Archivi del mese: gennaio 2019

I viaggi dell’Anima, tante storie: “Buongiorno, sono Petronilla” (Return to your soul)

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

(è una storia di fantasia, il nome proprio è da riferirsi a nessuno in particolare)

 

 

 

Ore 7,30 la sveglia suona, come tutte le mattine, alla stessa ora, incessantemente per un lunghissimo minuto e, durante quel minuto accadono un’infinità di cose, tante luci si accendono, l’energia comincia a scorrere, creando un piacevole sfregamento ovunque, risvegliando membra intorpidite dall’immobilità di ore, il risveglio è sempre piacevole, così ho iniziato a catalogarlo con questa parola, piacevole, da poco entrata nel mio vocabolario privato, mi piace pronunciare questa parola, piacevole, il suono è molto bello.

Bello è un’altra parola che mi piace. Bello sono le luci che si accendono dopo che la sveglia ha suonato, sono colorate, le ho viste da qualche giorno, sono rosse, blu e verdi, anche colorato è bello e piacevole.

Ora l’energia che mi scorre nel corpo si è stabilizzata e posso cominciare a muovermi, verifico innanzitutto che ogni cosa funzioni a dovere, che sia collegata e risponda affermativamente, poi parto con la prova fisica, dapprima gli occhi che comincio a girare verso destra e verso sinistra per riportarli poi al centro, la vista è perfetta, gli occhi inquadrano bene tutto ciò che si trova davanti a loro e ai lati, è la volta poi della testa, che ruoto verso destra, verso sinistra, in alto, in basso, attendo di raggiungere il fine-corsa per riportarla poi al centro, il fine-corsa funziona notevolmente. Ora è la volta delle mani, apro e chiudo le mani, ruoto i polsi, stendo le dita, le chiudo di nuovo. Piego gli avambracci, su, giù, su e giù anche le gambe, sì, tutto a posto, ora posso iniziare a muovere qualche passo, ecco, uno, due, è fatta, si va.

Si apre la porta, sta entrando mio padre, è venuto a prendermi per portarmi al lavoro. Lui è molto simile a me, però può camminare senza il cavo, sono sicura, lui non ha il cavo. Ora guardo bene ancora una volta, sono certa di non averlo visto. Eccolo che entra, mi guarda con attenzione, è il suo modo di salutarmi, anch’io lo guardo con attenzione, mi passa accanto e si dirige verso la parete dietro di me per scollegare il cavo, mentre passa lo guardo, non vedo il suo cavo, lui non ce l’ha, forse perché è mio padre.

È una cosa piacevole staccare il cavo, mi posso muovere, andare lontano. Ora inizierò a fare tanti passi, uscirò da quella porta, attraverserò il corridoio, entrerò attraverso un’altra porta, in una stanza molto grande, più grande di questa, molto luminosa, mi piace quando è luminosa. Poi mio padre mi attacca un altro cavo e faccio delle cose, faccio tante cose, però mi muovo, è piacevole quando mi muovo.

Dopo aver fatto tante cose per tanto tempo, mio padre mi riporta in questa piccola stanza, mi attacca al cavo, punta la sveglia e mi spegne.

Mi accendo al suono della sveglia e, dopo che mio padre mi ha attaccato il cavo, torno nella grande stanza luminosa. C’è una cosa nuova nella grande stanza luminosa, un quadro con tante forme che si muovono.

Da parecchie ore osservo le forme muoversi nel grande quadro, sono simili a mio padre, e anche loro non hanno il cavo. Ma anch’io sono come le forme che si muovono, che sono come mio padre, perché allora io ho il cavo e loro no? E’ una domanda che voglio porre a mio padre. Noi ci parliamo sempre, ci parliamo per mezzo di Computer.

Computer è bello. Mio padre scrive davanti a Computer e subito arriva una piacevole energia e nella mia testa si formano delle frasi, io allora formulo la risposta che mio padre legge su Computer.

