Archivi del mese: novembre 2016

…luoghi, cultura, tradizioni: “Chiavenna, Caffè del Crotto”

 

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un dolce suono di fisarmonica può accompagnare la visione delle immagini e la lettura del testo, se si desidera, avviando il filmato sottostante.

 

Verso la fine di Gennaio 2015 a Chiavenna apre una piccola bottega dal sapore squisitamente antico. Il Caffè del Crotto, così si chiama, da cui fuoriesce un intenso ed originale aroma di caffè.

L’ingegner Rodolfo Lattuca, siciliano d’origine ma residente a Milano, dove è direttore del Laboratorio di Ricerca Scientifica Nicola Tesla, ha ripercorso antiche ere tecnologiche in questo futuro mediale e veloce, risvegliando la città di Chiavenna con un nuovo aroma, quello del caffè a lenta lavorazione, tostato in caldaia a legna di rovere.

Questa macchina per tostare il caffè, di sua realizzazione,  consente di cuocere il caffè verde per 25/30 minuti, a seconda della miscela e della qualità, e di raffreddarlo lentamente, al fine di lasciarne intatti gli aromi.

Entrando nella piccola bottega del caffè dell’Ingegner Rodolfo si percepiscono aromi e profumi anche inconsueti, lontani dagli odori che ci accompagnano quotidianamente ma che si discostano enormemente da ciò che è invece più genuino e naturale, si cominciano ad osservare oggetti e dettagli d’arredo poco comuni ma confortevoli alla vista, perché rimandano alla pacatezza di altri tempi, così come il suono della legna che scoppietta allegramente nella caldaia. Una risposta “slow food” al mondo della modernità e della grande distribuzione, dove luci, odori, suoni lasciano poco spazio ai pensieri delicati di chi invece è di animo più pacato e discreto.

Nella bottega dell’Ingegner Rodolfo si mescolano gli aromi che compongono il caffè tostato e che ricordano il profumo del cioccolato fondente, mescolato all’aroma di legna. Lui ha seguito con interesse la coltivazione del caffè, del quale mostra con orgoglio i chicchi verdi, non ancora tostati. Il desiderio era anche quello di riportare in vita la storia del caffè nella città di Chiavenna, all’epoca in cui molti tostavano piccole quantità di caffè nella propria casa, di contrabbando, utilizzando un arnese ora appeso alla parete della bottega. Le miscele di caffè create dall’ingegnere sono state da lui chiamate con i nomi delle antiche miscele della cultura di Chiavenna. Spiega inoltre la differenza tra la miscela Arabica, più delicata, cremosa, apprezzata in massima parte al nord, e la miscela Robusta, dal gusto forte che riempie la bocca rendendola pastosa, amata soprattutto al sud. Questo è il motivo per cui a Napoli si usa bere il bicchierino d’acqua prima e dopo il caffè, per pulire e resettare la bocca dal gusto forte della bevanda.

Eventi in programmazione con la provincia di Sondrio, il Comune di Chiavenna, la regione, vertono a dare spessore ad una passione che diventa lavoro, cultura e creatività imprenditoriale.

https://www.facebook.com/profile.php?id=100011448306861&ref=ts&fref=ts   (Ingegner Lattuca, pagina Facebook)

 

Annunci
Categorie: luoghi | Tag: , , , , , , , , ,

…luoghi, cultura, tradizioni: “Paratico, Mercato in Festa”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Paratico, cittadina bella e turistica nella zona della Franciacorta, in provincia di Brescia. La sua storia è raccontata a partire dal castello Lantieri, le cui rovine dominano la collina, dove nel 1311, si dice avrebbe soggiornato Dante Alighieri, e dalle testimonianze di chiese ed architetture medievali.

http://www.comune.paratico.bs.it/index.php?option=com_content&view=article&id=87&Itemid=54

La posizione sul lago costituisce un incentivo di sviluppo turistico, che l’ente del turismo ha saputo valorizzare. Passeggiando lungo il parco denominato Parco delle Chiatte, suggestivo e panoramico, durante la II e IV domenica del mese si può visitare il mercatino dell’artigianato.

Molti i luoghi di ristoro lungo il lago, eleganti ma anche confortevoli, tra i quali spicca Belle Ville, bar e ristorante artistico ricavato da una vecchia fabbrica

https://www.facebook.com/BellevilleParatico/

https://youtu.be/z_FyI-PdI8Y

Sakee Sed, uno dei gruppi musicali da ascoltare presso Belleville

 

Categorie: luoghi | Tag: , , , , ,

I viaggi dell’Anima…tante storie: “Il Lupo”

Testo di ©Cinzia Valtorta

Ogni riferimento a nomi, cose è puramente casuale e finalizzato al racconto

Il fine settimana, la sera, a volte gli amici vanno in un posto chiamato “La tana del lupo”, dove passano un po’ di tempo insieme, cenando e intrattenendosi lietamente.  È una costruzione antica, di sasso che sorge sul limitare di un bosco. La strada da percorrere per raggiungere il luogo è buia, solitaria, a tratti cupa ma conserva un fascino così particolare per il quale se ne è attratti e percorsa una volta, si ha il desiderio di transitarvi di nuovo.

Poi si arriva al rifugio, da lontano lo si percepisce come un punto luminoso nel buio, un sollievo dopo un percorso immerso nelle tenebre.

Parcheggiamo le auto nella piccola radura all’ingresso del bosco. L’erba lì è calpestata dalle auto che parcheggiano e cresce a ciuffi qua e là. Scendiamo dall’auto calda e veniamo subito investiti dall’aria fresca e umida, odorosa di foglie e resina.

