I Viaggi dell’Anima, tante storie: “Natale dai tetti”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

E’ un racconto di fantasia, ogni riferimento a nomi di persone è puramente casuale

«Ogni casa, ogni edificio è sormontato da un tetto. Nel linguaggio eterno dei simboli, il tetto rappresenta il mondo dello spirito, e ciascuno deve porsi sotto l’ispirazione dello spirito per non lasciarsi invadere dal disordine e dalla confusione. Quando scoppiano disordini attorno a voi o in voi stessi, sforzatevi di salire sul vostro tetto e di rimanere lassù; il che significa riflettete, ragionate, legatevi al mondo divino per trovare la pace e la luce. Soltanto allora vedrete in modo chiaro e saprete quale decisione prendere….”(continua al termine del racconto)

Edgardo è un bravo tecnico, uno di quelli che amano il loro mestiere, che l’hanno scelto per passione.

Fin da bambino impegnava molto tempo ad assemblare piccole radio con le quali poi trasmettere messaggi, così facendo aveva conosciuto molte persone, tra le quali la ragazza che l’aveva fatto impazzire e che è diventata la sua compagna.

A casa ha una vera stazione radio, lui comunica con tutti, in qualsiasi parte del mondo si trovino, è orgoglioso di aver montato tutto da solo, usando materiale di recupero. Sul tetto della casa ha installato antenne di diverse forme e dimensioni, per l’invio e la ricezione dei differenti segnali.

Il mestiere di Edgardo è principalmente quello di installare antenne e svolgere le regolari manutenzioni ai ponti radio. Salire ad altezze vertiginose è per lui una grande soddisfazione. Quando si prepara da terra ad arrampicarsi su un pilone, con caschetto, imbrago, moschettoni è una grande emozione, il pensiero lo eccita, come un bambino.

L’ascesa  rappresenta la libertà di andare verso il cielo. Sebbene ancorato saldamente agli agganci d’acciaio, riesce ad immedesimarsi negli uccelli in volo, nella libertà che provano a fendere l’aria. Edgardo sa di non poterlo fare, ma è il pensiero a farlo volare.

Quando finalmente raggiunge la cima del pilone, gode per un po’ l’immensità che ammira da lassù, e tutto gli sembra diverso. A quelle altezze la vita ha un aspetto differente, ciò che sembravano essere problemi acquisiscono un’altra dimensione, così che i problemi regrediscono fin quasi a sparire.

Durante uno dei tanti pomeriggi di lavoro si trova ad operare in centro città. Inizialmente non ama molto recarsi in città, caotica, rumorosa, veloce, tutto ciò contrasta con il suo temperamento riflessivo. Ma una volta caricato il materiale, ed issatosi sui tetti, la brutta sensazione si affievolisce pian piano. Non è come lavorare in montagna, ma anche la città, da quassù, è bella, ama ammirare gli uccelli in volo, soprattutto quando si muovono in stormi. Una delle sue caratteristiche è quella di avere capacità introspettive al pari di profonde conoscenze matematiche, così da formulare pensieri sul volo, simili ad espressioni, e parole usate al posto delle cifre.

Oggi deve installare nuove antenne paraboliche, è un lavoro che ama fare, è forse uno dei migliori tecnici in circolazione, grazie alla grande esperienza e all’ interesse per la materia.

E’ pomeriggio inoltrato. Edgardo è sulla sommità del palazzo, ha appena terminato di puntare l’antenna, tra poco potrà scendere, si attarda però ancora un po’ lassù, ama stare in posizioni elevate, da dove osservare il panorama, soprattutto quando si avvicina il tramonto. Chi lo conosce sa delle sue passioni e gli permette di fermarsi sempre.

