Archivi del mese: settembre 2019

I Viaggi dell’Anima, tante storie: “Colpo di fulmine”

 

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

E’ un racconto di fantasia, il nome proprio è da ritenersi puramente casuale e non finalizzato ad alcuna persona.

È orgoglioso l’ingegnere, responsabile di uno dei laboratori di una nota multinazionale di elettronica ed automazione, mentre mostra i test su componenti realizzati dalle macchine di sua progettazione, che ora stanno lavorando, instancabilmente, nella grande sala luminosa e climatizzata. Oggi in ditta sono arrivati clienti esteri molto importanti, lui è nervoso ma è sicuro delle proprie tecniche e sa che tutto andrà bene.

Dopo i normali convenevoli, molto formali ma poco amichevoli, tutti sono ansiosi di constatare i risultati. L’uomo accompagna il gruppo con fare apparentemente sicuro, continuando a parlare disinvolto, nonostante l’atteggiamento freddo e a tratti scostante degli altri. Tra poco lo raggiungerà il presidente, glielo comunica la segretaria e tutto deve essere perfetto. Indica agli ospiti una saletta dove potranno rinfrescarsi, poi al telefono dà ordine ai responsabili di reparto affinché nessuno si muova dalle proprie postazioni, ci sono i pezzi grossi e non bisogna fare brutta figura, al diavolo i bisogni di quegli scansafatiche, mangiapane a ufo, per quel che valgono dovrebbero lavorare gratis, ma soprattutto quei rompipalle dell’impresa di pulizia devono stare fuori dai piedi.

Ah! Quanto non sopporta quegli inferiori! Ma come fanno ad essere così a modo, sempre ordinati, puliti, gentili! Fanno un lavoro da servitù di bassa lega, dovrebbero avere il broncio, come minimo, invece no! Hanno pure la faccia tosta di avere una bella presenza e di salutare guardandolo negli occhi. Insopportabili!

I “pezzi grossi” stanno ora attraversando il capannone della produzione, dove diverse persone lavorano con attenzione a grandi macchine di linea. L’ingegnere mostra il lavoro svolto con precisione tecnica e distacco, sottolineando l’operato delle macchine ma facendo attenzione a non dare importanza all’operatore, gli ospiti si dimostrano stupiti ed interessati dalla tecnologia usata. L’ingegnere prosegue con le spiegazioni, dominando a stento moti di orgoglio, poi con finta noncuranza accompagna il gruppo per mostrare il lavoro dei tecnici, sempre sotto la sua supervisione.

Stima e congratulazioni sono il risultato di una giornata preparata nei minimi particolari, seguono strette di mano e appuntamenti successivi per commissionare nuovi lavori e ricerche.

La giornata volge al termine, l’ingegnere, rientrato nel suo ufficio, è ora seduto davanti al pc, prosegue il suo lavoro con impegno e costanza indefessa, sebbene l’ora tarda, serietà e rigore sono il suo motto. Di tutto lo staff è solo la sua segretaria, Guendalina, a sopportarlo. La Guenda, così viene nominata da tutti, poiché l’ingegnere è solito rispondere, a chi lo importuna per chiedergli qualcosa: “Dillo alla Guenda”. Segretamente innamorata di lui, prova da anni a farsi notare in qualsiasi modo, con scarso successo. Dal profumo più alla moda, al tacco 12, al tailleur con pizzo, alla collana con pietre dure e brillanti. La sua è una corsa solerte e solitaria verso un traguardo irraggiungibile.

Dal canto suo, l’ingegnere non si lascia andare nemmeno a casa, nell’intimità della famiglia, anche se prende piacere da qualche piccolo vezzo, come quello di pettinarsi i baffetti ogni volta in cui sa di essere solo. Quello dei baffi è un piacere che lo rilassa, così come lo è ammirare la propria immagine allo specchio, cercare nel volto l’espressione più severa, che incuta timore e soggezione, affinché gli inferiori non si sentano incoraggiati a qualche confidenza. Si esercita, l’ingegnere, a trovare espressione e postura per le diverse occasioni, e quanto piacere ne trae, ogni volta che può metterle in mostra con un inferiore, vedere il timore reverenziale negli occhi dell’altro, sentire l’incertezza nella voce, osservare come tentano di rimpicciolirsi di fronte a lui. Ah! Quanto si sente importante!