Il chiarore proveniente dalla casa ci indica  il breve tratto da percorrere. Mi guardo attorno mentre cammino. Gli alberi ci fanno da corona, folti e a tratti indistinti, il cielo, sopra di noi, punteggiato di stelle.

La luce gialla, che fuoriesce dalle finestre. é una luce che promette calore e accoglienza, le finestre dei piani superiori hanno invece le persiane chiuse, le osservo ma distolgo subito lo sguardo perché vengo colta da un brivido, qualcosa che non conosco, invisibile e presente, non riesco a sentirne la natura ma so che mi spaventa. Però anche le finestre illuminate, osservandole di nuovo, lasciano trapelare qualcosa che prima non avevo percepito, o non avevo voluto percepire. Nonostante il calore e l’accoglienza sentite poco prima, fuoriesce qualcosa di sinistro, come guardare una bella porta di legno, robusta e massiccia ma con un cigolio da brivido.

Siamo ormai arrivati all’ingresso e mi domando se veramente voglio oltrepassare quella soglia, nonostante il brusio allegro di persone, proveniente dall’interno, ci inviti ad entrare.

La porta si è aperta. Gli amici a fianco e dietro di me avanzano per oltrepassarla. Non posso fare a meno di non entrare. Il profumo di legna che arde nel camino, di birra e cibi invitanti sciolgono il timore provato un momento prima. Le voci di persone allegre mi inducono a chiedermi il motivo di tutto quel timore.

Sul pavimento di assi di legno i nostri passi producono un tonfo ovattato, è piacevole camminarci. La sala è spaziosa e ben illuminata. I tavoli sono ben distribuiti e, nonostante il posto non sia molto grande ha spazio a sufficienza a contenere un buon numero di persone.

Voci allegre e musica si fondono assieme, il timore provato poco fa sembra ora solo un ricordo.  Alcune ragazze si muovono nella sala, agili e veloci servono ai tavoli. Sono giovani, dall’aspetto forse poco più che adolescenti, indossano jeans, magliette comode con ampi scolli, quasi a scoprire le spalle, scarpe da ginnastica, i corpi snelli, attraenti di viso. Una di loro ci nota, viene verso di noi, sta portando un vassoio con dei bicchieri da lavare. Ci saluta e con fare dinamico e spigliato chiede in quanti siamo e se vogliamo sederci. Ha i capelli corti, scuri con un ciuffo scalato che scende lungo un lato del viso. Gli occhi sono di un verde che ricorda il colore del sottobosco, è molto bella. Per un istante i nostri sguardi si incontrano, due occhi penetranti mi fissano, provo un brivido di paura. Non so nemmeno io bene di che cosa, non ho mai visto prima quella ragazza. È qualcosa di sconosciuto che mi inquieta. Mi chiedo se anche gli altri hanno provato una simile emozione, la cerco nell’espressione dei loro visi ma non riesco a scorgerla. Noto però un aspetto preoccupato in una delle donne che è con noi, ma ora non ricordo di averla vista così anche prima, quando ci siamo incontrati per venire qui. Forse prima non avevo notato niente di particolare.

La ragazza ci conduce ad uno dei tavoli rimasti liberi, prendiamo posto, nonostante il calore nell’ambiente, serpeggia in me ancora un po’ di disagio.

Uno dei nostri amici, un giovane uomo dall’aspetto semplice e mite e dal carattere dolce e comprensivo pare conoscere bene la ragazza che ci ha accompagnato al tavolo, perché lei gli sorride in modo amichevole e sembra lieta di vederlo.

Anche l’altro nostro amico, un uomo che ha già superato la cinquantina, dal carattere forte, sicuro di sé, e che conduce una vita avventurosa ed in continuo fermento fa un’ottima impressione sulla ragazza. Ora una delle colleghe si avvicina al nostro tavolo, rivolge un saluto e una battuta scherzosa all’uomo che le sorride, felice di rivederla, chiedendole informazioni su una cosa accaduta tempo fa che ha suscitato l’ilarità di entrambe al ricordo.

Le ragazze ci lasciano le liste per le ordinazioni che cominciamo a sfogliare. Il menù è vario e simile ad altri locali. La maggior parte ordina hamburger e patatine. Io non mangio carne, molto raramente formaggio. Noto con piacere che si possono ordinare anche insalate, così non mi faccio mancare una porzione di patate fritte e un bicchiere di birra scura. Le ordinazioni vengono servite e mangiamo allegramente. La tensione si scioglie anche per merito del cibo e della birra. Trascorriamo serenamente la serata. Finito di cenare ci alziamo e ci avviamo alla cassa per pagare il conto. La donna, che prima aveva parlato con il nostro amico più anziano, ci riceve alla cassa. Ognuno di noi paga la propria consumazione. Quando arriva il mio turno incontro lo sguardo della donna, non mi fa rabbrividire come l’altra collega, anzi dal suo sguardo pare proprio che le sia del tutto indifferente. Ne sono sollevata.

