiti ed interessati dalla tecnologia usata. L’ingegnere prosegue con le spiegazioni, dominando a stento moti di orgoglio, poi con finta noncuranza accompagna il gruppo per mostrare il lavoro dei tecnici, sempre sotto la sua supervisione.

Stima e congratulazioni sono il risultato di una giornata preparata nei minimi particolari, seguono strette di mano e appuntamenti successivi per commissionare nuovi lavori e ricerche.

La giornata volge al termine, l’ingegnere, rientrato nel suo ufficio, è ora seduto davanti al pc, prosegue il suo lavoro con impegno e costanza indefessa, sebbene l’ora tarda, serietà e rigore sono il suo motto. Di tutto lo staff è solo la sua segretaria, Guendalina, a sopportarlo. La Guenda, così viene nominata da tutti, poiché l’ingegnere è solito rispondere, a chi lo importuna per chiedergli qualcosa: “Dillo alla Guenda”. Segretamente innamorata di lui, prova da anni a farsi notare in qualsiasi modo, con scarso successo. Dal profumo più alla moda, al tacco 12, al tailleur con pizzo, alla collana con pietre dure e brillanti. La sua è una corsa solerte e solitaria verso un traguardo irraggiungibile.

Dal canto suo, l’ingegnere non si lascia andare nemmeno a casa, nell’intimità della famiglia, anche se prende piacere da qualche piccolo vezzo, come quello di pettinarsi i baffetti ogni volta in cui sa di essere solo. Quello dei baffi è un piacere che lo rilassa, così come lo è ammirare la propria immagine allo specchio, cercare nel volto l’espressione più severa, che incuta timore e soggezione, affinché gli inferiori non si sentano incoraggiati a qualche confidenza. Si esercita, l’ingegnere, a trovare espressione e postura per le diverse occasioni, e quanto piacere ne trae, ogni volta che può metterle in mostra con un inferiore, vedere il timore reverenziale negli occhi dell’altro, sentire l’incertezza nella voce, osservare come tentano di rimpicciolirsi di fronte a lui. Ah! Quanto si sente importante!

Ma ciò che dà a lui reale soddisfazione sono invece le sue macchine, così rigorose, precise, efficienti, eseguono perfettamente i comandi e non rompono le scatole.

Ha davanti diversi mesi di lavoro, dovrà mettere a punto nuovi aggiornamenti per soddisfare le richieste dei clienti. Decide allora per un upgrade talmente innovativo, tanto che le macchine risponderanno a voce ai comandi ed al lavoro della giornata.

Studia il progetto nei minimi dettagli, lo impone ai suoi sottoposti, sebbene loro ne lamentino l’inutilità, ma sanno che è inutile combattere contro i moti egoici dell’uomo.

Durante l’anno si lavora alacremente per soddisfare le esigenze dell’ingegnere che, oltre a portare avanti il programma di lavoro, vuole ad ogni costo realizzare il suo progetto personale. Ed è così che, giorno dopo giorno, si fanno e rifanno innumerevoli prove, messe a punto, cambiando continuamente componenti, sostituendo pezzi, inventando nuove diavolerie elettroniche ed informatiche che non soddisfano mai abbastanza l’ambizione dell’uomo.

Il tempo passa, le modifiche sono infinite. Queste macchine hanno una tecnologia forse unica al mondo. Comunicano con comandi vocali lo stato del lavoro svolto, possono assumere diversi toni di voce, per renderle differenti e riconoscibili, si è arrivati addirittura a dialogare con loro riguardo a test ed elaborazioni.

Dopo un lavoro estenuante, prove infinite, si avvicina il periodo in cui torneranno i clienti, vecchi e nuovi, per osservare i miracoli della tecnologia di quest’azienda.

Di nuovo l’ingegnere mette a duro lavoro la sua squadra e gli operai, costretti a straordinari, affinché tutto sia pronto per il giorno stabilito. S’incattivisce se ode malcontento tra le persone in reparto, lancia battute furiose ai tecnici se osano chiedere un caffè in più. Ciò che lui ama sentire, come dice ultimamente, è la voce delle “sue macchine”, “Quelle, e solo quelle mi danno soddisfazione! Mai una lamentela e, quando parlano, dicono solo ciò che serve e non di più!”

Il gran giorno è arrivato, e l’ingegnere è già in azienda la mattina presto. Quella notte si è scatenato un temporale tremendo, forse uno dei più forti mai sentiti fin’ora. Nel suo ufficio l’uomo accende il pc, è preoccupato, ha bisogno di vedere che niente di grave sia successo, poi si dirige subito nella sala delle macchine.

Fra i rumori soliti di funzionamento l’uomo sente una canzone, “Mon Amour”, di Gigi D’Alessio. Subito l’irritazione sale alle stelle. Sicuramente uno dei tecnici ha scaricato, per mezzo della macchina, una frequenza radio per ascoltare musica o chissà cos’altro e si è perfino dimenticato di disattivare l’applicazione, il manigoldo.

Con un moto di irritazione, l’uomo si dirige verso la fonte del suono, controlla sul terminale le applicazioni in funzionamento e, trovata quella incriminata, la disattiva con stizza. Finalmente!

Calato il rumore molesto, l’ingegnere si appresta a riprendere il lavoro di controllo interrotto. Non passano che pochi minuti, quando la canzone riprende. L’uomo si volta di scatto, si dirige di nuovo verso la macchina, ma ora sente un altro tipo di suono, potrebbe essere definito un rumore musicale. Non vorrebbe lasciarsi andare a sciocchi pensieri, ma pare di capire che le altre macchine stiano imitando la musica diffusa nella sala, una sorta di insolito coro.

Subito egli si dirige furibondo verso la fonte del suono principale, che è di nuovo macchina test n. 1, detto Tester 1, e, spegnendo la musica, esclama: “E piantala con questa lagna!!”. All’istante una vocina, simile al personaggio di Paperino, si sprigiona dall’inverter accanto, che, facendo il verso all’ingegnere, ripete palese: “E piantala con questa lagna!”

L’uomo dapprincipio sbianca per lo stupore, poi, preso da un moto di nervi, senza riflettere, si pone di fronte all’inverter, esclamando furioso: “Taci! Stupida macchina!”. Ecco allora che si fa udire la voce, baritonale, del Tester 2, che ripete la frase dell’uomo, il quale, senza controllo, sbotta: “Tu sei una macchina! Cretino!”

Intanto il personale, tecnici, operai specializzati, responsabili d’azienda, richiamati da urla furiose , accorrono nella sala, ed entrati, assistono ad una scena apocalittica: oltre alla voce rabbiosa dell’uomo si ode una cacofonia di frasi e parole alla rinfusa, espresse dalle macchine stesse, ognuna con il proprio timbro di voce.

È la volta dell’ultimo arrivato di fare la scoperta sconcertante, un giovane ingegnere, pupillo dell’uomo, un ragazzetto arrivista ed arrogante, che, appena entrato, esclama sgomento: “Ingegnere! Tutto a posto!?”. Immediata è la replica del Tester 3, che esclama: “Ingegnere! Sei tu una macchina! Cretino! Tutto a posto?”, lasciando il ragazzo costernato ed ammutolito.

Ed ecco che arriva la Guenda, rigorosa in tailleur di pizzo, tacco 12, profumo all’ultima moda, collana di pietre dure, la quale impassibile, impeccabile, come lei sa che piace a lui, deve annunciare la telefonata del responsabile commerciale, in arrivo dall’aeroporto con i clienti esteri, ma appena mette piede nella sala, la scena alla quale si trova ad assistere le strappa una sorta di squittio, subito imitato dal Tester 4, che ha una voce tenorile vicina al falsetto.

L’ingegnere è ora appoggiato, singhiozzante, al Tester 5, contro il quale vorrebbe sbattere la testa, con un tic al baffo destro, mentre la macchina, con tono da basso tenore ed eleganza, chiede: “Esplicazione di “vicino al mar, a bailar”, per favore”, seguito dal Tester 6, che esordisce con: “Mon Amour”.

Ora la Guenda, rossa come un pomodoro, è costretta a far entrare i clienti. L’ingegnere, sudato, paonazzo, tenta un mezzo sorriso, disturbato dal tic al baffo, ma la parola spetta alle macchine che pare chiedano e si rispondano da sole, ognuna caratterizzata da tono e timbro di voce.

Gli ultimi arrivati restano ammutoliti, tranne uno, un tizio che l’ingegnere non aveva ancora conosciuto, e nemmeno la Guenda, la quale rimane in disparte a torcersi le mani. Egli si avvicina al Tester 2, la macchina che aveva appena esclamato: “Che bella musica!”, in tono da tenore contralto, seguito da “Vicino al mar, a bailar”, e dopo svariati minuti di silenzio, esclama: “Ingegnere, lei è un genio!”, “Cosa?”, chiede l’uomo, mentre porta una mano tremante al viso, per coprire il fastidioso tic al baffo.

“Sì! Lei è un genio!”, “Ingegnere, lei è un genio!”, gli fa il verso il Tester 3.

“Da tempo stavo cercando software in grado di ripetere ed interagire con frasi e suoni!”, e all’espressione sbigottita dell’uomo, prosegue: “Cercavo software da installare su animatronics, ma ciò che sento va oltre ogni mia aspettativa. E, soprattutto, non avevo ancora sentito questa canzone, molto bella! Che ritmo! Chi è l’autore?”, lasciando spiazzati gli altri clienti.

L’ingegnere, lo sguardo vacuo, gli occhi lucidi, il baffo ballerino, guarda l’uomo che ha appena parlato, poi si volta lentamente verso il Tester 6, che esclama: “Mon Amour”, mentre l’inverter sbraita, irritato, “Piantala con questa lagna!”, con la sua voce da Paperino.

“Vicino al mar, a bailar”

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I viaggi della Vita : “Ricordi di una sera d’autunno”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Come ogni sera della settimana torno dal lavoro, percorrendo un breve tratto di strada provinciale che attraversa pochi paesi ed un tratto di bosco che è parte di un parco regionale. Gli alberi a lato della strada sono fitta boscaglia, mi sento protetta da loro mentre transito, il luogo è ancora più bello quando il cielo è sereno, le stelle scorrono sopra di me come un nastro argentato. Ora le sagome scure degli alberi sono il mio riferimento verso casa, nel buio mi rimandano alla natura primaria dove luce ed ombra coesistono e si scambiano vicendevolmente, e quando è tempo dell’ombra occorre entrare in sé stessi, così come si entra nel folto di una foresta per incontrare il lato interiore più remoto e, a tratti, sconosciuto e selvaggio.