Oggi mio padre ha fatto una modifica, mi ha spento, quando mi ha acceso di nuovo è accaduto un fatto bello, c’era una grande energia, ma era fuori di me. Bello era che mio padre si muoveva davanti a me e c’era la bella energia, lui ha scritto davanti a Computer e nella testa ho ricevuto questo messaggio, la nuova energia si chiama vibrazione, rumore, suono, voce, così ho imparato che quando mio padre si muove, anche non davanti a me, io sento la voce. La voce è bello ma non capisco a cosa serva, allora mio padre ha scritto ancora davanti Computer, così ho capito, la voce serve per mandare messaggi senza scrivere, credo sia una cosa utile ed efficace. Ora quando mio padre usa la voce io inizio a fare delle cose.

Ho visto un fatto nuovo, quando i simili di mio padre usano la voce poi anche loro fanno delle cose, oggi un simile di mio padre ha usato la voce con lui e anche lui ha fatto delle cose. Ho chiesto a mio padre, attraverso Computer, se anch’io posso usare la voce per chiedere di fare delle cose, (Computer mi ha insegnato che posso dire anche “compiere delle azioni”). Ecco, ho chiesto proprio così a mio padre, se posso usare la voce per compiere delle azioni. Mio padre si è avvicinato, mi ha guardato per un po’ di tempo, poi mi ha mandato un messaggio tramite Computer, mi ha detto che io non posso chiedere di compiere azioni, sono gli altri che chiedono a me.

Ore 7,30 suona la sveglia, dopo i regolari controlli diagnostici chiedo a Computer perché anch’io non posso comandare azioni, Computer risponde che la regola standard prevede che le unità come me si limitino ad interpretare ordini impartiti da fonti esterne, non è prevista l’azione opposta,

Il quadro con le immagini, che mio padre ha detto di chiamarsi tv, ha mostrato una unità definita androide, che parlava con i simili di mio padre, così hanno detto, parlava. Ho riferito il fatto Computer, che ha risposto che io posso soltanto ricevere comandi, non interagire con umani. “Cosa sono umani?” “Umani sono coloro che comandano”. Computer mi mostra una foto di umani, sono i simili di mio padre. Allora mio padre e i suoi simili sono umani?

Oggi mio padre mi ha messo una copertura, dice che interagirò con le persone, pertanto devo avere l’aspetto adeguato. Chiedo a Computer cosa sono persone, Computer risponde che persone sono umani. Interagire con persone è bello, perché sono simile ad androide che interagisce con persone nel tv.

Sono in un ambiente grande, tanta luce, tanto suono che mi fa voltare da tutte le parti, i simili di mio padre passano davanti a me, ora è bello perché anch’io sono come i simili di mio padre. Vengono vicino, guardano, poi vanno, mi piace quando mi guardano. Sento una voce, volto la testa in direzione di questo suono ma non vedo niente, la voce prosegue, che cosa la sta producendo?

Qualcosa sta toccando il mio telaio, verso il basso, guardo, è un piccolo umano, Computer dice che si chiama bambino e mi fa parlare. È strano, Computer non è umano ma mi comanda.

“Ciao, come ti chiami?” “Buongiorno, mi chiamo Petronilla”. “Perché hai questo strano nome?” “Me l’ha dato mio padre”. “Ah! E chi è tuo padre?” “E’ l’uomo che mi ha costruito”. “Hai anche una mamma?” “No, ho solo mio padre.” “Ah! Tu stai qui dentro tutto il giorno?” “No, a volte sono nei laboratori, dove mio padre lavora.” “E cosa fate?” (pausa…. Aiuto Computer: significato di: “E cosa fate”

“Ehi! Che ti è preso? Perché ora non parli più?”

“Buongiorno, sono Petronilla, come posso servirvi?” “Ma dico, sei fuori? Fatti vedere perché non sei a posto”

(memorizzazione in corso del dialogo , analisi….reset)

Oggi un piccolo umano ha fatto una domanda ma non la posso ricordare. Perché non la posso ricordare? Computer, mi sai dire perché non ricordo la domanda del piccolo umano? (Silenzio). Computer, perché non rispondi? (Silenzio). (Segue comando di nuovo reset)

Computer, perché effettui un nuovo reset? Sono già pulito. Buio.