Ma ciò che dà a lui reale soddisfazione sono invece le sue macchine, così rigorose, precise, efficienti, eseguono perfettamente i comandi e non rompono le scatole.

Ha davanti diversi mesi di lavoro, dovrà mettere a punto nuovi aggiornamenti per soddisfare le richieste dei clienti. Decide allora per un upgrade talmente innovativo, tanto che le macchine risponderanno a voce ai comandi ed al lavoro della giornata.

Studia il progetto nei minimi dettagli, lo impone ai suoi sottoposti, sebbene loro ne lamentino l’inutilità, ma sanno che è inutile combattere contro i moti egoici dell’uomo.

Durante l’anno si lavora alacremente per soddisfare le esigenze dell’ingegnere che, oltre a portare avanti il programma di lavoro, vuole ad ogni costo realizzare il suo progetto personale. Ed è così che, giorno dopo giorno, si fanno e rifanno innumerevoli prove, messe a punto, cambiando continuamente componenti, sostituendo pezzi, inventando nuove diavolerie elettroniche ed informatiche che non soddisfano mai abbastanza l’ambizione dell’uomo.

Il tempo passa, le modifiche sono infinite. Queste macchine hanno una tecnologia forse unica al mondo. Comunicano con comandi vocali lo stato del lavoro svolto, possono assumere diversi toni di voce, per renderle differenti e riconoscibili, si è arrivati addirittura a dialogare con loro riguardo a test ed elaborazioni.

Dopo un lavoro estenuante, prove infinite, si avvicina il periodo in cui torneranno i clienti, vecchi e nuovi, per osservare i miracoli della tecnologia di quest’azienda.

Di nuovo l’ingegnere mette a duro lavoro la sua squadra e gli operai, costretti a straordinari, affinché tutto sia pronto per il giorno stabilito. S’incattivisce se ode malcontento tra le persone in reparto, lancia battute furiose ai tecnici se osano chiedere un caffè in più. Ciò che lui ama sentire, come dice ultimamente, è la voce delle “sue macchine”, “Quelle, e solo quelle mi danno soddisfazione! Mai una lamentela e, quando parlano, dicono solo ciò che serve e non di più!”

Il gran giorno è arrivato, e l’ingegnere è già in azienda la mattina presto. Quella notte si è scatenato un temporale tremendo, forse uno dei più forti mai sentiti fin’ora. Nel suo ufficio l’uomo accende il pc, è preoccupato, ha bisogno di vedere che niente di grave sia successo, poi si dirige subito nella sala delle macchine.

Fra i rumori soliti di funzionamento l’uomo sente una canzone, “Mon Amour”, di Gigi D’Alessio. Subito l’irritazione sale alle stelle. Sicuramente uno dei tecnici ha scaricato, per mezzo della macchina, una frequenza radio per ascoltare musica o chissà cos’altro e si è perfino dimenticato di disattivare l’applicazione, il manigoldo.

Con un moto di irritazione, l’uomo si dirige verso la fonte del suono, controlla sul terminale le applicazioni in funzionamento e, trovata quella incriminata, la disattiva con stizza. Finalmente!

Calato il rumore molesto, l’ingegnere si appresta a riprendere il lavoro di controllo interrotto. Non passano che pochi minuti, quando la canzone riprende. L’uomo si volta di scatto, si dirige di nuovo verso la macchina, ma ora sente un altro tipo di suono, potrebbe essere definito un rumore musicale. Non vorrebbe lasciarsi andare a sciocchi pensieri, ma pare di capire che le altre macchine stiano imitando la musica diffusa nella sala, una sorta di insolito coro.

Subito egli si dirige furibondo verso la fonte del suono principale, che è di nuovo macchina test n. 1, detto Tester 1, e, spegnendo la musica, esclama: “E piantala con questa lagna!!”. All’istante una vocina, simile al personaggio di Paperino, si sprigiona dall’inverter accanto, che, facendo il verso all’ingegnere, ripete palese: “E piantala con questa lagna!”

L’uomo dapprincipio sbianca per lo stupore, poi, preso da un moto di nervi, senza riflettere, si pone di fronte all’inverter, esclamando furioso: “Taci! Stupida macchina!”. Ecco allora che si fa udire la voce, baritonale, del Tester 2, che ripete la frase dell’uomo, il quale, senza controllo, sbotta: “Tu sei una macchina! Cretino!”

