Archivi del mese: gennaio 2016

I viaggi dell’Anima… tante storie: “Il fiore e la gente fredda”

Mi piace scrivere storie in prima persona perché, chiunque le legga, si possa sentire protagonista, se lo desidera, vivendo così la propria storia.
E allora, di nuovo buon viaggio.

“Le cose sono unite da legami invisibili: non si può cogliere un fiore senza turbare una stella. ”
Albert Einstein

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Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

C’è un luogo dal quale passo ogni giorno, una via di periferia della mia città, con case e palazzi, una normale via, quasi anonima, sebbene aleggi nell’aria sensazioni di freddezza e chiusura che una persona particolarmente sensibile percepisce e distingue dal resto, come se tutto ciò fosse concentrato qui.

A volte queste sensazioni sono così sgradevoli da voler quasi cambiare strada. Un giorno però, passando da lì ecco emergere qualcosa di completamente diverso, quasi un effluvio dolce come una primavera, leggero come una risata; lo seguo come fosse un profumo, mi conduce verso il centro della via, dove sorge una palazzina di nuova costruzione, squadrata come un blocco di granito dal colore metallico e dalle finestre incassate, quasi temessero la luce.
Ecco allora riemergere la sensazione pesante di poco fa, fredda e chiusa, mi allontana come uno spintone, distolgo lo sguardo, gli occhi vanno verso il basso, si posano sul misero fazzoletto di prato davanti alla palazzina e lì la sensazione cambia di nuovo, trasformandosi ancora nella lieve brezza primaverile.

Fisso a lungo il prato, erba verde punteggiata da qualche fiorellino, qua e là. La sensazione si fa però più forte quando il mio sguardo si posa al centro del praticello, osservo meglio, la sensazione cresce, diventa una pressione che rimbomba nelle orecchie, si ode quasi un rumore, un suono ritmico ed espanso, come quando si riesce ad ascoltare il fluire del proprio sangue nelle orecchie. L’attenzione cade su un minuscolo fiore bianco; entro nel prato, mi avvicino al fiorellino, mi chino ad osservarlo, sembra un giglio in miniatura, con i suoi piccoli stami gialli che fuoriescono dalla corolla.

Mi inginocchio per osservarlo meglio, ma soprattutto per sentire quella sensazione che si espande ora dentro di me, come essere sospinti da una forte corrente ascensionale, tanto da sentire il vuoto nella testa. Possibile che questa forza provenga da questo minuscolo fiore? Resto ancora un istante lì inginocchiata, poi mi alzo, a malincuore devo tornare alle mie faccende e mi allontano, senza però prima voltarmi più di una volta, a riguardare il piccolo lembo di prato con al centro il magico fiore.

Non passa giorno che io non vada a far visita al dolce fiorellino, l’incantevole giglio in miniatura che mi ha rapito il cuore e l’ha sospinto in alto, in volo come farfalle in una tiepida giornata primaverile. Ogni volta che mi allontano dal piccolo prato sono felice.

Poi un giorno, mentre sono inginocchiata davanti a quella meraviglia della natura, uno degli abitanti del palazzo transita lungo il vialetto che conduce sulla strada, con la sua grossa auto, nera e lucida. Muovendosi lentamente mi guarda con fare torvo, nei suoi occhi mi sembra di leggere qualcosa di minaccioso che fa male al cuore, torna ancora quella sensazione fredda e cupa che sento sempre provenire dal palazzo. Sono quasi tentata di circondare il fiore con le mie mani per proteggerlo da quell’ondata di disprezzo, guardandolo di nuovo il suo magico e gioioso effluvio non è affatto cambiato, mi commuovo per questo piccolo, tenero fiore che continua a trasmettere la purezza della sua anima nonostante viva in un ambiente abitato da gente fredda e insensibile alla bellezza semplice e mite.
Passano i giorni, poi in una giornata grigia che incupisce l’animo, fermandomi davanti al prato non riesco a vedere il fiore, sento una stretta al cuore e una sensazione di paura salire lentamente dal mio ventre. Entro nel prato e subito un grosso pugno di ferro mi strizza il cuore: il piccolo e candido fiore giace ricurvo e calpestato.
Sento le gambe diventare deboli, devo inginocchiarmi prima di perdere le forze. Davanti al tenero fiore deturpato e morente non posso trattenere le lacrime che cominciano a scendere copiose lungo il mio viso. Più in alto, dal palazzo sento provenire sguardi segreti, strali d’acciaio che penetrano come lame, non me ne curo e piango sopra il piccolo fiore, il tenero, minuscolo giglio.