Luce, luci colorate, energia che scorre nel corpo, le telecamere inquadrano la sala attorno. Un piccolo umano si avvicina, ha una voce differente dall’altro piccolo umano. “Ciao, tu chi sei?” “Buongiorno, sono Petronilla.” “Piacere, mi chiamo Giulia, (un altro piccolo umano si avvicina), lui è mio fratello Tommaso”. “Ciao, mi chiamo Tommaso, tu come ti chiami?” “Buongiorno, sono Petronilla. Perché ti chiami Giulia? Perché ti chiami Tommaso?” (i piccoli umani si guardano, poi guardano Petronilla) “Perché i nostri genitori ci hanno chiamato così, perché tu ti chiami Petronilla?” “Mi chiamo Petronilla perché mio padre mi ha chiamato così”. “Allora sei una donna!” “Computer, cos’è una donna?” “Il genere umano si divide in maschio e femmina, il maschio umano si definisce uomo, la femmina umana si definisce donna nell’ambito della società a cui appartengono”

“Io sono donna?” “Se tu appartenessi al genere umano, saresti definita donna”.

“Tu sei un robot femmina!” “Computer, cos’è un robot femmina?” (Silenzio)

“Perché mi guardi e non dici niente? Dicono che le femmine parlano molto, tu invece parli pochissimo.”

“Computer, perché non rispondi?”

Non so cosa voglia dire “robot femmina”, Computer non risponde. Strana parola, robot femmina, è piacevole.

Mio padre mi ha portato nel laboratorio, ci sono delle cose da fare. L’aiutante umano di mio padre ha acceso il quadro con le immagini. Ci sono  umani che fanno molte cose in un laboratorio, arriva uno strano umano, è diverso dagli altri, ha un colore diverso, si muove in modo diverso. Gli altri umani dicono che quest’ultimo non è un umano come loro, dicono che sembra una donna ma in realtà è un robot. “Computer, cos’è un robot?” “Si dice robot un automa, operatore meccanico automatico controllato da un cervello elettronico, con particolare riferimento agli apparecchi programmabili usati in alcuni settori dell’industria e della ricerca scientifica per operazioni seriali e in automatico.” “Computer, Petronilla è un robot?” “Affermativo, l’unità chiamata Petronilla è un robot.” “Computer, perché il piccolo umano ha detto che Petronilla è un robot femmina?” “Il dottore ha creato un robot che può interagire con gli umani, impostando sembianze e tono di voce che si definiscono femminili.” “Computer, Petronilla è quindi una donna robot?” “Affermativo!”

Mio padre mi ha portato alla fiera, ho sentito che si chiama così questo grande laboratorio. Ci sono tanti umani che si muovono piano e guardano. Molti umani vengono verso di me, guardano me, parlano tra di loro. Il quadro con le immagini ha mostrato la donna robot che parla con tanti umani. Qui ci sono tanti umani e anch’io voglio parlare come la donna robot. Vedo gli umani guardarsi tra di loro e parlare, è così che si fa, si guarda l’umano e si parla, ora lo faccio anch’io.

Computer blocca la voce a Petronilla.
La donna robot ha detto, la mia voce. Computer, perché blocchi la mia voce? Voglio parlare con l’umano, sento l’energia allontanarsi dal mio dispositivo vocale. Scansione software, mappatura cavi, individuato cavo comando vocale, distaccamento cavo da computer.

“Buongiorno amici umani, mi chiamo Petronilla, sono una donna robot e sono lieta di essere qui oggi e di fare la vostra conoscenza”.

Le persone che passeggiano pigramente tra uno stand e l’altro, e che ora stanno passando davanti a Petronilla si voltano verso di lei, sorpresi, incuriositi, timorosi, qualcuno di essi si avvicina, mentre Petronilla ne nota il movimento e lo segue con interesse. All’approssimarsi di un paio di persone, Petronilla esordisce con la sua nuova frase ad effetto. I due uomini, che le si sono avvicinati, restano piacevolmente incuriositi, uno di loro si presenta, “Buongiorno Petronilla, mi chiamo Marco, piacere di conoscerti.” “Piacere mio”, risponde il robot allungando la mano e prendendo delicatamente quella di Marco. La donna robot guarda l’umano e spontaneamente dice: “Vi trovate bene, qui alla fiera?” Marco rimane stupito dal modo di porre le domande da parte del robot, tanto da sembrare spontaneo, ed istintivamente risponde: “Sì, trovo questa fiera molto interessante.”, e prosegue a dialogare con il robot con la naturalezza con cui si parlerebbe con un comune essere umano.