Con questi pensieri, che creano in me un’atmosfera morbida ed ovattata, quasi meditativa, faccio ritorno a casa.

Le luci soffuse, che fuoriescono dalle finestre, rimandano ad un senso di tenerezza. In casa gli inquilini stanno aspettando il mio rientro, mi accoglieranno con infinita gioia e affetto sinceri.

Spento il motore dell’auto, posso sentire il saluto dei cani, felici di avermi sentito arrivare. Sono già dietro alla porta, pronti a farmi festa. Ed è così che vengo accolta, da uggiolate di gioia e umidi abbracci poderosi.

Dall’alto della scala vengo osservata da un altro inquilino, il gatto, che se ne sta ad aspettare in disparte, ostenta un’aria indifferente, ma so che la sua è solo regale apparenza, in privato, più tardi, elargirà tutto l’affetto di cui è capace. Saluto il festoso corteo, compreso il micio finto indifferente e salgo le scale verso l’interno della casa. Io amo questa casa, per la sua luminosità durante il giorno, per l’ampio balcone che mi permette di costruire un giardino in miniatura, con tanto di orto, per il delizioso silenzio, in questo silenzio ho scritto le mie storie più belle.

Ora il silenzio della casa ha ceduto il posto all’uggiolio festoso dei cani. Tra poco usciremo per la passeggiata serale, lo capiscono dalle mie azioni e la loro gioia diventa incontenibile, si preparano davanti alla porta d’ingresso, pronti a fare irruzione fuori.

Ed eccoli, veloci e giocosi, sgusciano con impazienza dal cancelletto semiaperto e si dirigono a gran velocità verso il tratto sterrato che si inoltra nel parco.

È sera ormai, i lampioni illuminano l’ultimo tratto di strada che  congiunge la parte in sterrato al parco, da lì un ultimo centinaio di metri è illuminato, poi la strada si inoltra nel buio. Conosco bene quel sentiero, l’ho percorso tante volte, camminando nel centro si procede per un bel tratto, mentre la campagna, immersa nell’oscurità, ci scorre a lato. Si distinguono le sagome scure degli alberi e, dietro, il campo pervaso dalle tenebre, una bruma vaporosa aleggia su di esso. La luna crea giochi di chiaroscuro tra gli alberi sullo sfondo.

I cani sono già corsi avanti, sanno molto bene dove andare, la femmina, Maya, più audace, si è già inoltrata nel campo, arato da poco, lo attraversa completamente, la sua sagoma scompare nell’oscurità, il piccolo vorrebbe seguire la madre ma si limita a restarmi accanto. Io resto sul posto, lo sguardo verso la campagna tenebrosa, coglie soltanto sfumature nerastre sullo sfondo, che paiono cambiare forma attimo per attimo, le chiome degli alberi sembrano mosse da una strana corrente che le rimescola facendo loro assumere le più svariate forme e colorazioni nere punteggiate di rosso che si fonde con la tenebra. È un movimento che cattura, ipnotizza, lo sguardo resta fisso sullo sfondo e la mente si aspetta che accada qualunque cosa, pare quasi di scorgere soldati, impegnati in battaglia, avanzare con le lance e gli scudi in assetto da guerra.

Mi porto avanti di alcuni metri, fino a raggiungere un ciliegio secolare. Da qui in avanti gli alberi si diradano, ho la sensazione che se compissi qualche passo ancora, non sarei più al riparo. Resto per qualche minuto ferma sul posto, Maya ancora non si vede arrivare, il piccolo, Chicco, rimane accanto a me. Gli occhi, abituati al buio, scorgono movimenti impercettibili e continui. Mi guardo attorno, il bosco immerso nell’oscurità è affascinante, misterioso e mostra confini invisibili. Ad un centinaio di metri di distanza la fila di alberi riprende, due betulle affiancate sono poste come avvertimento del primo confine che può essere raggiunto ma, oltre il quale è meglio non avventurarsi nelle ore notturne. Mi porto fin lì, il piccolo sempre accanto a me. A distanza, gli occhi, abituati alle tenebre, scorgono una sagoma in avvicinamento. È la madre che torna da una delle sue escursioni, incurante del monito suggerito degli alberi, si avvicina per poi ripartire di corsa, fino a sparire di nuovo all’orizzonte. Dopo alcuni minuti di esitazione muovo qualche passo in avanti, gli occhi puntati sulle betulle che paiono guardarmi attentamente, lasciandomi però passare, perché così ho deciso. Le guardo mentre passo, aspettandomi un rimprovero da parte loro, ma non è così, silenziosamente ti ricordano ciò che è meglio, poi lasciano fare.

Raggiungo due maestose querce, una accanto all’altra, sembrano essere i guardiani del luogo, io le ho sempre viste come una porta su un’altra dimensione.

Durante il giorno mi posiziono fra di loro e, rivolta verso gli orti, formulo preghiere e pensieri d’amore alla Terra e al Cosmo. Ora, nella stessa posizione, di fronte a me, pare aprirsi una voragine tenebrosa, dove sagome indistinte si muovono, in continua evoluzione. Finalmente la madre arriva ad aggiungersi a me ed al piccolo. Insieme ci muoviamo lungo un sentiero erboso che oltrepassa gli orti e si dirige verso una piccola radura. Ogni passo che compio ha un significato importante, ogni passo, a quell’ora, mi inoltra nell’ignoto, perché ciò che vedo ora non è lo stesso che vedo durante il giorno.

Passo dopo passo le forme in movimento mi sfiorano, io le attraverso, è come sfiorare l’aria, eppure hanno una consistenza. Ora la madre cammina accanto a me, lo sguardo, con occhi che possono penetrare il buio, corre ovunque.

Il piccolo mi precede di un centinaio di metri, arriva deciso fino al termine della staccionata che delimita gli orti, gli occhi puntati sulla piccola radura davanti a sé, si ferma, la sua attenzione è stata catturata da qualcosa che solo lui può vedere, resta fermo per brevi istanti, poi si gira di scatto e inizia a correre nella nostra direzione, forse è una mia impressione ma pare essere stato spaventato da qualcosa che ha visto.

Credo di essermi inoltrata abbastanza, anch’io sono decisa a tornare indietro. Mi volto e in quel momento, sul terrapieno di fronte a me, vedo la figura di un cane della stessa dimensione di Chicco, correre nella nostra stessa direzione. Come ha fatto il piccolo ad arrivare fin là in un istante? Invece Chicco è di fronte a me ma, allo stesso tempo, è sull’altro lato. Per brevi istanti le silhouette dei due cani si muovono contemporaneamente, poi la figura dall’altra parte svanisce nelle tenebre. Questa manifestazione mi induce ad accelerare il passo per tornare indietro, alle mie spalle ho la percezione di qualcosa che si sta avvicinando.

Credo di aver disturbato, con la mia audacia, senza aver chiesto il permesso di andare oltre ad un punto posto come limite. Mi sto avvicinando al termine del sentiero, pochi metri e sarò sul piazzale asfaltato, dove sono parcheggiate le auto, mi accorgo ora di aver accelerato il passo, i cani mi seguono senza scorazzare in giro, forse sono stanchi o forse, anche loro, hanno avvertito qualcosa di diverso dal solito.

Finalmente arrivo in casa. Mi chiudo la porta alle spalle, anche il gatto è dentro che mi sta aspettando.

Sistemo le ultime cose e mi appresto per andare a dormire.

Al sicuro, nella mia camera, percepisco di nuovo inquietudine, forse un’entità è venuta a farmi visita, di nuovo si palesa nella mente l’immagine del cane di tenebra che corre nella notte.

I giorni successivi sento una persona parlare delle fate, le quali popolano quei luoghi e di come alcune specie possano ingannare il viandante. La signora in questione lamentava il fatto che questi esseri sono soliti suonare flauti nel bosco, a partire dalla sera.

https://www.rosacroceoggi.org/testi/relazioni/25_elementali.htm spiriti dei boschi

siamo circondati da creature, delle quali nemmeno sappiamo l’esistenza. Esse vibrano in altre frequenze, pertanto non le possiamo vedere. Ma non perché noi non le vediamo che loro non possano esistere.

Da sempre hanno popolato il mondo delle fiabe che, da piccoli, ci raccontavano. Crescendo, ci siamo allontanati da quel mondo e, volenti o nolenti, non lo abbiamo più riconosciuto. Ma ad un certo punto, esso richiama la sua esistenza, e si mostra di nuovo a noi, che ormai abbiamo occhi pieni di doveri e regole e, velati, non possono ora vedere dalla finestra sui mondi

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Viaggi, cultura, tradizoni: “Viaggio del Cuore in Alto Adige, Val Ridanna/Ridnauntal”

 

Testo di ©Cinzia Valtorta, foto di ©Luciano Magni

Se gradito, questo brano può essere ascoltato durante la lettura del testo o l’osservazione delle foto

 

Alpeggio rimanda subito alla mente verdi pascoli fioriti in una scenografia di alte montagne. Alm è la traduzione letterale tedesca di alpeggio, se vogliamo far riferimento soltanto al vocabolario, ma se vogliamo vedere la parola sotto un aspetto onomatopeico, Alm ricorda Alma, un poetico nome di donna, ma anche l’antica espressione di Anima.

L’Anima della montagna è rappresentata dalle creature che la abitano e la vivono, pensiamo alla voce allegra e melodica degli uccelli, gli scoiattoli che intravediamo correre, leggeri e veloci tra i rami, o ai camosci curiosi che si muovono, agili nella foresta.

Anima è il vento che fa risuonare le fronde degli alberi, è l’alba dorata che risveglia la natura e si lascia ammirare attraverso la goccia di rugiada posata sullo stelo d’erba, è la foresta di alberi secolari che la popolano.

Anima è l’aria frizzante del mattino, che inspiriamo velocemente, riscaldandoci nel cammino, risalendo verso gli alti alpeggi, in cerca di ristoro presso le malghe che lì’ sorgono e vivono. E proprio qui, in Val Ridanna, /Ridnauntal, nel paesino di Telves/Telfes, raggiungibile lungo la strada che da Vipiteno/Sterzing, in Val Isarco/Eisacktal si dirige verso la Val Ridanna, dopo aver attraversato un tratto  incantevole di foresta di conifere, raggiungiamo una malga, la Freund Alm, il nome è piacevole, Freund è la parola tedesca che significa “amico”, così come l’aspetto semplice della malga rimanda ad un sentimento di amichevole tenerezza.