Alcune lacrime finiscono proprio sul fiore, lo bagnano, scivolando lungo la piccola corolla che giace lì a terra, calpestata. D’improvviso però il fiore pare muoversi, infatti ora ha un sussulto, così forte che la corolla si apre in due, quasi compio un balzo all’indietro per lo stupore. Dalla corolla aperta si sprigiona una vivida luce, un piccolo e brillante bagliore dorato, si libra a mezz’aria nella forma di una sfera grande forse come una pallina da tennis. A bocca aperta, fissando la sfera, mi chiedo se anche coloro che abitano il palazzo stiano vedendo questa scena miracolosa, ma ritiro il pensiero, sentendomi stupida e impotente di fronte a tale meraviglia.
Ora anche la sfera si apre, propagando un bagliore luminoso e iridescente, a fatica riesco a tenere gli occhi aperti, nel mezzo si intravede una minuscola figura, immersa in questa luce vivida, come un piccolo sole sospeso a nemmeno mezzo metro dal prato, tutto, attorno a me tutto si fa luminoso, rischiarando il grigiore di questa giornata. Appena posso guardare di nuovo vedo la figura più nitida, riconosco una minuscola, graziosa, tenera bambina, indossa un abitino bianco, i bordi appena tondeggianti ricordano la corolla del piccolo giglio, il suo viso delizioso mi sta guardando, occhi innocenti e divertiti si fissano nei miei, risuona nella mia testa la sua risata argentina, tutto il resto attorno non esiste più, come se fossimo soltanto lei ed io. Si libra nell’aria, leggera come una piuma, fino ad arrivare all’altezza del mio viso, si avvicina, labbra minuscole si posano sulla mia fronte e mi lasciano un bacio. Quel bacio mi racconta una storia alla velocità del lampo, dice di chiamarsi Energia, usa questo nome comprensibile per noi, nella sua lingua sarebbe altrimenti impossibile da intendere. Dice che il Tutto, il Grande Padre/Grande Madre l’hanno creata, così come hanno creato le sue innumerevoli sorelle, per aiutare le creature che abitano i pianeti, milioni e milioni, che popolano il Cosmo, e permettere loro di lasciar brillare il proprio sole interiore, la propria energia che tutto crea e dà vita.

Purtroppo esistono però esseri che hanno permesso alle forze oscure di circondare il proprio sole, soffocandolo, fino a non sentirlo più. Alcuni di loro possono ancora essere aiutati, basta la presenza di qualcuno con il proprio sole vivido dentro di sé, per permettere loro di splendere di nuovo, per altri invece, anche la presenza più luminosa non riesce a destare il loro sole, dovranno attendere ancora a lungo prima del risveglio. Altri ancora, invece, per loro libera scelta, hanno permesso a queste forze oscure di ghermirli a tal punto da far implodere il proprio sole, trasformandolo in un buco nero che li auto-fagocita, ma questa è un’altra storia.

Uno di questi esseri, dal sole addormentato, ha calpestato la forma che Energia aveva preso per svolgere il proprio compito, ad esso era insopportabile l’aura candida che si librava dal fiore, ma non per questo va detestato, occorre pazientare affinché anch’ esso senta il calore del proprio sole irradiarsi dentro di sé.
La bimba mi dice che il sentimento d’Amore che provavo per il fiore ha accelerato il processo di far emergere quella grande quantità di energia per rischiarare quel luogo, portando sicuramente beneficio a coloro che lì vivono. Benché Energia fosse stata calpestata non sarebbe morta, l’Energia non muore, mai, avrebbe mutato la sua forma, ma ha lasciato che l’Amore, provato per la Vita, contribuisse alla trasformazione, affinché il sole interiore di ognuno splendesse allo stesso modo.

