Archivi del mese: settembre 2016

I viaggi dell’Anima…tante storie: “Viaggio”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

 

Lei non aveva proprio voglia di essere lì oggi, non si impegna nemmeno a portare avanti le cose con il gruppo di lavoro, ogni pretesto è buono per litigare. Ripassa rapidamente una serie di cause per elaborare l’uscita da quel posto. Non trova un vero e proprio motivo di lite, gli altri sono così assorti nel loro lavoro da non notare quasi la sua presenza/assenza,  non chiedono il suo parere, anzi, preferiscono non chiederlo affatto, dato che il rivolgerle la parola è sinonimo di polemica,  ecco un buon pretesto per andarsene, se qualcuno avesse qualcosa da dire, questo è ciò che lei rinfaccerà al gruppo oggi.

Esce dalla sala nell’indifferenza generale, un atteggiamento che la irrita ma la soddisfa al contempo, era ciò che voleva, andarsene da lì.

Era arrivata con il treno e si dirige di nuovo verso la stazione. Non ha detto a nessuno che se ne stava andando, tanto è convinta che saranno soddisfatti della sua assenza. Gente distratta va e viene per i corridoi del palazzo, lei può defilarsi indisturbata. Finalmente all’aperto, però il tempo è nuvoloso, sebbene non piova, ma il grigiore della giornata non le risolleva l’umore. Cammina frettolosamente lungo i marciapiedi, talvolta evitando a malapena gli altri passanti, qualcuno accenna ad un commento, lei non ci fa caso e continua a camminare a ritmo serrato.

Arriva alla stazione, il suo treno non è ancora nell’elenco delle partenze, è giunta con largo anticipo, così si siede e aspetta, mentre guarda distrattamente il via-vai di gente, i treni in arrivo, in partenza. La sua attenzione è catturata dalla forma dei treni, i fanali accesi, posizionati a quell’altezza, sembrano occhi fissi che guardano soltanto quando si entra nel loro “campo visivo”. Strano termine da utilizzare, campo visivo, si tratta solo di fanali. Eppure è attratta da quei fanali, li cerca, vorrebbe che si girassero al suo passaggio, prova un brivido all’idea, ma è anche un brivido che le dà piacere.

Si scuote all’improvviso, come risvegliata d’un tratto nel sonno. Seduta sulla panca della stazione si guarda attorno smarrita, poi ricorda e lo sguardo va ansioso al pannello delle partenze, nota con sollievo che il suo treno è segnalato ma non è ancora arrivato al binario, deve essersi addormentata soltanto per pochi minuti

C’è poca gente alla stazione, si alza dalla panchina e si dirige verso il binario segnalato dal pannello. Mentre cammina dà un’occhiata verso i binari, non capisce però se è un’illusione ottica, le sembra di vedere i fanali dei treni che seguono il suo passaggio. Si ferma all’improvviso nel tratto di corridoio che costeggia le banchine guardando nel contempo verso i treni, che restano immobili alla loro postazione. Dandosi della stupida, a causa anche dello sguardo stupito di qualche passante, riprende a camminare, lancia però di nuovo un’occhiata nervosa verso i treni, di nuovo l’illusione ottica di fanali che seguono i suoi movimenti, è quasi insopportabile.

Arriva al binario segnalato, in quel momento sopraggiunge il treno che prenderà, si sta avvicinando al termine del binario con una lentezza quasi irreale, di nuovo l’illusione ottica di fanali che la seguono, emettono bagliori giallastri e vaporosi. Non è certa di voler salire a bordo, ma le porte si aprono, poche persone scendono sulla banchina, figure anonime come tante altre, ognuno di loro chiuso nel proprio mondo di pensieri sospesi senza una direzione.