Intanto il personale, tecnici, operai specializzati, responsabili d’azienda, richiamati da urla furiose , accorrono nella sala, ed entrati, assistono ad una scena apocalittica: oltre alla voce rabbiosa dell’uomo si ode una cacofonia di frasi e parole alla rinfusa, espresse dalle macchine stesse, ognuna con il proprio timbro di voce.

È la volta dell’ultimo arrivato di fare la scoperta sconcertante, un giovane ingegnere, pupillo dell’uomo, un ragazzetto arrivista ed arrogante, che, appena entrato, esclama sgomento: “Ingegnere! Tutto a posto!?”. Immediata è la replica del Tester 3, che esclama: “Ingegnere! Sei tu una macchina! Cretino! Tutto a posto?”, lasciando il ragazzo costernato ed ammutolito.

Ed ecco che arriva la Guenda, rigorosa in tailleur di pizzo, tacco 12, profumo all’ultima moda, collana di pietre dure, la quale impassibile, impeccabile, come lei sa che piace a lui, deve annunciare la telefonata del responsabile commerciale, in arrivo dall’aeroporto con i clienti esteri, ma appena mette piede nella sala, la scena alla quale si trova ad assistere le strappa una sorta di squittio, subito imitato dal Tester 4, che ha una voce tenorile vicina al falsetto.

L’ingegnere è ora appoggiato, singhiozzante, al Tester 5, contro il quale vorrebbe sbattere la testa, con un tic al baffo destro, mentre la macchina, con tono da basso tenore ed eleganza, chiede: “Esplicazione di “vicino al mar, a bailar”, per favore”, seguito dal Tester 6, che esordisce con: “Mon Amour”.

Ora la Guenda, rossa come un pomodoro, è costretta a far entrare i clienti. L’ingegnere, sudato, paonazzo, tenta un mezzo sorriso, disturbato dal tic al baffo, ma la parola spetta alle macchine che pare chiedano e si rispondano da sole, ognuna caratterizzata da tono e timbro di voce.

Gli ultimi arrivati restano ammutoliti, tranne uno, un tizio che l’ingegnere non aveva ancora conosciuto, e nemmeno la Guenda, la quale rimane in disparte a torcersi le mani. Egli si avvicina al Tester 2, la macchina che aveva appena esclamato: “Che bella musica!”, in tono da tenore contralto, seguito da “Vicino al mar, a bailar”, e dopo svariati minuti di silenzio, esclama: “Ingegnere, lei è un genio!”, “Cosa?”, chiede l’uomo, mentre porta una mano tremante al viso, per coprire il fastidioso tic al baffo.

“Sì! Lei è un genio!”, “Ingegnere, lei è un genio!”, gli fa il verso il Tester 3.

“Da tempo stavo cercando software in grado di ripetere ed interagire con frasi e suoni!”, e all’espressione sbigottita dell’uomo, prosegue: “Cercavo software da installare su animatronics, ma ciò che sento va oltre ogni mia aspettativa. E, soprattutto, non avevo ancora sentito questa canzone, molto bella! Che ritmo! Chi è l’autore?”, lasciando spiazzati gli altri clienti.

L’ingegnere, lo sguardo vacuo, gli occhi lucidi, il baffo ballerino, guarda l’uomo che ha appena parlato, poi si volta lentamente verso il Tester 6, che esclama: “Mon Amour”, mentre l’inverter sbraita, irritato, “Piantala con questa lagna!”, con la sua voce da Paperino.

“Vicino al mar, a bailar”

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , ,

I viaggi della Vita : “Ricordi di una sera d’autunno”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Come ogni sera della settimana torno dal lavoro, percorrendo un breve tratto di strada provinciale che attraversa pochi paesi ed un tratto di bosco che è parte di un parco regionale. Gli alberi a lato della strada sono fitta boscaglia, mi sento protetta da loro mentre transito, il luogo è ancora più bello quando il cielo è sereno, le stelle scorrono sopra di me come un nastro argentato. Ora le sagome scure degli alberi sono il mio riferimento verso casa, nel buio mi rimandano alla natura primaria dove luce ed ombra coesistono e si scambiano vicendevolmente, e quando è tempo dell’ombra occorre entrare in sé stessi, così come si entra nel folto di una foresta per incontrare il lato interiore più remoto e, a tratti, sconosciuto e selvaggio.