Quella sera è una di quelle particolari, in cui starebbe lassù per ore. Si guarda attorno con molta attenzione, ed in quel momento nota qualcosa che in principio aveva sorvolato, quella che gli era sembrata una scultura, posta su uno dei tetti delle numerose case, si accorge essere, in realtà, una persona, l’ha vista bene ora, muoversi e cambiare leggermente posizione. Edgardo si porta a ridosso del parapetto del terrazzo ed osserva con attenzione la figura di un uomo, alto, magro, capelli raccolti in una sottile e lunga treccia, una minuscola treccia spunta anche dal mento, a raccogliere la barba grigia. Indossa un paio di pantaloni, apparentemente di cotone, bianchi che cadono diritti lungo le gambe magre, ed una maglia, anch’essa bianca, con uno scollo a v, le maniche corte mostrano braccia abbronzate e magre. I piedi, nudi, sono posati su una cosa che ricorda un piccolo cubo, sulla sommità del tetto, mantengono in equilibrio la figura in una posizione che pare essere yoga, le braccia alzate e le mani giunte. Ora l’uomo solleva un piede, appoggia la pianta contro la coscia, senza perdere minimamente equilibrio.

Edgardo non sa dire per quanto tempo sia rimasto ad osservare la figura, forse anche a bocca aperta, poiché sente la lingua leggermente secca, ma ciò non ha importanza. Il tempo pare essersi fermato, per Edgardo e per l’uomo sul tetto. Poi, inaspettatamente, l’uomo volta la testa nella sua direzione, scioglie la posizione mantenuta fino a quel momento e si esprime in un saluto, sorridente. Edgardo, senza pensarci, risponde rapidamente al saluto e contraccambia il sorriso.

L’uomo scende dal piccolo cubo e, camminando in equilibrio sulla sommità del tetto, si porta in direzione di Edgardo, fermandosi poco prima di raggiungere il bordo, senza tentennamenti e, solo in quel momento, dice espressamente: “Salve, mi chiamo Auriga. Qual è il tuo nome?” “Edgardo”, risponde lui automaticamente, incantato dall’insolito personaggio. “Ciao, Edgardo, hai tempo per uno spuntino?”

È stata una cosa così improvvisa ed imprevista, che Edgardo ha risposto senza riflettere, ed ora si trova per strada, sul marciapiede adiacente al palazzo, dove era stato qualche ora fa, mentre guarda l’uomo che era sul tetto e che aveva detto di chiamarsi Auriga.

Si trova  così di fronte ad una persona della sua statura ma molto più magro, i capelli, brizzolati e lunghi, sono raccolti da una treccia sottile, gli occhi, di colore nocciola, sono dolci e penetranti, di quelli che ti guardano dentro ma ti riempiono di amore, al collo porta un medaglione che rappresenta la OM, il simbolo sanscrito della creazione e ai piedi indossa semplici sandali di cuoio. “Vieni Edgardo, andiamo a prenderci un boccone!”, lo sorprende con una poderosa stretta di mano, lasciandolo stupito per la magra corporatura.

Auriga fa strada, muovendosi con semplicità e disinvoltura per le vie del centro, incrociando passanti, ora distratti, ora invece che lo scrutano in modo stupefatto, curioso, scostante, mentre l’uomo pare non fare caso a loro, mantenendo inalterato un sorriso sereno. Edgardo è sorpreso dall’agilità dell’uomo e stenta a seguirlo, sebbene sia abituato al camminare, durante le escursioni in montagna, Auriga ha però il buon senso di fermarsi, di tanto in tanto, per aspettarlo, il sorriso inalterato e gli occhi sereni. Svolta in un vicolo, l’antica strada in selciato rimanda il riflesso di lampioni a forma di sfera, vetusti ma ancora belli.