Sale in treno, va su per la breve rampa di scale che porta al livello superiore e prende posto, la vettura è vuota, si siede accanto al finestrino e guarda distrattamente fuori, nessuno sta camminando sulla banchina ora, e nessuno sale a bordo, lei rimane apparentemente l’unica occupante della vettura, poi il treno parte. Si appoggia meglio contro lo schienale, per un momento i pensieri vanno al rovinoso pomeriggio appena trascorso, ma subito distoglie l’attenzione da quei ricordi e torna a guardare distrattamente fuori dal finestrino, la visione all’esterno è sempre quella di grigi palazzi e anonime strade che scorrono a velocità costante. Il cielo è cupo, aleggia un grigiore irreale che rende ancora più squallido l’ambiente circostante.

Il treno entra in galleria, lei ha lo sguardo ancora rivolto al finestrino che ora riflette la sua immagine e parte della vettura, accanto e dietro di lei. Con la coda dell’occhio registra un movimento dalla coppia di sedili nella parte opposta a dove è seduta, il finestrino le mostra una silhouette che si muove, con un brivido di paura volta la testa da un lato ma nessuno è seduto sui sedili, né su quelli accanto a lei, né su nessun altro.

La galleria prosegue fino ad una stazione dove il treno si ferma. Oltre a questo c’è un altro treno fermo, si trova dalla parte opposta, di quello si vede la vettura di coda con i fanali rossi accesi, emettono una luce intensa e liquida, ricordano gli occhi di un drago.

Nessuno è presente sulle banchine, nessun passeggero sale sui treni, nessuno scende. Dopo alcuni minuti un uomo sale in treno, nella vettura dove lei è seduta, è l’unico passeggero che sale a bordo, lei nota soltanto che è scuro di capelli, un po’ ondulati, lunghi fino alle spalle, di statura media e di corporatura asciutta. Poco dopo che l’uomo è salito a bordo il treno riparte.

Lei si fa piccola piccola nel sedile, spera che l’uomo non l’abbia vista, non le piace. Il viaggio prosegue, il tragitto in galleria è stranamente lungo, il buio esterno la inquieta molto, la fa sentire ancora più sola su quel treno insolito ed inquietante. È snervante non poter guardare dal finestrino nient’altro che la propria immagine; questa rimanda all’esperienza di gruppo appena trascorsa e, come reazione a catena, altri ricordi simili vengono sviscerati.

Non potendo vedere altro che il buio e la propria immagine emergono i rapporti avuti con i compagni di lavoro, ma non solo, ora emergono i rapporti con i propri parenti, con gli amici, con i propri partner, rapporti intessuti in trame di ego, rabbia, delusione, gelosia, invidia, senso d’impotenza, di frustrazione, di fallimento, sottomissione.

Immersa in ricordi e pensieri percepisce d’improvviso movimenti dietro e attorno a lei e, di scatto, si volta, ciò che vede la lascia senza parole e senza fiato. La vettura, vuota fino a poco tempo prima, si è ora animata di persone, apparentemente sconosciute, ma i loro volti e atteggiamenti hanno qualcosa che attira la sua attenzione.

Si guarda attorno stordita, poi si alza e comincia a camminare lungo la vettura. Le figure sedute sui sedili interagiscono tra loro, in parte la guardano, ma lei nota, con non poco imbarazzo, che ognuna di loro ha qualcosa di familiare. Inizialmente fatica a comprendere, poi, rendendosi conto di poter osservare liberamente, si accorge che ognuno di loro mette in atto comportamenti che la caratterizzano, la permalosità, l’invidia, la gelosia, la malafede, la scontrosità, il timore del giudizio, il giudicare, l’essere sottomessa e avere voglia di predominio, la paura di sbagliare, il senso di colpa.  Guardando tutte quelle persone in una farsa ai limiti della follia, le viene alla mente chiaro un concetto, di trovarsi di fronte ad un grande specchio dove il suo aspetto viene riflesso in modo multi sfaccettato e diverso per ogni immagine che rimanda però ad un singolo soggetto, così come comincia a percepire essere la sua personalità esteriore. La riflessione che ne consegue è che tutto questo è contenuto in una sola persona.