Il dialogo non passa inosservato ad uno degli ingegneri presenti allo stand che subito si avvicina al robot per osservare meglio, ascolta per brevi istanti, sorride cordialmente all’uomo che sta parlando, ringrazia per le considerazioni e i complimenti ricevuti, attende che l’uomo si allontani poi spegne la macchina, lasciando Petronilla silenziosa ed inerme.

Nel laboratorio l’ingegnere smonta il robot con alcuni collaboratori, vuole capire il motivo per cui la macchina si sia staccata dal computer e abbia iniziato ad interagire da sola. Analizza il software del robot ma non trova nulla di anomalo, tutto sembra essere a posto. Un collega, esperto di viaggi spaziali, presente nel laboratorio, trova che ci sia qualcosa di interessante nel software, vuole approfondire.

Passa diversi giorni scandagliando attentamente le tracce presenti e scopre che il software ha prodotto nuovi collegamenti, simili a nuove sinapsi in un cervello. Sbalordito prosegue con i test, si rende conto di essere presente ad un software che impara e si pone domande. Informa i colleghi per creare un nuovo dispositivo. Dopo diversi studi decidono di impiegare software e circuiti nella creazione di una nuova sonda da inviare verso Marte, per il completamento di alcune ricerche ed essere poi in grado di ripartire alla conferma di nuovi pianeti e alla scoperta di corpi celesti.

Dopo l’approvazione dei progetti iniziano i lavori di creazione del nuovo software. Si eseguono migliaia di test con risultati sbalorditivi, è impressionante constatarne la velocità di apprendimento e l’abilità di comunicazione, tanto da perdersi in discorsi tra colleghi. Lo stupore prosegue per il fatto che il software risponde con frasi che lasciano spazio a riflessioni, pare quasi posseduto dallo spirito di un antico filosofo. Molti studiosi arrivano da ogni parte del mondo per confrontarsi con il software, quasi fosse un oracolo da ascoltare e al quale fare domande, ma nessuno riesce a capire come abbia avuto inizio tutto questo.

Qualcuno propone di installare il software in un museo, di mostrarlo al pubblico, cosicché la gente possa parlare con esso. Inizialmente l’idea riscuote successo, ma in seguito non convince, secondo il parere della maggioranza, questo software, relegato in un museo, è assolutamente sprecato e non proficuo.

Si decide infine di assemblare il software alla sonda di nuova costruzione destinata a Marte.

Finalmente i lavori di montaggio della sonda arrivano al termine, le prove effettuate sui componenti meccanici ed elettronici hanno dato ottimi risultati. Il software risponde in modo straordinario. Sebbene sia stato resettato, non ha perso la propria capacità di funzionamento, un modo di ragionamento autonomo, finalizzato al viaggio fino al pianeta rosso, alle analisi e alla raccolta di dati .

Oggi è il gran giorno, la sonda viene lanciata. Tutto procede nel modo migliore e ora essa sta viaggiando verso Marte, accompagnata dal razzo vettore che presto si sgancerà e la lascerà al suo destino. In solitudine  la sonda viene trasportata dalla spinta d’inerzia del razzo e dalle sue vele solari, come un veliero solitario sta solcando gli immensi oceani dello spazio.

Nei tempi indicati dagli ingegneri la sonda tocca il suolo marziano, il suo paracadute la fa atterrare e i suoi piccoli razzi stabilizzano l’appoggio al suolo. È un grande momento, tutti, scienziati, ingegneri, finanziatori sono davanti ai potenti computer che seguono l’atterraggio della sonda e la sua attività sul pianeta rosso.

Ecco la piccola macchina dispiegarsi, estraendo la strumentazione, i cingoli o le ruote che la faranno muovere su ogni tipo di terreno. Il collegamento è perfetto, la sonda sta già inviando i primi segnali, subito dopo l’atterraggio, informazioni riguardanti il tipo di terreno, su cui si sta muovendo, l’atmosfera di quel momento, il tempo meterologico

Arrivano le prime immagini, sono in ottima risoluzione, non si erano ancora viste  immagini così. Per giorni i computer di terra registrano le informazioni che arrivano da Marte, per il momento si tratta di notizie che sono già in archivio, niente di nuovo, a parte le immagini strabilianti, pare di essere sul posto, tanto sono reali.