Edgardo non era ancora stato in questa parte della città, la strada lucida, i lampioni, gli antichi palazzi donano al posto un fascino misterioso, senza tempo, e lui si ferma, ammaliato dal vicolo che pare averlo trasportato in un’altra dimensione. Si riscuote dopo brevi istanti che sembrano essere durati ore, e segue Auriga, un centinaio di metri avanti di lui, mentre continua a guardarsi attorno incantato. Perfino l’odore nella strada è diverso dal resto della città, è un odore buono che sa di antico, di muri vecchi, di panni stesi ad asciugare, di erba verde bagnata, di cantine umide, di legno stagionato, di canna fumaria, di nebbia, ad Edgardo ricorda il paesino di montagna dove era solito trascorrere le vacanze estive da bambino, e subito il ricordo scatena in lui una dolce e pungente nostalgia, mentre rivede sé stesso percorrere il viottolo pietroso, con ciuffi d’erba sporgenti e soffici, avvicinandosi alle antiche case in pietra.

La voce di Auriga, che lo sta chiamando, lo distrae dai suoi dolci ricordi. Vede l’uomo sulla soglia di un’osteria e raggiunge il quadrato di luce riflesso sulla strada che la porta aperta ha lasciato. Entrano nel locale, ciarliero ma non chiassoso, ad Edgardo pare di essere capitato in una sorta di pub irlandese. L’intero locale è perlinato in legno scuro, stagionato, anche il pavimento è formato da assi. Appesi al soffitto vede grossi lampadari realizzati con ruote di antichi carri e con lampadine a forma di candele. L’arredamento è in legno, tavoli, panche, il bancone, le mensole. L’unica modernità che nota al momento è un flipper in un angolo, come a non voler disturbare le distinte suppellettili, con il suo suono tintinnante,. Nell’ambiente è diffuso odore di legno antico misto all’aroma speziato di birra e buon cibo che ricorda ad Edgardo di avere fame.

“Vieni, sediamoci qui, staremo comodi e tranquilli”, così dicendo, precede Edgardo verso una panca vuota all’angolo del locale.

I due uomini si siedono, come due vecchi amici e non come due estranei fino ad un’ora fa. Edgardo comincia a guardarsi attorno, a rilassarsi, a notare dettagli invisibili fino a pochi minuti prima. Sulle mensole, oltre a boccali di birra in legno si trovano sculture di animali, piccole statue di Buddha, shamani e quadri alle pareti che rappresentano paesaggi naturali di campagna o marini.

Un quadro colpisce Edgardo in modo particolare. È dipinto un paesaggio rurale, si vede la figura di spalle di una donna che sta attraversando un arco di pietra. La visione si apre su un atrio all’aperto, di fronte al quale si trova un portale in legno e borchie in ferro, socchiuso, una visione che rapisce l’attenzione di Edgardo per diversi minuti, prima di rendersi conto che Auriga lo sta osservando con un lieve sorriso.

Edgardo guarda ora Auriga, attentamente, si accorge, per la prima volta, che l’uomo di fronte a lui ha in realtà un viso giovane e occhi grandi ed innocenti, come quelli di un bambino, privi di ogni scherno o maliziosità, ma aperti e sinceri e, con quegli occhi, ora sta ammiccando ad Edgardo, prima di rivolgere anche lui l’attenzione al quadro. “Cosa rappresenta?”, chiede Edgardo, “ne sai qualcosa?”. “Niente di preciso, ho sentito dire dal gestore che si tratta di un luogo reale, non so dirti però chi sia l’autore e dove quel luogo si trovi. Però non credo che abbia importanza. Ciò che conta è cosa l’immagine trasmette al tuo Cuore, perché è ciò che la tua mente ti sta dicendo.”

“Non so cosa stia dicendo di preciso la mia mente”, risponde Edgardo, “sono semplicemente attratto da quel portale e da cosa ci possa essere dall’altra parte”. “Vedi la donna ripresa di spalle?”, replica Auriga, “nemmeno lei sa bene cosa troverà dall’altra parte. Ora è ferma sulla soglia di questo passaggio, è dubbiosa, non ha ancora deciso se avanzare o tornare indietro”. “Cosa te lo fa pensare?”, chiede Edgardo. “Guardala bene, è ferma sulla soglia, una mano appoggiata al muro, come se fosse in sosta, chiedendosi se voglia davvero andare oltre. Chiediamo a Giampy se sa qualcosa riguardo a questo dipinto”, e così dicendo, Auriga fa un cenno al barista di là del bancone, il quale sta asciugando alcuni bicchieri e risponde con un cenno della testa, per intendere di aver capito, sistema i bicchieri, gira attorno al bancone e si avvicina al tavolo. Edgardo resta sempre più sorpreso di quanto il suo nuovo amico sia considerato, sebbene così originale.