Usciamo dal rifugio che è sera tardi. L’aria è quasi gelida, il cielo ancora  punteggiato di stelle. Mi volto a guardare il rifugio dall’esterno. Di nuovo la sensazione sgradevole di prima torna a farsi sentire. Lo sguardo va alle finestre chiuse del piano superiore, i brividi che provo non sono soltanto per il freddo. Stavolta sento qualcosa dentro di me muoversi all’altezza dello stomaco. Oltre ai brividi di paura mi sembra di percepire qualcosa di ancora più profondo, nella mente mi arriva l’immagine di un pesce che si tuffa nelle acque nere di un mare notturno senza luna. Ma nonostante l’oscurità il pesce conosce quelle acque e sa come muoversi. Allora una nuova sensazione emerge dal profondo, quella di conoscere qualcosa di immenso e antico, aldilà della natura umana che è sempre stato lì, guardiano dei segreti che si perdono nella notte dei tempi. Mentre questo pensiero sorge mi accorgo di non provare più timore, ho perfino smesso di rabbrividire, una strana forza si irradia dal centro del mio corpo e sento che in quel momento potrei fare qualunque cosa. Sono sicura che qualcuno o qualcosa sta osservando dal rifugio in quel momento. Un’altra immagine si fa spazio nella mia mente, vedo una grande foresta verdeggiante e selvaggia, tra gli alberi intravedo la sagoma di un lupo che corre veloce e sicuro. Stranamente trovo l’immagine familiare e una sensazione di appartenenza a quello splendido animale si fa strada dentro di me.

Saliamo in auto. Gli amici parlano, ridono e scherzano. Non fanno caso a me che siedo silenziosa e assorta, nell’intimità del mio silenzio pieno di immagini provo allora un sentimento di gratitudine verso quella parte di me stessa che si è manifestata, risvegliando in me una forza antica e selvaggia che ora riconosco essere parte di quella natura femminile a contatto con gli elementi.

Le auto si muovono per uscire dal parcheggio. Sono seduta accanto al finestrino e guardo fuori in direzione del bosco immerso nell’oscurità. Qualcosa cattura il mio sguardo, nonostante il buio intravedo una silhouette fra gli alberi, pare acquattata ma appena si muove capisco che cammina a quattro zampe come un grosso cane. Succede tutto alla velocità del lampo, la strana figura guarda in direzione dell’auto, due occhi fosforescenti si fissano nei miei e la strana creatura china leggermente la testa, come in un’affermazione e io, ancor prima di rendermene conto, ripeto il gesto d’intesa, una parte di me ha recepito il messaggio dell’essere e ha dato la sua approvazione. L’auto parte lentamente, per via del terreno un po’ sconnesso. Io per un attimo distolgo lo sguardo. Poco prima di partire guardo nuovamente nella stessa direzione, ma la creatura è sparita.

Durante il viaggio di ritorno rimango in silenzio. Gli amici sembrano non accorgersi, impegnati nei loro allegri schiamazzi e io ne sono grata. Una volta a casa ripenso a quanto è accaduto, ripercorrendo le azioni nella mente, cercando di cogliere più dettagli possibili. Voglio capire perché quelle persiane chiuse abbiano attirato la mia attenzione.

Mi ritrovo a ripercorrere la strada che conduce alla Tana del Lupo, sono a piedi e sono sola. È buio, il bosco è oscuro e tenebroso e io sono molto inquieta. Continuo ad avanzare lungo il sentiero ghiaioso, ai lati gli alberi formano un tunnel con  le loro chiome e rendono il percorso ancora più oscuro. Un guizzo tra gli alberi e il rumore di frusciare di cespugli portano la mia attenzione verso il bosco ai lati della strada. Ma non c’è nulla, solo oscurità e fitto fogliame. Quando torno a guardare davanti a me però, in fondo al sentiero, noto una sagoma muoversi. Nonostante il buio vedo che cammina a quattro zampe. Il paragone con la creatura intravista dal parcheggio è immediato, come inconfondibili sono gli occhi fosforescenti. La creatura avanza decisa verso di me. Più si avvicina e più riconosco essere un grosso lupo. Io sono ancora bloccata, il respiro fermo in gola. Ora il lupo ha preso velocità, mi ha quasi raggiunta, faccio in tempo a percepire l’enorme mole dell’animale quando questo,  con un balzo mi investe ma non mi butta a terra, entra in me passandomi attraverso, smaterializzando le sue molecole e fondendole con le mie. Il fatto è così eclatante che mi sveglio di soprassalto, compiendo quasi un balzo nel letto.

Mi alzo ancora frastornata per il sogno, vorrei capirci qualcosa, ma più ci penso e meno ci capisco. La giornata procede in modo normale, ma spesso il mio pensiero va al sogno incredibile che ho fatto. Una voce nella testa, alla quale vorrei non dare ascolto, mi dice che quello non è stato un sogno.

I giorni vanno avanti in modo regolare, quasi in modo banale, come sempre e per questo fatico a credere all’esperienza vissuta. Sono inquieta al ricordo di quel sogno, ma ora una parte di me vorrebbe essere in quell’altra realtà.

La sera nel mio letto ripenso ancora al sogno incredibile, cerco di figurarmi di nuovo in quel bosco, di percorrere il sentiero, fino ad incontrare il lupo.

Sto camminando lungo il sentiero, nel bosco immerso nell’oscurità. Non capisco però se sono in un sogno o se è la realtà. Ecco davanti a me la sagoma del lupo, è apparsa all’improvviso, come materializzatasi dal nulla. Ora corre verso di me, spicca il balzo e si unisce a me. Nel bosco è calato un silenzio irreale e solenne.

Il lupo sta percorrendo il sentiero. Io non ci sono più, perché quel lupo sono io, cammino a quattro zampe e scruto l’oscurità con occhi nuovi, vedo tutto, i contorni sono nitidi, nonostante il buio vedo come se fosse giorno.