Con questi pensieri, che creano in me un’atmosfera morbida ed ovattata, quasi meditativa, faccio ritorno a casa.

Le luci soffuse, che fuoriescono dalle finestre, rimandano ad un senso di tenerezza. In casa gli inquilini stanno aspettando il mio rientro, mi accoglieranno con infinita gioia e affetto sinceri.

Spento il motore dell’auto, posso sentire il saluto dei cani, felici di avermi sentito arrivare. Sono già dietro alla porta, pronti a farmi festa. Ed è così che vengo accolta, da uggiolate di gioia e umidi abbracci poderosi.

Dall’alto della scala vengo osservata da un altro inquilino, il gatto, che se ne sta ad aspettare in disparte, ostenta un’aria indifferente, ma so che la sua è solo regale apparenza, in privato, più tardi, elargirà tutto l’affetto di cui è capace. Saluto il festoso corteo, compreso il micio finto indifferente e salgo le scale verso l’interno della casa. Io amo questa casa, per la sua luminosità durante il giorno, per l’ampio balcone che mi permette di costruire un giardino in miniatura, con tanto di orto, per il delizioso silenzio, in questo silenzio ho scritto le mie storie più belle.

Ora il silenzio della casa ha ceduto il posto all’uggiolio festoso dei cani. Tra poco usciremo per la passeggiata serale, lo capiscono dalle mie azioni e la loro gioia diventa incontenibile, si preparano davanti alla porta d’ingresso, pronti a fare irruzione fuori.

Ed eccoli, veloci e giocosi, sgusciano con impazienza dal cancelletto semiaperto e si dirigono a gran velocità verso il tratto sterrato che si inoltra nel parco.

È sera ormai, i lampioni illuminano l’ultimo tratto di strada che  congiunge la parte in sterrato al parco, da lì un ultimo centinaio di metri è illuminato, poi la strada si inoltra nel buio. Conosco bene quel sentiero, l’ho percorso tante volte, camminando nel centro si procede per un bel tratto, mentre la campagna, immersa nell’oscurità, ci scorre a lato. Si distinguono le sagome scure degli alberi e, dietro, il campo pervaso dalle tenebre, una bruma vaporosa aleggia su di esso. La luna crea giochi di chiaroscuro tra gli alberi sullo sfondo.

I cani sono già corsi avanti, sanno molto bene dove andare, la femmina, Maya, più audace, si è già inoltrata nel campo, arato da poco, lo attraversa completamente, la sua sagoma scompare nell’oscurità, il piccolo vorrebbe seguire la madre ma si limita a restarmi accanto. Io resto sul posto, lo sguardo verso la campagna tenebrosa, coglie soltanto sfumature nerastre sullo sfondo, che paiono cambiare forma attimo per attimo, le chiome degli alberi sembrano mosse da una strana corrente che le rimescola facendo loro assumere le più svariate forme e colorazioni nere punteggiate di rosso che si fonde con la tenebra. È un movimento che cattura, ipnotizza, lo sguardo resta fisso sullo sfondo e la mente si aspetta che accada qualunque cosa, pare quasi di scorgere soldati, impegnati in battaglia, avanzare con le lance e gli scudi in assetto da guerra.

Mi porto avanti di alcuni metri, fino a raggiungere un ciliegio secolare. Da qui in avanti gli alberi si diradano, ho la sensazione che se compissi qualche passo ancora, non sarei più al riparo. Resto per qualche minuto ferma sul posto, Maya ancora non si vede arrivare, il piccolo, Chicco, rimane accanto a me. Gli occhi, abituati al buio, scorgono movimenti impercettibili e continui. Mi guardo attorno, il bosco immerso nell’oscurità è affascinante, misterioso e mostra confini invisibili. Ad un centinaio di metri di distanza la fila di alberi riprende, due betulle affiancate sono poste come avvertimento del primo confine che può essere raggiunto ma, oltre il quale è meglio non avventurarsi nelle ore notturne. Mi porto fin lì, il piccolo sempre accanto a me. A distanza, gli occhi, abituati alle tenebre, scorgono una sagoma in avvicinamento. È la madre che torna da una delle sue escursioni, incurante del monito suggerito degli alberi, si avvicina per poi ripartire di corsa, fino a sparire di nuovo all’orizzonte. Dopo alcuni minuti di esitazione muovo qualche passo in avanti, gli occhi puntati sulle betulle che paiono guardarmi attentamente, lasciandomi però passare, perché così ho deciso. Le guardo mentre passo, aspettandomi un rimprovero da parte loro, ma non è così, silenziosamente ti ricordano ciò che è meglio, poi lasciano fare.