Alla fine, quello che conta, è l’Amore, e gli eventi, anche quelli apparentemente spiacevoli, possono contribuire a farci risplendere come tanti soli, se ci permettiamo di dar voce e luce al nostro centro luminoso.
Non c’è ombra senza luce, non c’è luce senza ombra, uno è indispensabile all’altro, occorre osservarli, senza timore né pregiudizi, ascoltare cosa ci comunicano attraverso le nostre sensazioni ed emozioni ed agire, sperimentando e stupendoci, come bambini.

“Tutto è determinato… da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Lo è per l’insetto come per le stelle. Esseri umani, vegetali, o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.” Albert Einstein

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…luoghi, cultura, tradizioni: Sentiero delle Casere

Testo e foto di ©Cinzia Valtorta

C’è un luogo di montagna, in provincia di Bergamo, che è un vero incanto, un percorso che si snoda lungo i monti della Val Brembana e che si chiama Sentiero delle Casere.
Partiamo da Mezzoldo, un paesino tipicamente montano, il cui nome dovrebbe derivare dalla sua posizione, Mezzo alto, ovvero posto in alto. Nell’anno 1592 la Serenissima fece costruire una strada che permise il passaggio delle merci, in particolare del ferro ricavato da vicine miniere. Attraverso questa strada i commerci raggiungevano la Valtellina attraverso il passo denominato Passo San Marco che si trova poco più in alto del sentiero che stiamo percorrendo.
Per la nostra escursione partiamo dal Rifugio Madonna delle Nevi, dirigendoci nella direzione indicata dalla segnaletica, ci approntiamo così a percorrere il Sentiero delle Casere.
Attraversiamo un ponte di legno entrando in un fitto bosco di conifere, ci dirigiamo così verso la prima delle Casere che troveremo, la Casera Terzera.
Il percorso nel bosco si fa sempre più interessante, percorrendo tratti anche di roccette, il luogo è molto bello. Torrenti formano delle cascatelle suggestive, poi il sentiero prosegue lungo ampi pascoli montani, ed ecco la Terzera.
Risalendo un ripido pendio si raggiungono i ricoveri per gli animali, ci inoltriamo di nuovo nel bosco per poi sbucare su pendii erbosi, risalendo i quali si arriva alla Baita di Costa Piana, a quota 1719 m.s.l. Ci si ferma per una sosta anche per poter ammirare meglio il meraviglioso panorama di monti che ci circondano.
Ci inoltriamo nuovamente nel bosco in direzione della Casera Siltri. Qui il sole fatica a lambire la vegetazione che, durante il periodo invernale, rimane ricoperta da una fitta brina, si possono così ammirare bellissime decorazioni di fiori di ghiaccio.
Percorrendo il bosco si sale un breve pendio che si apre in una grande e bella vallata. Lì si vede la Casera Siltri, siamo a quota 1725 m.
Si prosegue giù per la vallata in un ambiente bello e selvaggio, seguendo il sentiero si può salire verso il lago di Cavizzola e l’omonima Casera, noi invece raggiungiamo la Baita Azzaredo. Poco distante si nota un barec, una costruzione di antiche origini che consiste in un recinto formato da muretti a secco, tipico dell’alta Val Brembana, serviva per sistemare il bestiame durante la notte o ricovero d’emergenza in caso di temporale. Alcune ricerche svolte in questi luoghi, alta Val Brembana, Val Seriana, hanno datato queste costruzioni attorno al 1300. Barec è un termine dialettale bergamasco, ma la sua derivazione può arrivare da ben più lontano, alcuni studiosi lo attribuiscono ad una derivazione comune con un termine addirittura francese, una parola dialettale proveniente dalla regione di Champagne, in Francia, “beric” che significa ovile.
Per ulteriori informazioni si può consultare questo sito:
http://www.brera.mi.astro.it/~gaspani/barec.htm

Procediamo lungo il sentiero che torna verso il rifugio Madonna delle Nevi giù lungo il bosco, procedendo così in un percorso ad anello verso il punto di partenza. Le immagini del posto che abbiamo appena attraversato ci accompagnano ancora, rammentandoci la bellezza selvaggia che lo caratterizza. Torneremo volentieri nel periodo della primavera/estate per ammirare la natura nel pieno del suo splendore.

http://www.madonnadellenevibg.it/

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