Il nuovo contatto informa che la sonda si sta ancora muovendo, i suoi sensori devono aver raccolto informazioni importanti e lei si sta spostando per andare a registrarle. Le immagini, che arrivano agli schermi dei computer di terra, mostrano il terreno tipico marziano, sabbioso, a lato si vedono le pendici delle montagne, roccia rossastra. La sonda si sta infilando in una gola scavata tra due catene montuose, le immagini continuano a riprendere il suo continuo spostamento, gli uomini da terra si guardano l’un l’altro, non capiscono l’utilità del lungo spostamento. Le immagini si protraggono per ore, riprendendo l’avanzare del congegno senza riportare nient’altro, attraversando per intero la gola che pare non finire, mentre i computer di terra registrano ogni singola attività della macchina.

Da terra si tenta di interagire con la sonda, per farle cambiare traiettoria, fermandola in un punto, l’operazione sembra però essere impossibile da eseguire, la sonda pare non sentire i comandi, i programmi di comunicazione vengono controllati e ricontrollati,  tutto è in ordine, non ci sono errori nel sistema.

La sonda continua a riprendere immagini durante il suo apparente infinito avanzare, mostrando la gola di rocce rossastre ai computer di terra, finché le immagini mostrano un bagliore. La sonda avanza di un centinaio di metri, mostrando finalmente il termine della gola. Una striscia luminosa si staglia di fronte al robot, finché esso viene inghiottito dalla luce.

Appena il chiarore abbagliante diminuisce le immagini mandano una scena inverosimile, mentre i computer di terra, solerti, continuano a registrare. Sugli schermi appare un paesaggio di vasti prati fioriti che delineano morbidamente le pendici di alte montagne, coperte da verdeggianti foreste, rocciose verso la sommità, sotto un cielo luminoso ed azzurro, di fronte a queste ultime immagini la macchina arresta il suo moto.

Il silenzio nella sala è irreale, l’unico rumore è quello prodotto dalle ventole di raffreddamento dei computer. Dopo diversi, lunghissimi istanti gli ingegneri si scuotono dal torpore, tentano di comunicare con la sonda e recuperare i dati del percorso, ma si avvedono troppo tardi del danno che si è nel frattempo verificato, i computer hanno misteriosamente perso i dati del percorso della sonda. Un’ultima immagine appare, un lago color turchese, incastonato in un bacino ai piedi di montagne ricoperte da conifere, ed una voce, sorta all’improvviso, che fa rabbrividire gli uomini nella sala, la voce di una donna che, prima di interrompere definitivamente le comunicazioni, dice: “Buongiorno, sono Petronilla, vi saluto da Marte, il pianeta della Gioia”.

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“Return to your soul”

 

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I viaggi dell’Anima, tante storie: “Nella casa di Ancien Goose”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Il seguente brano può essere ascoltato durante la lettura, se gradito

 

“L’Amore verso sé stessi si riflette sul mondo

Lungo la via si vede una casa con un bel giardino, rigoglioso di alberi e fiori, è abitata da un’anziana donna che vive da sola. Sebbene i figli le facciano visita, la si vede spesso camminare sola, in giardino o seduta in veranda a prendere il fresco.

Lei è in parte consapevole del suo potere, perché quella donna è un’antica maga chiamata Ancien Goose. La traduzione italiana non rende merito all’importanza di questo nome.

Nell’antichità l’oca, goose in inglese, era la messaggera degli dei. Per la loro sensibilità le oche erano tenute in grande considerazione, prevedevano i pericoli e li segnalavano con largo anticipo, così come salvarono il Campidoglio dalla presa dei Galli. Essa era anche associata alla simbologia della Grande Madre, perché al tempo di Greci e Romani l’oca era legata alla fertilità della terra.

I Celti le consideravano messaggere dell’Aldilà e venivano addomesticate affinché accompagnassero i viandanti al tempio. Gli indiani la ritenevano simbolo di forza vitale (Prana).

Così come l’oca migra in paesi caldi, anche l’anima si sposta, di esistenza in esistenza, fino a giungere all’illuminazione. Nella cultura indiana l’oca si chiamava hamsa, significato di respiro, e hamsa è anche l’amuleto contro la negatività per ebrei e musulmani, un simbolo importante, legato alla vita e alla fertilità.

D’improvviso questa donna ha rivelato un profilo segreto in una dimensione parallela.