Alla luce di questa considerazione tutte le persone presenti a bordo svaniscono nel nulla, lei si ritrova di nuovo da sola nella vettura. Si risiede sul sedile lasciandosi quasi cadere, nello sconforto totale. Dopo un po’ di tempo sorge in lei la domanda, se effettivamente lei si comporta nel modo messo in atto dai passeggeri. Inevitabile poi è l’andare con il pensiero a vari episodi che caratterizzano vari atteggiamenti. Il ricordo però è quasi insopportabile, una parte di lei non vuole vedere e, con un moto di stizza, si alza dal sedile. Proprio perché non può andare da nessun’altra parte, si aggira per la vettura come un animale in gabbia. Scende al livello inferiore. Dalla porta comunicante con la vettura precedente intravede una figura, è un uomo seduto su uno dei sedili, le pare che sia il passeggero che era salito a bordo quando il treno si era fermato alla stazione in galleria. Lei lo guarda per un istante e lui la guarda a sua volta, due occhi penetranti la fissano, lei, sentendosi osservata in quel modo, si allontana, salendo di nuovo al piano superiore. Si risiede al suo posto, sconvolta dall’esperienza, spera che il tipo non venga di sopra.

Il ricordo di quello sguardo non vuole andarsene finché lei non si arrende a quell’insistenza. Straordinariamente l’arrendesi produce in lei una grande calma, la testa le si svuota di pensieri, ricordi, considerazioni, rimane come una bolla vuota. E lei comincia ad osservare quel vuoto.

Non sa per quanto tempo resta in osservazione, una sorta di meditazione. Il treno, ad un certo punto si ferma, una stazione in apparenza sconosciuta, anche per la fitta nebbia che si vede fuori. Lei non si è accorta di quando il treno sia uscito dalla galleria e quali paesi abbia attraversato.

Dal finestrino si vede poco o nulla. Con la testa nel pallone si alza, scende di sotto, le porte sono aperte. Nella vettura accanto l’uomo non c’è, forse è sceso. Lei guarda fuori dalla porta, nessuno sta scendendo dal treno, nessuno sta salendo, nessuno è presente in stazione. Di fronte a lei c’è solo una piccola costruzione, sembra piuttosto recente. Cerca il cartello con il nome della località ma non ne vede, attorno solo nebbia, è quasi impossibile dire se si trova in città o in aperta campagna. Rimane per un po’ ferma sulla soglia, poi d’istinto scende dal treno, si allontana di qualche passo dal convoglio.

Il treno chiude le porte e riparte, così improvvisamente, da coglierla di sorpresa. Si guarda attorno, la nebbia è come un guanto che tutto avvolge e, inaspettatamente, lei si sente quasi protetta. Con questo stato d’animo comincia a camminare senza una destinazione. Passo dopo passo prova una strana sensazione alla quale tenta di dare un senso; attraversando la nebbia le sembra di camminare dentro sé stessa, una parte di sé trova assurda questa ipotesi, ma è solo una piccola parte che, poco a poco, perde importanza. Si concentra sulla sensazione che prova e trova sempre di più familiare quella nebbia, paradossalmente ne ha quasi bisogno, perché ha l’impressione di guardare nel proprio inconscio.

Continuando a camminare trova una panchina e vi si siede, non sente freddo, non si sente disturbata, si lascia avvolgere pacificamente dalla nebbia e così si addormenta.

Si sveglia in pieno giorno, la giornata è bella, un bel sole caldo sta splendendo ora, lei si trova ancora seduta sulla panchina, qualcuno sta passeggiando poco distante, lungo un viale, si rende conto di essere in un parco. Raggiunge l’uscita e, dopo  pochi passi si trova alla stazione. Via vai di gente, nota adesso il cartello identificativo del luogo, non sapeva di essere scesa alla sua fermata, è arrivata a casa. In quel momento arriva un treno che si ferma, gente che scende, gente che sale. Con loro scende il controllore che lei riconosce essere l’uomo visto la sera prima sul treno. Lui guarda nella sua direzione, le si avvicina, la saluta, le chiede come va, lei risponde che ora va bene, anzi ora va molto bene, ora è tutto a posto. Lui è lieto di saperlo, le poggia la mano su una spalla, le sorride caldamente e risale sul treno.