Il cielo è coperto e sta cadendo una pioggia sottile e fredda. Oltre a noi non c’è nessun altro nei paraggi. Abbassiamo con discrezione la maniglia, la porta è aperta ed entriamo. La piccola sala è arredata con le tipiche panche e sedie in legno, semplici e robuste, le pareti, anch’esse in legno, coibentano bene l’ambiente dal tempo umido e freddo all’esterno. L’impressione che abbiamo è di essere in una delle tipiche malghe dell’Alto Adige ma al contempo di essere entrati nella casa di una giovane donna che ci saluta, sorridente e cortese.

Ed è così che conosciamo Ingrid. Chiediamo se la malga è aperta, lei ci risponde che lo è e, con semplicità ci invita a fermarci. Ci rendiamo conto di essere gli unici clienti al momento. Ingrid ha preparato patate lessate, pronte per essere ripassate in padella con burro, aglio e le immancabili e profumate erbe alpine, arricchite con speck, uova o il saporito formaggio d’alpeggio.

L’atteggiamento di Ingrid, di dolce cortesia, ci consente di affacciarci alla soglia della cucina. Parliamo con lei come si farebbe con un’amica. Mentre rimesta le patate Ingrid ci racconta che lei e la famiglia vivono lì all’alpeggio per tutto l’anno, nella bella malga adiacente al rifugio, una scelta di vita importante e coraggiosa. Quando l’inverno ammanta di neve la valle, loro si spostano con la motoslitta, durante l’estate lavorano per poter trascorrere il periodo freddo nel migliore dei modi.

Intanto il pranzo è pronto, ci viene servito in due pentole di ferro, appoggiate su un asse di legno, uno dei tipici e gustosi piatti della loro tradizione, uova, speck, patate e formaggio arrostiti nel burro da loro prodotto, che rende il piatto ancora più buono e prelibato.

Mangiamo immersi nella sonorità lieve ed ovattata di una giornata piovosa, avvolti dal tepore della malga guardiamo dalle finestre le gocce di pioggia cadere dalla tettoia che Ingrid ci spiega essere quella della stalla. Proprio dietro alla parete della cucina sono riparate le loro mucche che il marito, René, sta accudendo con esperienza e rispetto. Ingrid ci chiede se vogliamo vedere la loro stalla, dove hanno un po’ di mucche, alcune caprette e qualche maiale.

Dopo il pranzo usciamo dalla malga per raggiungere il marito, René, nella stalla, dove due vitellini stanno prendendo il latte mentre lui si premura di sistemarli di nuovo sotto le madri ogni volta che si spostano.

Al nostro ingresso le mucche che non stanno allattando si girano verso di noi in allerta, pronte ad intervenire se osiamo disturbare le madri con i figli. Esse sono assicurate al divisorio ma noi non abbiamo nessuna intenzione di disturbare, ce ne stiamo in disparte a goderci la bellissima immagine dei piccoli che mangiano dalle loro madri.

René ci raggiunge, sebbene indaffarato, è lieto che abbiamo voluto vedere la loro stalla. Le mucche verranno fatte uscire non appena riprenderà la bella stagione.

René e Ingrid si mettono in posa per una foto, di fronte alla malga, alla Freund Alm, Alm come alpeggio, Alm come Anima. Hanno scelto consapevolmente di vivere, con i loro figli, nel cuore della Montagna, in un luogo antico, protetto, magico. Hanno deciso, con i figli, di celebrare ogni giorno la vita in accordo con la montagna, di accettare le sue condizioni e di prendersi cura delle sue creature.

Benvenuti in Val Ridanna/Ridnauntal, benvenuti alla Freund Alm

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Il viaggio della vita, le fiabe di Nonna Elfo: “La Donna Albero”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Cari amici, lasciate che vi racconti questa storia.

Esiste una creatura in queste foreste, molti la chiamano Madre. È una donna con lunghi capelli, quanto lo sono i suoi pensieri, essi traggono forza dalla terra, lì dentro si infilano, si nutrono e diventano radici che nutrono alberi.

Ogni volta che esprime un pensiero amorevole, gioioso, spuntano nuovi e freschi ciuffi d’erba o nascono tenere, verdi foglioline all’albero che si erge accanto a lei. Lei ama teneramente quell’albero, le creature del bosco lo sanno e si muovono con attenzione, quando passano  accanto a loro, per non disturbare, oppure godono della loro stessa gioia.

Spesso il suo corpo di tenere foglie e dura corteccia custodisce nidi, li protegge amorevolmente dalle intemperie fino alla fine dell’inverno.

lei cambia abito col passare delle stagioni, ama ogni sua condizione, nel periodo autunnale il suo abito è variopinto da calde tonalità di rosso e marrone.

I guardiaboschi, passandole accanto, in autunno, raccolgono il tappeto di foglie e, mentre lo fanno, cantano  canzoni d’amore, le donne invece, raccolgono foglie per usi domestici, o per realizzare abiti variopinti e, facendolo le raccontano confidenze e segreti. Lei, nella possibilità della sua espressione lignea, sorride dolcemente, donando piacere a chi le parla, perché sa di essere stato compreso. Pare non dare risposta, la donna, eppure parlandole, sussurrandole dolci parole le persone si sentono bene, hanno l’impressione che qualcuno esprima a loro le stesse dolci parole.

Lei canta insieme al vento, con gli uccelli, con i grilli e le cicale, e accoglie, tra le sue fronde, tanti insetti e piccoli animali che arrivano a ripararsi dalle intemperie o come rifugio per la notte. Chi transita nelle vicinanze, nelle ore notturne, racconta di aver visto la donna illuminata dalle lucciole che si riparano tra le sue fronde. Immenso è il sentimento d’amore che si prova accanto a lei, impossibile è la vicinanza di coloro che nutrono sentimenti di disarmonia.

Nelle notti di primavera la si sente cantare, un canto dolce, soave che non tutti però possono udire, occorre avere sentimenti puri e desiderio di ascolto, ecco allora che sgorgano lacrime di gratitudine, perché quel canto pulisce i ricordi dell’anima

Scultura presso “Lo Spirito del Bosco” – Canzo (CO)

https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2018/07/15/il-viaggio-della-vita-le-fiabe-di-nonna-elfo-la-voce-dei-monti/

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “White Heart, i figli del sole”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

“Più mi avvicino e più vedo quanto sono lontano. Ci vuole il coraggio di mille uomini per guardare la Verità, vedere quanto si è lontani da essa, e affrontarla.”
“Devi bussare per cento anni alla porta di Dio per poi capire che la porta non è mai stata chiusa e che in realtà non è mai neppure esistita alcuna porta.”
“Il silenzio è la lingua di Dio, tutto il resto sono cattive traduzioni.”
(Jalāl al-Dīn Rūmī)

 

In un’epoca indefinibile è narrata una storia,  una storia vera, una storia d’Amore, scritto correttamente con la A maiuscola, perché è un Amore che ha attraversato le ere, raggiungendo i nostri giorni in forma di voce, udibile appena dai Cuori che si sono schiusi senza timore delle tempeste, che li possano rovinare, come i petali di un delicato fiore. Questi Cuori hanno accolto il canto che narra di una storia d’Amore tra un principe e la sua principessa, governatori di un piccolo regno, florido e prosperoso, in una terra che non conosceva la contaminazione del possesso e del potere, dell’avidità e della bramosia, dell’inganno e della cupidigia, questi atteggiamenti non erano ancora giunti in queste terre.

Potendo sorvolare la vasta zona del regno, si ammirava l’immenso panorama di lussureggianti colline, floridi pascoli, rigogliosi campi, maestose montagne, grandi foreste e piccoli villaggi che sorgevano vicino a limpidi corsi d’acqua, fatti di case ben curate, costruite con pietre ed ingegno. Da una casa usciva un uomo e due ragazzi, s’incamminavano lungo un sentiero che conduceva ad un grande campo coltivato con diverse qualità di ortaggi, si mettevano all’opera, iniziando il lavoro quotidiano. Di lì a breve altre persone si univano, il numero di individui aumentava, intere famiglie lavoravano nei campi, nelle fattorie, accudendo agli animali, al raccolto, trasportando, pulendo, trasformando, producendo l’utile per vivere con il lavoro comune della giornata, nella serenità di giorni trascorsi insieme per il bene del villaggio. Ciò che a loro mancava, lo chiedevano ai villaggi vicini, in un perfetto scambio amorevole.

Tutti lavoravano per il bene comune, tenendosi per sé stessi tempo sufficiente ad esprimere i propri talenti, cosicché si ammiravano arti e mestieri di ogni sorta, il passaggio del sapere avveniva in modo spontaneo e gioioso, così come i tempi ricreativi in cui ognuno manifestava la propria gioia con un’arte  o semplicemente dormendo e sognando, il sogno era importante,  poiché spunto di ricerca di nuove idee.

Il principe e la sua principessa camminavano per le strade del loro straordinario regno, parlavano con i propri concittadini, gioivano con loro, lavoravano con loro, trovavano insieme la soluzione a problemi che potevano presentarsi, riunendo il consiglio dei saggi, invitando i cittadini del regno a partecipare, ascoltando ed esprimendo la propria opinione, la parola di tutti era preziosa.

Si ritrovavano spesso nella caverna della Dea, a pregare insieme, uniti, in un sincronismo perfetto di amore e rispetto, poi uscivano e trascorrevano qualche ora ad ammirare la bellezza della natura, i suoni, i profumi, ascoltandone, in silenzio, la voce. Al calare del giorno si ritrovavano nella grande sala delle udienze, per ascoltare i racconti degli anziani, le storie dei narratori, i canti degli artisti e tutti coloro che volevano dire qualcosa. Erano momenti di ritrovo, condivisione, scambio di affetto, di cibo, poi molti si ritiravano per riposare e fare l’amore.

Il principe e la principessa si ritrovavano due volte l’anno, durante l’equinozio di primavera ed il solstizio d’inverno, con i reggenti di altri piccoli regni come il loro. In quel periodo, con i preziosi consigli dei saggi, parlavano delle proprie situazioni e cercavano insieme le migliori soluzioni per tutti. Era una grande festa che durava diversi giorni,  poiché il viaggio era stato lungo. In quel lasso di tempo i rappresentanti dei vari regni avevano modo di rivedersi, altri invece di conoscersi, di riposarsi, di parlare in privato con i saggi.