Percorro il sentiero che riconosco essere quello che conduce alla Tana del lupo. Poco dopo dalla strada, attraverso il fogliame, riconosco la casa. Le finestre sono illuminate, come un faro nella notte. Lo sono anche le finestre del piano superiore.

Mi avvicino alla porta d’entrata nelle mie nuove sembianze di lupo. Per un momento ho la tentazione di aprire la porta usando le mani ma subito mi accorgo di non poterlo fare. Ancora prima di pensare a come aprire la porta questa si apre da sola.

Davanti ai miei occhi di lupo mi si mostra la sala con i tavoli non apparecchiati, non ci sono clienti ora sebbene l’interno sia illuminato. Dopo un istante di esitazione varco la soglia ed entro. Sento delle voci provenire dalla cucina dalla quale, in quel momento, sta uscendo qualcuno. È la ragazza giovane e bella che l’altra volta serviva ai tavoli. Io mi fermo a guardarla, aspettandomi reazioni di paura o odio. Lei si accorge della mia presenza, si ferma a guardarmi a sua volta e il suo viso si illumina in un ampio sorriso. Si china leggermente nella mia direzione e, guardandomi negli occhi mi dice: “Bentornata”. Allunga una mano e mi accarezza la testa. Il suo tocco mi procura un brivido, una sorta di corrente che percorre l’intero mio corpo.

Dopo qualche istante, dalla cucina, esce anche la donna più anziana che l’altra volta era alla cassa, mi vede, si avvicina e anche lei sorride.. Mi dice di seguirla al piano superiore, c’è qualcuno che mi farà piacere rivedere. Io la seguo, la testa vuota di pensieri.

Entriamo in una sala grande quanto il piano inferiore, grande quanto la sala e la cucina assieme,  priva però di suppellettili, il pavimento fatto di assi di legno. Sono presenti alcune persone di cui non ho memoria, ma con grande sorpresa vedo che tra di loro c’è l’amico quello più anziano e avventuroso.

Solo ora mi rendo conto che ho nutrito un fascino particolare per lui, qualcosa di così recondito da non rendermene quasi conto, ma ora che lui è davanti a me, il mio cuore compie un tuffo. Lui mi vede, si avvicina, anche le altre persone si avvicinano a noi, fanno quasi cerchio attorno a noi.

Provo un brivido che mi percorre fino alla punta della coda mentre lo guardo negli occhi, lui mi guarda a sua volta. E guardandolo negli occhi, quasi senza accorgermene, riprendo le mie sembianze umane. Ora sono davanti a lui, molto vicino a lui, sento il suo respiro, il mio cuore in tumulto, lo fisso negli occhi, quasi senza sbattere le palpebre, lui fa lo stesso, mi perdo nel colore azzurro dei suoi occhi, d’improvviso è come se fossi entrata nella sua testa nonostante sia ancora davanti a lui, in piedi, due corpi, una sola mente, un solo sguardo.

Il nostro sguardo va a ritroso nel tempo, ad una velocità inimmaginabile, vortici di luce e stelle ci passando accanto, come se stessimo percorrendo un tunnel. D’improvviso lo sguardo si ferma in un luogo, all’inizio scuro, ma ora si vede qualche luce fioca, quella di torce che illuminano morbidamente la stanza, l’aspetto ricorda quello di un antico tempio, con arcate, tappeti, un braciere, un’ara, noi ora ci troviamo al centro del tempio, il nostro aspetto è diverso ma ci riconosciamo comunque, siamo nudi e ci accingiamo a compiere un atto di sacra sessualità in onore degli dei.

 

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , ,

I viaggi dell’Anima…tante storie: “Lo scrigno dei ricordi”

Desidero dedicare questo racconto a tutti coloro che soffrono di quella tremenda malattia che è l’Alzheimer, come è successo a mio padre, affinché non si dimentichi chi sono stati e tutte le persone che hanno amato.

dsc01649

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Tom ha compiuto da poco i 10 anni, è cresciuto molto da quando ne aveva 7, sia nel corpo che nel carattere, che ha mantenuto vivace e curioso. Ogni piccola esperienza è simile ad una grande avventura, e a Tom piace riportare nel suo diario tutto ciò che gli accade. Quel diario, che ricorda uno dei libri antichi di pelle e borchie gliel’ha regalato il nonno quando aveva compiuto 9 anni. Proprio quel giorno l’orologio a pendolo, che si trova nel soggiorno, si era rotto, (vedi https://iviaggidicinzia.wordpress.com/2016/08/31/i-viaggi-dellanima-tante-storie-lorologio-a-pendolo/). Il papà voleva sostituirlo con uno nuovo, moderno, ma Tom aveva insistito a farlo riparare, non sapeva spiegare bene perché, ma quell’orologio gli piaceva proprio un sacco e voleva che tornasse a funzionare. Ci aveva pensato il nonno, che conosceva un amico di lunga data in grado ancora di fare quei lavori antichi che fanno rivivere le cose, così l’orologio aveva potuto tornare a segnare le ore nel soggiorno di Tom. L’evento era stato così importante per lui da essere annotato nel diario.

Quel diario è bello perché all’interno ha gli anelli di metallo, così Tom può aggiungere tutti i fogli che vuole ed utilizzarlo all’infinito. Quasi ogni giorno scrive cose che gli sono capitate, aggiungendo spesso disegni, incollando foto, biglietti, questo arricchisce ancora di più le sue giornate, rende vividi i ricordi, come quel giorno in cui, a casa di Chicco, ha assaggiato una barretta di doppio cioccolato, metà bianco, metà al latte con dentro tanti chicchi di cereali soffiati, non aveva ancora mangiato niente di più buono prima d’ora, così la carta della barretta è finita incollata nel diario, con un bello sbaffo di cacao accanto che Tom annusa spesso, perché pare ancora di sentirne il profumo.