“Giampy, tu sai qualcosa riguardo a quel quadro, quello con la donna accanto alla parete?” “L’ha dipinto il Riccio, non so chi sia però la donna. Me l’ha portato un giorno che pioveva. È arrivato con il fagotto sotto il braccio e mi ha chiesto: “Giampy, hai posto per questo?”

L’attenzione di Edgardo è catturata ancora per diversi istanti dal quadro e Auriga attende pazientemente. “Sono sicuro che varcherà quella soglia”, dice poi Edgardo. Auriga annuisce e replica: “Sicuro che lo farà, quella donna non ha percorso tutta quella strada per tornare indietro. Allora, offro io. Cosa vuoi bere?” “Qual è la specialità della casa?” “Qui hanno una birra rossa non pastorizzata, prodotta da loro stessi, forte ma speziata, gustosa.”. “Cosa vi porto?”, esordisce Giampy dal bancone. “Per me una rossa media”. “Ne prendo una anch’io”, replica Edgardo subito dopo.

I due uomini si godono per un po’ la birra e una preparazione della casa, a base vegetale per Auriga, Edgardo, che mangia ancora carne, si concede un gustoso spezzatino con patate. Si rende conto di essere veramente affamato e mangia con gusto ed allegria, intrattenuto da un loquace Auriga che parla di divertenti aneddoti su sé stesso ed il locale.

Terminata la cena con un bicchierino di grappa al pino mugo, prodotto dal fratello di Giampy che vive in montagna, Auriga esordisce così: “Edgardo, sei davvero una brava persona. Ti avevo già notato mentre lavoravi sui tetti e avevo di te questa sensazione, ma sai, rimaneva solo una sensazione, così ho voluto incontrarti di persona. Sei davvero un brav’uomo. Sai perché ho voluto conoscerti? Perché in fondo facciamo lo stesso mestiere.” “Sei antennista anche tu?”, replica Edgardo. “Non proprio, io sono elettricista durante il giorno, la sera insegno yoga, come hai potuto notare dalle mie posizioni, ammetto un po’ insolite per dove mi avevi visto.” “Interessante”, ribatte Edgardo, “lavori in proprio?” “Sì, come prestatore d’opera. Dicono che sono molto bravo ma credo anche che mi contattino per poi dire di avermi incontrato, sono voci che corrono, forse la gente pensa che io sia uno strano personaggio, ma poi le persone che incontro e conosco mi parlano di tante cose, vuotano il sacco in un certo senso, e sono anche contenti di confidarsi, dicono che sono uno dei pochi in grado di ascoltarli e capirli, e allora io li lascio parlare perché penso che non avrebbero altre occasioni di sfogo”.

Edgardo ascolta attentamente Auriga, annuendo, il quale prosegue: “Allora io, di tanto in tanto, dopo aver ripulito i miei campi aurici, salgo sui tetti delle case e, come le tue antenne, trasmetto. Invio frequenze d’Amore all’umanità.” “Non ho mai pensato che qualcuno potesse fare una cosa simile.” “Noi non siamo molto diversi da una centrale di trasmissione. Il nostro cervello, per esempio, è una centralina elettronica organica che regole e monitora molte funzioni, un po’ come le centraline delle tue antenne”. “Sì, capisco, ma faccio ancora fatica a comprendere”

“E’ un concetto ancora difficile per molte persone, ma noi siamo in realtà uniti da campi magnetici, quasi invisibili agli occhi della maggior parte delle persone, con i quali interagiamo. Non ti so dire perché sia così, ma so semplicemente che lo è perché lo vedo.