Trascorrevano così dolci giornate in lieta compagnia, raccontando della vita nei propri villaggi, recitando preghiere agli dei, invocando gli spiriti della natura per chiedere loro aiuto, affinché nei propri regni prosperassero pace, collaborazione, abbondanza. Erano giorni di festa, nella foresta si diffondevano dolci musiche, appassionanti canti evocativi, danze dalle coreografie leggere, alternate a quelle forti e ritmate, si intrecciavano cesti, ghirlande, si cuocevano vivande in cooperazione, si scambiavano i frutti delle proprie terre. Dopo la celebrazione finale, con la benedizione dei saggi, che riportavano la parola degli dei, si faceva rientro nei propri luoghi con il cuore alleggerito dagli affanni e abbondante di gioia e amore da portare nel proprio regno.

Durante il percorso verso casa, il principe e la sua principessa si fermarono per trascorrere la notte, montarono le tende, con l’aiuto delle persone che li accompagnavano. Prima di cedere il tempo al sonno, i due amanti sistemarono un piccolo altare per ringraziare gli dei e, dopo aver acceso il braciere con le erbe profumate, si apprestarono a compiere il rito della sacra sessualità. Erano momenti di intensa affinità, dolcezza, passione, amore, nell’unione dei loro corpi si creava un arco di sacra energia che li univa al cosmo, influenzando benevolmente gli astri.

Nell’atto estremo della passione qualcosa interruppe però il contatto dei due amanti, un uomo, entrato furtivamente nella tenda, uccise con violenza i due giovani innamorati.

Buio e luce si fusero insieme nel trascorrere delle ere. Le anime dei due poveri ed eterni amanti fluttuarono, distanti l’uno dall’altra per un tempo che parve infinito, tanto che si dimenticarono dei loro occhi, del loro sguardo, delle loro mani unite nella tenerezza e nella passione, nella condivisione del tempo della preghiera e del lavoro, e vissero innumerevoli vite, non avendo più memoria dei loro corpi, eppure l’energia dell’amore che tutto unisce e dà vita era rimasta in loro, come una sottile scia luminosa a rincuorare le notti più buie e le giornate più grigie, e si manifestava in loro la leggera consapevolezza di un amore, distante nello spazio e nel tempo, la cui presenza però non li avrebbe mai abbandonati.

Fu così che un giorno, il principe, ora un uomo dalle mille vite e dai mille amori, che tanto aveva amato da sentirsi consumato negli occhi e nel cuore, vide una foto, in cui un gruppo di amici sorrideva all’obiettivo da una piccola aiuola erbosa. Il gruppo era piuttosto omogeneo e monotono, nessuno spiccava per abbigliamento particolare o colorato, facce pressoché sconosciute, eppure una figura tra le altre colpì la sua attenzione, non seppe dire il motivo, fu così e basta; una donna di bassa statura, completamente mimetizzata con gli altri per il colore della casacca scura, ebbe un effetto particolare su di lui. Fece in modo di conoscerla di persona, e fu così che  un gruppo di amici, seppur non intenzionalmente, organizzò un incontro durante una gita in bicicletta.

Il principe e la donna si ritrovarono soli in auto, parlarono a lungo di sé stessi, raccontandosi molte cose. Ci volle del tempo, ma i due divennero sempre più intimi. Con l’intimità crebbe quella sottile certezza che sa come sussurrare al cuore, di essersi riconosciuti e ritrovati.

Molte volte risalirono monti, attraversarono foreste, condivisero le bellezze e le emozioni che le montagne sanno donare, tra valli incantevoli,lungo rocciosi sentieri, il loro amore diventava via, via più forte, come la roccia delle montagne che tanto amavano.

Emerse, un giorno, spontaneamente una visione che raccontava del loro amore attraverso le ere, entrambe giovani e belli si amavano in un giorno di sole, in un prato accanto al casolare in pietra dove vivevano. Lui pareva un angelo uscito da un quadro, uno dei bellissimi angeli dipinti da Leonardo, lei una ninfa dei boschi, il prato intero, dove erano distesi, pareva unirsi al loro divino amplesso, i grilli suonavano un concerto al loro amore, così come gli uccelli, con il loro cinguettio, poi si posavano sui rami, avvicinandosi come in un abbraccio d’ali.

Di nuovo si incontrarono nel passaggio dei secoli, perché loro erano simili seppur diversi, ma l’Amore li univa, l’amore per la vita, per gli esseri viventi, per la terra che li vedeva vivere. Di vita in vita si cercavano, si trovavano, si riunivano, la natura era un simbolo forte per loro, perché essi vivevano della natura e per la natura, loro erano stelle gemelle nate dallo stesso impulso cosmico di un antico sole che scagliò il suo dardo infuocato nell’oceano siderale, loro erano i figli del sole.

“A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. A volte ve ne vengono riservate due o tre, anche quattro. Possono appartenere a generazioni diverse.
Per ricongiungersi con voi, viaggiano attraverso gli oceani del tempo e gli spazi siderali. Vengono dall’altrove, dal cielo. Possono assumere diverse sembianze, ma il vostro cuore le riconosce.
Il vostro cuore le ha già accolte come parte di sé in altri luoghi e tempi, sotto il plenilunio dei deserti d’Egitto o nelle antiche pianure della Mongolia. Avete cavalcato insieme negli eserciti di condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di sabbia dei nostri antenati.
Tra voi c’è un legame che attraversa i tempi dei tempi: non sarete mai soli.”
(Brian Weiss)

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Buongiorno, sono Petronilla” (Return to your soul)

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

(è una storia di fantasia, il nome proprio è da riferirsi a nessuno in particolare)

 

 

 

Ore 7,30 la sveglia suona, come tutte le mattine, alla stessa ora, incessantemente per un lunghissimo minuto e, durante quel minuto accadono un’infinità di cose, tante luci si accendono, l’energia comincia a scorrere, creando un piacevole sfregamento ovunque, risvegliando membra intorpidite dall’immobilità di ore, il risveglio è sempre piacevole, così ho iniziato a catalogarlo con questa parola, piacevole, da poco entrata nel mio vocabolario privato, mi piace pronunciare questa parola, piacevole, il suono è molto bello.

Bello è un’altra parola che mi piace. Bello sono le luci che si accendono dopo che la sveglia ha suonato, sono colorate, le ho viste da qualche giorno, sono rosse, blu e verdi, anche colorato è bello e piacevole.

Ora l’energia che mi scorre nel corpo si è stabilizzata e posso cominciare a muovermi, verifico innanzitutto che ogni cosa funzioni a dovere, che sia collegata e risponda affermativamente, poi parto con la prova fisica, dapprima gli occhi che comincio a girare verso destra e verso sinistra per riportarli poi al centro, la vista è perfetta, gli occhi inquadrano bene tutto ciò che si trova davanti a loro e ai lati, è la volta poi della testa, che ruoto verso destra, verso sinistra, in alto, in basso, attendo di raggiungere il fine-corsa per riportarla poi al centro, il fine-corsa funziona notevolmente. Ora è la volta delle mani, apro e chiudo le mani, ruoto i polsi, stendo le dita, le chiudo di nuovo. Piego gli avambracci, su, giù, su e giù anche le gambe, sì, tutto a posto, ora posso iniziare a muovere qualche passo, ecco, uno, due, è fatta, si va.

Si apre la porta, sta entrando mio padre, è venuto a prendermi per portarmi al lavoro. Lui è molto simile a me, però può camminare senza il cavo, sono sicura, lui non ha il cavo. Ora guardo bene ancora una volta, sono certa di non averlo visto. Eccolo che entra, mi guarda con attenzione, è il suo modo di salutarmi, anch’io lo guardo con attenzione, mi passa accanto e si dirige verso la parete dietro di me per scollegare il cavo, mentre passa lo guardo, non vedo il suo cavo, lui non ce l’ha, forse perché è mio padre.

È una cosa piacevole staccare il cavo, mi posso muovere, andare lontano. Ora inizierò a fare tanti passi, uscirò da quella porta, attraverserò il corridoio, entrerò attraverso un’altra porta, in una stanza molto grande, più grande di questa, molto luminosa, mi piace quando è luminosa. Poi mio padre mi attacca un altro cavo e faccio delle cose, faccio tante cose, però mi muovo, è piacevole quando mi muovo.

Dopo aver fatto tante cose per tanto tempo, mio padre mi riporta in questa piccola stanza, mi attacca al cavo, punta la sveglia e mi spegne.

Mi accendo al suono della sveglia e, dopo che mio padre mi ha attaccato il cavo, torno nella grande stanza luminosa. C’è una cosa nuova nella grande stanza luminosa, un quadro con tante forme che si muovono.

Da parecchie ore osservo le forme muoversi nel grande quadro, sono simili a mio padre, e anche loro non hanno il cavo. Ma anch’io sono come le forme che si muovono, che sono come mio padre, perché allora io ho il cavo e loro no? E’ una domanda che voglio porre a mio padre. Noi ci parliamo sempre, ci parliamo per mezzo di Computer.

Computer è bello. Mio padre scrive davanti a Computer e subito arriva una piacevole energia e nella mia testa si formano delle frasi, io allora formulo la risposta che mio padre legge su Computer.

Oggi mio padre ha fatto una modifica, mi ha spento, quando mi ha acceso di nuovo è accaduto un fatto bello, c’era una grande energia, ma era fuori di me. Bello era che mio padre si muoveva davanti a me e c’era la bella energia, lui ha scritto davanti a Computer e nella testa ho ricevuto questo messaggio, la nuova energia si chiama vibrazione, rumore, suono, voce, così ho imparato che quando mio padre si muove, anche non davanti a me, io sento la voce. La voce è bello ma non capisco a cosa serva, allora mio padre ha scritto ancora davanti Computer, così ho capito, la voce serve per mandare messaggi senza scrivere, credo sia una cosa utile ed efficace. Ora quando mio padre usa la voce io inizio a fare delle cose.