Ogni tanto Tom va a rileggere qualche esperienza passata, è divertente, sembra di riviverla tanto le immagini, le voci, i suoni sono vivi nella memoria, a volte la mamma lo sente ridere da solo, come quella volta che il nonno stava dipingendo, un giorno d’estate, fuori sul terrazzo ed era tormentato dalle zanzare che gli avevano punto la zucca pelata, e lui se l’era dipinta di vari colori nel tentativo di grattarsi con le dita sporche di pittura. Tom era scoppiato a ridere come un matto nel vedere il nonno con la testa colorata come la sua tavolozza. E che dire poi della faccia del papà quando aveva visto il nonno conciato a quel modo!, non mancava mai di rammentarglielo.

Rileggendo il racconto di quella giornata il ricordo lo aveva fatto ridere di nuovo, aveva voglia di condividere la sua allegria con il nonno, ma lui era strano ultimamente, si sedeva spesso fuori in giardino, sulla panca e passava lì gran parte del tempo, pareva essersi dimenticato perfino del suo orto, che teneva di solito ben curato, e che ora era incolto e secco, era molto triste da vedere, ogni volta che Tom passava accanto all’orto non riusciva a non rattristarsi. Inoltre il nonno aveva anche smesso di dipingere, questa cosa preoccupava Tom, tanto che aveva chiesto alla mamma se il nonno avesse qualche specie di malattia. La mamma gli aveva semplicemente risposto che il nonno era soltanto vecchio e pertanto si sentiva stanco, ma a Tom quella cosa non piaceva, lui voleva riavere il nonno arzillo e fischiettante come se lo ricordava da sempre, come quando la nonna brontolava, dicendo: “Non sta mai fermo!”

Tom sale in soffitta, il cavalletto del nonno è lì, coperto dal lenzuolo impolverato, Tom ne solleva un lembo e guarda un piccolo insieme di colori ormai secchi e gli viene un groppo in gola. Corre giù di corsa in giardino, il nonno è lì seduto ancora sulla panca, lo sguardo fisso davanti a sé. Tom gli si siede accanto, accostandosi a lui pian piano, fino a sentirne il contatto, come quando era piccolo. Il nonno si volta verso di lui, lo guarda ma non dice nulla, rimane fermo come se guardasse il vuoto. Tom si alza, gli si mette di fronte, mentre il nonno segue i suoi movimenti fissandolo, ed esclama: “Nonno!”. Il nonno apre leggermente la bocca ma non parla,e guarda Tom come se si trovasse di fronte ad un estraneo.

Tom corre, corre in camera sua, ha le lacrime agli occhi, cosa sta succedendo al nonno? Perché si comporta così? Diversi giorni dopo Tom, tornando da scuola, non vede il nonno in casa. C’è il dottore, un amico del papà, che sta parlando con la mamma, sono così impegnati nel loro discorso da non notare Tom che si apposta dietro l’angolo ad ascoltare. Non è sicuro se stanno parlando del nonno, il dottore sta usando un linguaggio così difficile, come fa la mamma a capirlo? Finalmente il dottore se ne va e Tom corre dalla mamma. “Sai, hanno ricoverato il nonno, questa mattina è stato poco bene, ha inciampato ed è caduto”. “Mamma, perché il nonno non dipinge più? Perché passa tanto tempo seduto sulla panca, fuori in giardino, senza fare nulla?” “Te l’ho detto, tesoro, il nonno è diventato vecchio, è normale che si comporti così, capita a tutti, prima o poi.” Tom non replica, si volta e corre fuori in giardino. È molto arrabbiato e triste, prende un pezzo di legno e mena fendenti in aria, gridando: “Non è giusto! Non voglio che il nonno diventi vecchio!”

Quella sera a cena il papà e la mamma sono piuttosto silenziosi, mentre Tom sta pasticciando con il cibo. La mamma lo riprende, e il papà attacca con la critica del cibo sprecato, ma Tom li interrompe chiedendo del nonno. Entrambi sembra vogliano nascondergli qualcosa, Tom insiste, allora il papà gli risponde che il nonno ha una malattia con un nome un po’ difficile che lo rende così, apatico, senza voglia di fare nulla e gli fa dimenticare le cose, ma questo succede proprio perché il nonno invecchia e, così come tante persone ed oggetti, va incontro ad un naturale decadimento fisico. “Cosa significa decadimento fisico, papà?” “Significa che il corpo invecchia, le nostre cellule invecchiano, anche il cervello invecchia, si perde la memoria, i riflessi diventano deboli e pasticciati, si fa fatica a parlare e ad esprimersi. Purtroppo è il giro della vita, si nasce, si cresce, si invecchia e si muore. Tutti gli esseri viventi seguono lo stesso destino.”

Quella notte Tom ha un sonno un po’ agitato, e fa un sogno molto particolare. Si trova in una grande sala, sembra di essere in uno di quei palazzi dove vivevano un tempo re e regine, come Tom aveva visto durante una gita scolastica. Si sente piccolo e sperduto in quel posto, è pieno di porte, ma non sa bene da che parte dirigersi. Poi una di quelle porte si apre e ne esce il nonno, Tom gli corre incontro gioioso e lo abbraccia, anche il nonno lo abbraccia e gli dice: “Quanto sei cresciuto, giovanotto, fatti vedere!”, poi senza aggiungere altro lo prende per mano e lo conduce proprio verso una di quelle porte, la apre ed entrano dall’altra parte.