Siamo in connessione con noi stessi, ma anche con l’intero pianeta. Il modo in cui agiamo ogni volta determina mutamenti ovunque. Einstein stesso diceva che non è possibile cogliere un fiore senza disturbare una stella. Siamo connessi al pianeta così come all’intero cosmo. Comprendi allora il motivo per cui è inutile farci la guerra, quando le nostre azioni hanno ripercussioni devastanti ovunque. Ecco perché l’umanità soffre così tanto senza una tregua”

“Perché allora ci sono gruppi di individui che continuano a consumare le risorse del pianeta per diventare sempre più ricchi, rendendo in schiavitù tante persone, non consce di quanto sta accadendo?”

“Un saggio un giorno disse che per comprendere cosa fosse l’Amore, l’Uomo doveva conoscere il suo opposto. E fu così che nacque una separazione tra ciò che chiamiamo Luce e ciò che chiamiamo Tenebre, ma questa storia si perde in ere lontane e forse nemmeno i più saggi sanno dire quando tutto ebbe inizio. Ciò che possiamo fare noi ora è comprendere questo fatto, lasciarci condurre da quella parte della nostra Anima pervasa dall’Amore e vedere cosa accade”.

“Come faccio a sapere qual è quella parte?” “Ogni volta che tu provi compassione per qualcuno, ogni volta che ti intenerisci di fronte ad un evento, un bambino, un cucciolo, ogni volta che provi sofferenza per il dolore altrui, ogni volta che tu pensi a qualcuno con Amore, provi gioia nel tuo Cuore, ti stai rivolgendo proprio a quella parte di te stesso. In quel momento tu stai trasmettendo, seppur non consapevole, onde magnetiche sulla frequenza dell’Amore. Se poi decidi di compiere quel gesto coscientemente, ecco che l’azione diventa ancora più potente.

Passeggiare in un bosco può essere d’aiuto per contattare il lato luminoso della tua Anima, anche la meditazione è importante. E se tu cammini in un bosco in meditazione hai raggiunto il massimo livello di comprensione.

Quando sali sui tetti a piazzare le antenne, pensa di essere tu stesso un’antenna, formula un pensiero d’Amore per il pianeta e gli esseri viventi, anche vegetali e minerali. Ecco che ti trasformi in una potente centrale di trasmissione che invia onde magnetiche cariche di Amore e Compassione”.

“Sai, ho pensato spesso, ogni volta che sono lassù, di poter inviare auguri di Natale a tutto il mondo. È un pensiero che mi intenerisce, soprattutto quando penso ai bambini. Provo poi molta tristezza pensando invece ai bambini malati o in estrema povertà, nei paesi in guerra. Vorrei tanto che il mio pensiero d’Amore li possa raggiungere, perché al momento non posso fare altro, tranne acquistare generi alimentari o di prima necessità per loro”

Due figure si notano sui tetti della città.  I passanti non ci fanno quasi più caso. Chi è nuovo del posto però non può fare a meno di vederle, due silhouette, con le mani giunte, come in preghiera. Sebbene il fatto sia insolito, osservandole per breve tempo si ha l’impressione di non vedere nulla di nuovo e, dopo un istante, sorge spontanea un’amorevole emozione, mentre una tenera sensazione di leggerezza pervade il Cuore.

“…quali che siano i pericoli fisici o psichici ai quali possiamo essere esposti, è salendo sul tetto, e proiettandoci nel mondo spirituale che abbiamo le più grandi opportunità di trovare le soluzioni per agire efficacemente nella materia. La materia, invece, non ci assicura mai del tutto la salvezza. Le buone condizioni materiali hanno una loro utilità, ma nemmeno le più favorevoli ci mettono definitivamente al riparo. E la cosa si spinge anche oltre, poiché se non facciamo ricorso allo spirito per scoprire il modo migliore di utilizzare le condizioni materiali favorevoli, esse possono ritorcersi contro di noi.»

Omraam Mikhaël Aïvanhov

 

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