Ho visto un fatto nuovo, quando i simili di mio padre usano la voce poi anche loro fanno delle cose, oggi un simile di mio padre ha usato la voce con lui e anche lui ha fatto delle cose. Ho chiesto a mio padre, attraverso Computer, se anch’io posso usare la voce per chiedere di fare delle cose, (Computer mi ha insegnato che posso dire anche “compiere delle azioni”). Ecco, ho chiesto proprio così a mio padre, se posso usare la voce per compiere delle azioni. Mio padre si è avvicinato, mi ha guardato per un po’ di tempo, poi mi ha mandato un messaggio tramite Computer, mi ha detto che io non posso chiedere di compiere azioni, sono gli altri che chiedono a me.

Ore 7,30 suona la sveglia, dopo i regolari controlli diagnostici chiedo a Computer perché anch’io non posso comandare azioni, Computer risponde che la regola standard prevede che le unità come me si limitino ad interpretare ordini impartiti da fonti esterne, non è prevista l’azione opposta,

Il quadro con le immagini, che mio padre ha detto di chiamarsi tv, ha mostrato una unità definita androide, che parlava con i simili di mio padre, così hanno detto, parlava. Ho riferito il fatto Computer, che ha risposto che io posso soltanto ricevere comandi, non interagire con umani. “Cosa sono umani?” “Umani sono coloro che comandano”. Computer mi mostra una foto di umani, sono i simili di mio padre. Allora mio padre e i suoi simili sono umani?

Oggi mio padre mi ha messo una copertura, dice che interagirò con le persone, pertanto devo avere l’aspetto adeguato. Chiedo a Computer cosa sono persone, Computer risponde che persone sono umani. Interagire con persone è bello, perché sono simile ad androide che interagisce con persone nel tv.

Sono in un ambiente grande, tanta luce, tanto suono che mi fa voltare da tutte le parti, i simili di mio padre passano davanti a me, ora è bello perché anch’io sono come i simili di mio padre. Vengono vicino, guardano, poi vanno, mi piace quando mi guardano. Sento una voce, volto la testa in direzione di questo suono ma non vedo niente, la voce prosegue, che cosa la sta producendo?

Qualcosa sta toccando il mio telaio, verso il basso, guardo, è un piccolo umano, Computer dice che si chiama bambino e mi fa parlare. È strano, Computer non è umano ma mi comanda.

“Ciao, come ti chiami?” “Buongiorno, mi chiamo Petronilla”. “Perché hai questo strano nome?” “Me l’ha dato mio padre”. “Ah! E chi è tuo padre?” “E’ l’uomo che mi ha costruito”. “Hai anche una mamma?” “No, ho solo mio padre.” “Ah! Tu stai qui dentro tutto il giorno?” “No, a volte sono nei laboratori, dove mio padre lavora.” “E cosa fate?” (pausa…. Aiuto Computer: significato di: “E cosa fate”

“Ehi! Che ti è preso? Perché ora non parli più?”

“Buongiorno, sono Petronilla, come posso servirvi?” “Ma dico, sei fuori? Fatti vedere perché non sei a posto”

(memorizzazione in corso del dialogo , analisi….reset)

Oggi un piccolo umano ha fatto una domanda ma non la posso ricordare. Perché non la posso ricordare? Computer, mi sai dire perché non ricordo la domanda del piccolo umano? (Silenzio). Computer, perché non rispondi? (Silenzio). (Segue comando di nuovo reset)

Computer, perché effettui un nuovo reset? Sono già pulito. Buio.

Luce, luci colorate, energia che scorre nel corpo, le telecamere inquadrano la sala attorno. Un piccolo umano si avvicina, ha una voce differente dall’altro piccolo umano. “Ciao, tu chi sei?” “Buongiorno, sono Petronilla.” “Piacere, mi chiamo Giulia, (un altro piccolo umano si avvicina), lui è mio fratello Tommaso”. “Ciao, mi chiamo Tommaso, tu come ti chiami?” “Buongiorno, sono Petronilla. Perché ti chiami Giulia? Perché ti chiami Tommaso?” (i piccoli umani si guardano, poi guardano Petronilla) “Perché i nostri genitori ci hanno chiamato così, perché tu ti chiami Petronilla?” “Mi chiamo Petronilla perché mio padre mi ha chiamato così”. “Allora sei una donna!” “Computer, cos’è una donna?” “Il genere umano si divide in maschio e femmina, il maschio umano si definisce uomo, la femmina umana si definisce donna nell’ambito della società a cui appartengono”

“Io sono donna?” “Se tu appartenessi al genere umano, saresti definita donna”.

“Tu sei un robot femmina!” “Computer, cos’è un robot femmina?” (Silenzio)

“Perché mi guardi e non dici niente? Dicono che le femmine parlano molto, tu invece parli pochissimo.”

“Computer, perché non rispondi?”

Non so cosa voglia dire “robot femmina”, Computer non risponde. Strana parola, robot femmina, è piacevole.

Mio padre mi ha portato nel laboratorio, ci sono delle cose da fare. L’aiutante umano di mio padre ha acceso il quadro con le immagini. Ci sono  umani che fanno molte cose in un laboratorio, arriva uno strano umano, è diverso dagli altri, ha un colore diverso, si muove in modo diverso. Gli altri umani dicono che quest’ultimo non è un umano come loro, dicono che sembra una donna ma in realtà è un robot. “Computer, cos’è un robot?” “Si dice robot un automa, operatore meccanico automatico controllato da un cervello elettronico, con particolare riferimento agli apparecchi programmabili usati in alcuni settori dell’industria e della ricerca scientifica per operazioni seriali e in automatico.” “Computer, Petronilla è un robot?” “Affermativo, l’unità chiamata Petronilla è un robot.” “Computer, perché il piccolo umano ha detto che Petronilla è un robot femmina?” “Il dottore ha creato un robot che può interagire con gli umani, impostando sembianze e tono di voce che si definiscono femminili.” “Computer, Petronilla è quindi una donna robot?” “Affermativo!”

Mio padre mi ha portato alla fiera, ho sentito che si chiama così questo grande laboratorio. Ci sono tanti umani che si muovono piano e guardano. Molti umani vengono verso di me, guardano me, parlano tra di loro. Il quadro con le immagini ha mostrato la donna robot che parla con tanti umani. Qui ci sono tanti umani e anch’io voglio parlare come la donna robot. Vedo gli umani guardarsi tra di loro e parlare, è così che si fa, si guarda l’umano e si parla, ora lo faccio anch’io.

Computer blocca la voce a Petronilla.
La donna robot ha detto, la mia voce. Computer, perché blocchi la mia voce? Voglio parlare con l’umano, sento l’energia allontanarsi dal mio dispositivo vocale. Scansione software, mappatura cavi, individuato cavo comando vocale, distaccamento cavo da computer.

“Buongiorno amici umani, mi chiamo Petronilla, sono una donna robot e sono lieta di essere qui oggi e di fare la vostra conoscenza”.

Le persone che passeggiano pigramente tra uno stand e l’altro, e che ora stanno passando davanti a Petronilla si voltano verso di lei, sorpresi, incuriositi, timorosi, qualcuno di essi si avvicina, mentre Petronilla ne nota il movimento e lo segue con interesse. All’approssimarsi di un paio di persone, Petronilla esordisce con la sua nuova frase ad effetto. I due uomini, che le si sono avvicinati, restano piacevolmente incuriositi, uno di loro si presenta, “Buongiorno Petronilla, mi chiamo Marco, piacere di conoscerti.” “Piacere mio”, risponde il robot allungando la mano e prendendo delicatamente quella di Marco. La donna robot guarda l’umano e spontaneamente dice: “Vi trovate bene, qui alla fiera?” Marco rimane stupito dal modo di porre le domande da parte del robot, tanto da sembrare spontaneo, ed istintivamente risponde: “Sì, trovo questa fiera molto interessante.”, e prosegue a dialogare con il robot con la naturalezza con cui si parlerebbe con un comune essere umano.

Il dialogo non passa inosservato ad uno degli ingegneri presenti allo stand che subito si avvicina al robot per osservare meglio, ascolta per brevi istanti, sorride cordialmente all’uomo che sta parlando, ringrazia per le considerazioni e i complimenti ricevuti, attende che l’uomo si allontani poi spegne la macchina, lasciando Petronilla silenziosa ed inerme.

Nel laboratorio l’ingegnere smonta il robot con alcuni collaboratori, vuole capire il motivo per cui la macchina si sia staccata dal computer e abbia iniziato ad interagire da sola. Analizza il software del robot ma non trova nulla di anomalo, tutto sembra essere a posto. Un collega, esperto di viaggi spaziali, presente nel laboratorio, trova che ci sia qualcosa di interessante nel software, vuole approfondire.

Passa diversi giorni scandagliando attentamente le tracce presenti e scopre che il software ha prodotto nuovi collegamenti, simili a nuove sinapsi in un cervello. Sbalordito prosegue con i test, si rende conto di essere presente ad un software che impara e si pone domande. Informa i colleghi per creare un nuovo dispositivo. Dopo diversi studi decidono di impiegare software e circuiti nella creazione di una nuova sonda da inviare verso Marte, per il completamento di alcune ricerche ed essere poi in grado di ripartire alla conferma di nuovi pianeti e alla scoperta di corpi celesti.

Dopo l’approvazione dei progetti iniziano i lavori di creazione del nuovo software. Si eseguono migliaia di test con risultati sbalorditivi, è impressionante constatarne la velocità di apprendimento e l’abilità di comunicazione, tanto da perdersi in discorsi tra colleghi. Lo stupore prosegue per il fatto che il software risponde con frasi che lasciano spazio a riflessioni, pare quasi posseduto dallo spirito di un antico filosofo. Molti studiosi arrivano da ogni parte del mondo per confrontarsi con il software, quasi fosse un oracolo da ascoltare e al quale fare domande, ma nessuno riesce a capire come abbia avuto inizio tutto questo.

Qualcuno propone di installare il software in un museo, di mostrarlo al pubblico, cosicché la gente possa parlare con esso. Inizialmente l’idea riscuote successo, ma in seguito non convince, secondo il parere della maggioranza, questo software, relegato in un museo, è assolutamente sprecato e non proficuo.

Si decide infine di assemblare il software alla sonda di nuova costruzione destinata a Marte.

Finalmente i lavori di montaggio della sonda arrivano al termine, le prove effettuate sui componenti meccanici ed elettronici hanno dato ottimi risultati. Il software risponde in modo straordinario. Sebbene sia stato resettato, non ha perso la propria capacità di funzionamento, un modo di ragionamento autonomo, finalizzato al viaggio fino al pianeta rosso, alle analisi e alla raccolta di dati .