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I viaggi dell’Anima…tante storie: “La Montagna”

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

Un suggestivo brano per accompagnare la storia da uno dei miei autori preferiti

Percorro un’ampia strada sterrata bianca che attraversa una bellissima foresta di conifere, è mattina presto, mi dirigo verso le montagne, ad un certo punto lascerò la comoda strada per prendere un sentiero che sale dal pendio boscoso, ma sono abituata a percorrerlo, sebbene oggi sia una giornata fresca ed uggiosa. Non temo gli ostacoli che incontrerò lungo il sentiero, li conosco bene, li ho già affrontati e conosco bene la mia forza e la mia volontà quando mi troverò di fronte ad essi.

Cammino, respirando aria umida, vapore di condensa fuoriesce dalla mia bocca, sento il sapore di quell’umidità, ne sento l’odore, mi piace quel sapore, quell’odore, è il gusto della natura, l’essenza di tutte le cose attorno a me ed ora in me. Il mio passo è lieve e scandito, il mio corpo, leggero e agile nella camminata, si sente immerso nell’ambiente silvano in modo inaspettato; ascoltando il mio corpo percepisco quasi la vicinanza degli alberi che vedo lungo il cammino. Porto più attenzione a questo sentire, e quello che provo non è soltanto maggior vicinanza con questi alberi ma è come se ne sentissi il contatto, fino ad avere l’impressione di sentirmi albero, io e lui, due cose distinte ma unite, quasi ad intendere che io sono l’albero, pur restando io, e lui è me, pur restando albero. La stessa sensazione la provo osservando i fili d’erba, così flessuosi, delicati e forti allo stesso tempo, come io mi sento di essere. Mi piace il suono dei miei passi sulla ghiaia, quello scricchiolio pieno e leggero e mi piace il contatto dei miei piedi sul suolo, sento la spinta di ogni passo e l’avanzamento di circa un metro alla volta. Poco distante un ruscello scende a balzi, scrosciando allegramente, il suo suono mi accompagnerà per un tratto, mi rimanda la sensazione di freschezza, limpidezza, forza, fluidità, così come si fluisce nell’arco delle giornate, nel cammino della vita.

Continuando a camminare osservo gli alberi ai lati della strada, li osservo dalla base fino alla loro sommità, il mio sguardo rapito da qualcosa che ancora non riesce a vedere. Mi concentro sulla vista ed ecco che dall’alto dei rami cominciano ad apparire aloni dapprincipio bianchi e che, via via prendono colori delle sfumature delicate del rosa e dell’azzurro che, mischiandosi tra di loro, creano meravigliose, delicate aureole.

Mi dirigo ora verso un sentiero tracciato attraverso la foresta, lasciando la strada bianca, che comincio a percorrere con decisione e prudenza, il passo diventa più veloce e agile, man mano che il corpo si riscalda, e supera vari dislivelli tra sassi, radici e pendenze del terreno. Ora il sentiero si fa via via più ripido, si snoda attraverso il bosco, salendo a gradini, a tratti su tappeto erboso, a tratti su sassi e roccette, ma il passo è sempre agile e sicuro, la condensa dalla mia bocca si fa più visibile, anche perché il ritmo respiratorio è ora aumentato.

Il percorso da compiere è lungo, ora esco dal bosco e intraprendo un vasto pianoro che si apre su un’immensa vallata, il sole, ora alto nel cielo, ha riscaldato l’umidità della mattina, le montagne più alte fanno da corona alla mia vista, io proseguo il mio cammino, non ho bisogno di fermarmi per riposare o rifocillarmi, non mi sento stanca e nemmeno affamata, sento anzi una grande energia crescermi dentro che mi spinge a procedere.