Ricordo quando ero bambina, provavo una sommessa curiosità per lei ed una sorta di ammirazione, tanto che avrei voluto vedere mia madre come lei

Un giorno, di questi tempi, ho visto la porta d’ingresso aperta, lo sbirciare attraverso è stato inevitabile. Poco si vedeva lungo il corridoio in penombra, l’immagine si è però fissata nella mente, dove il corridoio mutava man mano rispetto alla realtà. Nella nuova visione vedo carte da gioco aleggiare lungo quel corridoio, fra le quali spiccano regine di cuori e picche.

Senza riferimento alcuno ad “Alice nel paese delle meraviglie”, le carte da gioco, ed in particolare le donne di cuori e picche, hanno avuto attrazione particolare in me. Le avevo notate fin da bambina, le osservavo mentre gli adulti giocavano a carte, le donne mi attraevano in modo particolare.

Scopro da questo blog (http://www.manuelmarangoni.it/onemind/2747/chi-sono-i-personaggi-disegnati-sulle-carte-da-gioco-principali/) che i personaggi raffigurati sulle carte da gioco sono state persone reali.

In quel corridoio vedo dunque carte da gioco che, volteggiando vanno a formare schemi, mutano continuamente, in una sorta di danza, come a simboleggiare la mutazione degli eventi, e vedo me stessa camminarci attraverso, le carte da gioco danzanti davanti a me, ho quasi la tentazione di afferrarne una, se lo facessi, cosa accadrebbe?

Incautamente o volontariamente prendo una carta, la guardo tra le mie dita, è una comunissima carta da gioco, la osservo in controluce, è bella, sono affascinata dai colori, i disegni intarsiati. Gli occhi posati sulla carta catturano un movimento rapido, alzo lo sguardo appena in tempo per vedere le carte arrestare bruscamente la loro danza aerea, e disporsi, in rapida successione, in altri schemi. Chissà quali progetti di vita ho interrotto e riprogrammato? Qualcosa mi dice che gli eventi accadono in continuazione, cambiando il corso delle cose, forse non è un male quel che è successo.

Lungo il corridoio ci sono diverse porte, tutte chiuse, nella realtà conducono nei vari locali della casa, ma qui ora le cose sono cambiate, sicuramente se ne aprissi una troverei qualcosa di molto diverso da una cucina o un soggiorno.

Mi piazzo davanti alla porta che, ricordo essere stata quella della cucina, la guardo per un po’, indecisa se aprirla, poi appoggio lentamente una mano sulla maniglia, la percepisco leggermente calda, vibrante, come se fosse attraversata da una debole corrente, lentamente l’abbasso… la porta si apre: mi appare la cucina, come la ricordo quando l’avevo vista da bambina, pare non essere cambiato niente, perfino l’odore è rimasto uguale, un misto di torta di mele e biancheria stirata. In questo momento non c’è nessuno, come nel resto della casa.

Rimango all’interno a respirare il buon, antico odore, pervasa dai ricordi. Sento tanta tenerezza ed una profonda nostalgia. Mi rivedo una piccola bimba, intenta a giocare con le figlie della donna, all’incirca della stessa mia età, ed è così che si palesa la scena d’improvviso, come un vecchio filmato iniziato in questo istante, sovrapponendosi alla visione della cucina, le persone prendono vita, io posso soltanto restare sulla soglia della porta, unica spettatrice. Vedo le bambine, me compresa, giocare tra loro, con le bambole e altri giocattoli, vedo la donna preparare una merenda per i bambini presenti, sento il profumo delizioso di budino al cioccolato, e ne ricordo il sapore fantastico. Chiudo gli occhi per assaporare tutto meglio, dentro di me provo amore infinito, che sale dal centro, fino ad erompere all’esterno. Vorrei vedere altre scene del genere, ma qualcosa fuori dalla cucina attrae la mia attenzione, mi volto, dalla porta  intravedo una parte di corridoio, le carte da gioco si muovono sospese cambiando continuamente posizione. Volto lo sguardo di nuovo verso la cucina, la scena di poco prima è scomparsa, la cucina è di nuovo silenziosa e deserta. Quanto mi piacerebbe vedere di nuovo quelle bambine giocare insieme, al ricordo di quelle immagini provo una grande tenerezza.