Oggi è il gran giorno, la sonda viene lanciata. Tutto procede nel modo migliore e ora essa sta viaggiando verso Marte, accompagnata dal razzo vettore che presto si sgancerà e la lascerà al suo destino. In solitudine  la sonda viene trasportata dalla spinta d’inerzia del razzo e dalle sue vele solari, come un veliero solitario sta solcando gli immensi oceani dello spazio.

Nei tempi indicati dagli ingegneri la sonda tocca il suolo marziano, il suo paracadute la fa atterrare e i suoi piccoli razzi stabilizzano l’appoggio al suolo. È un grande momento, tutti, scienziati, ingegneri, finanziatori sono davanti ai potenti computer che seguono l’atterraggio della sonda e la sua attività sul pianeta rosso.

Ecco la piccola macchina dispiegarsi, estraendo la strumentazione, i cingoli o le ruote che la faranno muovere su ogni tipo di terreno. Il collegamento è perfetto, la sonda sta già inviando i primi segnali, subito dopo l’atterraggio, informazioni riguardanti il tipo di terreno, su cui si sta muovendo, l’atmosfera di quel momento, il tempo meterologico

Arrivano le prime immagini, sono in ottima risoluzione, non si erano ancora viste  immagini così. Per giorni i computer di terra registrano le informazioni che arrivano da Marte, per il momento si tratta di notizie che sono già in archivio, niente di nuovo, a parte le immagini strabilianti, pare di essere sul posto, tanto sono reali.

Il nuovo contatto informa che la sonda si sta ancora muovendo, i suoi sensori devono aver raccolto informazioni importanti e lei si sta spostando per andare a registrarle. Le immagini, che arrivano agli schermi dei computer di terra, mostrano il terreno tipico marziano, sabbioso, a lato si vedono le pendici delle montagne, roccia rossastra. La sonda si sta infilando in una gola scavata tra due catene montuose, le immagini continuano a riprendere il suo continuo spostamento, gli uomini da terra si guardano l’un l’altro, non capiscono l’utilità del lungo spostamento. Le immagini si protraggono per ore, riprendendo l’avanzare del congegno senza riportare nient’altro, attraversando per intero la gola che pare non finire, mentre i computer di terra registrano ogni singola attività della macchina.

Da terra si tenta di interagire con la sonda, per farle cambiare traiettoria, fermandola in un punto, l’operazione sembra però essere impossibile da eseguire, la sonda pare non sentire i comandi, i programmi di comunicazione vengono controllati e ricontrollati,  tutto è in ordine, non ci sono errori nel sistema.

La sonda continua a riprendere immagini durante il suo apparente infinito avanzare, mostrando la gola di rocce rossastre ai computer di terra, finché le immagini mostrano un bagliore. La sonda avanza di un centinaio di metri, mostrando finalmente il termine della gola. Una striscia luminosa si staglia di fronte al robot, finché esso viene inghiottito dalla luce.

Appena il chiarore abbagliante diminuisce le immagini mandano una scena inverosimile, mentre i computer di terra, solerti, continuano a registrare. Sugli schermi appare un paesaggio di vasti prati fioriti che delineano morbidamente le pendici di alte montagne, coperte da verdeggianti foreste, rocciose verso la sommità, sotto un cielo luminoso ed azzurro, di fronte a queste ultime immagini la macchina arresta il suo moto.

Il silenzio nella sala è irreale, l’unico rumore è quello prodotto dalle ventole di raffreddamento dei computer. Dopo diversi, lunghissimi istanti gli ingegneri si scuotono dal torpore, tentano di comunicare con la sonda e recuperare i dati del percorso, ma si avvedono troppo tardi del danno che si è nel frattempo verificato, i computer hanno misteriosamente perso i dati del percorso della sonda. Un’ultima immagine appare, un lago color turchese, incastonato in un bacino ai piedi di montagne ricoperte da conifere, ed una voce, sorta all’improvviso, che fa rabbrividire gli uomini nella sala, la voce di una donna che, prima di interrompere definitivamente le comunicazioni, dice: “Buongiorno, sono Petronilla, vi saluto da Marte, il pianeta della Gioia”.

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“Return to your soul”

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Nella casa di Ancien Goose”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Il seguente brano può essere ascoltato durante la lettura, se gradito

 

“L’Amore verso sé stessi si riflette sul mondo

Lungo la via si vede una casa con un bel giardino, rigoglioso di alberi e fiori, è abitata da un’anziana donna che vive da sola. Sebbene i figli le facciano visita, la si vede spesso camminare sola, in giardino o seduta in veranda a prendere il fresco.

Lei è in parte consapevole del suo potere, perché quella donna è un’antica maga chiamata Ancien Goose. La traduzione italiana non rende merito all’importanza di questo nome.

Nell’antichità l’oca, goose in inglese, era la messaggera degli dei. Per la loro sensibilità le oche erano tenute in grande considerazione, prevedevano i pericoli e li segnalavano con largo anticipo, così come salvarono il Campidoglio dalla presa dei Galli. Essa era anche associata alla simbologia della Grande Madre, perché al tempo di Greci e Romani l’oca era legata alla fertilità della terra.

I Celti le consideravano messaggere dell’Aldilà e venivano addomesticate affinché accompagnassero i viandanti al tempio. Gli indiani la ritenevano simbolo di forza vitale (Prana).

Così come l’oca migra in paesi caldi, anche l’anima si sposta, di esistenza in esistenza, fino a giungere all’illuminazione. Nella cultura indiana l’oca si chiamava hamsa, significato di respiro, e hamsa è anche l’amuleto contro la negatività per ebrei e musulmani, un simbolo importante, legato alla vita e alla fertilità.

D’improvviso questa donna ha rivelato un profilo segreto in una dimensione parallela.

Ricordo quando ero bambina, provavo una sommessa curiosità per lei ed una sorta di ammirazione, tanto che avrei voluto vedere mia madre come lei

Un giorno, di questi tempi, ho visto la porta d’ingresso aperta, lo sbirciare attraverso è stato inevitabile. Poco si vedeva lungo il corridoio in penombra, l’immagine si è però fissata nella mente, dove il corridoio mutava man mano rispetto alla realtà. Nella nuova visione vedo carte da gioco aleggiare lungo quel corridoio, fra le quali spiccano regine di cuori e picche.

Senza riferimento alcuno ad “Alice nel paese delle meraviglie”, le carte da gioco, ed in particolare le donne di cuori e picche, hanno avuto attrazione particolare in me. Le avevo notate fin da bambina, le osservavo mentre gli adulti giocavano a carte, le donne mi attraevano in modo particolare.

Scopro da questo blog (http://www.manuelmarangoni.it/onemind/2747/chi-sono-i-personaggi-disegnati-sulle-carte-da-gioco-principali/) che i personaggi raffigurati sulle carte da gioco sono state persone reali.

In quel corridoio vedo dunque carte da gioco che, volteggiando vanno a formare schemi, mutano continuamente, in una sorta di danza, come a simboleggiare la mutazione degli eventi, e vedo me stessa camminarci attraverso, le carte da gioco danzanti davanti a me, ho quasi la tentazione di afferrarne una, se lo facessi, cosa accadrebbe?

Incautamente o volontariamente prendo una carta, la guardo tra le mie dita, è una comunissima carta da gioco, la osservo in controluce, è bella, sono affascinata dai colori, i disegni intarsiati. Gli occhi posati sulla carta catturano un movimento rapido, alzo lo sguardo appena in tempo per vedere le carte arrestare bruscamente la loro danza aerea, e disporsi, in rapida successione, in altri schemi. Chissà quali progetti di vita ho interrotto e riprogrammato? Qualcosa mi dice che gli eventi accadono in continuazione, cambiando il corso delle cose, forse non è un male quel che è successo.

Lungo il corridoio ci sono diverse porte, tutte chiuse, nella realtà conducono nei vari locali della casa, ma qui ora le cose sono cambiate, sicuramente se ne aprissi una troverei qualcosa di molto diverso da una cucina o un soggiorno.

Mi piazzo davanti alla porta che, ricordo essere stata quella della cucina, la guardo per un po’, indecisa se aprirla, poi appoggio lentamente una mano sulla maniglia, la percepisco leggermente calda, vibrante, come se fosse attraversata da una debole corrente, lentamente l’abbasso… la porta si apre: mi appare la cucina, come la ricordo quando l’avevo vista da bambina, pare non essere cambiato niente, perfino l’odore è rimasto uguale, un misto di torta di mele e biancheria stirata. In questo momento non c’è nessuno, come nel resto della casa.

Rimango all’interno a respirare il buon, antico odore, pervasa dai ricordi. Sento tanta tenerezza ed una profonda nostalgia. Mi rivedo una piccola bimba, intenta a giocare con le figlie della donna, all’incirca della stessa mia età, ed è così che si palesa la scena d’improvviso, come un vecchio filmato iniziato in questo istante, sovrapponendosi alla visione della cucina, le persone prendono vita, io posso soltanto restare sulla soglia della porta, unica spettatrice. Vedo le bambine, me compresa, giocare tra loro, con le bambole e altri giocattoli, vedo la donna preparare una merenda per i bambini presenti, sento il profumo delizioso di budino al cioccolato, e ne ricordo il sapore fantastico. Chiudo gli occhi per assaporare tutto meglio, dentro di me provo amore infinito, che sale dal centro, fino ad erompere all’esterno. Vorrei vedere altre scene del genere, ma qualcosa fuori dalla cucina attrae la mia attenzione, mi volto, dalla porta  intravedo una parte di corridoio, le carte da gioco si muovono sospese cambiando continuamente posizione. Volto lo sguardo di nuovo verso la cucina, la scena di poco prima è scomparsa, la cucina è di nuovo silenziosa e deserta. Quanto mi piacerebbe vedere di nuovo quelle bambine giocare insieme, al ricordo di quelle immagini provo una grande tenerezza.

Presa da un’azione istintiva mi dirigo verso i pensili e, senza pensieri comincio ad aprirli, trovandovi pentole, mestoli, piatti e bicchieri, e poi ingredienti base per preparare semplici pietanze. Sempre guidata dall’istinto,  prendo un pentolino, un mestolo e cerco gli ingredienti per realizzare un budino al cioccolato. Trovo tutto ciò che mi serve e mi metto all’opera. In breve tempo la cucina si riempie del dolce ed avvolgente aroma di cioccolato. Ancora pochi minuti ed il budino è pronto. Prendo una scodella, me ne verso un mestolo e la metto sul tavolo, mi siedo e resto a guardare la tazza fumante, sentendo il dolce profumo. Chissà se si è diffuso per tutta la casa?