Raggiungo due maestose querce, una accanto all’altra, sembrano essere i guardiani del luogo, io le ho sempre viste come una porta su un’altra dimensione.

Durante il giorno mi posiziono fra di loro e, rivolta verso gli orti, formulo preghiere e pensieri d’amore alla Terra e al Cosmo. Ora, nella stessa posizione, di fronte a me, pare aprirsi una voragine tenebrosa, dove sagome indistinte si muovono, in continua evoluzione. Finalmente la madre arriva ad aggiungersi a me ed al piccolo. Insieme ci muoviamo lungo un sentiero erboso che oltrepassa gli orti e si dirige verso una piccola radura. Ogni passo che compio ha un significato importante, ogni passo, a quell’ora, mi inoltra nell’ignoto, perché ciò che vedo ora non è lo stesso che vedo durante il giorno.

Passo dopo passo le forme in movimento mi sfiorano, io le attraverso, è come sfiorare l’aria, eppure hanno una consistenza. Ora la madre cammina accanto a me, lo sguardo, con occhi che possono penetrare il buio, corre ovunque.

Il piccolo mi precede di un centinaio di metri, arriva deciso fino al termine della staccionata che delimita gli orti, gli occhi puntati sulla piccola radura davanti a sé, si ferma, la sua attenzione è stata catturata da qualcosa che solo lui può vedere, resta fermo per brevi istanti, poi si gira di scatto e inizia a correre nella nostra direzione, forse è una mia impressione ma pare essere stato spaventato da qualcosa che ha visto.

Credo di essermi inoltrata abbastanza, anch’io sono decisa a tornare indietro. Mi volto e in quel momento, sul terrapieno di fronte a me, vedo la figura di un cane della stessa dimensione di Chicco, correre nella nostra stessa direzione. Come ha fatto il piccolo ad arrivare fin là in un istante? Invece Chicco è di fronte a me ma, allo stesso tempo, è sull’altro lato. Per brevi istanti le silhouette dei due cani si muovono contemporaneamente, poi la figura dall’altra parte svanisce nelle tenebre. Questa manifestazione mi induce ad accelerare il passo per tornare indietro, alle mie spalle ho la percezione di qualcosa che si sta avvicinando.

Credo di aver disturbato, con la mia audacia, senza aver chiesto il permesso di andare oltre ad un punto posto come limite. Mi sto avvicinando al termine del sentiero, pochi metri e sarò sul piazzale asfaltato, dove sono parcheggiate le auto, mi accorgo ora di aver accelerato il passo, i cani mi seguono senza scorazzare in giro, forse sono stanchi o forse, anche loro, hanno avvertito qualcosa di diverso dal solito.

Finalmente arrivo in casa. Mi chiudo la porta alle spalle, anche il gatto è dentro che mi sta aspettando.

Sistemo le ultime cose e mi appresto per andare a dormire.

Al sicuro, nella mia camera, percepisco di nuovo inquietudine, forse un’entità è venuta a farmi visita, di nuovo si palesa nella mente l’immagine del cane di tenebra che corre nella notte.

I giorni successivi sento una persona parlare delle fate, le quali popolano quei luoghi e di come alcune specie possano ingannare il viandante. La signora in questione lamentava il fatto che questi esseri sono soliti suonare flauti nel bosco, a partire dalla sera.

https://www.rosacroceoggi.org/testi/relazioni/25_elementali.htm spiriti dei boschi

siamo circondati da creature, delle quali nemmeno sappiamo l’esistenza. Esse vibrano in altre frequenze, pertanto non le possiamo vedere. Ma non perché noi non le vediamo che loro non possano esistere.

Da sempre hanno popolato il mondo delle fiabe che, da piccoli, ci raccontavano. Crescendo, ci siamo allontanati da quel mondo e, volenti o nolenti, non lo abbiamo più riconosciuto. Ma ad un certo punto, esso richiama la sua esistenza, e si mostra di nuovo a noi, che ormai abbiamo occhi pieni di doveri e regole e, velati, non possono ora vedere dalla finestra sui mondi

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , ,

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.