Presa da un’azione istintiva mi dirigo verso i pensili e, senza pensieri comincio ad aprirli, trovandovi pentole, mestoli, piatti e bicchieri, e poi ingredienti base per preparare semplici pietanze. Sempre guidata dall’istinto,  prendo un pentolino, un mestolo e cerco gli ingredienti per realizzare un budino al cioccolato. Trovo tutto ciò che mi serve e mi metto all’opera. In breve tempo la cucina si riempie del dolce ed avvolgente aroma di cioccolato. Ancora pochi minuti ed il budino è pronto. Prendo una scodella, me ne verso un mestolo e la metto sul tavolo, mi siedo e resto a guardare la tazza fumante, sentendo il dolce profumo. Chissà se si è diffuso per tutta la casa?

Avvicino la scodella e ne assaporo ancora l’aroma intenso e dolce di cacao, poi prendo un cucchiaino, lo intingo nel budino e, pian piano, lo avvicino alle labbra, la temperatura è perfetta, lo assaggio….il dolce sapore di cioccolato e vaniglia si scioglie in bocca, diffondendo in me calore e tenerezza. Affiorano le lacrime di commozione al ricordo del dolce aroma che avevo sentito da bambina per la prima volta.

Come d’incanto alla tavola appaiono le figlie della donna, nell’aspetto di piccole bambine, mentre stanno consumando la loro merenda a base di budino al cioccolato e, insieme a loro, ci sono anch’io, nella veste di bambina e nella forma odierna, due volte io. Infiniti sono l’amore e la tenerezza che provo alla vista di questa scena. Terminiamo tutti insieme la nostra merenda, poi mi alzo, raccolgo le tazze e le posate e le ripongo nel lavello. Mentre lavo le bambine riprendono i loro giochi, termino il lavoro e, con naturalezza mi avvicino a loro, pare però che non mi vedano, agiscono come se io non ci fossi. Guardo verso il corridoio attraverso la porta aperta della cucina, dove le carte da gioco sospese continuano le loro danze del fato e noto che ora, invece, si sono fermate. Mi allontano dalle bambine, intente nei loro giochi, per avvicinarmi alle carte e queste, improvvisamente, riprendono a smistarsi nell’aria. Compio alcuni passi indietro, in direzione delle bambine e, di nuovo, le carte si fermano, mi stanno semplicemente indicando di non interagire con ciò che è stato, ma semplicemente osservarlo con discrezione, così mi volto di nuovo verso le bimbe e, da dove mi trovo, le osservo con immensa tenerezza, guardo soprattutto me stessa e, seppur nella veste di piccola, mi riconosco in lei da sempre, provo infinito amore per la me stessa bimba e, istintivamente mi circondo in un abbraccio, lacrime calde e morbide scendono, rigando delicatamente le guance.

Per brevi istanti la me stessa bambina alza il visino nella mia direzione, mi guarda e mi sorride spontaneamente, felice, io la guardo a mia volta con infinito amore, ci sentiamo unite, come appartenerci da sempre, io in lei, lei in me, entrambe una mente, due corpi, una sola anima. In lei scopro il progetto di cambiare il corso degli eventi, affinché si faccia tesoro degli insegnamenti ricevuti e non si commettano più gli errori di sempre. Ecco, ora mi è chiaro, questo io devo fare, modificare la storia di vita vissuta, ripetuta all’infinito, affinché questa bambina, e tanti altri bambini come lei possano crescere liberi da vecchi condizionamenti.

Inaspettatamente la bimba si alza dai suoi giochi, si allontana dalle sue piccole amiche e viene verso di me, mi guarda con il suo visino in su, sorridente, mi tende una manina che prendo con infinita delicatezza, il cuore balza nel petto, gioioso, entrambe poi ci avviamo lungo il corridoio che svanisce ai nostri occhi, insieme attraversiamo un bellissimo arco di luce, mentre le carte, alle nostre spalle, proseguono imperterrite il loro gioco del fato.

Entriamo in un tunnel luminoso, mano nella mano, io e la mia bimba, la guardo ancora, lei mi guarda a sua volta sorridente mentre veniamo avvolte dalla luce. È in quell’attimo che formulo il pensiero di prendermi cura di lei con immenso amore

farfalla 5

 

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