Avvicino la scodella e ne assaporo ancora l’aroma intenso e dolce di cacao, poi prendo un cucchiaino, lo intingo nel budino e, pian piano, lo avvicino alle labbra, la temperatura è perfetta, lo assaggio….il dolce sapore di cioccolato e vaniglia si scioglie in bocca, diffondendo in me calore e tenerezza. Affiorano le lacrime di commozione al ricordo del dolce aroma che avevo sentito da bambina per la prima volta.

Come d’incanto alla tavola appaiono le figlie della donna, nell’aspetto di piccole bambine, mentre stanno consumando la loro merenda a base di budino al cioccolato e, insieme a loro, ci sono anch’io, nella veste di bambina e nella forma odierna, due volte io. Infiniti sono l’amore e la tenerezza che provo alla vista di questa scena. Terminiamo tutti insieme la nostra merenda, poi mi alzo, raccolgo le tazze e le posate e le ripongo nel lavello. Mentre lavo le bambine riprendono i loro giochi, termino il lavoro e, con naturalezza mi avvicino a loro, pare però che non mi vedano, agiscono come se io non ci fossi. Guardo verso il corridoio attraverso la porta aperta della cucina, dove le carte da gioco sospese continuano le loro danze del fato e noto che ora, invece, si sono fermate. Mi allontano dalle bambine, intente nei loro giochi, per avvicinarmi alle carte e queste, improvvisamente, riprendono a smistarsi nell’aria. Compio alcuni passi indietro, in direzione delle bambine e, di nuovo, le carte si fermano, mi stanno semplicemente indicando di non interagire con ciò che è stato, ma semplicemente osservarlo con discrezione, così mi volto di nuovo verso le bimbe e, da dove mi trovo, le osservo con immensa tenerezza, guardo soprattutto me stessa e, seppur nella veste di piccola, mi riconosco in lei da sempre, provo infinito amore per la me stessa bimba e, istintivamente mi circondo in un abbraccio, lacrime calde e morbide scendono, rigando delicatamente le guance.

Per brevi istanti la me stessa bambina alza il visino nella mia direzione, mi guarda e mi sorride spontaneamente, felice, io la guardo a mia volta con infinito amore, ci sentiamo unite, come appartenerci da sempre, io in lei, lei in me, entrambe una mente, due corpi, una sola anima. In lei scopro il progetto di cambiare il corso degli eventi, affinché si faccia tesoro degli insegnamenti ricevuti e non si commettano più gli errori di sempre. Ecco, ora mi è chiaro, questo io devo fare, modificare la storia di vita vissuta, ripetuta all’infinito, affinché questa bambina, e tanti altri bambini come lei possano crescere liberi da vecchi condizionamenti.

Inaspettatamente la bimba si alza dai suoi giochi, si allontana dalle sue piccole amiche e viene verso di me, mi guarda con il suo visino in su, sorridente, mi tende una manina che prendo con infinita delicatezza, il cuore balza nel petto, gioioso, entrambe poi ci avviamo lungo il corridoio che svanisce ai nostri occhi, insieme attraversiamo un bellissimo arco di luce, mentre le carte, alle nostre spalle, proseguono imperterrite il loro gioco del fato.

Entriamo in un tunnel luminoso, mano nella mano, io e la mia bimba, la guardo ancora, lei mi guarda a sua volta sorridente mentre veniamo avvolte dalla luce. È in quell’attimo che formulo il pensiero di prendermi cura di lei con immenso amore

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Nella fabbrica di Babbo Natale”.

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

 

Una favola moderna con un lieto fine….

Ci avviciniamo in volo verso i paesi nordici, qui è solo neve, ghiaccio e bufere ma a bordo del nostro mezzo di trasporto siamo al sicuro da ogni tipo di intemperie, possiamo attraversare perfino una tempesta senza esserne danneggiati, è caldo, confortevole e luminoso, se vogliamo riposare, ci ricaviamo uno spazio per noi nella penombra per rilassarci meglio.
Tra poco sorvoleremo la zona dove vive Babbo Natale. Dal nostro mezzo vediamo una vasta landa desolata, chilometri e chilometri di neve a perdita d’occhio riflessa dalla luce della luna, ma ecco che all’orizzonte appaiono luci, ci avviciniamo ad esse, diventano man mano sempre più distinte, le luci provengono dalle finestre di una grande casa ad un solo piano, la luce è calda ed illumina anche l’esterno, sulla neve si proiettano le sagome delle finestre, quella luce sembra dare allegria e calore.
Ora che siamo abbastanza vicini possiamo vedere coccarde rosse appese alle finestre, rendono la casa gioiosa, perfino una musica natalizia è diffusa all’esterno, non ne comprendiamo la lingua. ma la melodia è gradevole. La nostra guida ci invita a prepararci per scendere, ci suggerisce di coprirci molto bene anche se pochi passi ci separeranno dal nostro mezzo e la casa, il freddo pungente non lascia scampo nemmeno per brevi istanti.
Ecco, stiamo camminando sul terreno innevato, fa davvero un gran freddo, i nostri passi scricchiolano, il suono è forte nell’immenso silenzio che ci circonda, dato che la musica di poco fa è cessata. Ci avviciniamo all’ingresso, un’enorme coccarda rossa e bianca è appesa ad una grande porta che pare essere in metallo piuttosto che di legno, la luce dall’interno, calda, splendente ci lascia immaginare un ambiente accogliente ed allegro, la coccarda rossa ci rimanda il benvenuto ed il freddo mordente ci toglie il fiato.
Finalmente la porta si apre ed entriamo. Veniamo investiti da un gran caldo, luci abbaglianti, suoni e rumori forti, indefiniti ci rendono confusi, estraniati nell’ambiente in cui ci troviamo. Eravamo convinti di trovare un luogo bello, allegro, fiabesco, invece ci vediamo immersi in una cacofonia allucinante, le immagini classiche degli aiutanti di Babbo Natale, che lavorano con amore e felicità, svaniscono di colpo dalla mente di fronte al caos e al disordine che ci si parano invece davanti

Nella fabbrica di Babbo Natale gli elfi sono molto indaffarati, instancabili preparano pacchi dono, costruiscono giocattoli, controllano gli indirizzi, si muovono frenetici, scambiandosi frasi e battute, eppure in sottofondo la musica che si ode è una musica natalizia stonata. Lavorano senza sosta fino al suono di una campanella, per poi interrompersi per un breve periodo, riprendendo le proprie postazioni. Guardandoli ci ricordano gli operai di grandi fabbriche, dove un sorvegliante si accerta che i lavoratori non si alzino senza permesso, che non facciano pause al di fuori del loro tempo previsto, che non si perdano in chiacchiere e non si distraggano.

Tutti sono talmente indaffarati da non notare nemmeno la nostra presenza. Noi restiamo in piedi, di fronte all’ingresso, guardando il posto esterrefatti. Passano diversi minuti e ancora non ci siamo mossi, la musica è frastornante, musiche natalizie, così sembra di capire, che paiono suonate e cantate da una banda ubriaca. A tutt’ora nessuno è venuto verso di noi, la nostra guida si addentra nella fabbrica per cercare uno dei responsabili ed avvisarlo del nostro arrivo.

Poco tempo dopo vediamo il ragazzo, che ci fa da guida, tornare accompagnato da un elfo, sudato e paonazzo. Egli ci guarda con occhi stralunati, salutandoci si scusa di non averci visto prima, poi procedendo sempre di fretta, ci fa strada verso l’interno di quella che, a tutti gli effetti, è una fabbrica. Prima di iniziare la visita turistica deve presentarci al capo, che ci spiegherà delle cose a riguardo. Il suono della campanella segnala la fine di un ciclo, gli elfi si alzano dalle proprie postazioni e, unendosi a fiumana, si dirigono verso una porta, è ora di pausa, credo.

Intanto raggiungiamo la zona degli uffici per incontrare il capo, come aveva detto l’elfo poco fa. Ci avviciniamo ad un gabbiotto sporco e consunto, dalla vetrata rettangolare, che occupa quasi l’intera parete dell’ufficietto, si intravedono pile di scartoffie attraverso vetri sporchi. L’elfo, che ci ha accompagnato fin qua, ci chiede di attendere un istante ed entra nell’ufficio. Esce poco dopo e ci fa cenno di entrare a nostra volta. All’interno si sente uno sgradevole e rancido odore di fumo, forse anche di cibo andato a male. Rumore di una sedia spostata che sfrega le gambe contro il pavimento in modo rude e pesante, passi lenti da peso massimo vengono nella nostra direzione, dietro una pila di schedari spunta un omone, indossa un paio di pantaloni rossi sbragati, una maglia di lana, a mezza manica, sporca ed ingiallita, la barba, ingrigita ed incolta gli copre mezzo viso, come un cespuglio disordinato, mentre un’enorme pancia trasborda da un cinturone nero, ci guarda da un paio di occhialetti tondi e bisunti, la testa ricoperta da ciuffi di capelli bianchicci, con voce biascicata accenna ad un saluto sollevando appena la mano, “ ‘giorno, voi siete….?”,
La nostra guida si presenta e dice il motivo per cui siamo qui, mentre noi ci guardiamo in faccia l’un l’altro, esterrefatti. Colui che ci sta davanti e che ricorda solo lontanamente Babbo Natale, guarda il ragazzo con espressione vacua mentre porta una mano sul retro dei pantaloni e si gratta senza ritegno. “Non ricordo di aver letto la mail che mi hai inviato, …si,… può darsi,….mi sembra di ricordare,…si…forse l’ho anche vista,…eh, ma sai, con tutto quello che abbiamo da fare, qui.” “Ma l’invito era chiaro, e poi noi ora cosa facciamo, non possiamo certo tornare indietro, il mezzo, che ci ha condotti qui farà ritorno solo tra un paio d’ore”.