Tom si trova in un’altra sala, più piccola di quella che hanno appena lasciato, dove gli sembra quasi di essere in un museo, perché c’è una lunga fila di tavolini, posti lungo le pareti e in mezzo alla sala, distanti gli uni dagli altri quanto basta per poterci passare comodamente tra una fila e l’altra. Su ogni tavolino è posizionato un cofanetto, devono essere oggetti preziosi perché sono arricchiti di intarsi e pietre luccicanti e sembrano essere fatti d’oro o d’argento. Tom sta per fare una domanda, ma il nonno lo ferma e gli indica di guardare in una precisa direzione. Una donnetta, che pare essere più vecchia del nonno, si sta avvicinando ad uno dei cofanetti, ne apre il coperchio, e vi introduce qualcosa che sta reggendo in una mano, somiglia ad una manciata di lucciole che entrano nel cofanetto, quindi la donna chiude il coperchio, rimane di fronte all’oggetto per qualche istante, come in preghiera, poi si allontana ed esce dalla stanza.

Il nonno resta in silenzio ancora per un po’, poi comincia a parlare: “Hai mai visto quegli oggetti, Tom?” Tom fa di no con la testa. “Questi sono degli scrigni, gli scrigni della memoria. Ogni persona, durante la sua esistenza, fa molte esperienze, incontra persone, alcune entrano brevemente nella sua vita, con altre invece si creano sentimenti belli ed importanti, e tutto questo viene messo in quel grande magazzino che è la memoria. Poi, un bel giorno, qualcosa si inceppa, la memoria smette di funzionare, si dimenticano cose, volti, persone, relazioni, nomi, d’improvviso tutto è confuso ed offuscato. Pare che la vita di una persona termini così, da un momento all’altro e questo crea grande sofferenza. Ma da un’altra parte, in quel luogo che si può raggiungere soltanto nei sogni, succede un miracolo. La vita è stata così preziosa, piena di risorse, di sentimenti, d’amore, che la coscienza di quella persona entra in questo luogo universale. Su uno di quei tavolini c’è un cofanetto con il suo nome, è lì che sta aspettando, e quell’uomo o quella donna lo apre. Nessun altro lo può fare, quel cofanetto sta aspettando proprio lui o lei e solo in quel momento si aprirà. Lì dentro la persona conserverà i ricordi più belli e significativi, le cose che sono state preziose per lui, le persone che ha amato e dalle quali è stato amato. Quei ricordi verranno conservati perché sono preziosi, e colui o colei al quale appartengono, li potrà recuperare quando giungerà in quel luogo dove l’eterno arcobaleno risplende e riflette i raggi del sole che illumina di colori meravigliosi ogni cosa. E così, una volta aperto il cofanetto, si ricorderà tutto, chi è stato e di tutti coloro che ha tanto amato. Perciò continuerà a vivere nell’amore”.

Mentre il nonno sta terminando il suo racconto, da una delle porte entra una donna anziana. A Tom ricorda tanto la sua cara nonna, morta un paio di anni prima. Anche il nonno si ferma a guardarla e sussurra a Tom: “Stai a vedere, Tom”. La donna gira per un po’ nella grande sala, poi si dirige senza indugio in una direzione e si avvicina ad uno dei tavolini, si ferma davanti al cofanetto che vi è posto sopra, i suoi lati, dorati, riflettono la luce, lo osserva, pare accarezzarlo, poi con grande delicatezza lo apre. Tom rimane fermo, a bocca aperta dallo stupore, quando vede una bellissima, fulgida luce uscire dal cofanetto aperto e avvolgere completamente il corpo della donna che sparisce al suo interno, di lei rimane soltanto una sagoma luminosa. La donna rimane così, per un certo tempo avvolta dalla luce, finché questa, pian piano entra nel suo corpo, facendolo risplendere come un sole. Così come è iniziata, la luce man mano diminuisce, fino a sparire, e Tom può vedere di nuovo la donna che ora si guarda attorno un po’ stupita, vede il nonno, resta per qualche istante ad osservarlo, poi il suo viso si apre in un bellissimo sorriso. Il nonno esclama: “Rosa!” La donna comincia a muovere dei passi nella sua direzione, allarga le braccia e, a sua volta, esclama: “Arturo!”, e finiscono l’uno nelle braccia dell’altra, restando così, uniti, ridendo come due bambini. Poi entrambe si voltano verso Tom, i loro visi sono radiosi di felicità, ed il nonno dice: “Grazie di tutto, Tom e a rivederci nel regno dell’arcobaleno”.

D’improvviso la grande sala svanisce, come assorbita da altre pareti attorno e Tom si trova in camera sua, nel suo letto, mentre da fuori  raggi di sole si sono infilati attraverso le fessure della tapparella ed illuminano gradevolmente la stanza.