Mentre cammino guardo il panorama attorno a me, il prato punteggiato di fiori, gli abeti sullo sfondo, che risalgono il monte, i pascoli, scoscesi e verdeggianti, il laghetto alpino poco più in basso, di un brillante smeraldo, le pareti rocciose delle montagne di fronte a me, che si slanciano oltre la foresta di conifere.

Il mio passo è veloce, quasi una corsa, attraverso il prato fiorito, i miei piedi sembrano quasi non toccare il suolo, sebbene ad ogni passo senta la consistenza dell’erba, morbida e fresca, è come se mi sciogliessi in quel verde brillante.

Continuando a camminare ho la sensazione di appartenere a questo immenso prato, ad un certo punto sono il prato, sono erba, sono fiori, ascolto l’aria fresca che mi accarezza e dolcemente mi piega, sento il profumo penetrante delle erbe, sento l’umidità e la freschezza, dentro e fuori di me, ora ascolto l’aria fresca sul viso, la respiro, lascio che ogni mia cellula la respiri, è l’aria che porta il messaggio delle montagne, è l’aria che canta il canto della vita.

Arrivo al termine del grande prato, da un lato la foresta, dall’altro la vallata che si apre sotto di me. Non indugio, continuando a sentirmi vento poso a terra lo zaino, ai piedi di un albero, lo recupererò al ritorno, lascio che il vento mi trasporti, mi sollevi in alto, mi sorregga come potenti mani.

Sorvolo la valle, il fiume scorre là sotto, il paesaggio che si apre ai miei occhi è stupendo, le colline si colorano dei loro fiori, si alternano ai pascoli. Il mio corpo fatto di vento, si muove veloce e leggero, imparo subito a sfruttare le correnti, come gli uccelli, che ora vedo non molto distanti da me, volo, corrente nella corrente, so di averlo fatto un tempo, lo sto facendo ora, un volo libero, di grande energia.

Arrivo, vento, alla sommità della montagna, emblema di possenza e di eternità, come vento mi poso sulla roccia e roccia divento.

Sento la forza e la tenacia, simulacro granitico della vita, per stare sulla montagna devo prima sentirmi parte di essa, solo dopo che mi avrà accettato riprenderò la mia forma.

La luna è meravigliosa da lassù, così come lo sono le stelle, vicine, fraterne, contemplo l’immensità nel buio e ascolto il respiro della montagna, respiro con essa.

Alba, di nuovo io percorro un tratto roccioso lungo il fianco della montagna, c’è però qualcuno ora che mi viene incontro, l’eterno amore che vive della montagna. Lui, forte come roccia, mi abbraccia teneramente, contraccambio l’abbraccio, restando così, uniti, per il tempo necessario, affinché le nostre cellule possano trasformarsi.

Due maestose aquile ora stanno volando sopra le cime dei monti, ripetono, ad intervalli di tempo, il loro volo d’amore, un volo sincronizzato, agile e veloce, una danza sublime, in lontananza si ode il loro canto di felicità.

Al mio Grande Amore

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Nuvole Barocche

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

“Non rinunciare mai alla felicità la vita è uno spettacolo”
Così si legge entrando nel nuovo bar a Sirtori, Nuvole Barocche, il bar con caffè e musica, amico dei ciclisti, creato in uno spazio confortevole ma anche elegante.
I gestori, Assunta, Armando, Mariangela e Prospero hanno chiesto proprio ai ciclisti suggerimenti per migliorare il servizio dedicato anche a loro, perché da lì transitano in molti su bici da strada e mountain bike, e l’accorato appello di avere uno spazio è stato ascoltato, come ad esempio l’aver messo diverse rastrelliere per biciclette, non sempre disponibili in altri locali.
Sviluppato su due livelli il caffè ristorante ha diverse sale, come illustra la loro pagina Facebook https://www.facebook.com/nuvole.barocche.bar/
L’inaugurazione del locale avverrà domenica 11 settembre alle ore 17,00 a Sirtori – piazza Brioschi, 17
Assunta, Armando, Mariangela e Prospero vi aspettano

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