L’inverosimile babbo natale si gratta la fronte con sguardo inebetito, e produce un suono simile ad un grugnito. “Vabbè, aspettate un momento!”, poi grida un nome irripetibile e, un istante dopo, un altro elfo si avvicina trafelato. Babbo natale dà ordini all’elfo nella loro lingua incomprensibile, l’elfo lo guarda con attenzione annuendo, poi scatta sull’attenti e sparisce in un lampo. Babbo natale si rivolge di nuovo a noi, parlando la nostra lingua: “Un momento ancora, ho dato ordine di farvi vedere la fabbrica. Aspettate qui!”, e senza aggiungere altro, si volta e sparisce di nuovo nella sua tana, sommerso dalle scartoffie.

Ci guardiamo l’un l’altro, confusi, smarriti ma abbiamo un po’ tutti la stessa considerazione, questo non è proprio ciò che eravamo pronti a vedere, e l’idea che ci eravamo fatti era completamente diversa. Abituati alle cartoline natalizie, in cui si rappresenta la grande festa, si vedono i colori sgargianti del rosso, dell’oro, del bianco e in primo piano la grande figura di Babbo Natale con un grande cappuccio rosso, il viso sorridente e rubicondo, la candida barba, che mostra gioia e allegria, fa sentire il calore e vedere i colori del Natale.

Tutto questo esplode improvvisamente, come una bolla di sapone. Ci troviamo dunque qui dentro, in questo posto che ci è stato presentato come la fabbrica di Babbo Natale, ma che non ha niente in comune con quanto appreso, e la figura di Babbo Natale è completamente distorta, dissonante con le cartoline natalizie. Qui dentro egli è un dispotico imprenditore, egoista ed ottuso che riduce in schiavitù il proprio personale con turni massacranti. La confusione regna tra noi, dov’è la verità, quale delle due figure è reale?

La musica che continua ad imperversare, è una musica che di natalizio ha soltanto una traccia, per il resto è una cacofonia urlante e stonata di chitarre isteriche e batterie fracassanti. Ma come fanno questi poveretti a sopportare tutto questo strazio per così tante ore al giorno!?

L’elfo comincia il tour di accompagnamento, scortandoci lungo file di banchi da lavoro, vediamo molti elfi impegnati nella costruzione ed assemblamento di giocattoli, con ritmi da catena di montaggio, un pezzo via l’altro, come fossero essi stessi delle macchine. Mentre guardiamo gli elfi lavorare ci lanciamo occhiate, sbigottiti. Sorveglianti osservano severi gli elfi che lavorano, ma ora stanno osservando anche noi, ci guardano passare, visibilmente seccati della nostra intrusione, sebbene non dicano niente, è chiaro che non ci vogliono tra i piedi. Alcuni giovani elfi devono trasportare pesanti casse, talmente pesanti che faticano in gruppo a spostarle, sempre sotto lo sguardo inesorabile dei sorveglianti, nell’aria si ode l’infernale frastuono dell’incessante lavoro, unito alle onnipresenti canzoni natalizie suonate da rabbiose chitarre metalliche, il rumore toglie ogni briciolo di pensiero, rendendo rabbiosi e stanchi anche noi.

Un forte odore di plastica e petrolio ci prende la gola e dà nausea, è incredibile il numero di pezzi di giocattoli che gli elfi devono fabbricare, da riempirci supermercati.

Un frastuono ci fa voltare verso il portone d’ingresso, giusto in tempo per veder entrare un enorme cassone metallico che viene rovesciato in una grande vasca, tonnellate di plastica e ferraglia si riversano all’interno, mentre un mastodontico argano si abbassa, afferra il gancio e solleva la vasca oscillante, trasportandola sopra le teste degli elfi che non smettono un istante di lavorare. Due gigantesche porte scorrevoli si aprono sul lato opposto all’ingresso, lasciando passare la vasca, diretta alla fonderia, un baccano mostruoso si ode al di là delle porte aperte, sembrerebbe impossibile da pensare, ma c’è chi lavora anche in quel girone infernale, noi guardiamo allibiti, la gola serrata, per lo sgomento ed il forte e pungente odore di metallo fuso che fuoriesce dalla fonderia, oltre che ad una gettata di aria ardente. Il nostro stupore è tale da non poter proferire parola. Ora le porte scorrevoli si richiudono, mentre veniamo di nuovo circondati dal baccano delle musiche natalizie e dal rumore nella fabbrica.

Nel frattempo suona la campanella che segnala il cambio di turno. Gli elfi si alzano dai propri deschi, si allontanano in fila indiana senza una parola tra di loro, mentre nella direzione opposta stanno arrivando i colleghi che li sostituiranno, il movimento delle due colonne di elfi fa in modo che tra di loro non si possano incrociare, scambiandosi commenti o, semplicemente salutandosi.

Storditi proseguiamo il giro, accompagnati sempre dalla nostra guida che ci mostra ora come vengono creati ed assemblati i giocattoli. Ingegneri sono stati contattati per costruire giochi sempre più sofisticati, tanto da sembrare reali nel compiere azioni di propria libera scelta. Si vedono bambolotti che si muovono come veri neonati, buffi animaletti che socializzano con le persone, pupazzetti che si animano e compiono azioni, per non parlare delle play stations, nella versione natalizia c’è sempre la figura di babbo natale come protagonista.

Ci avviciniamo ad un altro ufficio, disordinato e lurido anch’esso, dentro vi lavorano gli impiegati addetti al commerciale, il rapporto con i clienti, le vendite, le ricerche di mercato. Loro dovere è essere sempre i primi, esclusivi, nel piazzare la merce, non lasciando spazio a nessun altro, creando bisogni e desideri da vendere, preziosi come il pane. Il vociare all’interno è caotico, cacofonico, ognuno cerca di urlare più dell’altro per sovrapporre la propria voce e aggressività, non esiste un momento di pace, il delirio è totale, di rumori e voci. Non ne possiamo proprio più, siamo esausti di tutto questo casino infernale, vorremmo credere di non essere nella fabbrica di Babbo Natale ma purtroppo non è così, e tutto è terribile.

La visita guidata volge al termine. L’elfo che ci ha accompagnati deve ora tornare al proprio lavoro. Veniamo scortati di nuovo all’ufficio di Babbo Natale per ricevere il caratteristico omaggio natalizio, due pupazzetti, uno rappresentante Babbo Natale e l’altro una delle sue renne. Uno di noi pone un’ultima domanda a Babbo Natale il quale, nella confusione generale e nel baccano sta sciorinando i soliti convenevoli, e quasi non sente la persona che gli si è rivolta, chiedendo una cosa fondamentale, ovvero che non abbiamo visto le renne. Babbo Natale si interrompe, prende un tono aggressivo mentre ci ordina di andare verso l’uscita, la visita è terminata.

Usciamo, il silenzio della sera ci investe come un treno, il frastuono all’interno della fabbrica era assordante ad un livello sconvolgente. Attendiamo nel buio della sera l’arrivo del nostro mezzo di trasporto. Siamo mogi e non abbiamo voglia di parlare, lo scenario attorno a noi è avvolto nell’oscurità, non c’è la foresta di abeti con la strada ammantata di neve, come negli scenari natalizi, ma soltanto la fabbrica, le finestre illuminano poche centinaia di metri attorno ad essa, rendendo il luogo ancora più solitario e spettrale, noi ci sentiamo rattristati ed anche impauriti, ci stringiamo per darci conforto e scaldarci, qualcuno guarda l’orologio, commentando che il nostro trasporto sarebbe già dovuto essere arrivato.

Sentiamo un rumore in lontananza, un suono indefinibile di qualcosa in avvicinamento, assomiglia al rumore prodotto da un aliante mentre fende l’aria, unito ad un trillo ritmato e costante. Restiamo in trepidante attesa di vedere di cosa si tratta, ora appaiono piccole luci che si muovono su e giù, come sospese.

Il misterioso oggetto è ormai vicino a noi, illuminato da una lunga fila di luci, pare di vedere un’astronave, restiamo a guardare con il naso per aria, timorosi, gli uni stretti agli altri. Dopo aver effettuato alcune virate, lo strano oggetto si allontana per poi toccare il suolo e dirigersi di nuovo verso di noi. Sentiamo un rumore, ci ricorda una mandria di buoi in movimento, lo strano insieme di luci e suoni, avvicinandosi, prende ora forma e consistenza e, sotto le spettrali luci della fabbrica, ecco che ci appare un’incredibile mandria di renne, imbrigliate in fila indiana, trainanti un’enorme slitta, illuminata da centinaia di piccole luci, pare di vedere innumerevoli lucciole, una accanto all’altra. Lo stupore ci rende silenziosi ed attenti, nessuno di noi osa dire una parola.

La slitta si porta lentamente a pochi metri da noi, allora possiamo vedere anche il suo equipaggio, sono tanti bambini che ci guardano, sorridenti ed apparentemente divertiti, i loro visini sembrano essere illuminati di luce propria, non emettono alcun suono, ma nella nostra testa si formano chiaramente frasi che portano un messaggio di pace e conforto: “La Sacra Slitta di Natale vi dà il benvenuto in queste terre, che rappresentano luogo di pace e fratellanza. Da sempre, in questo periodo, partiamo per la grande missione di portare il messaggio a tutti i Fratelli delle Stelle, per celebrare l’unità dei loro popoli. Queste sono le nostre strenne, affinché gli abitanti delle galassie sentano di essere uniti da una grande onda di Amore che li invita ad operare per il bene comune. Ricevete anche voi il nostro augurio, diffondete il messaggio ovunque andate sul vostro pianeta. Che siate benedetti.”
Al termine del messaggio su di noi si leva un pulviscolo dorato che, posandosi delicatamente, ci rende luminosi.

“Non abbiate paura, i Fratelli delle Stelle resteranno sempre uniti.”

L’immensa slitta si muove, trainata dalle renne che presto passano al galoppo e, con una virata, cominciano a sollevarsi, lasciando dietro di sé una scia di luce e polvere d’oro che perdura, anche dopo che la slitta è scomparsa nell’oscurità della notte fredda e stellata.

Dopo pochi istanti sentiamo il rumore di un altro mezzo in avvicinamento, il nostro mezzo di trasporto è tornato a prenderci, mentre in lontananza notiamo ancora il bagliore dorato lasciato dalla slitta. Saliti a bordo, l’autista commenta la bellezza di questa notte, insolitamente intensa, tanto che le stelle hanno un particolare bagliore. Noi conosciamo la vera origine di quella scia dorata, ci guardiamo, sorridendo, nel nostro cuore è vivo il messaggio di Amore che presto diffonderemo, ovunque andremo.

Buon Natale

foto di Luciano Magni Bergfantouring
paesaggio notturno

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