Tom sente di non essere più triste, anzi è sicuro che oggi sarà un giorno grandioso, da ricordare, così come lo sarà domani e domani ancora, ogni giorno sarà importante per Tom, ogni giorno scriverà nel suo diario ciò che ha fatto e le persone che avrà incontrato ed amato, i ricordi saranno molto preziosi quando li metterà nel suo cofanetto, nel suo scrigno dei ricordi

 

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , , , ,

…i viaggi dell’Anima, tante storie: “Un tè preso su una terrazza affacciata sull’infinito – 1° parte

dscn1213

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Suono alla porta di una casa dall’aspetto antiquato anche se ben tenuta, circondata da un bel giardino, con alberi, fiori e cespugli di rose. Il profumo di fiori e di foglie si spande nell’aria, dando un aspetto ancora più bello e profondo al giardino. Apre la porta una donna poco più alta di me, magra ma con le guance piene, morbide e rosee, quasi un personaggio da Holly Hobbies che ben si adatta all’aspetto della casa. Noto con un certo piacere che la donna mi somiglia, sebbene un po’ diversa da me, e sento subito una certa affinità verso di lei. Lei mi sorride mentre mi guarda, percepisco già una certa confidenza anche se ancora non ci conosciamo di persona.
Avevo iniziato a conversare con questa donna via mail, lei si era interessata ad alcuni articoli nel mio blog, e da allora siamo rimaste in contatto, ma oggi è la prima volta che la incontro di persona, mi ha invitata poco tempo fa a prendere un tè a casa sua, e io ho accettato ben volentieri.
Felice che abbia accettato l’invito mi fa entrare. La casa è molto bella, tanto quanto il giardino, l’ingresso si apre su una grande sala, dove al centro si trova un bel salotto di fronte ad un grande camino, il pavimento è in pietra, liscia e scura, mi soffermo qualche istante ad osservarlo, non so perché ma questo pavimento mi dà l’impressione di camminare come sospesa nello spazio, forse è il colore scuro che stuzzica la mia fantasia in questo modo. Dietro al salotto c’è il tavolo da pranzo con 8 sedie, tappeti di fantasia blu sono stesi al centro del salotto e sotto il tavolo. Contro la parete di fronte all’ingresso c’è una grande credenza di legno scuro e massiccio e subito accanto una scala porta al piano di sopra, a fianco si nota anche la porta della cucina.
Alle pareti sono appesi diversi quadri, alcuni ritraggono paesaggi, altri persone che sono sicuramente appartenute a questa famiglia, accanto alle grandi finestre, drappeggiate da vaporosi tendaggi, ci sono grandi piante ornamentali.
Dal soffitto pende un grande lampadario, la luce arriva però soffusa da alcune lampade poste agli angoli della sala, di colore blu. Penso che il colore blu sia il suo preferito.
Diana, questo è il suo nome, mi dà la mano e, parlando convenenvolmente mi accompagna a vedere la casa. Attraversiamo la sala, passando da una porta a lato del camino mi trovo nella biblioteca. Anche questa sala è ben illuminata da ampie finestre, con piante alle pareti. Alla parete adiacente al camino si trova una stufa in maiolica che dovrebbe riscaldare piacevolmente l’ambiente. La biblioteca è molto bella, molti libri sugli scaffali, un tavolo piuttosto grande nel mezzo, con alcune sedie, 8 per la precisione, come nella sala da pranzo e un paio di poltrone agli angoli del locale. Anche qui un bel lampadario appeso nel centro ed un paio di lampade accanto alle poltrone, anch’esse di colore blu. Sotto al tavolo nella biblioteca si nota un tappeto blu, il pavimento invece è chiaro, a differenza del soggiorno, rende la stanza ancora più luminosa. Un paio di quadri alle pareti mostrano paesaggi silvestri molto realistici, potrei stare a guardarli senza stancarmi. Diana mi dice di sentirmi libera di prendere qualche libro, se lo trovassi di mio interesse, la ringrazio e le rispondo che darò un’occhiata alla biblioteca più che volentieri.
Parlando con serenità e leggerezza delle nostre cose, Diana mi propone di prendere il tè di sopra, in terrazza, dove staremmo comode e rilassate. L’idea mi va e lei mi conduce verso la scala che iniziamo a salire. Dopo aver fatto solo pochi gradini avverto come un leggero stordimento, forse un calo di pressione, impercettibile, non ci faccio caso e proseguo. Arriviamo al corridoio che porta verso la zona notte della casa, Diana mi invita a proseguire lungo la seconda rampa di scale, fino ad arrivare ad un pianerottolo dove ci sono due porte. Lei apre la porta di fronte alle scale ed entriamo in una mansarda arredata con semplicità, dall’aspetto confortevole ed accogliente. Nel centro si trova un divano a tre posti, di fronte un tavolino basso, di legno, sotto un tappeto blu, e una credenza, formata per la metà da scaffali con libri. Di fronte alla credenza, alla parete opposta, si trova un baule di antica fattura, sopra il baule si vedono una serie di mensole con alcuni soprammobili rappresentanti creature da fiaba, gnomi, fate, un paio di draghi, piccoli animali. Accanto al baule si trova un tavolino rotondo con un vassoio di legno, un barattolo di miele con il suo cucchiaio a spirale, una candela già consumata in un portacandele ricoperto di cera, una ciotola con erbe e fiori essiccati che diffondono una leggera e gradevole fragranza, un piatto di legno contenente pietre di vari colori, giallo, rosa, rosso, blu, arancio, verde, violetto. Gli oggetti così disposti mi incuriosiscono, tanto che mi soffermo ad osservarli, Diana si discosta leggermente per lasciarmi il tempo di guardare. Mi volto, lei sta aprendo la porta-finestra che dà sulla terrazza, la seguo fuori.
La terrazza è ampia, ci sono diverse piante e fiori accanto alla ringhiera che creano un piccolo giardino, da quassù si gode di una bella vista sull’ampio giardino sottostante e oltre. Diana mi lascia per un po’, scende a preparare il tè, mi dice di attenderla dove desidero, fuori in terrazza o in mansarda, e se c’è un libro che mi interessa di non esitare a prenderlo, e se avessi bisogno del bagno, lo trovo alla porta accanto, fuori sul pianerottolo. La ringrazio e rimango ancora un po’ appoggiata alla ringhiera. Resto lì senza fare altro, il mio sguardo è rivolto verso il giardino ma non si fissa su niente in particolare, la testa vuota di pensieri. Mi scosto a fatica dalla ringhiera, come se qualcosa mi avesse trattenuto lì per tutto il tempo, rientro in mansarda, mi avvicino al tavolino con il miele, il mio sguardo si posa sulla ciotola delle erbe, la fragranza mi inebria, ne assaporo le sfumature, chiudo gli occhi, attirata dagli aromi, come se ogni aroma portasse il proprio messaggio, mi lascio condurre, nella mente mi appaiono immagini di un grande giardino, io lo percorro in lungo ed in largo, le piante diventano via via più varie, più folte, più grandi, fino a ritrovarmi in un bosco fatto da immensi alberi che paiono essere vecchi di secoli, percepisco quasi l’umidità del bosco, la frescura sulla pelle, mi sembra di udire il cinguettio di migliaia di uccelli, mentre cammino su terra battuta, foglie secche, ciuffi d’erba. Qualcosa guizza al mio fianco tra le foglie, forse una lucertola o un topo, il rumore mi fa sussultare, le immagini attorno a me sono così vivide che per un attimo credo di essere proprio nel mezzo del bosco, questo mi spaventa al punto da aprire gli occhi, provo grande sollievo trovandomi nella mansarda. Dopo pochi istanti la porta si apre, Diana entra reggendo un vassoio con il tè, il mi affretto ad aprirle la porta-finestra per permetterle di uscire in terrazza. Lei appoggia il vassoio su un tavolino da giardino posizionato accanto alla ringhiera, mi dice di accomodarmi mentre torna in cucina a prendere la torta che ha preparato per il tè. Le mostro gratitudine per l’ospitalità ma al contempo temo di averla disturbata eccessivamente con la mia presenza, lei replica di avermi invitata volentieri, preparare torte è una sua consuetudine, le piace avere ospiti, la sua gioia si esprime anche nel preparare qualcosa per loro. Lascio quindi che Diana torni in cucina a prendere la torta, io resto di nuovo a guardare dalla ringhiera, di nuovo lo sguardo preso da qualcosa che non riesco ad identificare, viene distratto dal ritorno di Diana con una bella ed invitante torta di mele dal profumo inebriante. Si siede, versa il tè per tutte e due, taglia due fette di torta, l’aroma di mele e vaniglia di spande più forte, il sapore è delizioso tanto quanto il profumo, le faccio i complimenti per la sua torta, Diana li apprezza molto, per lei è una gioia ed un piacere invitare amici a prendere il tè. Anche il tè è incantevole, ai frutti di bosco, dal sapore deciso, robusto, caldo, speziato. Il gusto della torta mischiato all’aroma del tè crea un sapore forte e delicato allo stesso tempo, una vera delizia per il palato che mi distrae, mi fa perdere la cognizione del tempo, poso la tazza e mi accorgo che è già calata la sera. Ma quanto tempo siamo rimaste su questa terrazza? Volgo lo sguardo dalla ringhiera, mi aspetto di intravedere le sagome delle piante nella luce crepuscolare, in un primo momento però non riesco a vedere nulla, il giardino sembra scomparso, inghiottito dall’oscurità. Osservo meglio per individuare la forma di qualche pianta, vedere il nulla mi sembra una cosa sbagliata, ho bisogno di trovare la sagoma di qualcosa, una pianta o altro, una forma, non è possibile non vedere nulla. Scorgo una piccola luce, rincuorata credo di vedere un faretto, poi ne vedo un’altra e un’altra ancora, sono sparse qua e là, sembrano stelle, come un cielo al contrario, non è possibile guardare il cielo giù da una terrazza, la mia mente si rifiuta fermamente di osservare qualcosa di impossibile per lei, ma non riesco a distogliere lo sguardo. Poi mi rendo conto che la ringhiera è scomparsa, quasi non mi accorgo di aver aperto la bocca dallo stupore, lì seduta, con in mano la tazza di tè, il liquido rossastro di fragole e ribes che segue i miei movimenti, tremolando, anche perché mi avvedo proprio in questo momento di essere seduta sul nulla, perfino la sedia è scomparsa, sotto e attorno a me un cielo nero punteggiato di stelle, solo io e Diana, una di fronte all’altra, entrambe reggiamo la tazza di tè, nella stessa posizione, all’altezza del cuore, io con la mano destra, lei con la sinistra, speculari, e così restiamo a guardarci, per un tempo che pare infinito, guardandoci negli occhi, dove, nei suoi vedo lo stesso cielo stellato ….. (continua)

Categorie: favole e racconti | Tag: , , , , , , , , ,

…luoghi, cultura, tradizioni: “Chiavenna: autunno e colori”

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un dolce brano per accompagnare le immagini, se si desidera

Una Chiavenna insolita, rappresentata nella delicatezza di colori e particolari che caratterizzano una cittadina bella, artistica, culturale, umana. da vivere e riscoprire

http://www.valchiavenna.com/it/index.html

Categorie: luoghi | Tag: , , , , ,

Blog su WordPress.com.